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Goodbye 2011

Se ne è andato Steve Jobs, il mondo l’ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene “il più grande di tutti i tempi”, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di Osama Bin Laden, il “public enemy number one”, il ricercato, il mandante di quell’attentato che ha cambiato per sempre il termine “sicurezza”.

E’ stato lanciato un nuovo social network, Google+, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c’era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po’ di sana conversazione.
“Le proteste” sono il personaggio dell’anno secondo il TIME. Siamo diventati 7 Miliardi su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo iPad2 e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.

Le rivolte in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il terremoto giapponese ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall’altra parte del pianeta, il Brasile era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto.  E’ nato un nuovo Stato: il Sud Sudan, mentre, da un’altra parte, un “gruppo etnico” aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la Palestina. E’ morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E’ stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: #OccupyWallStreet è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.

Kate e William si sono sposati, il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L’Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. E’ caduto il Governo Berlusconi e un team di “tecnici” l’ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. Djokovic è il numero uno del tennis mondiale, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.

La sparatoria in Norvegia ha commosso e fatto arrabbiare; il termine “spread” è entrato per la prima volta nella nostra vita. E’ stato “costruito” un nuovo super tunnel: quello dei Neutrini  ;-) e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un’altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.

E’ un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell’Unità d’Italia.
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.

BUON ANNO

Francesca Larosa – www.opennews.it

Missione rinascita. Obiettivo 2013

Salgado: “Premier ha promesso provvedimenti a breve”, infatti, in arrivo una manovra da ben 20 miliardi di euro.

BRUXELLES –C’è da tirare la cinghia e stringere i denti, questo quanto emerso dal consiglio Ecofin e riassunto dal commissario agli Affari economici Olli Rehn con sentenza quanto mai lapidaria: “Siamo entrati nei dieci giorni critici per l’euro”.

Giorni difficili per tutta la zona Euro,quindi, ma particolarmente per il vecchio Scarpone italiano che è alle prese con la presentazione delle contromosse da applicare per saltare il fosso della crisi: “Monti ci ha illustrato le misure e ha promesso di approvarle prima del Consiglio europeo”: ha riferito il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado.

Nonostante la pessima congiuntura economica e il costante rallentamento del Pil italiano, l’Europa chiede all’Italia risposte e misure urgenti da almeno 11Miliardi (anche se la cifra è ancora oggetto di discussione e il suo valore potrebbe notevolmente lievitare arrivando addirittura a 20 Miliardi) per raggiungere nel 2013(fine del mondo permettendo) il tanto agognato pareggio di bilancio.

Al termine dell’eurogruppo i vertici Ue Jean Claude Juncker e Olli Rehn giudicano favorevolmente le misure presentate da Monti come “una buona base per le riforme”. “Si tratta di una misura essenziale per garantire stabilità finanziaria, fiducia degli operatori e per invertire la tendenza negativa del debito” dice Rehn.

Alla cena dell’Eurogruppo,poi, è stato presentato il tanto temuto rapporto sul nostro Paese in cui il vice presidente Olli Rehn ammonisce l’Italia che “tassi d’interesse elevati, in modo persistente, aumentano il rischio di una ‘fuga’ dai bond italiani” e l’insorgere di una crisi di liquidità. Il rapporto non preoccupa comunque Monti perché “non contiene sorprese”. Il professore che illustrerà ai colleghi le misure (senza tuttavia aggiungere dettagli a quelli presentati in Parlamento in Italia) ne terrà conto.

Monti ascolta, recepisce ma non parla, tuttavia da Roma arrivano voci di una manovra in lavorazione da 20 miliardi di euro e di una relativa sicurezza sulla possibilità di centrare il pareggio di bilancio nonostante il ciclo economico avverso. Nel rapporto Rehn si suggerisce di “spostare la tassazione dal lavoro ai consumi e all’immobiliare”, di una “legislazione sul lavoro che continua a offrire elevata protezione a chi è dentro, mentre a chi è fuori, soprattutto a donne e giovani, restano lavori precari e nessun sussidio di disoccupazione” e anche che “per ripristinare la fiducia nei mercati, per l’Italia, dipende in modo cruciale dal sostegno di partiti, parti sociali e cittadini alle riforme del governo”.

