Non è finita l’era del buon giornalismo, nè mancano del tutto degli incontri culturali ben
strutturati e stimolanti. Proprio ieri pomeriggio, 18 novembre, nell’Aula Azzurra del palazzo della Scuola Normale Superiore di Pisa, Enrico Mentana ha parlato del giornalismo passato, moderno e futuro. É riconosciuto dai più, ha cominciato, come in Italia particolarmente i fatti non siano mai trasmessi senza una pesante patina di opinione più o meno personale; un’opinione spesso così politicizzata da fare da discriminante per quanto riguarda non solo la scelta dell’emittente ma pure l’interesse stesso per la notizia. Per di più queste interpretazioni, rosse, verdi, gialle che siano sono arricchite di vocaboli ricercati, gonfi, colti, incomprensibili specialmente in materia politica; basti pensare al buffo fenomeno per cui “chiunque di noi “va a Pisa”, mentre se si tratta del Presidente della Repubblica questi “si reca a Pisa””(parole di Mentana). I risultati di tutto ciò sono evidenti: ciascun giornale, ritagliando solo le notizie adatte alla sua tintarella, trasmettono interpretazioni che gli ascoltatori o i lettori faticano a decifrare, ma appoggiano solo in base allo schieramento.
Facendola breve, negli ultimi anni si è trattato per lo più di pro o contro Berlusconi, il cavallo su cui ogni rivista e ogni telegiornale ha scommesso in maniera diversa, cavalcando l’opinione pubblica, trovandosi le pagine praticamente ogni giorno già compilate dal solito protagonista, commettendo il fatidico errore di ignorare tutto il resto. Dove eravamo noi quando nei mesi e negli anni si sentivano già i tuoni del temporale finanziario(Irlanda, Grecia, Spagna..)? Dove ancora quando si trattava di nuove elezioni nella penisola Iberica? Dietro a Berlusconi, ovvio! Ed ora si apre un periodo che Mentana ha definito “al cloroformio”, in cui i giornali devono di nuovo sforzarsi di riempire le pagine, in cui si dovrà guardare oltre al nostro naso, in cui forse il talk show politico perderà un pò di ascolti, in cui magari si potrà cambiare il modo di fare giornalismo. Ciò che lui intende sotto a questo nome è un fornire informazione chiaramente, come il grande Indro Montanelli, trattare tutti i fatti e quanto più apoliticamente, parlando “come si mangia”, “sine ira et studio”(sue citazioni), come se si parlasse liberamente e non come se si stesse scrivendo un saggio. Questo è il buon telegiornale, il buon giornale, perchè quello che fa il furbo verrà sempre scoperto; dicendola con un suo esempio, se un fornaio dice che non è stato affatto sfornato il pane oggi ma quello vicino lo ha, è facile capire chi ha imbrogliato e sapere domani dove rivolgersi.
Certo, non trascurabile il ruolo che Facebook, Twitter oltre ai miliardi di altri blog e siti informativi su internet (e qui ci sentiamo chiamati in causa) stanno giocando; più mediatori non rendono solo duro il pane a quelli che scrivono nei quotidiani aumentando la concorrenza ma anche più arduo il compito di distinguere le notizie affidabili.
Dopo questi e molti altri discorsi, Mentana ha concluso con un grigio parere sull’intraprendere questa carriera oggi: sconsigliato a chi ne voglia dipendere finanziarmente, a chi non sia mosso da grande passione, incoscienza, a chi non sia abbastanza intransigente nel venire a patti e a chi non possa vantare una gran fortuna.
Insomma, un grande giornalista ha concluso così, sulle note di “Uno su mille ce la fa”.
Chiara Piotto

Occhi neri, brizzolato tra beije e nero, agile. Così appare Pablo Trincia, ma soltanto nelle serate di diretta del programma che “lo ospita” attualmente e ormai da qualche anno: “Le Iene“. Per il resto del tempo, l’aspetto appare molto meno “ferino”.
Invidiabile, che a soli trentaquattro anni abbia già accumulato tanta fortuna. Ma non di quella di cui si tenta di appropriarsi con agguati notturni alle spalle, bensì qualcosa di molto meno materiale, oltre che più “difendibile”.
Comprare esperienza del mondo e lavorativa al supermercato non è possibile ancora, l’unica chance che rimane è prendere un cuscino, sedersi (magari nella giusta atmosfera come giovedì 13 ottobre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia) e tendere le orecchie a chi, di fatto, ne sa di più.
Giornalista freelance per le riviste più apprezzate internazionali, ora alle Iene, conoscitore di quelle 6 o 7 lingue che non fanno mai male (tra l’altro semplici come il giapponese o il wolof), viaggiatore del mondo, sentiamo cosa ha da dirci.
-Per lavoro hai avuto la fortuna di girare più di mezzo mondo. Quale paese fra quelli che hai visitato ti ha più stupito, colpito?
Più di tutti lo Yemen. E’ un posto incredibile, sembra di tornare indietro nel tempo.
