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Università di fotografia: si, ni o no?

Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.

Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:

“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti  di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.

Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.

“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”

Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”,  per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.

 

Chiara Piotto

FOTO(Fotografa Ogni Tuo Obiettivo)

Quante volte mamme, nonni e papà parlando con i loro amici e con i parenti hanno descritto un nipotino o un figlio in maniera così snaturata, così distante che se avessero descritto l’ultimo modello di Barbie studentessa o Heidi-va-in-città, si sarebbero probabilmente attenuti di più all’originale?

Quante volte poi parlando con qualche amico come noi illuminato dal tocco creativo ci siamo lamentati analizzando il barattolo delle opportunità vuoto come una conferenza sull’elegia latina il 21 di luglio?

Finalmente, qualcuno non si è limitato a domandarselo ma ha pure cercato di darvi una qualche risposta. Lei si chiama Kamila Bialobrzeska e con il patrocinio della Cassa di Risparmio ha portato belle notizie a tutti i giovani culturali “frustrati” dalla piattezza urbana. Il suo progetto, di cui avevamo già parlato, ha cambiato il suo nome da Progetto Giovani a “Adolescenti Fluorescenti“, un nome un pò radioattivo scelto dai diretti interessati così come il neobattezzato concorso fotografico FOTO (Fotografa Ogni Tuo Obiettivo). Questo si è arricchito anche di un termine preciso, il 2 ottobre, oltre ad aver allargato il proprio range d’età (fino ai 21 anni); il giudice del concorso ha inoltre finalmente un nome e un volto, il fotografo professionista Alan Maglio che incontreremo prossimamente proprio sulle pagine di Open News.  Altri incontri con dei big del giornalismo, della fotografia, dell’arte, si passeranno il testimone a partire dal primo incontro il 13 ottobre che vedrà presenti… vedrete!

Il logo disegnato da Alessandro Mistretta

 

Se avete voglia di mettervi alla prova e di stimolare le vostre menti, indolenzite dai saggi e inscatolate dai video games, ecco a voi gli utilissimi contatti:

Il gruppo FB http://www.facebook.com/messages/?action=read&tid=r2qGQn7CcCPT%2FqzzWR33Pg#!/groups/147084342052999/

La pagina dedicata al concorso http://www.facebook.com/event.php?eid=123495371083538&ref=ts

L’immancabile video adolescenti fluorescenti

ps:la scimmia del video non farà parte dello staff.

 

Chiara Piotto

Articolo 21

Tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ha così inizio uno degli articoli più belli delle Costituzione Italiana, il ventuno per essere esatti. La bellezza e semplicità di questo articolo risiede nella sua chiarezza e nella sua importanza cardine. La libertà di espressione è lʼincipit di ogni democrazia e nel “caso” italiano è anche frutto di un processo storico, mi spiego meglio: con lʼavvento del cancro del fascismo, invenzione tutta italiana e poi esportata oltre i nostri confini, il nostro paese è passato sotto le forche della censura e della repressione ideologica, condannando i liberi pensatori alla clandestinità e nei peggiori dei casi alla morte. Con la caduta del tiranno e della sua cricca di fedelissimi si è vissuto un qualcosa di unico e grandioso: la rivincita delle ideologie, esse hanno bisogno di voce.

Una voce che le diffonda, le faccia conoscere e crescere e proprio qui che arriva, dirompente, la libertà di espressione in tutta la sua forza.

A mio avviso però, la forza vera della libertà di stampa sta nellʼinformare il prossimo, metterlo a conoscenza dei fatti. Una persona informata non la metti allʼangolo, non la decontestualizzi, essa sa e può difendersi da bugie e false verità. Proviamo ad immaginare cosa può voler dire essere privati di tale linfa sociale. Politici che ancora più caparbiamente alimentano lʼalbero della corruzione, cosche criminali che non hanno più bisogno della coperta dellʼanonimato, grandi amministratori che possono agire indisturbati nellʼattuare le loro politiche repressive nei confronti dei dipendenti che non possono godere della protezione della collettività informata. Sono tutte cose già viste e vissute, e non in un lontano passato.

