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Vita e morte di un Rais

Il colonnello è morto: come un topo in trappola, secondo le ricostruzioni pervenute dalla Libia, catturato in una buca e poi ucciso, probabilmente a freddo. Si chiude definitivamente una lunghissima pagina di storia, aperta quel 1° settembre 1969 in cui il mondo imparò a conoscere Mu’ammar Gheddafi, l’uomo che per quasi quarantadue anni ha dominato incontrastato il suo paese tra bagni di folla e uccisioni di massa, velleità pan-arabiste e accordi con l’Occidente, passando per il sostegno al terrorismo internazionale.

Tanti personaggi ha interpretato questo figlio di beduini nato nel deserto alle porte di Sirte, prima di trovare la morte proprio nello stesso luogo di nascita, la città della sua tribù, i Qhadafia, e ultima roccaforte delle truppe a lui fedeli. Cresce nel mito di Nasser, l’uomo che con la sua abile oratoria incendiava l’opinione pubblica araba nel nome del nazionalismo, del panarabismo e del socialismo, diventando ben presto suo allievo. Come il presidente egiziano sceglie la carriera militare, si iscrive all’Accademia Militare di Bengasi e, dopo un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna ottiene il grado di capitano nel 1969. L’esercito è per Gheddafi il miglior mezzo possibile per mettere in pratica le idee socialiste, nazionaliste e pan arabiste, rappresentando il veicolo di cambiamento ideale per un paese ancora governato da Re Idris, troppo legato alla tutela americana e francese e agli interessi di pochi proprietari terrieri, spesso stranieri. Il 1° settembre 1969 alla testa di un gruppo di “Ufficiali Liberi” (Nasser docet) organizza e porta a termine il colpo di stato che rovescia il vecchio re, dando inizio a un regime, presto trasformatosi in dittatura, destinato a durare per più di quattro decenni. Per se stesso sceglie il grado di colonnello, e tale rimarrà fino alla fine. Ha ventisette anni.

Arrivato al potere, Gheddafi ha bisogno di infondere al suo popolo una coscienza nazionale che non ha, essendo uno stato artificiale creato dal colonialismo italiano, con tante differenze al suo interno. Punta proprio sull’odio anti-italiano, sul risentimento verso i vecchi colonizzatori per crearla: nel 1970 caccia tutti gli italiani dal suolo libico (anche se i tecnici dell’ENI saranno sempre i benvenuti) e istituisce la giornata dell’odio, a perenne memoria dei trent’anni di dominazione italiana subita. Fare i Libici si rivelerà un impresa immane, e, nonostante i successi ottenuti specialmente nella più urbanizzata Tripolitania, Gheddafi non potrà fare a meno di appoggiarsi al consolidato sistema delle tribù, che contribuirà a mantenere l’ordine e la pacificazione interna fino all’inizio del 2011, a spese soprattutto degli abitanti della Cirenaica, appartenenti all’antica e, durante il regno di Idris, potente confraternita dei Senussi.

In politica estera Gheddafi si atteggia come nuova guida dei popoli arabi, tentando di raccogliere il testimone del suo modello Nasser, morto prematuramente nel 1970. Ha un’arma importante da sfruttare, il petrolio, e lo fa molto bene. E’ dalla Libia che sempre nel 1970 partono le rivendicazioni destinate ad alzare il prezzo del greggio, in un crescendo che esploderà con la Guerra del Kippur tre anni più tardi. Le riserve di greggio libico sono immense e i dollari cominciano a scorrere a fiumi nelle casse di Tripoli (e della famiglia Gheddafi), senza però che il colonnello riesca ad assumere la leadership del mondo arabo. Nei primi anni ’70 propone unioni panarabe prima con la Tunisia e poi con l’Egitto, ma Bourghiba e Sadat rispondono picche, troncando sul nascere il suo sogno di rappresentare la spada dell’Islam e del mondo arabo. Respinto dai fratelli arabi il rais si volge verso l’Africa nera, dove arriverà a sostenere i peggiori dittatori, da Bokassa a Idi Amin, e ad intervenire pesantemente durante la guerra civile in Ciad, nella quale incrocerà le armi con le forze di pace francesi. Più tardi si fregerà del titolo di Re d’Africa, e di Re dei Re d’africa, facendosi eleggere a suon di dollari Presidente dell’Unione Africana e mostrandosi in sgargianti vesti mai così lontane dalle sue uniformi militari degli esordi.

