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L’Euro sul filo del rasoio. Di chi è la colpa?

A dodici anni dall’entrata in vigore dell’Euro e a diciannove dal Trattato di Maastricht, l’Unione Europea si trova ad affrontare la più grave crisi della sua breve storia, che per qualcuno potrebbe minarne addirittura la stessa esistenza. I paesi con i conti maggiormente a rischio all’interno dell’area Euro arrancano sotto i colpi della speculazione finanziaria sui titoli di stato e i timori di una catena di default dopo quello ormai certo (parziale o totale?) della Grecia crescono di settimana in settimana. Ma come si è arrivati a tutto questo?

 Incominciamo col dire che non è tutta colpa di Berlusconi, sebbene il nostro di responsabilità per la drammatica situazione italiana ne abbia parecchia. Certamente le politiche economiche attuate per anni dai governi dei PIIGS sono la causa principale delle crisi dei loro paesi, del rischio insolvenza e delle misure draconiane resesi necessarie a fronteggiarlo in collaborazione con i prestiti internazionali erogati da FMI e UE. In particolare, il popolo greco dovrebbe ricordarsi per almeno un ventennio della scellerata gestione del paese da parte del partito Nuova Democrazia, autore di falsificazioni contabili, oltre che responsabile di grave lassismo in materia fiscale e previdenziale, mentre altri paesi, come Spagna, Portogallo e Irlanda, pagano l’estrema gravità con cui la crisi originata dai mutui sub-prime americani ha colpito il loro sistema bancario e industriale, che ha appesantito deficit o debiti pubblici spesso già al limite del livello di guardia.

 Osservando meglio la situazione italiana, emergono purtroppo tre fattori decisamente negativi che generano sfiducia nel nostro paese: due di questi sono economici e sfortunatamente strutturali ormai da anni, ovvero un debito pubblico altissimo, pari a circa il 120% del PIL e una crescita eccessivamente bassa, largamente inferiore all’1% secondo quanto riportato dalle previsioni per il 2012 (1), e comunque sempre tra le meno alte del continente. Il terzo fattore, sfortunatamente decisivo, è strettamente politico, e, questo sì, ha in questo momento un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. L’immobilità che contraddistingue il suo governo, stretto tra maggioranze risicate in Parlamento, profonde divergenze tra i partiti che lo sostengono e potenti interessi da salvaguardare, non può certo generare ottimismo nei mercati riguardo alla capacità del nostro paese di adottare le riforme necessarie a ridurre il debito e a promuovere la crescita (mercato del lavoro, sistema pensionistico, liberalizzazioni, redistribuzione fiscale, tagli di spesa e investimenti in ricerca e sviluppo). Sebbene anche l’opposizione di centro-sinistra appaia molto lontano dal garantire un chiaro programma per una politica economica virtuosa, l’influenza negativa delle dichiarazioni e degli atti di Berlusconi è innegabile e si può misurare sull’andamento degli ormai famosi spread tra BTP e Bund tedeschi, rispetto alla variazione del rapporto Bonos spagnoli-Bund, come evidenziato dallo studio pubblicato da Tito Boeri sul sito Lavoce.info (2), oltre che sulle improvvise altalene del già citato spread avvenute lunedì 7 novembre, in seguito alle voci filtrate di imminenti dimissioni del premier poi smentite. E’ un peccato che tale inadeguatezza politica vada a penalizzare un paese che rappresenta la seconda industria manifatturiera e la terza economia dell’area Euro, ma proprio la grandezza del paese e l’enorme mole del debito fanno dell’Italia il principale problema per l’UE, assieme alla Grecia, essendo Roma too big to fail, ma anche too big to save, almeno con gli strumenti finanziari predisposti fin ora dalle istituzioni internazionali.

Fatta giustizia dei PIIGS, però, occorre valutare mancanze ed errori in generale di tutto il sistema europeo e in particolare di un paese considerato a ragione la locomotiva del continente, la Germania, che evidentemente non riesce ad assumere in pieno la funzione di leadership dell’unione.