Oltre alla questione italiana, al vaglio dei ministri vi è un’altra patata bollente: il via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia: otto miliardi bloccati per la decisione di Atene, poi ritirata, di indire il referendum e il rafforzamento del fondo salva stati. Ma secondo Olanda, Belgio e Lussemburgo questo potrebbe non bastare e quindi la Bce, restia anche per l’opposizione della Germania a impegnarsi in maniera diretta, potrebbe prestare al Fondo Monetario le risorse necessarie ad aiutare i due Paesi.

Sansosti Alessio – www.opennews.it

L’editoriale: into the storm

L’obiettivo dell’Europa era quello – stando al Trattato di Roma del 1957 – quello di salvaguardare la pace, vista come risultato di intense e buone trattative economiche.
Stando a questo incipit, il futuro riserva solo conflitti e transazioni poco proficue.  Stiamo attraversando, è indubbio e palese, una vera e propria tempesta della quale non si scorge la fine. Il dubbio è come uscirne. E’ la domanda che tutti si pongono mentre si svolge un G20 senza risposte e mentre un’Europa autoritaria come mai prima, invita gli Stati sotto osservazione a rimettersi in riga.

Possiamo noi, in quanto paese sovrano, assecondare così beatamente gli strepiti franco-germanici? E’ proprio così vero che siamo “commissariati” e assoggettati ad una politica ostile e che guarda unicamente ad interessi nazionali? Direi di si. In primis, questa fantomatica sudditanza decantata da gruppi più isolati che altro in un periodo come questo, è mal posta. Non si tratta di obbedienza, bensì di regole che NOI stessi (come Italia) abbiamo contribuito a formare e promuovere e che ci siamo impegnati a rispettare. Secondariamente, il vero nodo del problema sta nella determinazione delle responsabilità: chi ha colpa? Chi ha agito in modo scorretto provocando questo rischio-catastrofe?
Non sono solo le banche o le agenzie di rating, ma anche la politica, la quale si è prodigata in ridicole manovrine e manovrette che servono ben poco perfino nel breve periodo.

Lo scenario che si sta aprendo è desolante: un’Europa che aiuta e si comporta da madre perseverando nell’acquisto di titoli che rendono troppo per essere considerati sicuri, ma che alza la voce bacchettando il gruppo degli ultimi; la prima azione di Mario Draghi che taglia i tassi di interesse permettendo ai mercati di respirare, ma palesando tutta la gravità della situazione presente; uno spread altalenante e un pericolo default (ormai certezza) per la Grecia che – inscenando un bluff clamoroso – propone un referendum.

L’Italia reale in tutto questo dove si trova?  Attende che il Governo si dimetta, come è accaduto in Spagna. ha aspettato una manovra che si è ben presto rivelata inefficace, troppo timida e debole, non all’altezza di quella famosa “letterina d’intenti” spedita alla UE.
Ci vuole il coraggio di tagliare con un atteggiamento che palesa visioni di breve periodo; è necessario elaborare sistemi che tocchino nel profondo i problemi che ci assillano. La speculazione non tarderà a bussare alla nostra porta e non sarà cantando slogan come “noi la crisi non la paghiamo”. E’ il momento di tirare la cinghia, perchè LA CRISI LA PAGHIAMO NOI.

E’ questa la condizione per non finire come il Titanic: un relitto che ricorda periodi di grande splendore, lusso, confort e una vita….troppo lontana.  

Per approfondire queste tematiche, consigliamo una delle puntate del format “Economicamente” di RadioEco, l’emittente dell’Università di Pisa. Il Prof. Della Posta parla senza fronzoli del perchè conviene restare in Europa e di quelli che sono i nostri diritti-doveri all’indomani del primo shock di queste settimane. Un’ora piacevole, tra musica e serietà: http://www.mixcloud.com/radioeco/economicamente-conversazioni-sulleuro-col-prof-della-posta/#utm_source=widget&utm_medium=web&utm_campaign=base_links&utm_term=resource_link

Francesca Larosa – www.opennews.it 

L’editoriale: moneta unica e Antibanks Day

La moneta UNICA, così viene definita. Dal momento della sua introduzione ha dovuto subire contraccolpi durissimi e momenti che l’hanno messa a dura prova.  Questo periodo è analogo: vi sono coloro che ritengono che sia stata e sia tuttora un vero e proprio fallimento. Vi sono coloro che, invece e più timidamente, la considerano la “meno peggio” tra le alternative possibili.

