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Primarie Repubblicane: Come Gingrich rubò il South Carolina

 

 

Le riviste avevano già messo la sua faccia con taglio di capelli presidenziale in copertina, pensando a lui come al grande oppositore bianco di Obama. Ma la sua faccia sorridente del padre della famiglia Mulino Bianco ha dovuto incrinare il sorrisetto televisivo ed evitare di gioire. Mitt Romney, mormone, 64 anni, si è visto rubare per una manciata di voti l’Iowa da Rick Santorum. Tanto Rick aveva già il New Hampshire. ‘Se vince in South Carolina, e vincerà – urlavano i commentatori politici nelle televisioni americane – potranno tutti andarsene a casa perché Romney sarà il candidato alla presidenza del partito repubblicano’. E poi il 21 gennaio con sorpresa per tutti, Newton ‘Newt’ Gingrich, che era arrivato solamente quarto in New Hampshire e quinto in Iowa, si è portato via il Palmetto State sotto gli occhi del sempre più frustrato Romney. Era la prima volta dal 1980 che i tre stati, i cosiddetti ‘early states’ delle primarie, andavano a tre candidati diversi.
Ma come ha fatto il quasi settantenne, capelli bianchi appoggiati al faccione tondo da bambino, a battere Romney, dato ormai per vincitore? La sua lunga esperienza politica iniziata negli anni ’70 gli ha insegnato bene come funziona il grande circo delle elezioni. Ha preso da parte il suo collega di primarie Rick Perry e gli ha detto: ‘Senti, qui siamo in troppi, e se il voto si divide tra di noi vince quel mormone lì. Quindi la cosa migliore per tutti è se te ne vai e dai il tuo appoggio a me. Così sono, ehm.. siamo più forti.’ Così Perry si è ritirato due giorni prima del voto.
Allora gli amici di Romney hanno iniziato ad attaccarlo per i suoi tre divorzi. Gingrich ha fatto presto, si è fatto dare 5 milioni di dollari dal proprietario del Venetian Hotel & Casino di Las Vegas per pagarsi degli spazi in TV e lì ha distrutto l’immagine dell’azienda di Romney. E poi gli ha chiesto, ‘ma te, quanti soldi fai all’anno?’ E lì Romney non sapeva cosa rispondere. ‘Ve lo dico ad aprile, dopo che sono sicuro di aver vinto le primarie.’ Ma se c’è qualcosa che gli americani detestano è la nebbia intorno alla vita personale dei loro candidati, così tutti in coro hanno chiesto chiarezza, ‘Vogliamo vedere la sua dichiarazione dei redditi. Subito.’ Romney ha sudato freddo. ‘Sai, le mie sono pubbliche da quindici anni’ ha detto Gingrich gongolante. E si è portato via il voto del South Carolina.

 

Giulio Silvano

Il femminismo a portata di sguardo

Donne lavoratrici, donne mamme, donne stanche, donne entusiaste, donne che preparano cene e resoconti finanziari. Donne con tante idee nella testa e pochi soldi nelle tasche, donne che non sanno di essere svantaggiate, donne che combattono per smettere di esserlo, ma, soprattutto, donne consapevoli d’essere donne.

Sono queste le numerose scese in piazza a Roma e in varie città d’Italia l’11 dicembre per l’ultimo appuntamento al femminile organizzato dal comitato “Se non ora, quando?”.

Questa volta la politica non c’entra davvero nulla, non c’entra l’esasperazione per gli harem di un premier decaduto, per le cariche politiche assegnate in base alla misura di reggiseno; questa piazza è una piazza pieni di cervelli e cuori coscienti del fatto che non è un uomo dalle dimensioni ridotte a poter privare la donna del suo ruolo, della sua parte all’interno della società. Ciò che imprigiona la donna nella sua gabbia “rosa” tutta fatta di tenerezza e sensibilità è un sistema in piedi da secoli, una cascata di stereotipi che si riflettono sì sulla realtà, ma in un rapporto di alimentazione reciproca.

Le donne in piazze gridano la loro voglia di essere riconosciute in completezza, come madri, come lavoratrici, come potenzialità per il nostro paese. Rivendicano il loro ruolo di straordinaria importanza nell’uscita dalla crisi, chiedono la possibilità equamente divisa tra madre e padre di accudire i figli. Parlano di incentivi al congedo di paternità, che è un diritto dell’uomo, non un modo per incastrarlo.

Sotto un cielo grigio ma con garbo, si susseguono interventi,buona musica, comizi accorati.

Sì,perché la questione femminile esiste ancora. E’ viva, agisce in silenzio senza che nessuno se ne accorga, se non gli addetti al settore. Lo stereotipo si insinua nella pubblicità, che a sua volta si insinua nella nostra mente, proponendoci immagini che nemmeno ci preoccupiamo di mettere in discussione. Basta accendere la televisione per vedere come quasi sempre i prodotti per la cura della casa siano pubblicizzati da figure femminili. Ciò infastidisce non perché, indignate, vogliamo rifiutarci di impugnare l’ aspirapolvere e pulire casa, ma perché questo tipo di marketing non si preoccupa di interpretare una realtà che sta cambiando; crede che il frullatore multifunzione possa interessare solo alle donne, a cui è da sempre affidata la cura della casa, e non ai numerosi uomini che altrettanto si dilettano in cucina!

Per non parlare poi di quelle pubblicità che offendono senza tanti peli sulla lingua la nostra femminilità, quei cartelloni che scelgono delle donna solo l’ eloquente culetto, tralasciandone gli occhi. Ci sono poi quei giornalisti che credono che la soluzione per l’aumento della natività in Italia risieda nel togliere i libri alle donne, ma questa è un’altra storia.

L’ultima pubblicità che ha scosso il mio spirito femminista promuove un prodotto di una nota marca di alimenti surgelati. In una reclame d’evocazione vintage si legge: “ATTENZIONE MOGLI! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!” Questa pubblicità racchiude, a mio parere, stereotipi tra i più classici: la moglie cucina per il marito; il marito porta fuori la moglie a cena; ultimo e forse il più fantasioso, frutto del nostro secolo: il miglior piatto che si possa cucinare è un piatto surgelato, preparato da terzi.

Sebbene quindi la questione femminile appaia come superata, sebbene la “battaglia” delle donne sembri completamente vinta, non è così. Abbiamo sì ottenuto il diritto di voto dai tempi delle repubblica, possiamo sì studiare, diventare manager, entrare in politica, fare appello alle pari opportunità ma dobbiamo accettare il fatto che ciò susciti ancora scalpore, ecco il vero problema. Una donna con due figli ed un lavoro a tempo pieno è una specie di eroina da pellicola, un uomo con due figli ed un lavoro a tempo pieno, è semplicemente un padre di famiglia, poiché le possibilità che i ruoli offrono sono differenti.