Purtroppo è un Paese che gode di una pessima fama a livello internazionale, ma secondo me è immeritata.
Ci ho trascorso quasi un mese e ho incontrato solo persone molto gentili e ospitali.
-Sinceramente, immaginati che un cittadino di media cultura si trovi di fronte a un televisore.
Quale genere di reportage pensi possa catturare più facilmente la sua attenzione?
Qualsiasi storia raccontata bene e con il giusto ritmo può catturare l’attenzione. L’importante è saper raccontare le cose.
-Tuttavia un dato di fatto va riconosciuto.. Quando si tratta di una conferenza di storia, di un festival scientifico o di una mostra d’arte le teste non bianche nel pubblico si contano sulle dita di una mano.. Come lo spieghi?
Semplice! I giovani trovano di meglio da fare!
-Nella tua pagina sul sito delle Iene scrivi di esserti fatto strada in alcuni campi, come il basket, “con discreto insuccesso”.. ma anche che parli correntemente inglese, tedesco,farsi.wolof,hindi e giapponese. é una cosa alla portata di tutti i mortali o quelli che giocano bene a basket ne sono esclusi? A parte gli scherzi, quanto credi sia importante conoscere più lingue straniere per i futuri lavoratori?
Conoscere le lingue è fondamentale, sempre e comunque. Ti apre porte che altrimenti resterebbero chiuse, ti permette di capire davvero un’altra cultura. Le persone, quando parli la loro lingua, ti parlano in modo diverso, sono più dirette, più “sincere”. Per me è una grande passione, passerei la vita solo a imparare lingue nuove. E consiglio a tutti i giovani di impararne bene almeno una.
-Dopo una fiorente attività da freelance( si ricordino anche solo Panorama,Vanity Fair, The Indipendent) sei approdato alle Iene.
A posteriori, avresti preferito aprire un banchetto in Sierra Leone, magari a Bo?
Eheheh, buona questa. Chissà, magari mi sarebbe piaciuto anche quello! L’importante è stare bene con se stessi.
-C’è chi, come Kapuscinski, sostiene che quella del reporter e del giornalista sia “una missione”, chi invece vi vede al negativo un impiego come altri, nemmeno fra i più consigliabili. Cosa ne pensi tu?
Ci sono volte in cui il tuo mestiere è una missione, soprattutto quando tratti temi delicati e importanti.
A me è capitato tutte le volte che mi sono occupato di immigrazione.
Il mio obiettivo era quello di lasciare un messaggio positivo che riguardasse gli immigrati che arrivano da noi. E in più di un’occasione ci sono riuscito.
Ricordo che una volta, dopo aver mandato in onda un lungo reportage che raccontava il dramma dei migranti nel deserto del Sahara, un ragazzino di 13 anni di Bolzano mi si è avvicinato e mi ha detto: “Volevo ringraziarla. Prima avevo dei pregiudizi sugli immigrati, ma questo suo servizio mi ha fatto cambiare idea”. E’ stato il momento più bello della mia carriera di giornalista.
-Insomma tutto liscio non potrà andare.. mai avuti incidenti durante le riprese di un servizio?
Capitano sempre, non dimenticarti che usiamo attrezzature elettroniche, come le telecamere nascoste.
A volte l’immagine salta, o salta l’audio, lo la persona che sto cercando sparisce, oppure semplicemente sbaglio io.
Una volta ho inseguito un signore pensando che fosse il sindaco di un paese, lui si è girato, mi ha preso a ceffoni e se n’è andato. Non era il sindaco.
Altro da aggiungere? Un atlante, qualche vocabolario impolverato trovato in un mercatino dell’usato (più è impolverato, più la lingua è inusuale, ergo voi originali) e tanta pazienza
vi siano d’aiuto, o voi che entrate in questo ambiente !

Chiara Piotto
ecco il link del suo ultimo servizio alle Iene, Il nuovo Iraq: ttp://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/228294/trincia-il-nuovo-iraq.html

25-27 fotografie malamente esposte, spesso sfocate e bruciate erano il mio bottino quando, alle elementari, mi capitava di andare in gita un giorno. A dire la verità io mi impegnavo anche, e di rullini ne finivo 2 o 3, di alcune poi sono particolarmente “orgogliosa”. Ma come me la maggior parte delle persone si affidava nei propri viaggi a macchinette a rullino senza troppe pretese, se non direttamente usa e getta. Adesso, la febbre fotografica favorita almeno in parte dall’esagerata diffusione nei social network tende a far gonfiare i portafogli di venditori di macchinette molto più esigenti, buon per loro.
Insomma, creare immagini ad alta qualità e di buona esposizione non è più un’impresa irraggiungibile, nè tantomeno limitata a pochi intenditori (la “mostra fotografica” di Martina Colombari ne è un eloquente esempio). L’avanzata della tecnologia a prezzi sempre più abbordabili tende a uniformare il mercato favorendo chi ne fa un semplice passatempo, molto meno chi ne vorrebbe fare un mestiere.