Negli anni ’80 il colonnello inizia a scontrarsi in maniera decisa con l’Occidente. Convinto sostenitore della causa palestinese, sostiene l’OLP, finanzia vari gruppi terroristici in tutto il mondo e nel 1986 entra nel mirino dei caccia americani inviati da Reagan in seguito ad un sanguinoso attentato contro una discoteca piena di marines in Germania di cui viene considerato responsabile. Si salva per miracolo, grazie all’avvertimento di Craxi e Andreotti, ma questo si saprà molto tempo dopo. L’attacco subito gli causa enorme popolarità in tutto il mondo arabo, ma quando nel 1988 agenti libici (così almeno dice la sentenza) provocano l’esplosione del volo Pan-Am sui cieli di Lockerbie in Scozia causando 270 morti l’ONU vota l’embargo contro il paese, l’economia libica ne risentirà e Gheddafi per dieci anni diventerà un paria del sistema internazionale.

In patria, comunque, grazie ai soldi portati dal petrolio e ad un sistema di sicurezza e repressione efficiente, Gheddafi i risultati li ottiene. Costruisce infrastrutture, ospedali e industrie, arma l’esercito a dismisura con mezzi sovietici, rende la Libia lo stato più ricco d’Africa, migliorando sensibilmente le condizioni economiche della popolazione e investe denaro in templi della finanza e dell’industria europea come la Fiat. Nel 1977 il rais proclama la Grande Jamahiryia Araba Libica Popolare Socialista, basata su un’apparente democrazia diretta, e nel 1979, al culmine della popolarità rinuncia a qualsiasi carica ufficiale, facendosi chiamare semplicemente “Qaid”, la guida della rivoluzione. Nel 1975 aveva pubblicato il suo “vangelo”, il Libro Verde, in cui enunciava il suo credo, imperniato su democrazia diretta e socialismo, le basi di una nuova teoria universale alternativa alla democrazia liberale e al comunismo. Per decenni il consenso non manca, anche se in alcuni casi serve la mano pesante per reprimere il dissenso di senussi e radicali islamici, come nel carcere di Abu Salim nel 1996 dove vengonotrucidati circa 1200 detenuti secondo Human Rights Watch.

Il resto è storia recente. Revocato l’embargo dall’ONU, dopo l’11 settembre il colonnello si riavvicina a UE e USA, proponendo il suo know-how in fatto di repressione del radicalismo islamico. La Libia viene così cancellata dalla lista degli stati canaglia in cambio della rinuncia alla produzione di armi di distruzione di massa, avvenuta nel 2004 dopo la scoperta di un carico di uranio destinato alla Libia da parte di Cia, Mossad e Sismi. Viene inaugurato un lungo periodo di collaborazione con i governi occidentali, in particolare con quello italiano, con cui firma uno storico trattato di amicizia nel 2009. I suoi eccessi fanno sempre discutere, ma viene sempre accolto con i migliori riguardi da tutti i Grandi, e l’imbarazzante amicizia con Berlusconi fa discutere, in Italia e fuori. Rimane comunque un interlocutore obbligato in materia di lotta al terrorismo, di contrasto all’immigrazione clandestina e di approvvigionamenti di petrolio e gas. Sembra intoccabile il rais, invece all’improvviso tutto crolla: lo tsunami delle rivolte arabe del 2011 travolge anche lui, per molti inaspettatamente. Attaccato dai ribelli della Cirenaica e abbandonato da molti amici e collaboratori, pare ancora in grado di resistere e contrattaccare ma questa volta il vecchio nemico, la NATO, per motivi umanitari o economici che siano irrompe nella guerra civile e determina la sua sconfitta.