La bellezza della libertà di espressione risiede in oltre nella sua facile fruibilità e manifestazione: la nostra piccola grande radio ne è un esempio, dove tutti hanno libertà di esprimere giudizi sui contenuti senza paura e senza censura, dove ciascuno ha la possibilità di parlare e dire la sua. In questo ci aiuta internet, dove lʼimparzialità regna sovrana e indiscriminata.

Quando pocʼanzi ho descritto la libertà di espressione come una delle fondamenta della democrazia non volevo esprime un concetto trito e ritrito ma un qualcosa di genuino e puro. Tale valore, a me piace definirlo così, permette di poter esprime qualunque giudizio sullʼoperato di qualcuno. Spesso non ci rendiamo conto di cosa significhi un potere del genere: poter dire a qualcuno “secondo me sbagli” è meraviglioso. Ormai non ce ne rendiamo più conto poichè si tratta di qualcosa assodato ma se ci fermiamo a pensare non si tratta di una cosa così banale. Tutto questo processo rende liberi, è una boccata dʼaria che possiamo prendere in qualunque momento, si tratta i qualcosa di nostro e va difeso a tutti i costi.

Ma cʼè un aspetto che non si deve dimenticare, e qui chiamo in aiuto Voltaire quando dice non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” , sono parole che devono porci di fronte a una riflessione molto importante. In altre parole si vuole dire che ci sarà sempre qualcuno che non condivide le tue idee e i tuoi pensieri ma tuo compito e dovere sociale è impedire che qualcuno non possa più criticare le Tue azioni. E non per buonismo ma per un bene superiore che è la libertà di espressione. Che, come nel caso italiano, spesso è ottenuta con il sangue di patrioti che si sono immolati in difesa anche di chi non condivideva le loro idee ma solo per permettergli di manifestarle liberamente hanno lottato e sono morti.

MontBlanc – www.opennews.it

 

La denuncia della violenza sulle donne vince il World Press Photo 2010

Premiato anche per il 2010 il vincitore del prestigioso World Press Photo per l’immagine di più alto valore fotogiornalistico dell’anno, la più rappresentativa di un accadimento o di un evento di grande rilievo storico e contraddistinta da un’eccellenza creativa e tecnica. E di importanza la storia che ha deciso di raccontare Jodi Bebier ne ha da vendere: il suo ritratto di Bibi Aisha, giovane talebana mutilata di naso e orecchie dal marito perché “non abbastanza disciplinata”, ha colpito la giuria del concorso ma anche tutti coloro che, dalla sua pubblicazione sulla copertina del Times, si sono trovati a dover far fronte a quella realtà in tutta la sua crudezza. La fotografia è nitida: quasi profana della terribile intimità di una simile situazione, testimone di un delitto atroce, ancor di più se pensato possibile oggi,nel nuovo millennio. Gli occhi della ragazza non sfuggono alla ripresa ma partecipano all’efficacia dell’immagine, guardano feriti ma non rassegnati lo spettatore, hanno uno scopo ben preciso. Denunciano. Bibi è diventata simbolo della violenza contro le donne, tuttora è accettata legalmente in molte realtà del medioriente ma anche dove meno sospettabile, e anche se delle protesi hanno adesso riempito i vuoti lasciati dalla violenza, difficilmente dimenticherà o lascerà che venga dimenticato ciò che le è capitato.

 Altrettanto di impatto, altre fotografie sono state poi premiate nelle categorie dedicate alla natura, alla società, alle arti, alle storie personali. Impressionante lo scatto di Pèter Lakatos per la sezione “Spot news” che coglie l’ultimo volo di un uomo suicidatosi durante una rivolta a Budapest; meravigliata e sorpresa l’espressione della ragazza indiana davanti alle magie del cinema di Bollywood soggetto della foto vincitrice di Amit Madheshiy per la sezione “Arts and entertrainment” ; all’italiano Riccardo Venturi è andato il premio per “General News” con la sua foto a un bambino di Haiti con sfondo di un mercato di Port-au-Prince in fiamme; delicato come un dipinto illuminista dai colori tenui il lavoro di Stefano Unterthiner, nella categoria “Nature stories”.