L’Unione Europea, fin dall’inizio della sua storia, è stata governata seguendo una dottrina liberista figlia delle eccessive fobie di Berlino per un’inflazione che infesta ancora gli incubi dei Tedeschi novant’anni dopo Weimar. I ferrei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita decisi a Maastricht hanno privilegiato di gran lunga la prima rispetto alla seconda e, sebbene controllare i conti pubblici sia fondamentale per un unione monetaria di diciassette paesi, la mancata distinzione tra spese correnti e spese per investimenti non aiuta affatto l’economia reale. Tutta l’architettura finanziaria europea ha poi inevitabilmente perso credibilità quando, nel 2003, l’Ecofin (Italia presidente di turno) non ha applicato le sanzioni previste dai trattati per la violazione dei suddetti parametri a Germania e Francia, i pesi massimi dell’UE, che pure ne erano stati i massimi promotori. L’Europa sconta inoltre un’azione della Banca Centrale Europea orientata per statuto unicamente alla stabilità dei prezzi e non al sostegno all’economia. Durante tutta la gestione Trichet, anche negli ultimi anni di crisi, i tassi d’interesse, seguendo una linea eccessivamente prudente, sono stati mantenuti alti in confronto a quanto è successo in USA, dove la Federal Reserve è stata decisamente più incline a dare ossigeno al sistema economico iniettando dollari e tenendo i tassi a zero, e solo pochi giorni fa il neo-governatore Mario Draghi ha invertito tale politica abbassandoli di un quarto di punto. La stessa scelta dell’Eurotower di comprare per la prima volta nella sua storia titoli del debito sovrano di paesi in difficoltà è un’azione di carattere straordinario, ma dovrebbe rientrare pienamente nelle prerogative di una banca centrale, e altre fuori dai confini dell’Eurozona altre istituzioni omologhe (Bank of England, Federal Reserve) in questi tre anni ne hanno acquistati in misura ben maggiore e in maniera costante. Tali comportamenti, se hanno contribuito a mantenere bassa l’inflazione, hanno penalizzato l’economia reale in fasi di scarsa crescita o recessione in cui, aumentando di poco o addirittura calando i PIL, i debiti pubblici sono inevitabilmente aumentati diventando oggetto delle mire della speculazione.

Ed ora la Germania (3). Dal Baltico alla Baviera i tedeschi danno ormai ampi segni di sfiducia verso l’UE e di fastidio verso i piani di salvataggio approntati per le cicale del continente. Non è difficile da comprendere se pensiamo che la Germania rappresenta di gran lunga la prima economia d’Europa, lo scorso anno ha visto crescere il suo PIL del 3,6%  (4), è il secondo esportatore di merci al mondo, ha i conti in ordine e ha compiuto importanti riforme economiche nell’ultimo decennio. Tuttavia, la facile tentazione di abbandonare i partners e lasciar morire l’Euro (e con esso l’UE) per rifugiarsi nel solido vecchio adorato Marco o in un Euro ristretto sarebbe controproducente anche per Berlino. Le sue banche sono piene di titoli dei paesi indebitati e una loro ricapitalizzazione inevitabilmente comporterebbe un appesantimento del bilancio ben maggiore di quello generato dal finanziamento del fondo salva stati, mentre le sue aziende perderebbero quote di export nei confronti di concorrenti di paesi a valuta più debole generando probabili aumenti della disoccupazione in seguito a contrazioni della crescita produttiva. In realtà l’Euro ha largamente favorito l’economia tedesca, favorendone le esportazioni sia all’interno dell’unione monetaria a causa dei minori costi di transazione, sia al di fuori di essa per la minor concorrenza subita da aziende, come le nostre, che in passato sfruttavano le svalutazioni della moneta nazionale per accrescere la loro competitività sui mercati esteri. Questo dovrebbe essere in grado di far capire al proprio popolo uno statista degno di questo nome, prospettando rischi e opportunità dell’appartenenza al sistema europeo anche sul medio e lungo periodo, dimostrando convinzione e decisione nel prendere tutte le misure necessarie alla sua salvaguardia e non limitandosi ad assecondare le fobie dell’elettorato in prossimità di una qualsiasi elezione di Lander.