L’Ultimo Gheddafi lo abbiamo visto nei drammatici video che hanno documentato la sua fine, il 20 ottobre 2011. E’ un uomo terrorizzato, sgomento e impotente di fronte ad una folla inferocita che lo odia, che lo vorrebbe linciare. Solo pochi mesi fa faceva ancora paura, quando arringava i suoi fedeli nelle piazze di Tripoli, lanciando proclami pieni di odio e minacce verso l’Occidente, e non pochi, soprattutto in Italia, qualche timore lo hanno provato, memori anche dei missili lanciati contro Lampedusa nel 1986. Non stiamo a giudicare in questa sede chi ha deciso di porre fine alla sua vita in modo così brutale. Certamente la morte violenta a freddo senza processo non la merita nessuno, neanche il peggior criminale, ma al termine di quarantadue anni di repressione e di una guerra civile sanguinosa non è sempre facile calmare gli animi di uomini imbevuti di sete di vendetta. In Italia nel 1945 non andò molto diversamente.

Mu’ammar Gheddafi è stato un soldato, un re, un terrorista, un interlocutore autorevole e affidabile, uno spietato dittatore, un folle. Senza di lui la Libia può avviarsi a un futuro migliore e democratico, sempre che le varie anime del CNT riescano a mantenere la concordia e a non deviare in nuovi autoritarismi o in regimi islamici integralisti. Domenica 23 ottobre il Segretario del CNT e ora Capo di Stato ad interim Mustafa Abd al-Jalil ha proclamato a Bengasi la liberazione nazionale, non mancando di richiamarsi alla Sharia islamica quale legge fondamentale del paese. La guerra è dunque finita, la nuova Libia è ancora tutta da costruire.

Francesco Linari – www.opennews.it

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Pregate se volete, ma soprattutto Pagate, versate denaro nelle tasche della Chiesa. Perché è questo ciò di cui ha più bisogno. ” Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”. Parole Sante. Magari no; a pensarci bene la nota dichiarazione di Paul Marcinkus poco si presta a tale definizione.

Certamente le affermazioni dell’ormai defunto arcivescovo originario della violenta Chicago di Al Capone trovano concreta rispondenza nelle carte dell’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, reso pubblico solo dopo la sua (2003) e contenente circa 4000 documenti riservati della Santa Sede, testimonianza e prova incontrovertibile di una vera e profonda devozione verso il denaro. Sì, perché basterebbe osservare con attenzione Piazza San Pietro, con il suo imponente colonnato architravato, o la basilica stessa, per comprendere la vera natura di un’istituzione la cui spada di Damocle è divenuta nel tempo garante di imprese e gesta contraddittorie ed ambigue espressioni della divina responsabilità di cui si fa portatrice. Ciò che di realmente interessante emerge dalle carte curate da colui che per più di vent’anni fu uno delle figure più importanti nella storia dello IOR è che, non solo la Santa Sede possiede un apparato finanziario molto attivo, ma che addirittura le sollecitazioni che questo riceve discendono da una intricata rete di operazioni dalla sospetta forma e sostanza.

Proprio il caso Marcinkus racconta la storia di uno degli uomini più importanti nella storia della finanza vaticana, storia che lo vede protagonista assoluto di spregiudicate movimentazioni finanziarie e di alleanze con Banchieri Corrotti come Roberto Calvi e uomini di mafia come Michele Sindona.
Nell’anno 1971, infatti, successivamente alla nomina di presidente dello IOR dell’americano, il trio Marcinkus – Sindona – Calvi, arriva a manipolare gli andamenti della borsa di Milano.
Nello stesso anno Michele Sindona, colui che porta i capitali della mafia, riesce ad aggiudicarsi la Franklin, ventesimo istituto bancario nella graduatoria U.S.A. La crisi economica del 1973 porta però cattive notizie alla truffaldina triade che nell’anno successivo vede il suo castello di sabbia inabissarsi sotto l’onda catastrofica del crac Franklin, con perdite di due miliardi di dollari (nel 1980 Sindona verrà condannato a 25 anni di reclusione). La chiesa perde dai 50 ai 250 milioni di dollari. Un Caso?