Ancora, scelti perchè unici più che per la tecninca, i due reportage premiati d’onore di Michael Wolf e dei minatori cileni rimasti la scorsa estate a una profondità di 700m per oltre trenta giorni nella miniera di San Jose. Il primo è una raccolta degli incidenti documentati involontariamente da Google Maps in giro per il mondo, il secondo una raccolta di dodici fotografie amatoriali che riproducono gli elementi di un peridoo vissuto tra la paura e la speranza.

 In generale in tutte le foto premiate e partecipanti, una bravura davvero eccezionale.

Segnalo per chi potesse essere interessato che Amnesty International ha indetto un concorso fotografico a livello europeo dal tema “Scatta contro la discriminazione”, contro ogni forma di pregiudizio sociale, politico, etnico; aperto a chiunque abbia almeno quattordici anni d’età, professionista o non, è possibile inviare le opere fino al 31 marzo.

Info sul sito ufficiale: http://www.amnesty.it/scatta-contro-la-discriminazione

Piotto Chiara

Il ritratto: come tenere alla larga pesci lessi e pellirossa

Ritrarre una persona amata, un amico, un personaggio noto, o il più perfetto sconosciuto, messi con le spalle al muro, così, con gli occhi nel mirino, esercita un fascino unico sul ritrattista e sullo spettatore. Uno sguardo magnetico, diretto , o la spontaneità di uno che sfugge alla cattura della lente, può trasmettere molto; ma va saputo immortalare, perché non si risolva in piatta fotocopia appiccicata su uno sfondo altrettanto monodimensionale! Molti ritratti infatti parlano da sé, riescono a bucare il foglio, a prendere vita.

Risultata essere la foto più nota della storia della rivista National Geographic.