Non crediamo che Frau Merkel sia inconsapevole dell’enorme posta in gioco in questa difficile fase della storia europea, e, almeno a parole, la Cancelliera ha più volte ribadito la necessità di salvare l’Euro (5). Tuttavia, ove si è trattato di passare dalle parole ai fatti, l’azione del governo tedesco non è stata sufficientemente tempestiva e decisa al fine di tranquillizzare i mercati, in particolare quando si è trattato di affrontare il rischio default della Grecia nel 2010 e quando, la scorsa estate, si è finanziato, secondo molti analisti tardivamente e in misura insufficiente, il fondo salva-stati. Inoltre, le conclusioni del vertice dell’Eurogruppo di fine ottobre che, proprio su pressioni tedesche, hanno prospettato alle banche europee un taglio del 50% sui titoli del debito greco in loro possesso, lasciano perplessi perché esso appare prossimo al tasso di perdita medio in caso di default incontrollato, che è del 60%, ma che permetterebbe loro di far scattare i Credit Default Swap (6). Angela Merkel, spalleggiata da olandesi, austriaci e finlandesi, sta evidentemente cercando di salvare capra e cavoli, tirando fuori meno denaro possibile (basterà?), evitando di urtare gli umori profondi del suo popolo e puntando a scaricare quasi tutti i costi della crisi sui paesi sotto attacco finanziario, magari approfittando delle debolezze altrui per incrementare la competitività relativa della propria economia e il proprio peso politico all’interno dell’unione. Se le dinamiche dell’UE fossero interpretabili come un gioco a somma zero i Tedeschi dimostrerebbero indubbiamente di essere ottimi giocatori, ma così facendo abdicano al ruolo di leadership (l’asse con Parigi è più di facciata che reale) che ormai tutti o quasi riconoscono loro, e rischiano di far saltare il banco.

Che deve fare l’Italia in tutto questo? Innanzitutto deve attuare importanti riforme economiche, non perché ce lo chiede la BCE o l’asse franco-tedesco, ma perché sono indispensabili a ridare impulso all’economia e fiducia ai mercati, da cui dipende pur sempre il tasso d’interesse con cui rimborsiamo i titoli del nostro debito pubblico. Sul “quali” e sul “come” dobbiamo mantenere la nostra sovranità, ma è chiaro che tutte le forze politiche dovrebbero avere la lungimiranza di rinunciare a proteggere interessi particolari in contrasto con quelli generali. Ricordandoci che siamo un paese grande e ricco in grado di compiere questo passo, dobbiamo essere consapevoli che se non riusciamo a far questo diamo legittimità ai commissariamenti e ai sorrisini d’oltralpe. Solo dopo aver recuperato credibilità come stato possiamo tornare a influire sui processi decisionali europei, con l’obiettivo di convincere la riottosa Berlino (Sarkozy già è favorevole) a rivedere in senso più estensivo le funzioni della BCE sull’esempio di altre banche centrali, realmente prestatrici di ultima istanza verso governi sovrani e più espansive nella gestione dell’offerta monetaria, magari in cambio di controlli più attenti sui conti pubblici.

Novembre è iniziato con due segnali che infondono un moderato ottimismo: l’arrivo di Draghi a Francoforte, con immediato taglio dei tassi d’interesse, e l’annuncio di prossime dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Speriamo sia solo l’inizio.

Francesco Linari – www.opennews.it

  1. R. Petrini, “Vola lo spread, il governo taglia il Pil”, La Repubblica, 23.09.2011, pag. 4, sez. Imprese e mercati
  2. Tito Boeri, “La Papi’s tax”, La voce.info, 23.09.2011. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002570.html
  3. Per un interessante approfondimento sulla Germania e sul suo comportamento nel corso della crisi dei debiti sovrani si consiglia la lettura di Limes 4.2011, “La Germania tedesca nella crisi dell’Euro”, Gruppo L’Espresso, con riferimento in particolare all’editoriale, e agli articoli: H. Dieter, “Se due euro sono meglio di uno”, e M. De Cecco – F. Maronta, “Le ragioni tedesche e i conti della serva”.
  4. World Economic Outlook Database, September 2011, International Monetary Fund, http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/weorept.aspx?sy=2009&ey=2016&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=122%2C136%2C124%2C137%2C423%2C181%2C939%2C138%2C172%2C182%2C132%2C936%2C134%2C961%2C174%2C184%2C178&s=NGDP_RPCH&grp=0&a=&pr.x=65&pr.y=14
  5. P. Lepri, “L’avvertimento della Merkel ai Tedeschi: se crolla la moneta unica, Europa a rischio”. Il Corriere della Sera, 20.09.2011, pag. 3
  6. A. Baglioni, “I mercati brindano, ma i problemi restano”. Lavoce.info, 28.10.2011. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002623.html