È il momento di Calvi, che subentra all’ormai ex-alleato Sindona, a cui viene affidato l’onere di creare un potente polo bancario cattolico. Nel 1978 però sarà lo stesso Sindona a determinare un’ispezione della Banca D’Italia all’Ambrosiano (la banca di Calvi), dalla quale emergeranno crediti senza coperture ed alti rischi di liquidità. La pericolosa situazione invita Marcinkus e Calvi ad incontrarsi per firmare un accordo a fronte del quale il banchiere si sarebbe assunto la totale responsabilità per le operazioni passate e future; d’altra parte lo IOR offre all’Ambrosiano delle lettere di Gradimento in grado di garantire i debiti esteri sino al 30 giugno 1982, con conclusiva consegna di 300 milioni allo IOR.( il piano fallirà e Roberto Calvi verrà trovato morto, impiccato, sotto il Black Friars Bridge di Londra il 18 giugno 1982)
Molti penseranno che queste siano fandonie o semplicemente speculazioni, altri probabilmente potranno pensare che si tratti di un caso, perché come è ovvio che sia, il male si insidia ovunque, ed anche coloro i quali appartengono ad un mondo così “vicino alla luce divina” possono cadere in tentazione.
Del resto la Chiesa ci insegna che il nostro stesso mondo sarebbe figlio della tentazione (Che sia una mela o qualche milione di dollari la non fa differenza).

Tanto per essere franchi, gli uomini corrotti tra le mura leonine non sono esattamente quella che si suole dire una rarità.  Dopo la caduta dell’”Impero Marcinkus” la situazione non cambia. Il suo successore, Monsignore Donato de Bonis, sedicente” fautore della moralizzazione”, uomo dal Low Profile, coinvolge la finanza vaticana in operazioni degne della precedente gestione.
Negli anni novanta il vescovo potentino costruirà un sistema di offshore volte a riciclare denaro entro le mura vaticane con conti criptati.
Il conto n. 001 – 3 – 14774-C, appartenente ad una fantomatica Fondazione Spellman, diviene oggetto di movimenti come un deposito di 494.400.000 lire ad un tasso d’interesse garantito del 9% annuo, ed è proprio il conto la cui titolarità sarebbe dovuta passare, alla morte del vescovo, a Giulio Andreotti, per “opere di assistenza e carità”.
A questo punto risulta innegabile il rapporto che lega lo IOR a personaggi politici di grande rilievo, a loro volta chiaramente collusi.
Tra il 1987 ed il 1992 lo stesso conto riceve poi, sempre per opera di de Bonis, accrediti per 26 miliardi di lire, conto che vive anche movimenti in uscita, come il miliardo e 536 milioni donati all’altrettanto fantomatico Comitato Spellman, o come il milione di dollari versato nelle tasche del cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves.
Nuovamente Giulio Andreotti, alias Julius, appare tra i documenti di un bonifico di ventisettemila dollari per il tedesco Alexandre Michel. Ovviamente la storia non finisce qui, ma credo che da queste vicende si evinca chiaramente la natura compromessa dell’istituzione che più di tutte gode dell’incondizionato amore dei suoi seguaci e di cui mai, i seguaci stessi, sarebbero disposti a mettere indubbio l’integrità.
Ma i fatti parlano chiaro.
Tra il 2005 ed il 2007 la chiesa ha venduto immobili per un valore di 50 milioni di euro, che vanno ad incrementare un patrimonio di circa 6.000.000.000 di euro. In Italia i posti letto gestiti da religiosi sono circa 200.000.

Il costo medio di un ospedale distrettuale africano (medicina e chirurgia generali, pediatria,
ostetricia, attività ambulatoriali e preventive) è intorno ai 400-500.000 euro per anno.
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Leonardo Pierri – www.opennews.it

Judas: il protocollo dell’eccesso

Pensavo di dover aspettare fino a questa mattina per vedere il nuovo video di Lady Gaga, Judas, ma inaspettatamente già gira su internet da qualche ora. E’ il secondo singolo estratto dal nuovo album di Lady Gaga, Born this way, che uscirà il 13 maggio.