Per far si che la società muti, bisogna che la nostra testa muti; questo può però succedere solo con uno sguardo attento e critico, uno sguardo che vada oltre numeri e statistiche, che sia in grado di fare i conti con la realtà e non solo sulla realtà. Il cambiamento non può essere dettato dall’alto di una norma, con la creazione di quote rosa; il cambiamento va costruito insieme,consapevolmente, parte dalla testa finisce nel cuore, per poi ricominciare il ciclo.

Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it 

Presidenziali USA: il triangolo no! (o forse si)

In ambito elettorale gli Stati Uniti sono sempre stati il paese in cui il sistema bipolare ha sempre dato ottimi risultati, il binomio democratici-repubblicani è sempre stato l’esempio più paradigmatico di perfetto bipolarismo. Due partiti, due candidati. Che vinca il migliore. Questo non vuol dire che non ci siano altri partiti negli Stati Uniti, anzi, proprio per la totale libertà di espressione che esiste nella nazione, ne è presente un bouquet, movimenti sempre snobbati dai quotidiani, tra cui un partito nazista – vi ricordate quelli dell’Illinois nel film The Blues Brothers? – ed uno per la rivoluzione maoista in America. Ma non sono questi i nemici veri del forte bipolarismo statunitense.
I veri possibili distruttori del solido binomio di sfidanti sono gli indipendenti. Spesso personaggi di rilievo, anche lontani dalla politica, ricchi e annoiati, che decidono di usare parte della fortuna personale per conquistare la poltrona vellutata della Casa Bianca. È successo nel 1992 e nel 1996 con Ross Perrault, ma addirittura il già Presidente Theodore Roosevelt aveva nel 1912 incrinato la vittoria repubblicana presentandosi da solo, e c’è chi tuttoggi incolpa Ralph Nader per aver fatto guadagnare a George W. Bush il suo primo mandato rubando quasi 3 milioni di voti al democratico Al Gore. Nessuno di questi ‘terzi incomodi’ è mai stato eletto presidente, e quasi sempre hanno smesso di far politica subito dopo le elezioni. L’unico non appartenente ad alcun partito a diventare Presidente degli Stati Uniti è uno solo, il primo, George Washington.
Già da tempo si sente parlare di una possibile discesa in campo di Michael Bloomberg, miliardario – forbes lo ha elencato al dodicesimo posto nella lista dei più ricchi d’America con un patrimonio calcolato a 19.5 miliardi di dollari – sindaco di New York dal 2002, filantropo ed estremamente progressista nel suo conservatorismo, si è pagato l’università facendo il parcheggiatore prima di fondare la Bllomberg L.P, azienda leader nel settore di informazione e software finanziari. Inizia a far politica con il partito democratico, si fa eleggere poi alla poltrona di sindaco della Grande Mela come repubblicano per poi lasciare il partito nel 2007 e fregiarsi del titolo di indipendente. Quest’ultima mossa è stata vista come una chiara intenzione di andare verso le elezioni presidenziali, ma dopo abbondanti speculazioni giornalistiche si è tirato fuori da ogni possibilità di correre.
La paura è poi tornata per le elezioni del 2012. Un Obama in bilico, il giudizio degli elettori non è chiarissimo, ed un gruppetto di clown islamofobici a contendersi le primarie repubblicane sarebbero elementi di grande interesse per un terzo candidato che per una volta potrebbe anche farcela e scardinare il perfetto bipartitismo statunitense. I giornalisti fremono, i candidati, timorosi, non commentano, e Mike aspetta prendendo la metropolitana per raggiungere l’ufficio. Chissà che tra un anno non possa semplicemente andare a piedi, come disse Kennedy appena eletto presidente: la paga non è male, e posso andare in ufficio camminando.

 

Giulio Silvano

Il giornalismo ieri, oggi, domani- Incontro con Enrico Mentana

Non è finita l’era del buon giornalismo, nè mancano del tutto degli incontri culturali ben
strutturati e stimolanti. Proprio ieri pomeriggio, 18 novembre, nell’Aula Azzurra del palazzo della Scuola Normale Superiore di Pisa, Enrico Mentana ha parlato del giornalismo passato, moderno e futuro.  É riconosciuto dai più, ha cominciato, come in Italia particolarmente i fatti non siano mai trasmessi senza una pesante patina di opinione più o meno personale; un’opinione spesso così politicizzata da fare da discriminante per quanto riguarda non solo la scelta dell’emittente ma pure l’interesse stesso per la notizia. Per di più queste interpretazioni, rosse, verdi, gialle che siano sono arricchite di vocaboli ricercati, gonfi, colti, incomprensibili specialmente in materia politica; basti pensare al buffo fenomeno per cui “chiunque di noi “va a Pisa”, mentre se si tratta del Presidente della Repubblica questi “si reca a Pisa””(parole di Mentana). I risultati di tutto ciò sono evidenti: ciascun giornale, ritagliando solo le notizie adatte alla sua tintarella, trasmettono interpretazioni che gli ascoltatori o i lettori faticano a decifrare, ma appoggiano solo in base allo schieramento.

Facendola breve, negli ultimi anni si è trattato per lo più di pro o contro Berlusconi, il cavallo su cui ogni rivista e ogni telegiornale ha scommesso in maniera diversa, cavalcando l’opinione pubblica, trovandosi le pagine praticamente ogni giorno già compilate dal solito protagonista, commettendo il fatidico errore di ignorare tutto il resto. Dove eravamo noi quando nei mesi e negli anni si  sentivano già i tuoni del temporale finanziario(Irlanda, Grecia, Spagna..)? Dove ancora quando si trattava di nuove elezioni nella penisola Iberica? Dietro a Berlusconi, ovvio! Ed ora si apre un periodo che Mentana ha definito “al cloroformio”, in cui i giornali devono di nuovo sforzarsi di riempire le pagine, in cui si dovrà guardare oltre al nostro naso, in cui forse il talk show politico perderà un pò di ascolti, in cui magari si potrà cambiare il modo di fare giornalismo. Ciò che lui intende sotto a questo nome è un fornire informazione chiaramente, come il grande Indro Montanelli, trattare tutti i fatti e quanto più apoliticamente, parlando “come si mangia”, “sine ira et studio”(sue citazioni), come se si parlasse liberamente e non come se si stesse scrivendo un saggio.  Questo è il buon telegiornale, il buon giornale, perchè quello che fa il furbo verrà sempre scoperto; dicendola con un suo esempio, se un fornaio dice  che non è stato affatto sfornato il pane oggi ma quello vicino lo ha, è facile capire chi ha imbrogliato e sapere domani dove rivolgersi.

Certo, non trascurabile il ruolo che Facebook, Twitter oltre ai miliardi di altri blog e siti informativi su internet (e qui ci sentiamo chiamati in causa) stanno giocando; più mediatori non rendono solo duro il pane a quelli che scrivono nei quotidiani aumentando la concorrenza ma anche più arduo il compito di distinguere le notizie affidabili.

Dopo questi e molti altri discorsi, Mentana ha concluso con un grigio parere sull’intraprendere questa carriera oggi: sconsigliato a chi ne voglia dipendere finanziarmente, a chi non sia mosso da grande passione, incoscienza, a chi non sia abbastanza intransigente nel venire a patti e a chi non possa vantare una gran fortuna.