L’editoriale: into the storm

L’obiettivo dell’Europa era quello – stando al Trattato di Roma del 1957 – quello di salvaguardare la pace, vista come risultato di intense e buone trattative economiche.
Stando a questo incipit, il futuro riserva solo conflitti e transazioni poco proficue.  Stiamo attraversando, è indubbio e palese, una vera e propria tempesta della quale non si scorge la fine. Il dubbio è come uscirne. E’ la domanda che tutti si pongono mentre si svolge un G20 senza risposte e mentre un’Europa autoritaria come mai prima, invita gli Stati sotto osservazione a rimettersi in riga.

Possiamo noi, in quanto paese sovrano, assecondare così beatamente gli strepiti franco-germanici? E’ proprio così vero che siamo “commissariati” e assoggettati ad una politica ostile e che guarda unicamente ad interessi nazionali? Direi di si. In primis, questa fantomatica sudditanza decantata da gruppi più isolati che altro in un periodo come questo, è mal posta. Non si tratta di obbedienza, bensì di regole che NOI stessi (come Italia) abbiamo contribuito a formare e promuovere e che ci siamo impegnati a rispettare. Secondariamente, il vero nodo del problema sta nella determinazione delle responsabilità: chi ha colpa? Chi ha agito in modo scorretto provocando questo rischio-catastrofe?
Non sono solo le banche o le agenzie di rating, ma anche la politica, la quale si è prodigata in ridicole manovrine e manovrette che servono ben poco perfino nel breve periodo.

Lo scenario che si sta aprendo è desolante: un’Europa che aiuta e si comporta da madre perseverando nell’acquisto di titoli che rendono troppo per essere considerati sicuri, ma che alza la voce bacchettando il gruppo degli ultimi; la prima azione di Mario Draghi che taglia i tassi di interesse permettendo ai mercati di respirare, ma palesando tutta la gravità della situazione presente; uno spread altalenante e un pericolo default (ormai certezza) per la Grecia che – inscenando un bluff clamoroso – propone un referendum.

L’Italia reale in tutto questo dove si trova?  Attende che il Governo si dimetta, come è accaduto in Spagna. ha aspettato una manovra che si è ben presto rivelata inefficace, troppo timida e debole, non all’altezza di quella famosa “letterina d’intenti” spedita alla UE.
Ci vuole il coraggio di tagliare con un atteggiamento che palesa visioni di breve periodo; è necessario elaborare sistemi che tocchino nel profondo i problemi che ci assillano. La speculazione non tarderà a bussare alla nostra porta e non sarà cantando slogan come “noi la crisi non la paghiamo”. E’ il momento di tirare la cinghia, perchè LA CRISI LA PAGHIAMO NOI.

E’ questa la condizione per non finire come il Titanic: un relitto che ricorda periodi di grande splendore, lusso, confort e una vita….troppo lontana.  

Per approfondire queste tematiche, consigliamo una delle puntate del format “Economicamente” di RadioEco, l’emittente dell’Università di Pisa. Il Prof. Della Posta parla senza fronzoli del perchè conviene restare in Europa e di quelli che sono i nostri diritti-doveri all’indomani del primo shock di queste settimane. Un’ora piacevole, tra musica e serietà: http://www.mixcloud.com/radioeco/economicamente-conversazioni-sulleuro-col-prof-della-posta/#utm_source=widget&utm_medium=web&utm_campaign=base_links&utm_term=resource_link

Francesca Larosa – www.opennews.it 

La Paura: il Governatore dell’economia mondiale

E’ il panico che permette le oscillazioni paurose che colpiscono i Paesi più deboli.