Un esempio moderno di grande “catturatore di sguardi” è Steve Mc Curry, con il famosissimo ritratto figurato su National Geographic che abbiamo sicuramente tutti visto almeno una volta ( “Afghan girl” fu scattata in Pakistan nel 1984). Ancora, mi viene in mente Nadar, il primo grande fotografo ritenuto tale, i cui capolavori sono datati… qualche annuccio fa… E tuttavia ancora oggi sono spesso ritenuti insuperati, unici. Ne deriva che la qualità, l’efficienza di comunicazione di un buon ritratto non dipende affatto dalla data sul calendario, né dalla quantità di mega pixel. Si tratta di talento, di genio se vogliamo? Anche. Ma ci sono delle piccole regole, dei trucchi basilari che permettono il salto di qualità. Il resto lo fa la creatività del fotografo.   Ma per cominciare commentando un ritratto-base, non essendo riuscita a trovare quello giusto fra le mie cartelle in cui rientri ogni cmquadrato della capigliatura e delle spalle ( ZERO: Mi credevo ritrattista, e invece mi riscopro sarta), vorrà dire (ahimè!) che mi rifarò allo scatto di qualcuno di molto più autorevole. In particolare credo che un’opera più che degna di nota sia quella di un altro gigante della fotografia novecentesca, Yousuf Karsh. Tra i grandi nomi che ricorrono fra i soggetti di questo grande, Albert Einstein e Audrey Hepburn, Grace Kelly e Pablo Picasso per citarne solo alcuni; ma in particolare vorrei portare ad esempio la foto che ritrae Hernest Hemingway. Scrisse in quella occasione Karsh di lui “Trovai un uomo di peculiare gentilezza, l’uomo più timido che avessi mai fotografato. Un uomo crudelmente ferito dalla vita, ma apparentemente invincibile ”(1957). E, osservando l’immaginenell’accurato gioco di contrasti, sembra davvero di poter leggere quelle stesse impressioni, attraverso lo scorrere della luce nelle lievi rughe della fronte e le ombre nel nero delle pupille, che fiere e composte si levano verso l’alto sfuggendo lo sguardo attento della macchina fotografica. Ecco, questo è Ritrarre. Questo è ciò che un ritratto dovrebbe essere. E non è impossibile. Yousuf Karsh, Nadar  hanno attraversato un secolo di storia, hanno avuto a che fare con soggetti altrettanto unici. Ma erano uomini.  Da dove partire, quindi, per ottenere un risultato soddisfacente, per migliorarci?  Basilare, nell’impostazione di un buon “portrait”(per cambiare un po’ parola) è la luce, la sua provenienza e la sua intensità. Tendenzialmente la scelta sarà fra una luce diretta e per questo tagliente, che renda i contorni più netti, i particolari più nitidi, e una luce diffusa, morbida, che avvolga l’intera scena e che magari non crei il problema della chiusura degli occhi (o foto a pesce lesso). Altrettanto d’effetto può essere poi una luce naturale, proveniente da una finestra, più soffusa, che per rendere pienamente dovrà essere accompagnata da un cavalletto per tempi più lunghi e pose precise, o da diaframma più chiusi. Un’altra soluzione per rendere più luminosa la scena può anche essere servirsi  del flash, ma con prudenza. Se troppo potente o usato a distanza troppo ravvicinata rischia infatti di donare al soggetto quel pallore in più che rischia di rovinare la resa della foto, a meno che il tema non sia “presenze dall’oltretomba”. Inoltre il flash tende a indurire l’atmosfera, e un lume di candela o una leggera luce primaverile ne risentiranno marcatamente. Altro particolare importante è il bilanciamento del bianco; una sua inadatta regolazione , in particolare se in ambienti chiusi ,rischia di regalare sfumature sul giallo-rossiccio spesso troppo eccessive, capaci di trasformare chiunque in un pellerossa sul sentiero di guerra. Utile perciò ricondursi al concetto di “temperatura di colore”, per cui diverse sorgenti di luce doneranno sfumature diverse alle immagini: ad esempio le luci da studio bianche o quelle dei flash, a temperature Kelvin molto alte, renderanno i colori più “azzurrognoli” e freddi, mentre quelle più basse attireranno radiazioni rosse( candele, lampadine domestiche ecc). Vanno tenute presenti poi le dominanti riflesse; un cielo blu proietterà anche sul soggetto un colorito più bluastro, e così un prato verde, un muro giallo.. Utile quindi, sia all’esterno che all’interno, ricercare sorgenti adatte, e regolare il WB( White-Balance) a seconda della situazione (sono presenti nelle macchine fotografiche situazioni standard tra cui è possibile scegliere, come nuvoloso, tungsteno, flash o in alcune personalizzabile). Altro elemento fondamentale è l’apertura del diaframma: a seconda che si voglia rendere  lo sfondo nitido in ogni suo particolare piuttosto che sfumato in macchie di colore indistinte che facciano risaltare il viso in questione, sarà necessario  ampliarne o limitarne l’apertura.  Consigliabili fra gli obiettivi sono quelli che vanno dalla lunghezza focale di 50mm ai tele, poichè i grandangolari tendono ad allargare lievemente il viso ripreso da vicino. Preferiti in questi settore sono l’85mm, il 105mm e il 135mm.   Infine, ma qui c’è poco che si possa consigliare, l’espressione, ciò che forse più di tutto influenza la riuscita o meno di un buon ritratto e la sua capacità di trasmettere.

Ho scattato questa foto a una mia amica, Giulia Riccobaldi, questa estate... La forza della foto sta proprio nella sua spontaneità.

Un viso serio e piatto, per quanto bello, sarà piacevole da guardare, ma questo non basterà a renderlo un Buon ritratto. Spesso un’espressione presa di sorpresa, spontanea, magari di nascosto, o addirittura lievemente mossa, può apparire ben più comunicativa. Per cui importantissimo è anche saper mettere a proprio agio il soggetto, chiacchierare, chiacchierare, chiedere, distrarlo…

Nel caso poi questo non dovesse bastare … portatevi dietro un bel rotolo di corda e un po’ di scotch che vi permettano di modulare a vostro piacere la posa…  a mali estremi, estremi rimedi!

Piotto Chiara

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