Insomma, un grande giornalista ha concluso così, sulle note di “Uno su mille ce la fa”.

 

Chiara Piotto

La strana coppia “Papasconi” ovvero: united we stand divided we default!

Non abbiamo tempo di attendere la naturale evoluzione del quadro politico. Il Presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un Governo di salute pubblica. Ci sono momenti in cui ridare coesione al paese viene prima di ogni altra considerazione”. Indovinello: chi affida alla rete un’esternazione così solenne e vibrante, grondante buon senso e un’aura quasi “quirinalizia”? Eccone un’altra: ”Se la mozione di sfiducia puntasse alla nascita di un governo di larghe intese e unità nazionale io la voterei. Da mesi mi batto per questa soluzione. Come potrei tirarmi indietro di fronte ad una realizzazione?”. Il mistero si infittisce: un altro accorato appello che tradisce (di striscio) una sottaciuta (ma altrettanto vibrante) ambizione. Concludiamo con una nota ufficiale, di un Ufficio della Presidenza della Repubblica: “E’ stato raggiunto un accordo per formare un nuovo governo che conduca immediatamente il paese alle elezioni, dopo aver ratificato le decisioni prese (in sede europea)”.

Tutto bene quel che finisce bene? Gli appelli iniziali sono stati raccolti e hanno trovato degna soddisfazione nell’agognato e invocato “governo di unità nazionale”? La realtà è lievemente più complicata: le prime due dichiarazioni sono del “divin” Luca Cordero di Montezemolo (presidente “rampante”, da mesi nei box della politica italiana) e del senatore Beppe Pisanu (democristiano di razza, un cursus honorum da far impallidire, attuale presidente della Commissione Antimafia ed eretico PdL in tandem col felpato Scajola), mentre la terza è del Presidente della Repubblica … Karolos Papuolias. Ebbene sì: se a Roma si urla e si strepita in attesa del fatidico “passo indietro” del Cavaliere, ad Atene il mite e incolore Papandreou ha rassegnato le dimissioni con l’onore delle armi e già si discute, all’ombra del Partenone, del salvifico governissimo social-conservatore che dovrebbe far ingoiare alla Grecia le ennesime misure di austerity invocate (perdonate l’eufemismo) dai tecnocrati di Bruxelles.

Roma e Atene, al di là delle virtuose ascendenze classiche, sono spesso apparse legate dal filo rosso dei corsi e ricorsi storici (la parallela dittatura fascista negli anni Trenta, il tragico “clash” dell’improvvida e sprovveduta invasione italiana con la frantumazione reciproca delle reni di mussoliniana memoria, il lavacro della “guerra civile”, gli spettri del comunismo nell’immediato dopoguerra, l’incubo dei colonnelli concretizzato sulle rive dell’Egeo e spacciato per imminente sulla scena italiana) benché divise da ben altri indicatori (in primis, economici). “Siamo noi la prossima Grecia”, “Dopo i greci gli italiani” sono alcune delle affermazioni più fruste e frequenti dell’interloquire quotidiano, dalla poltroncina dell’autobus allo scranno di Montecitorio, dal sedile del treno al pouf dei talk-show. Come la Grecia è il titolo del brillante saggio del corrispondente da Roma per la tv pubblica greca ART Dimitri Deliolanes che, in una recente intervista a Panorama scandisce: “Il rischio che l’Italia faccia la fine della Grecia esiste. Anche se il vostro Paese ha un’economia molto più forte della nostra, sappia che non può perdere altro tempo”. Eccoci quindi giunti al coronamento di una tale, ondeggiante, corrente di pensiero: la bruciante vignetta pubblicata dal francese Le Monde. Da un lato un Sarkozy grigiastro e spaesato appeso come uno zainetto alle possenti spalle di una giunonica e severissima Angela Merkel, in posa da maestrina; dall’altro un Papandreou abbattuto e lacero (nella sua tragicomica divisa da euzone) legato strettamente ad un Berlusconi scalciante e rubizzo. La satira è tagliente: “Après les Merkozy … les Papasconi”. Una crasi inappellabile, lapidaria come il ritmo altalenante dello spread.

Come si è arrivati a tutto ciò? Le dinamiche della scorsa estate sono note a tutti: l’infinita e defatigante contrattazione a livello europeo per la salvezza di uno Stato ormai spacciato e condannato alla bancarotta, la cacofonia di opposte dichiarazioni date in pasto alle agenzie a mercati ancora aperti, le montagne russe degli indici borsistici e del famigerato differenziale (alias spread) assurto a totem e misuratore insindacabile di valori evanescenti come fiducia e credibilità internazionale, il declino annunciato da fior di editoriali della bistrattata valuta comune. Sullo sfondo, la lenta e inesorabile caduta dei “porci d’Europa” sotto i colpi della speculazione finanziaria, il giudizio divino delle agenzie di rating calante come saette di Zeus dall’Olimpo dell’alta finanza, l’afflosciarsi dei governi come castelli di carte sottoposti alla sferza dell’indignazione popolare. Sul sito della Deutsche Welle una fiammeggiante cartina dell’Eurozona fornisce la dimostrazione plastica della debolezza della “Politica”, destinata a sfaldarsi sotto i colpi di maglio dei mercati e dell’economia corrotta dalla finanziarizzazione sfrenata: governi sfiduciati ed erosi dai morsi della crisi oppure costretti a tendersi come elastici per racchiudere nella morsa della responsabilità condivisa anche i competitor e gli avversari di sempre, in un estremo tentativo di burden sharing. Su 17 (più l’Inghilterra senza euro), solo tre possono essere definiti “in buona salute”: quelli di Malta, Lussemburgo ed Austria.