E’ il caso di ieri della Grecia, colpita da indiscrezioni uscite sul Der Spiegel Online. Una nuova bufera si abbatte su un Paese con un debito di 325 miliardi di Euro. Troppo da prendere in carico, ma impossibile da non considerare in prospettiva di un’Europa un futuro più forte ed unita.

E’ sempre il panico il principale responsabile delle crisi economiche. Fenomeni ciclici, forse, ma comunque devastanti. Accadde così già nel 2008: un leggero calo dell’impennata dei prezzi immobiliari e ogni acquirente, spaventato per il proprio patrimonio, ha cominciato a vendere e rivendere. Un meccanismo che, se fatto da tutti in contemporanea, fa collassare il sistema.

Un sentimento forte, originario, insito nella natura dell’uomo che si aggira seminando terrore in tutte le sedi delle Borse. E’ la riprova di quanto incontrollabile possa essere un settore come quello economico e di come la tanto decantata fiducia non sia qualcosa di meramente utopico, ma reale e fondamentale.

“Rispetteremo i nostri impegni” – ha dichiarato Papacostantinou, primo ministro greco. Eppure, nonostante i 30 miliardi di euro già erogati dal salvagente europeo per venire in soccorso di una situazione che pareva catastroficamente epocale, la nube nera che si è abbattuta sullo stato che ha creato l’Europa, pare non dissolversi. Entro la seconda metà del 2012, gli Ellenici dovranno reperire 25 miliardi di Euro. Un’impresa non facile date le già condizioni di austerity che stanno dipingendo la tela di uno Stato che ha rischiato il fallimento.

E nonostante i modelli che gli economisti usano per spiegare, anticipare e correggere i fenomeni della realtà, la situazione sembra non migliorare. Quando la paura entra nelle menti degli operatori economici o, ancor peggio, dei politici rastrella ciò che era stato seminato precedentemente. Non è solo la deregulation ad aver affossato l’economia, ma anche la scarsa fiducia di cui il sistema gode, in Italia come in America.

E adesso un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il fallimento greco, da cui molti Paesi avrebbero solo che da guadagnare. Le anticipazioni dei giornali non aiutano e la sola frase “il Governo annuncerà il ritorno alla dracma”, causa in pochi minuti una discesa dell’Euro da 1,45 a 1,43 sul dollaro. Per ora le smentite sortiscono l’effetto sperato: la calma almeno apparente sembra essere tornata, ma in serata vi sarà un meeting di portata enorme e solo allora sarà possibile discutere più approfonditamente. La speranza resta comunque sempre la stessa: nessuna indiscrezione, nessuna fuga di informazioni (governative o non) che possano provare destabilizzazioni pericolose. Pare incredibile, ma l’irrazionalità che nulla ha di casuale, l’incontrollabile sentimento umano della paura, può cambiare, da un momento all’altro, le sorti di interi Stati e situazioni ad alto grado di rischio.

E’ una lotta impari, ma la Grecia può riuscirne vincitrice. Solo una politica volta al riformismo più sfrenato (come già si sta verificando) e uno sforzo considerevole da parte dell’Europa, può portarla ad aspirare alla gloria perduta.

Francesca Larosa – www.opennews.it

Crisi e fiducia

Nella mia tesi ho cercato di spiegare la dinamica della crisi economica che impervesa da due anni. Mentre gli speculatori sono già pronti ad approfittare dei rialzi del mercato, una nuova coscienza deve emergere fra i gradini piu alti per evitare che le crisi diventino eventi ciclici. Non c’è niente di male nell’approfittare dei rialzi di mercato e nel fare trading. Il sistema diventa invece corrotto quando sono immessi nel mercato prodotti privi di trasparenza e sopratutto privi di punti di riferimento.