Non sono d’accordo con quanti ritengono che la soluzione per uscire dalla crisi e tentare una strada “alternativa” sia quella di abbandonare l’Euro. Quali sarebbero le conseguenze per una tale mossa? Pensiamo per un attimo alla situazione attuale: le prime pagine dei giornali sono occupate dall’espressione “spread record” o “paura per i debiti sovrani”, ma non tutti comprendono davvero ciò che si nasconde dietro a tutto questo. Oserei dire che solo coloro che muovono ingenti capitali dietro le quinte sono unici depositari di un quadro d’insieme.  Per rendere la cosa più semplice, dunque, è necessario riportare l’analisi alla vita quotidiana: cosa sarebbe oggi la popolazione italiana SENZA l’Euro? Un disastro. L’entrata nella moneta unica rappresenta, oggi più che mai, una fortuna. Il nostro potere d’acquisto sarebbe (per usare un eufemismo) ridicolo, per non parlare del fatto che l’uscita dalla competizione internazionale in un mondo così globalizzato, è sempre e solo un limite per uno Stato. L’Italia non ha subito le conseguenze di un fallimento, di un default, perchè si è trovata immersa in un sistema unificato: l’Unione Europea.

Il tema è tornato di grande attualità proprio nei giorni scorsi: davanti ad alcune Borse Europee, Piazza Affari compresa, si è svolto l‘AntiBanks Day: una vera e propria manifestazione contro i poteri forti, i poteri “occulti” e il “signoraggio bancario”. Vorrei, in primis, fare una premessa: il sistema finanziario attuale ha delle falle considerevoli e ha compiuto degli errori enormi soprattutto perchè le conseguenze le ha pagate l’economia reale; tuttavia la sensazione che si percepisce da iniziative di questo genere è quella di idee un po’ retrò, di nostalgia per un passato privo di senso in un mondo come il nostro. La crisi economica non deve dare vita ad un nuovo ’68. Altro era quel momento storico, altre erano le rivendicazioni propugnate da chi c’era.  Oggi è auspicabile unire le forze e i cervelli per elaborare una riforma del sistema, non la sua distruzione. E’ più facile cambiare ciò che già c’è, piuttosto che abbattere e ricostruire da zero: i problemi restano, magari mascherandosi. 

I manifestanti elogiavano il modello islandese: una dichiarazione di fallimento da prendere ad esempio, secondo i più. Ebbene, mi riservo di non essere d’accordo. L’Islanda non è l’Italia, ergo un paragone non è possibile, nè tantomeno agevole. L’uscita, come già detto, dai mercati internazionali garantirebbe un enorme limite per la nostra economia. In un mercato interconnesso, quale quello attuale, espressione finanziaria di un mondo reale che vive su una serie di relazioni interdipendenti, l’exit strategy non è contemplabile. In più, dichiarare default è l’equivalente di un urlo: “non onoriamo i nostri debiti!”. Che differenza c’è allora tra gli speculatori finanziari (che per i più rubano soltanto) e coloro che si rifiutano di restituire il denaro a chi glielo ha prestato? Nessuna. Senza contare che l’inaffidabilità diverrebbe la primaria caratteristica del Paese.  E che fine farebbero, poi, tutte quelle famiglie che hanno investito nei titoli di Stato? Quante sono? Tantissime e tutte senza più risparmi. A quale pro? Coloro che guardano all’Islanda come modello, mi sembrano, troppo lontani dalla percezione di quello che è il sistema Italia. La conseguenza certe ed immediate sarebbero una disoccupazione con indici altissimi, inimmaginabili.  E, ammettendo poi un’uscita dal momento di difficoltà, come sarebbe possibile tornare ad avere un saldo commerciale positivo e un rapporto di cambio vantaggioso in una competizione impari Lira/Marco, Lira/Dollaro?