Ultime della lista Grecia e Italia. La prima, traghettata dal mesto rampollo della dinastia socialista Papandreou verso un futuro di depressione e sacrifici inenarrabili; la seconda (pur sempre “la terza economia d’Europa” ha ricordato ossessivamente Sarkozy al vertice di Cannes, forse per farsi perdonare la risatina sarcastica sfuggitagli alla conferenza stampa di qualche settimana fa) affidata alla guida controversa del Cavalier Silvio Berlusconi e della sua maggioranza “forza- leghista” (per rubare un termine caro al professor Ignazi) perennemente in affanno. Le somiglianze tra i due componenti della lugubre crasi di Le Monde sono davvero difficili, se non impossibili, da rintracciare: da un lato un uomo di sinistra socialdemocratica e riformista (non certo un comunista!), “figlio d’arte” del vecchio leone Andreas (al cui confronto, sibila Deliolanes in modo bilioso e sin troppo irriverente, “è un poveraccio”), con alle spalle prestigiosissimi studi negli Stati Uniti (in Grecia il suo terribile “Greekenglish” è fonte di borbottii e commenti sarcastici), leader discusso di una compagine partitica gerontocratica e correntizia, inchiavardata nell’asfissiante duopolio Pasok/Nuova Democrazia (contraddistinto storicamente dalle piaghe del voto di scambio, della corruttela diffusa e dello sfruttamento morboso delle mammelle di Stato per oliare i meccanismi democratici provati dalla dittatura militare). Dall’altro, il tycoon, l’imprenditore spregiudicato, l’orgoglioso e carismatico spregiatore della politica “partitica” e “professionale” travolta dallo tsunami di Mani pulite a inizio anni Novanta, l’autore della leggendaria “discesa in campo” che prometteva la prima, vera e autentica rivoluzione liberale mai attuata nel Bel paese guidato per quasi mezzo secolo dalla placida e inamovibile Balena Bianca. Non voglio dare una caratura politica ad un articolo che vuole costituire (almeno nell’intento) una spassionata comparazione tra i leader di due Stati accomunati dal triste destino di “malati d’Europa”. La via crucis del governo Berlusconi – Bossi -Scilipoti (mi perdoni Antonio di Pietro se prendo a prestito una sua formidabile e sfrontata formula polemica) è palese, concreta, certificata dai media internazionali e dagli stessi esponenti della maggioranza: il glaciale distacco tra il premier e l’intellettualoide e altero superministro dell’Economia, i sommovimenti interni alla Lega, le frequentissime debacle parlamentari, le infornate strategiche di sottosegretari per attirare, con il miraggio di una redditizia casella di sottogoverno, potenziali transfughi dell’opposizione. Se per Papandreou l’esordio al vertice politico ellenico è stato segnato dalla sfortunata congiuntura di eventi (la crisi economica, l’amara scoperta dello sconsiderato maquillage a cui erano stati sottoposti i conti pubblici dal governo conservatore uscente, la spada di Damocle della scomoda ed esigente tutela della “troika”), Silvio Berlusconi ha avuto tutto il tempo (l’esordio fulminante nel 1994, la trionfale legislatura 2001-2006, la “luna di miele” nel 2008 dopo il suicidio del secondo governo Prodi) per dimostrare sul campo la propria abilità e la concreta realizzabilità del suo programma. Se ad Atene un socialista è costretto a falcidiare il settore pubblico e a sfrondare il generoso Welfare State (eretto, ironia della sorte, anche dal padre Andreas!), a Roma l’”imprenditore prestato alla politica” sarebbe potuto apparire come l’uomo giusto al posto giusto per risollevare le sorti della scalcinata “azienda Italia” tramite una robusta iniezione di concorrenza, razionalizzazione fiscale e spirito d’impresa. Così non è accaduto, purtroppo.

United we stand? La foto è epocale, da allegare al prossimo manuale di storia contemporanea nel capitolo sulla crisi dell’euro. Stavolta non c’è il Cavaliere, ma il suo omologo (di centrodestra) greco: Antonio Samaras, leader del partito conservatore Nuova Democrazia e poco accomodante avversario dell’attuale premier (nonché suo compagno di studi, in America). Papandreou fissa l’obiettivo con gli occhi spenti dell’agnello sacrificale, perché ciò che ha appena scaricato sulla bilancia del compromesso è la testa (metaforicamente parlando) del suo flebile governo, benedetto comunque dalla fiducia parlamentare di venerdì scorso; giusto di fronte a lui Samaras si trincera dietro uno sguardo corrucciato, da esecutore testamentario, costretto a trangugiare la pillola amara delle misure di austerity finora strenuamente avversate per tentare (malamente) di “capitalizzare” il dissenso e l’insofferenza degli elettori. Lo scambio è avvenuto davanti al notaio della Repubblica, il presidente Papuolias, dopo l’accordo raggiunto in extremis, nella giornata di domenica, per un governo di larghe intese. Puntuale, si è già scatenato il toto-nomi per la premiership: a spuntarla potrebbe essere (secondo indiscrezioni) Lukas Papademos, professore ad Harvard, ex vicedirettore della Banca Centrale europea e vicino al punto giusto al Pasok da incassare la doppia fiducia, di maggioranza e opposizione. Al di là delle tensioni e delle manovre diplomatiche tra gli schieramenti, la mission del (probabile) governissimo Papademos è ardua e durissima: “sulle sue spalle grava l’erculeo compito di tenere a bada le finanze pubbliche e mantenere l’ordine sociale” sintetizza la Suddeutsche Zeitung, “ci si aspetta che governi per un paio di mesi, il tempo necessario per implementare l’accordo sul debito e approvare il bilancio del 2011” chiosa il NY Times. Comunque sia, il passo è stato fatto, il tenue segnale luminoso è stato inviato ai mercati in tempesta e la caratura europea e internazionale del premier in pectore potrà (ragionevolmente) riservare alla Grecia una dose supplementare di credibilità e fiducia. E Roma cosa attende? Un candidato simile esiste. Basta trovare la forza e la volontà politica di richiamarlo da dietro le quinte e affidargli, con il consenso di tutto l’arco costituzionale, le chiavi di palazzo Chigi. Nessun demiurgo, nessun salvatore della patria, nessun Uomo della Provvidenza. Solamente la coerenza, lo spirito pubblico, l’attenzione per il bene comune (al di là dei calcoli meramente elettorali) che solo un civil servant può assicurare.

Simone Ros – www.opennews.it

 

Il maratoneta sfiatato e i tamburi di guerra: strappi ed eterni ricorsi nel Grande Medio Oriente

L’” ultim’ora” battuta dalle agenzie lunedì 31 ottobre 2011 è lapidaria, nella sua apparente “folle normalità”: la Palestina riconosciuta come Stato membro dalla conferenza generale dell’Unesco a Parigi. Un voto favorevole dirompente, che scatena le cancellerie mondiali e si ripercuote come un sisma nel teatro primo di quel conflitto che indichiamo convenzionalmente come “israelo-palestinese”, tralasciando (volutamente o meno) l’infinita ragnatela che lega Gerusalemme ad ogni capitale del pianeta.

La nascita di un nuovo Stato è sempre, storicamente, un parto travagliato, nella maggior parte dei casi grondante sangue: basti pensare al Kosovo (scheggia impazzita che ancora vaga nella contraddittoria stratosfera diplomatica, frutto avvelenato dell’ecatombe balcanica ormai scolorita nel ricordo), al Sud Sudan (trionfalmente proclamato “stato sovrano” dopo decenni di guerriglia interna e già gravato dall’ombra minacciosa delle dispute per le risorse energetiche), alle fantomatiche repubbliche distaccatesi dalla Georgia dopo la “zampata” dell’orso di Mosca (2008). Nonostante ciò, la Palestina merita un discorso a parte, se non altro per la portata globale di ogni singolo atto legato alla sua disperata ricerca di statualità: beffata dalla proclamazione di indipendenza di Israele nel 1948, strattonata dai suoi prepotenti vicini in nome di un panarabismo ossessivamente destruens nei confronti di Tel Aviv e poco impegnato sul fronte costruens, dilaniata da una competizione politica che ha messo le radici sul territorio più conteso del globo terracqueo (secondo il giornalista Umberto de Giovannangeli è possibile e sensato parlare di “due Palestine”). Abbandonato il metodo terroristico su larga scala, il travagliato rosario di conferenze e processi di pace non sembra aver recato concreto giovamento ad una delle questioni più drammaticamente insolubili della storia recente: al momento attuale si sfidano e si osservano a vicenda (come due gladiatori, per usare la metafora cara ad Hobbes) un governo israeliano di destra-destra (Netanyahu del Likud e il “falco” dell’estrema Lieberman) e il traballante carrozzone di uno Stato che non c’è (a Gaza dominano gli islamisti radicali di Hamas, in Cisgiordania i “moderati” di Fatah). Nessuna via d’uscita all’orizzonte, nessun passo storico che possa far presagire una “soluzione” definitiva.