Stiamo dunque assistendo al triste declino della professione del fotoreporter?
Il giornalista visivo, colui che aveva il compito di documentare ciò che il suo compagno di viaggio, lo scrittore, avrebbe reso noto attraverso le parole. Coppie. Una professione che ha già perso molto di quel sapore un pò privilegiato e avventuroso, in bianco e nero. Adesso spesso e volentieri le due figure si fondono, il giornalista è anche fotoreporter oltre che informatico. Una buona macchina sembra poter risolvere tutti i problemi che eventualmente verranno cancellati da qualche esperto photoshopper, senza bisogno di ulteriori spese, di ulteriori assunzioni. Che ne sarebbe oggi di Moroldo, Pallottelli, Raffaelli? Avrebbero vita facile in questo vortice tecnologico?
Raramente un giornale si trova a fornire uno stipendio fisso a un fotografo che sia tale. Spesso questi si troverà semplicemente a dover ricavare il ricavabile cercando di piazzare i propri scatti talvolta qui altre volte di là, a riempire spazi vuoti. Un’instabilità che non paga molto, sicuramente non in sicurezza.
Non sono più richieste mani esperte per guidare quella macchinetta che coglierà le grandi catastrofi, i successi, i delitti, le vittorie sapientemente. Meno potere al fotografo, di più al fotoamatore. Ma tu fotoamatore che sarai esultante a scoprirlo, che sarà poi di te se e quando vorrai diventare fotoreporter? Richiederai quei privilegi che ti saranno strappati via da altri novellini.
Come i giornali cartacei, pagine d’inchiostro destinate a essere rimpiazzate da pagine di pixel spietate, più giovani e “snelle”. Forse siamo proprio al tramonto dell’essere fotoreporter.
Chiara Piotto
Premiato anche per il 2010 il vincitore del prestigioso World Press Photo per l’immagine di più alto valore fotogiornalistico dell’anno, la più rappresentativa di un accadimento o di un evento di grande rilievo storico e contraddistinta da un’eccellenza creativa e tecnica.
E di importanza la storia che ha deciso di raccontare Jodi Bebier ne ha da vendere: il suo ritratto di Bibi Aisha, giovane talebana mutilata di naso e orecchie dal marito perché “non abbastanza disciplinata”, ha colpito la giuria del concorso ma anche tutti coloro che, dalla sua pubblicazione sulla copertina del Times, si sono trovati a dover far fronte a quella realtà in tutta la sua crudezza. La fotografia è nitida: quasi profana della terribile intimità di una simile situazione, testimone di un delitto atroce, ancor di più se pensato possibile oggi,nel nuovo millennio. Gli occhi della ragazza non sfuggono alla ripresa ma partecipano all’efficacia dell’immagine, guardano feriti ma non rassegnati lo spettatore, hanno uno scopo ben preciso. Denunciano. Bibi è diventata simbolo della violenza contro le donne, tuttora è accettata legalmente in molte realtà del medioriente ma anche dove meno sospettabile, e anche se delle protesi hanno adesso riempito i vuoti lasciati dalla violenza, difficilmente dimenticherà o lascerà che venga dimenticato ciò che le è capitato.
Altrettanto di impatto, altre fotografie sono state poi premiate nelle categorie dedicate alla natura, alla società, alle arti, alle storie personali. Impressionante lo scatto di Pèter Lakatos per la sezione “Spot news” che coglie l’ultimo volo di un uomo suicidatosi durante una rivolta a Budapest; meravigliata e sorpresa l’espressione della ragazza indiana davanti alle magie del cinema di Bollywood soggetto della foto vincitrice di Amit Madheshiy per la sezione “Arts and entertrainment” ; all’italiano Riccardo Venturi è andato il premio per “General News” con la sua foto a un bambino di Haiti con sfondo di un mercato di Port-au-Prince in fiamme;
delicato come un dipinto illuminista dai colori tenui il lavoro di Stefano Unterthiner, nella categoria “Nature stories”.
Ancora, scelti perchè unici più che per la tecninca, i due reportage premiati d’onore di Michael Wolf e dei minatori cileni rimasti la scorsa estate a una profondità di 700m per oltre trenta giorni nella miniera di San Jose. Il primo è una raccolta degli incidenti documentati involontariamente da Google Maps in giro per il mondo, il secondo una raccolta di dodici fotografie amatoriali che riproducono gli elementi di un peridoo vissuto tra la paura e la speranza.
In generale in tutte le foto premiate e partecipanti, una bravura davvero eccezionale.
Segnalo per chi potesse essere interessato che Amnesty International ha indetto un concorso fotografico a livello europeo dal tema “Scatta contro la discriminazione”, contro ogni forma di pregiudizio sociale, politico, etnico; aperto a chiunque abbia almeno quattordici anni d’età, professionista o non, è possibile inviare le opere fino al 31 marzo.
Info sul sito ufficiale: http://www.amnesty.it/scatta-contro-la-discriminazione
Piotto Chiara
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