Che si debba intraprendere un cammino differente, è ipotesi ormai accettata da tutti, ma l’Unione Monetaria rappresenta un unico blocco di vantaggi nella nostra situazione. L’idea di fondo deve essere quella di perseguire un’Europa che sia realmente una Confederazione di Stati, ma non è guardando a modelli troppo lontani da noi e ad idee romantiche che riusciremo a vedere la luce in fondo al tunnel.

E tu? Che ne pensi? 

 

Francesca Larosa – www.opennews.it

La Paura: il Governatore dell’economia mondiale

E’ il panico che permette le oscillazioni paurose che colpiscono i Paesi più deboli.

E’ il caso di ieri della Grecia, colpita da indiscrezioni uscite sul Der Spiegel Online. Una nuova bufera si abbatte su un Paese con un debito di 325 miliardi di Euro. Troppo da prendere in carico, ma impossibile da non considerare in prospettiva di un’Europa un futuro più forte ed unita.

E’ sempre il panico il principale responsabile delle crisi economiche. Fenomeni ciclici, forse, ma comunque devastanti. Accadde così già nel 2008: un leggero calo dell’impennata dei prezzi immobiliari e ogni acquirente, spaventato per il proprio patrimonio, ha cominciato a vendere e rivendere. Un meccanismo che, se fatto da tutti in contemporanea, fa collassare il sistema.

Un sentimento forte, originario, insito nella natura dell’uomo che si aggira seminando terrore in tutte le sedi delle Borse. E’ la riprova di quanto incontrollabile possa essere un settore come quello economico e di come la tanto decantata fiducia non sia qualcosa di meramente utopico, ma reale e fondamentale.

“Rispetteremo i nostri impegni” – ha dichiarato Papacostantinou, primo ministro greco. Eppure, nonostante i 30 miliardi di euro già erogati dal salvagente europeo per venire in soccorso di una situazione che pareva catastroficamente epocale, la nube nera che si è abbattuta sullo stato che ha creato l’Europa, pare non dissolversi. Entro la seconda metà del 2012, gli Ellenici dovranno reperire 25 miliardi di Euro. Un’impresa non facile date le già condizioni di austerity che stanno dipingendo la tela di uno Stato che ha rischiato il fallimento.

E nonostante i modelli che gli economisti usano per spiegare, anticipare e correggere i fenomeni della realtà, la situazione sembra non migliorare. Quando la paura entra nelle menti degli operatori economici o, ancor peggio, dei politici rastrella ciò che era stato seminato precedentemente. Non è solo la deregulation ad aver affossato l’economia, ma anche la scarsa fiducia di cui il sistema gode, in Italia come in America.

E adesso un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il fallimento greco, da cui molti Paesi avrebbero solo che da guadagnare. Le anticipazioni dei giornali non aiutano e la sola frase “il Governo annuncerà il ritorno alla dracma”, causa in pochi minuti una discesa dell’Euro da 1,45 a 1,43 sul dollaro. Per ora le smentite sortiscono l’effetto sperato: la calma almeno apparente sembra essere tornata, ma in serata vi sarà un meeting di portata enorme e solo allora sarà possibile discutere più approfonditamente. La speranza resta comunque sempre la stessa: nessuna indiscrezione, nessuna fuga di informazioni (governative o non) che possano provare destabilizzazioni pericolose. Pare incredibile, ma l’irrazionalità che nulla ha di casuale, l’incontrollabile sentimento umano della paura, può cambiare, da un momento all’altro, le sorti di interi Stati e situazioni ad alto grado di rischio.

E’ una lotta impari, ma la Grecia può riuscirne vincitrice. Solo una politica volta al riformismo più sfrenato (come già si sta verificando) e uno sforzo considerevole da parte dell’Europa, può portarla ad aspirare alla gloria perduta.

Francesca Larosa – www.opennews.it

“Il grido del povero sale a Dio, ma non arriva alle orecchie dell’uomo”

E’ con una farse di Felicité-Robert de Lamennais che Roberta Bendinelli apre la sua analisi della crisi egiziana. OpenNews torna ad occuparsi della cronaca.