Già a settembre qualcosa aveva cominciato a smuoversi, sull’onda lunga della “primavera araba” e del crollo rovinoso degli autocrati di Tunisi, el Cairo e Tripoli. Abu Mazen, debolissimo politicamente ma forte di un fragile compromesso siglato con Hamas a maggio, lancia senza indugi la sua campagna di attivismo diplomatico: cercare con tutti i mezzi il riconoscimento alle Nazioni Unite, ottenere il sospirato “imprimatur” di legittimità reso sempre più irraggiungibile dalla palese frammentazione territoriale e dalla tragica afasia politica di un leader “sfiduciato in partenza”. Il colpo riesce solo in parte: gli Usa (alleati di ferro di Israele) annunciano fin da subito il veto in Consiglio di Sicurezza, la Francia di Sarkozy (rilanciata sulla scena internazionale dalla prodigiosa assertività dimostrata nei cieli libici) tenta di rilanciare prospettando un passaggio da “entità” a “Stato non membro” (incassando il netto rifiuto di Netanyahu), i vertici di Hamas dichiarano apertamente che l’”intifada diplomatica” dell’alfiere di Fatah è spompata e “vuota nei contenuti”. Il processo di pace si avvita, la fermezza di Obama non si lascia scalfire, il governo israeliano finge di non vedere gli insediamenti coloniali che, come una piovra revanscista, erodono spicchi di quel territorio che Ramallah vorrebbe ricondurre sotto un’unica bandiera, in un unico Stato davvero “palestinese”. Una stasi improvvisamente spezzata da un altro, teatrale, colpo di mano (con la complicità degli “amici” internazionali).

L’Unesco non è l’Onu e la qualifica di “Stato membro” non corrisponde automaticamente ad un’investitura ufficiale. Ma gli interrogativi suscitati sono molti. In primis, le sale della conferenza di Parigi registrano l’ennesima debacle della fantomatica “politica estera comune” di Bruxelles, già “scottata” dallo sfilamento di Berlino al momento di bombardare Tripoli: gli europei votano in ordine sparso, secondo le rispettive simpatie e fedeltà (Parigi, Bruxelles, Vienna e Madrid a favore, Berlino e Washington contro. L’Italia e la Gran Bretagna restano in mezzo al guado, nel limbo del “non-voto”). Mosca cala il suo asso favorevole, la Lega Araba, a distanza, esulta: “una grande vittoria storica per il popolo palestinese” (stabilire se esista, un “popolo” unitario, è molto più complicato). Massolo, numero uno della Farnesina, balbetta che Roma ha cercato strenuamente una cooperazione che si è afflosciata alla prova del voto. I primi effetti evidenti già si profilano all’orizzonte: Abu Mazen guadagna punti e torna a guardare verso la vetta del Consiglio di Sicurezza (vero obiettivo), Israele scuote la testa incredula (“è una tragedia” lasciano filtrare dal Ministero degli Esteri), gli Usa ribadiscono il veto e applicano immediate ritorsioni (il congelamento di 60 milioni di dollari già destinati all’agenzia Onu,il cui bilancio fa affidamento per un terzo alla generosità di Washington) parlando, tramite il sottosegretario all’Educazione Martha Kanter, di una decisione “controproducente” e “prematura”. La domanda che sorge spontanea è la seguente: è un passo che va salutato con favore o uno strappo ingiustificato e irrealistico?

Il diritto internazionale ci insegna che il “riconoscimento statale” è materia incandescente e volatile, incardinata sulla contemporanea presenza di un territorio, di un popolo e di un’autorità sovrana ma anche legata ai pesi e contrappesi dell’agone politico. L’ingresso nell’Unesco è solo una vittoria diplomatica con scarse ripercussioni sulla realtà dei fatti o l’indicatore che uno Stato, seppur a livello embrionale, sta cominciando a delinearsi? Propendo senza indugi per la prima risposta. Quello di Abu Mazen è primariamente un successo di politico estera da capitalizzare sul piano interno, proseguendo nella “maratona” che vede contrapposte Fatah ed Hamas. Se il “nulla di fatto” all’Assemblea Generale aveva rilanciato le quotazioni dei radicali, la piccola vittoria di Parigi ridà fiato alla debole leadership dei moderati: intervenendo in merito allo scambio di prigionieri palestinesi in cambio della liberazione del soldato israeliano Shalit Umberto de Giovannangeli, dalle colone di Limes, aveva affermato che “sul piano della tempistica a trarne il maggior vantaggio è Hamas … che aveva bisogno di riconquistare visibilità e consensi … toccando una delle corde più sensibili per l’opinione pubblica palestinese”. Tutto è di nuovo in gioco.

Intanto i primi frutti avvelenati della sconfitta (per Tel Aviv) cominciano ad emergere. Il primo novembre 2011 l’edizione online del NY Times titola: “Israel Plans to Speed Up Settlements”. A dispetto delle recenti analisi che annunciavano come probabile una progressiva marginalizzazione di Lieberman e una svolta centrista del governo (per imbarcare, forse, la Kadima di Tzipi Livni) lo schiaffo parigino rinfocola le derive estremistiche della politica israeliana e riaccende la corsa alla colonizzazione (è prevista la costruzione di 2000 unità abitative in zone “calde” della fascia urbana di Gerusalemme). È la plastica dimostrazione che il “golpe” all’Unesco, lungi dal conferire una prima patente di statualità all’ente bicefalo palestinese, ha solamente surriscaldato gli animi e reso drammaticamente più lontano il traguardo di una pace vera, definitiva, contrattata passo dopo passo. Le recenti indiscrezioni, avvallate dal ministro alla Difesa Barak, su un probabile attacco di Israele ai siti nucleari iraniani si inseriscono perfettamente nella spirale in continua accelerazione delle tensioni e degli odi incrociati. I tamburi di guerra hanno ricominciato a rullare, sulle rive del Giordano.

Simone Ros – www.opennews.it

 

Il tribunale chiude le porte dei Ministeri a Monza.

Roma- “Le sedi dei ministeri restano a Monza e restano aperte e operative”. Il ministro del carroccio Roberto Calderoli reagisce così alla sentenza del Tribunale del lavoro di Roma. “Valuteremo, dopo averlo letto, il pronunciamento del giudice del lavoro e se vi sono degli aspetti sindacali da affrontare li affronteremo e li risolveremo – assicura – ma le sedi di Monza dei ministeri restano aperte e continueranno ad operare”.