“Anche se la gente esercita il commercio per il proprio interesse (null’altro che il proprio interesse spinge, per riprendere il famoso concetto espresso da Smith, il fornaio, il birraio, il macellaio e il consumatore a stabilire legami commerciali), è tuttavia vero che un sistema economico può operare efficacemente soltanto sulla base di una reciproca fiducia stabilita tra le diverse parti. Quando le attività commerciali, comprese quelle delle banche e degli altri istituti finanziari, fanno nascere la fiducia nella loro possibilità e volontà di fare davvero ciò che garantiscono, le relazioni tra chi offre e chi prende in prestito possono svolgersi facilmente in un modo utile a entrambi i partecipanti. Come scriveva Adam Smith: «Quando la gente di un dato paese ha tanta fiducia nel patrimonio, onestà e prudenza di un particolare banchiere da pensare che egli sia sempre in grado di pagare a vista i biglietti da lui emessi che possono essergli presentati in ogni momento, quei biglietti vengono ad avere lo stesso corso della moneta d’oro o d’argento stante la fiducia nel fatto che essi possono in ogni momento essere cambiati in monete d’oro e d’argento”

Amartya Sen, nobel per l’economia del 1998, in questo passo del “Capitalismo oltre la crisi”, spiega bene il concetto. Come può un economia sopravvivere quando fra le varie parti la fiducia sparisce? E come può esserci fiducia se gli investitori non sono a conoscenza di cosa è presente all’interno dei prodotti che comprano, che investimenti faccia la società di cui acquistano un titolo?

Acquistare un azione, per quanto irrilevante, significa comunque diventare soci di un’attività: attività le cui movimentazioni devono essere note e trasparenti. Trasparenza. E’ questa la parola chiave che dev’essere alla base di un capitalismo piu responsabile. Sinceramente non me la sentirei di affidarmi al solo “senso di responsabilità” delle holdings il futuro della società. Il mercato va responsabilizzato con legislazioni forti. Forti come l’Emergency Banking Act del 1933, forti da avere realmente sotto controllo il flusso di scambi di prodotti finanziari. Fra le tante cause, Marx nel “Capitale” intravedeva nelle cicliche crisi di sovrapproduzione uno dei fattori che avrebbe portato al collasso del sistema capitalista: crisi causate a suo parere da una sorta di “anarchia” nella produzione. Il revisionista Bernstein alla seconda internazionale aveva mostrato che il capitalismo ha insolite capacità di regolazione al suo interno, screditando la teoria Marxiana. In ogni caso l’anarchia, sia produttiva sia finanziaria, è da mettere a bando. In quest’ottica, diversi prodotti annessi ai junk bonds devono essere aboliti con le buone, o con le maniere forti.

Vi segnalo un blog acutamente critico in ambito socio-economico: http://dalleconomiallapolitica.blogspot.com/

A presto
Niccolò Ferragamo (per gli amici Ferro)
OpenNews.it

Debito pubblico mondiale: una cifra a 13 zeri.

Vi piacciono i grossi numeri? Nel caso, The economist online ha pensato a voi nella sua nuova pagina sul debito pubblico mondiale. In un interfaccia molto efficace The Economist mostra, paese per paese, quanto i vari stati devono ai propri cittadini. L’effetto non è certo gradevole: $2,383,720,000,000 è il conto italiano. In rosso però. Non dobbiamo sorprenderci se il rating finanziario dell’Italia è più basso di quello di Intesa (A+ contro AA-).

Il debito pubblico è il debito dello Stato nei confronti di banche, investitori e cittadini che hanno sottoscritto Bot, Cct e titoli vari.  L’applicazione potete trovarla su

http://buttonwood.economist.com/content/gdc?source=features_box4

Niccolò Ferragamo (Iron, Ferro per gli amici)
ipernikko@gmail.com – Open News.it

Per i lettori: mi scuso per il dibattito acceso con questo semplice post. La mia intenzione era semplicemente farvi vedere un’applicazione interessante di un sito autorevole, non quella di creare un vespaio. I commenti sono liberi, e sono graditi, ma questo sito, oltre a costare denaro reale per essere mantenuto in vita, è scritto per prima cosa per piacere. Se alcuni commenti devono far sparire questo piacere, preferiamo e preferisco rimuoverli. Questo non è un “noi contro voi”: è un, noi, e chi vuole collaborare, scrive, e chi legge decide cosa fare dell’informazione. Può scartarla o esserne interessato. I commenti vanno fatti per prima cosa con educazione, non conclusi con frasi di offensive, dal momento in cui nessuno qui offende nessun altro.

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