In Egitto continua la lotta tra i sostenitori del regime e chi invece gli si rivolta contro. Ormai il countdown è finito: oggi, 4 febbraio, scade l’ultimatum che il Premio Nobel leader dell’opposizione Mohammed El Baradei ha lanciato a Mubarak. «Ha tempo fino a venerdì per lasciare il paese ed evitare uno spargimento inutile di sangue». «Voglio andarmene, ma temo il caos» è stata la risposta del rais.

Uno degli scontri più sanguinolenti è avvenuto la notte di giovedì 3 febbraio, fonti mediche hanno stimato un totale di 10 morti e più di 800 feriti. La violenza della guerriglia ha reso necessario l’aiuto dell’esercito, intervenuto poco prima dell’alba per tentare di separare le due fazioni. Tentativo che, a giudicare dalle immagini trasmesse la mattina dopo dalle televisioni di tutto il mondo, non ha avuto alcun successo.
La guerriglia va avanti da giorni, ma cosa l’ha fatta scoppiare? La chiave per capirlo è contenuta in un nome, Hosni Mubarak. Quarto Presidente d’Egitto, è stato eletto per la prima volta nel 1981, dunque circa trent’anni fa. Fin da principio ha voluto attenersi alla linea di governo del predecessore Sadat, specie in campo economico. Alcuni studiosi ritengono che la rivolta abbia radice proprio nell’opera di riforma dell’economia da lui proseguita, caratterizzata dalla tendenza a liberalizzare gli scambi e a privatizzare le industrie. Il processo di apertura dell’Egitto al commercio estero, compiuto riducendo le imposte doganali, l’ha portato a dipendere sempre più da paesi stranieri quali Stati Uniti e Israele. La dipendenza si è fatta col tempo politica, oltre che economica, e ciò ha avuto due importanti effetti sull’assetto interno della nazione. Da un lato all’islamismo radicale non è piaciuta la crescente intesa con americani e israeliani, dall’altro l’economia egiziana ha assunto una decisa impronta capitalistica. L’affermarsi del capitalismo ha accentuato le differenze sociali, creando un profondo divario tra la classe politica e l’alta borghesia da una parte e il resto del popolo dall’altra, divario che persiste ancora oggi. Mentre le prime vivono nell’agio, il secondo si trova nella miseria più nera. Ora, al di là del fatto che quest’analisi sia o meno condivisa, è un dato reale che in Egitto i poveri sono migliaia e che molti di loro abitano nei cimiteri perché senza dimora. Emblematico è il caso del cimitero del Cairo: è stato preso d’assalto da una moltitudine di homeless, esasperati dai prezzi degli affitti troppo alti. Se vi state chiedendo come sia possibile vivere in dei sepolcri sappiate che quelli tradizionali sono stati realizzati con annessi degli alloggi, per permettere ai congiunti del defunto di trattenersi a fargli visita per più giorni. Ora invece servono per permettere a chi non ha un soldo di avere un tetto sulla testa. Nella necropoli ci sono addirittura un commissariato di polizia e un ufficio postale. Non stupisce, dunque, che i manifestanti scendano in piazza Tahir a gridare che hanno fame.