Il tribunale del Lavoro di Roma ha condannato la presidenza del Consiglio dei ministri a ben 2.000 euro di sanzione (soldi pubblici…) e alla chiusura dei ministeri a Monza(aperti con soldi pubblici…) perché ledono i diritti sindacali dei lavoratori. I giudici hanno decretato la “cessazione immediata” di questo che, certamente, è un comportamento antisindacale in quanto le rappresentanze sindacali dei lavoratori di Palazzo Chigi non sono state coinvolte prima dell’apertura di queste sedi decentrate, fiore all’occhiello della Lega.

Da Milano, poi, a dar manforte a Calderoli, arriva nientepopodimeno che il Senatùr: «I ministeri non si toccano» con l’aria e il tono di un bambino a cui stanno per portar via le macchinine colorate e che non vuol sentir ragioni ,nemmeno quelle del Presidente della Repubblica in persona che nei scorsi giorni, in una lettera a Berlusconi aveva enumerato i suoi pressanti dubbi sulla costituzionalità dei Ministeri a Monza.

«La scelta confliggerebbe con l’articolo 114 della Costituzione che dichiara Roma Capitale della Repubblica, nonché con quanto dispongono le leggi ordinarie attuative».

Per non parlare poi dell’impiego di risorse pubbliche «L’apertura di sedi di mera rappresentanza – ha sottolineato – costituisce scelta organizzativa da valutarsi in una logica costi-benefici che, in ogni caso, dovrebbe improntarsi, nell’attuale situazione economico-finanziaria, al più rigido contenimento delle spese e alla massima efficienza funzionale».

I dubbi non vagabondavano però solo nella testa di Napolitano e delle opposizioni, anche la maggioranza ne nutriva e parecchi, anche se poi con il fare di chi getta acqua sul fuoco hanno provato a spiegare, a dare una ratio a questo capriccio leghista, sottolineando che non si tratta di veri e propri spostamenti di ministeri ma di sedi distaccate utilizzate dai ministri quando si trovano al Nord (i ministeri in questione sono due a guida leghista, Riforme e Semplificazione, di cui sono titolari Bossi e Calderoli, e quello dell’Economia, retto da Giulio Tremonti).ma la spiegazione non è piaciuta proprio a nessuno, partendo dallo sesso Pdl , con il sindaco di Roma, Gianni Alemagni, che è tornato a parlare di «comportamento irresponsabile» e con la Polverini presidente della Regione Lazio: «E’ evidente che ha ragione Napolitano»


Alessio Sansosti – www.opennews.it

LIVE: il dibattito parlamentare in vista del voto di fiducia

Ricarica la pagina ogni 5 minuti.

In diretta, i mini tweet relativi al dibattito prima del voto.

Iniziate le dichiarazioni di voto. A mancare è sempre l’opposizione. Saranno a discutere al bar oppure giocano a nascondino.

Il discorso di Reguzzoni (Capogruppo Lega Nord alla Camera) resta sullo standard Padania. La parola più inflazionata sembra essere “concretezza”. Da sottolineare le cravatte verdi natura….i soliti noti.

Nucara dichiara di votare la fiducia, ma”le promesse valgono per chi le ascolta, non per chi le dice”.

A parlare è Moffa (Popolo e Territorio): “o il rendiconto è sbagliato – e allora si boccia – o è giusto e allora si vota lo stesso. Il Moffa scopre l’acqua calda.

Alle 12.30 avremo il voto. Un giro per le emittenti:
RAI1 ha l’ormai solita “PRova del Cuoco”
RAI2 non abbandona il buon Magalli
RAI3 ha almeno il Telegiornale
RETE4 punta sulla fiction: Un detective in corsia
CANALE5: potremmo forse rinunciare a Forum?
ITALIA1, ecco il nuovo format importato: “Spose Extra Large”
Anche LA7 trasmette la replica di GDay, ma la battuta sul Berlusca non manca mai.

Scajola vuole ancora un Ministero: è abituato alle dimissioni e – giustamente – non c’è due senza tre!

Sardelli (Popolo e territorio) dichiara or ora che non voterà la fiducia. Le agenzie giurano il contrario, il suo Capogruppo ha appena garantito il supporto al Governo: il solito caos.

Il sondaggio lanciato da SkyTG24 evidenzia che l’80% dei rispondenti non sono rimasti convinti dal discorso di Berlusconi.

Il differenziale di rendimento Italia-Spagna scende di 0.55% – i mercati credono nella fiducia?

E’ cominciata “la prima chiama“: voto nominale. Sardelli va a colloquio con Berlusconi. meno di 15 minuti fa ha dichiarato di non votare la fiducia. Staremo a vedere.

Perchè Damasco non è Tripoli

Hama, febbraio 1982: difficilmente un siriano sunnita può dimenticare cosa accadde durante quel mese maledetto nell’antica città della Siria centrale. L’insurrezione proclamata dai Fratelli Musulmani, la decisa reazione del regime di Hafez Al Asad, l’assedio, il massacro. Senza aiuti dall’esterno, gli insorti non ebbero scampo di fronte al bombardamento e in seguito all’eccidio perpetrato da truppe scelte dell’esercito siriano, tutte rigorosamente reclutate tra i ranghi alawiti. L’opposizione armata della Fratellanza fu definitivamente stroncata. All’inizio si parlò di 1.000 morti, ma ben presto la contabilità delle vittime salì a 10.000 per alcuni, a 20.000 per altri, come il grande giornalista inglese Robert Fisk, a 40.000 secondo fonti del Syrian Human Rights Committee. Un altro grande giornalista, Thomas Friedman, che visitò la città tre mesi dopo i fatti e la raccontò nel libro “Da Beirut a Gerusalemme” coniò l’espressione “regole di Hama” proprio per indicare la terribile brutalità dei regimi arabi, in primis di quello di Damasco.

Marzo 2011: le rivolte contro i regimi arabi si estendono alla Siria. Le manifestazioni sono iniziate a Daraa, nel sud del paese, in seguito al rifuto delle autorità governative di fronte alla richiesta di scarcerazione di qundici bambini accusati di aver scritto slogan anti-regime sui muri. E’ stata la scintilla che ha fatto divampare l’incendio: in pochi giorni tutto l’Hawran, regione gravata da sei anni di siccità e sotto il peso di una forte immigrazione interna, è insorta, e ben presto la sollevazione si è estesa ad altre città del paese: Aleppo, Homs, addirittura Latakia, capoluogo della regione originaria degli Alawiti al potere, fino a lambire Damasco. La reazione del regime non si è fatta attendere e quasi trent’anni dopo Hama le forze di sicurezza e l’esercito sono tornate a sparare sulla propria popolazione: circa 130 rivoltosi uccisi nell’Hawran nei primi dieci giorni, mentre in tutta la Siria si ritiene che in due mesi i morti siano circa 8001.