Ha suscitato sin da subito polemiche per il suo testo : un’invocazione al traditore, presentato come amante crudele da cui si è attratti inesorabilmente, un emblema di come molto spesso siano il male e l’oscurità ad attrarci e trascinarci verso il baratro. Il video è ricco di immagini religiose ed è incentrato sulla vicenda di Giuda, Gesù e Maria Maddalena alias Lady Gaga, ovviamente il tutto rappresentato in modo inaspettato, eccessivo e ricco, in pieno stile Germanotta. Gesù viene interpretato da un giovane attore dai tratti esotici, che tradisce l’ immagine classica e la prima scena si apre con una rappresentazione sui generis del Messia e dei suoi seguaci : una banda di motociclisti con tanto di giubetto di pelle personalizzato capitanati da Gesù con una corona di spine dorata e dalla nostra Gaga\Maria Maddalena. Il video poi prosegue con una nuova versione dell’ultima cena che si trasforma in un party dai toni scuri e trasgressivi, tra individui vestiti di pelle, balletti e risse. Gesù sembra una star smarrita che si spinge tra la folla di adulatori seguito dalla sua tacita compagna e su cui aleggia sempre l’ombra di Giuda, che sprigiona una forza malefica e attrattiva. Non mancano ancora molti riferimenti religiosi come il bacio di Giuda e la lavanda dei piedi . Lady Gaga è protagonista indiscussa: sfoggia look inimitabili e straordinari che ricordano odalische, regine e tra cui ho visto riferimenti a donne carismatiche della storia come Cleopatra o Maria Antonietta.

Un video di forte impatto sia per la sua teatralità, per i colori e i costumi usati, ma anche ovviamente per il tema molto delicato; non è mai facile parlare di fatti religiosi e ancora meno lo è quando si fa una rivisitazione così particolare. Un video che non mancherà di far discutere e di far contrapporre i fans di Lady Gaga ai suoi avversari. La cantante, infatti è un personaggio che divide. Ha venduto milioni di dischi nel mondo e ha avuto un successo planetario nel giro di pochi anni eppure sono molte le persone poco entusiaste di questa cantante e molti vedono in lei il classico fenomeno passeggero, una futura meteora o una ragazza che le prova tutte per di fare notizia e risultare stravagante. Personalmente ho sempre apprezzato Lady Gaga, fin dai primi singoli, ho visto in lei un unione di musiche orecchiabili e divertenti, testi significativi e tanta teatralità e glamour! E’ vero Lady Gaga non è solo musica ma penso che ciò non debba essere visto come un aspetto negativo ma come un evoluzione della figura del cantante adatta ai nostri tempi. Oggi non basta più avere una bella voce e sempre di più si fatica a vendere cd… è così che nasce l’esigenza di un’artista che sia completo, che sappia cantare, ballare, stupida e che sappia dialogare con il pubblico. Questo è uno degli aspetti che più mi ha colpito di Lady Gaga, specie dopo averla vista dal vivo lo scorso 9 novembre nel suo concerto a Torino : Gaga vive e lavora per i suoi seguaci, e dialoga con loro continuamente, racconta di sé, delle sue debolezze e insicurezze che l’hanno caratterizzata sin da ragazzina, racconta di come si addormenti con addosso i vestiti da scena e di come segua regole rigide (come la presunta astinenza sessuale) per non guastare la sua ispirazione e la sua concentrazione.

Lady Gaga vuole essere la più strana, vuole stupire, ma desidera anche essere un modello per i suoi fans e vuole insegnare loro valori importanti come la tolleranza, la libertà e il rifiuto di ogni tipo di pregiudizio ( messaggio ad esempio del suo precedente singolo Born This Way ). (Vendendo le schiere di fans che la seguono e che imitano il suo look, i suoi modi di fare penso che ci sia riuscita.)

Penso Judas riesca a rappresentare bene Lady Gaga, il suo personaggio e i suoi ideali. Il ricorrere ad un tema e a riferimenti così “difficili” non deve essere considerato come una semplice voglia di apparire e catturare l’attenzione ma è un modo per comunicare un messaggio importante ovvero il fatto che ogni uomo e donna sia preda di lotte interiori e di debolezza… Una debolezza che può prendere forme diverse : la debolezza di fronte alla seduzione del male, la debolezza di chi non sa scegliere da che parte stare, la debolezza di chi tradisce e inganna e la debolezza di chi nella sua forza non sa e non vuole difendersi dal nemico peggiore,che non penso sia il diavolo o una strana forza superiore ma il nostro compagno, il nostro simile, l’uomo.

Malvina Podestà – www.opennews.it

 

 

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