Bashar Al Asad, che da undici anni guida il paese in continuità con la politica del padre Hafez, nelle ultime settimane ha alternato minacce di spietata repressione a promesse di riforme politiche, richiamando i siriani all’unità di fronte a sommosse eterodirette da potenze straniere miranti allo smembramento del paese su base etnico-religiosa. Il 29 marzo il presidente siriano ha dovuto sacrificare l’esecutivo guidato da Muhammad Al Utri, zio della moglie, di fronte alle proteste popolari ma, soprattutto, lo scorso 19 aprile sono stati approvati i tre progetti di legge che hanno abrogato lo stato di emergenza in vigore dal 1963 (un record). In virtù di tale legge la famiglia Asad ha controllato con presa ferrea il paese per quasi quarant’anni, col pretesto di mantenerlo stabile e unito di fronte al nemico israeliano. Essa disciplinava il funzionamento della Corte Suprema per la Sicurezza dello Stato, che in poco più di quarant’anni ha condannato migliaia di dissidenti o sospetti tali, vietava assembramenti di persone in luoghi pubblici e concedeva una smisurata libertà di azione alle quattro agenzie di sicurezza, oltre naturalmente a imporre una strettissima vigilanza sui mezzi di informazione.

Abolizione dello stato d’emergenza” – Ali Farzat, Siria, 20 aprile 2011

Tuttavia gli effetti di tali riforme sembrano più cosmetiche che reali. Il giorno successivo all’abrogazione il noto dissidente Mahmud Issa ad Homs è stato trascinato via dalla propria abitazione dai servizi di sicurezza, e, comunque, nei suoi discorsi Asad ha spiegato come lo stato di emergenza non sarà più operativo solo quando verrà approvata una nuova legge anti-terrorismo. Per non correre rischi, in ogni caso, viene mantenuto in vigore il decreto del 2008 che garantisce l’immunità giudiziaria a tutte le forze di sicurezza. Ad ogni modo, le violenze non si sono fermate, e di fronte al nuovo duro intervento militare a Daraa tra il 25 e il 27 aprile, in cui si sono verificati scontri anche interni all’esercito, diverse decine di membri del parlamento appartenenti al partito Baath si sono dimessi. A due mesi dall’inizio delle rivolte la situazione pare incerta: il regime è ben lontano dall’aver ripreso il controllo di molte delle più importanti città, ma gli insorti non sembrano riuscire a portare dalla loro parte le folle oceaniche sull’esempio di Piazza Tahrir, e non sono stati finora in grado di insediarsi nella capitale Damasco.

Ma chi sono questi manifestanti, e quali motivazioni li spingono alla rivolta contro il potere centrale? Non diversamente da altri paesi arabi, anche in Siria l’insofferenza di gran parte della popolazione verso un regime dispotico, repressivo e corrotto ha dato fuoco alle polveri. Diverse regioni del paese soffrono di disoccupazione, mancanza di sostegno economico da parte dello stato e corruzione endemica della classe dirigente, mentre la fiducia nella realizzazione di un programma di riforme politiche, a undici anni dall’ascesa al potere dell’allora giovane oftalmologo laureato in Occidente, è ormai svanita. Certamente non si può dimenticare la componente etnico-religiosa della protesta: le regioni interessate dalle proteste sono state soprattutto quelle a maggioranza sunnita, il gruppo quantitativamente maggioritario nel paese ma ininfluente politicamente, mentre le minoranze di drusi, cristiani e curdi hanno assunto una prudente posizione di attesa, timorosi chi di perdere protezione, chi di subire furiose rappresaglie. Da più di quarant’anni la Siria si regge sull’apparato repressivo delle forze di sicurezza, totalmente in mano alla minoranza alawita, anzi, al clan degli Asad, che, quando è servito, non hanno esitato a scatenarlo con estrema ferocia, e le decine di migliaia di morti di Hama stanno lì a testimoniarlo.

Quel che manca agli insorti, diversamente da quel che è accaduto in Egitto e Libia, è il sostegno internazionale. La Siria non è la Libia, per diversi motivi, e sicuramente non vedremo aerei Nato alzarsi in volo per difendere i manifestanti di Daraa, Homs o Latakia dai tanks di Damasco. La stabilità della regione mediorientale è troppo importante, anche agli occhi di Washington e Gerusalemme, e perfino un regime fino a pochi anni fa incluso tra gli “stati canaglia” dall’amministrazione Bush può risultare prezioso per salvaguardare i precari equilibri regionali. Accade così che, nonostante le inevitabili sanzioni di Usa e Ue, destinate a molte alte personalità del paese, il segretario di stato Hillary Clinton affermi che “la Siria puo’ ancora varare riforme”2, lanciando così un messaggio distensivo ad Asad, risparmiato dalle sanzioni stesse. Significativo anche il silenzio di Israele, da cui non si è levata nessuna voce apertamente critica verso la repressione in atto nel paese confinante. Nessuno in Occidente osa immaginare cosa potrebbe succedere con una Siria in mano a gruppi fondamentalisti sunniti (in Siria i Fratelli Musulmani non sono moderati come in Egitto) o in preda all’instabilità interna, e quali effetti una tale situazione potrebbe avere sul già martoriato Libano e sui rapporti con lo stato ebraico. Un intervento militare, poi, sebbene la repressione di Damasco non sia stata da meno di quella di Gheddafi, sarebbe una follia, considerati anche i rapporti del regime con l’Iran, e non è neppure stato preso in considerazione. Né alla Casa Bianca dispongono di strumenti efficaci per esercitare fruttuose pressioni sul gruppo al potere, diversamente dal caso egiziano, in cui i solidi rapporti con i vertici delle forze armate sono stati fondamentali per evitare una sanguinosa strage. E’ possibile che gli Usa si aspettino qualche passo avanti da Bashar Al Asad, il quale però non detiene il potere assoluto in Siria, ma è un primus inter pares all’interno del clan familiare e deve mediare tra posizioni diverse, peraltro non facilmente interpretabili dall’esterno.

Le prospettive dell’opposizione non sembrano favorevoli, senza reali sostegni dall’estero e in mancanza di un’istituzione autonoma, forte e autorevole a cui appoggiarsi come è stato l’esercito per i manifestanti del Cairo. Difficilmente, se il clan Asad manterrà la linea dura, gli ufficiali delle forze di sicurezza e delle forze armate li abbandoneranno, essendo collocati in tutti i posti chiave uomini fidati appartenenti alla confessione alawita e per questo a loro strettamente legati. Se poi qualcuno dall’altra parte del Golan fosse per caso tentato di giocare la carta della divisione del paese gli scontri dei giorni scorsi al confine israeliano hanno dimostrato che a Damasco non avrebbero problemi a esportare l’instabilità oltre i confini, tanto più che agitare lo spettro del nemico sionista potrebbe aiutare a ricompattare l’opinione pubblica. Qualcuno vuole farsi avanti?

Francesco Linari – www.opennews.it

Non aspettiamo il 23 maggio!

Il 23 maggio 1915, a seguito dei ripetuti episodi di forte attrito e violenza rapidamente sfociati in una vera e propria Guerra Civile (si ricordino le vicende legate alle fazioni Serbo-Bosniaca e Austro-Ungarica) e dopo che i cannoni degli alleati austriaci avevano da tempo cominciato a tuonare senza alcun preavviso,l’Italia si risvegliò dal sonno,evidentemente molto profondo (nemmeno le cannonate erano servite) e decise di non rispettare gli accordi presi con la storica Triplice Alleanza per schierarsi in via definitiva con i paesi dell’Intesa (Inghilterra,Francia e Russia),impegnandosi finalmente nella prima azione difensiva concreta.

Nel marzo del 2010,il premier Silvio Berlusconi partecipa ad un meeting internazionale al vertice della Lega Araba a Sirte(Libia),dove incontra il suo cordiale alleato Muammar Gheddafi,leader libico al comando.In quell’occasione il primo ministro italiano pensò bene di rinnovare il suo rapporto di amicizia con il leader Gheddafi,cimentandosi in una sorta di teatrino a base di marionette: fu la prima volta che un capo del Governo chinò la testa per baciare la mano di un Dittatore sanguinario,davanti alla folla dei presenti,scioccata ed un pò sconcertata da tale evento.         Il rito del baciamano,è apparso agli occhi di molti a dir poco offensivo nei confronti dell’identità nazionale italiana,la quale ha avvertito un profondo senso di vergogna per l’atto fuori luogo,che già di per sé e senza troppa fantasia conduce alla mente una lontana (ma neanche troppo) realtà dove le servili figure sottomesse si inchinavano davanti al “padrone”,attirando l’attenzione di corti e palazzi con esemplari e mirabili atti di sudditanza. Assai rilevante risulta essere il metodo ed il modo con cui rapportarsi agli altri,in particolare se ci troviamo di fronte un leader politico e se noi stessi ricopriamo un ruolo di rilievo per le istituzioni.
Oltre alla linea del confronto politico e ideologico, valido terreno per una pacifica condivisione di obiettivi comuni (preferibilmente orientati verso l’interesse delle popolazioni e dei rapporti internazionali), vi è una linea di condotta che le Parti (qui costituite dalle nazioni che si rapportano) devono necessariamente osservare e mantenere a livello pratico,una prassi che prende in considerazione le situazioni concrete delle diverse tendenze ed esigenze presenti all’interno delle due (o più) nazioni che vengono a contatto. Pertanto è certamente opportuno che da parte delle nazioni vi sia rispetto e coesione,almeno per quanto riguarda le cosidette “regole di correttezza diplomatica”, cosicché laddove i presupposti necessari al mantenimento di un rapporto cordiale vengano a mancare,sia sempre possibile osservare una condotta pacifica e formalmente corretta,diretta ad evitare eventuali attriti.

Nei fatti che raccontano gli odierni rapporti tra il nostro paese e il nord-Africa,non c’è traccia di Rispetto,né di alcuna condotta,per così dire,conforme a correttezza.
Da qualche settimana a questa parte assistiamo (senza muovere un muscolo) al terribile conflitto nordafricano,il quale sta promuovendo un panorama sempre più caratterizzato da violenze,stragi,genocidi e fratricidi che nell’insieme,presentano uno dei disastri più gravi nella storia degli ultimi vent’anni.
Una realtà così drammatica non ha certo potuto lasciare indifferenti le altre potenze e gli Stati di tutto il mondo,i quali si sono espressi in una totale (o quasi) unanimità diretta a perseguire e condannare secondo giustizia la condotta turpe e violenta manifestata da Gheddafi ai danni delle popolazioni libiche che, lacerate e stremate dai lunghi anni di regime subiti,hanno trovato la forza di dire “basta” e di opporsi al tiranno,dando vita a quella che si identifica come la più grande rivolta popolare della Libia.
Al centro del dibattito tenutosi in questi giorni ai vertici delle Nazioni Unite si concentra la discussione sui provvedimenti effettivi da prendersi in relazione alla situazione del nord-Africa: è necessario adottare sanzioni irriducibili al regime Gheddafi “considerando che l’attacco esteso e sistematico che è in corso nella Jamahiriya libica contro la popolazione civile può integrare crimini contro l’umanità”. Questo è quanto affermato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU qualche giorno fa,in un intervento.
Umanità e Stato, elementi che sembrano essere assai scarsi all’interno delle nostre classi dirigenti,dei nostri governi (forse all’interno della nazione stessa). O almeno così pare. Perché fu proprio il nostro Presidente del Consiglio che,venuto a conoscenza dei gravi accadimenti in Libia,non esitò tuttavia ad affermare che “la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”.
Munito di una formidabile nonchalance, il premier italiano terminò così il suo intervento telefonico in occasione di un incontro promosso dal Pdl a Cosenza,il 19 febbraio scorso. Una posizione controcorrente ed assai discutibile,vista la gravità degli eventi. Di fronte ai crimini lesivi di una dignità umana universalmente riconosciuta,si preferisce non prendere posizione. L’Italia continua,in sostanza, a tacere in merito a tali questioni,quasi come se fosse assorbita dai propri affari interni e problemi (tra l’altro gravi ed irrisolti),quasi come se il dramma libico non la riguardasse più di tanto. Nel frattempo le forniture di petrolio si estinguono sempre più,mentre i prezzi dei carburanti raffinati (soprattutto della benzina) continuano a salire vertiginosamente.

Come se non bastasse iniziano ad arrivare anche specifiche minacce. “Migliaia di persone provenienti dalla Libia invaderanno l’Europa –  l’Italia per prima – senza nessuno che sia in grado di fermarle … ci sarà il caos”. Lo ha affermato Muammar Gheddafi in un intervista al settimanale francese Le Journale du Dimanche. Un amico non troppo affettuoso,si direbbe.
Insomma,in una situazione così complessa e fortemente a rischio per l’Europa e per l’occidente tutto,verrebbe da chiedersi se l’Italia abbia intenzione di darsi una svegliata! Se la risposta è “si”,è lecito chiedere se per il 2012 al massimo (si teme la fine del mondo) sia possibile reagire in qualche modo al dramma libico,magari prendendo,almeno per questa volta,posizioni condivise da una pluralità,magari conformi all’orientamento unitamente seguito dalla maggioranza delle nazioni.

Stavolta è opportuno prendere subito una posizione ferma e decisa,senza innalzare la bandiera dell’indifferenza, nell’attesa di nuovi sviluppi: questo errore è già stato commesso in passato.
Stavolta non è possibile lasciar correre e prendere tempo su una decisione che esige,ora più che mai,una tempestiva determinazione: non possiamo aspettare il boato dei cannoni come quella volta sull’Isonzo. Dobbiamo cominciare a reagire in concreto affinché la drammatica realtà che affligge oggi il nord-Africa e le popolazioni colpite da conflitti e lotte intestine,non possa trasformarsi in qualcosa di ancor più devastante,qualcosa di molto simile ad un Conflitto Mondiale,che sarebbe il Terzo.

Damiano Conti                  -  www.opennews.it -

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