Mubarak, preso atto del malcontento, ha tenuto un discorso in cui ha fatto sapere di non volersi ricandidare alle prossime elezioni presidenziali. La sua intenzione non è però quella di andarsene subito, bensì di continuare a lavorare fino al termine del mandato «per approntare tutte le misure necessarie per un trasferimento di potere pacifico e sicuro a chi sarà scelto dal popolo». Il Presidente ha poi pronunciato parole dure nei confronti dei rivoltosi: «Chiedo alle autorità di controllo e alle forze di sicurezza di prendere quanto prima le contromisure per arrestare i fuorilegge che hanno causato disordini e atti di sabotaggio nei giorni scorsi». E ancora: «Chiedo di applicare qualsiasi misura volta ad assicurare alla giustizia i corrotti e i responsabili di saccheggi e atti distruttivi di questi giorni».
I Fratelli Musulmani - la più organizzata forza di opposizione al regime - non hanno apprezzato il discorso di Mubarak, dicendo che «non soddisfa nessuna delle richieste della popolazione» e che il suo annuncio di mancata ricandidatura è arrivato troppo tardi. Essi sono un gruppo fondato al principale scopo di promuovere l’islamizzazione. Questo in un senso che potrebbe mettere paura a noi occidentali? Secondo il portavoce Walid Shalabi no, non dobbiamo averne timore. «Se sfoglia il nostro programma» spiega Shalabi a chi gli chiede informazioni al riguardo «si accorgerà che le nostre rivendicazioni sono strettamente politiche, legate alle riforme legislative e all’applicazione delle regole democratiche»; quanto all’attuazione delle leggi islamiche, viene promossa solo «in accordo con le disposizioni costituzionali». I loro toni, nonostante la protesta popolare si faccia sempre più aspra, si mantengono moderati. «Il nostro obiettivo è cambiare i metodi, non le persone, che vengano rispettati i principi di libertà, di associazione e di espressione» continua Shalabi. «Certo, è indispensabile una revisione della costituzione che in questi decenni è stata modificata e corretta a uso e consumo di Mubarak, a partire dalla rielezione del presidente, limitando la carica a un solo mandato. Poi ci sono tutte le leggi che riguardano la stampa, i mass media, la magistratura, l’abolizione dei tribunali speciali militari dove sono giudicati anche i civili».

Se da un lato c’è la contestazione pacata, potrebbe dirsi concettuale, dall’altro c’è la disperazione di chi non ha abbastanza soldi per sopravvivere. Di chi ha perso tutto, compresa la dignità. Non è difficile capire come questo tipo di protesta sia degenerata in lanci di sassi e bombe Molotov. Sassate ed esplosioni che ignorano l’invito del segretario di Stato Usa Hillary Clinton ad una transizione ordinata di poteri che eviti il caos e l’anarchia.
Nel disordine delle strade del Cairo un solo punto appare chiaro: i rivoltosi chiedono più di una semplice promessa di dimissioni. Chiedono cose concrete, come il cibo, l’abitazione, il lavoro. Perché concreta è la povertà in cui sono costretti a vivere ogni giorno.

Roberta Bendinelli – www.opennews.it

Crisi e fiducia

Nella mia tesi ho cercato di spiegare la dinamica della crisi economica che impervesa da due anni. Mentre gli speculatori sono già pronti ad approfittare dei rialzi del mercato, una nuova coscienza deve emergere fra i gradini piu alti per evitare che le crisi diventino eventi ciclici. Non c’è niente di male nell’approfittare dei rialzi di mercato e nel fare trading. Il sistema diventa invece corrotto quando sono immessi nel mercato prodotti privi di trasparenza e sopratutto privi di punti di riferimento.

“Anche se la gente esercita il commercio per il proprio interesse (null’altro che il proprio interesse spinge, per riprendere il famoso concetto espresso da Smith, il fornaio, il birraio, il macellaio e il consumatore a stabilire legami commerciali), è tuttavia vero che un sistema economico può operare efficacemente soltanto sulla base di una reciproca fiducia stabilita tra le diverse parti. Quando le attività commerciali, comprese quelle delle banche e degli altri istituti finanziari, fanno nascere la fiducia nella loro possibilità e volontà di fare davvero ciò che garantiscono, le relazioni tra chi offre e chi prende in prestito possono svolgersi facilmente in un modo utile a entrambi i partecipanti. Come scriveva Adam Smith: «Quando la gente di un dato paese ha tanta fiducia nel patrimonio, onestà e prudenza di un particolare banchiere da pensare che egli sia sempre in grado di pagare a vista i biglietti da lui emessi che possono essergli presentati in ogni momento, quei biglietti vengono ad avere lo stesso corso della moneta d’oro o d’argento stante la fiducia nel fatto che essi possono in ogni momento essere cambiati in monete d’oro e d’argento”

Amartya Sen, nobel per l’economia del 1998, in questo passo del “Capitalismo oltre la crisi”, spiega bene il concetto. Come può un economia sopravvivere quando fra le varie parti la fiducia sparisce? E come può esserci fiducia se gli investitori non sono a conoscenza di cosa è presente all’interno dei prodotti che comprano, che investimenti faccia la società di cui acquistano un titolo?

Acquistare un azione, per quanto irrilevante, significa comunque diventare soci di un’attività: attività le cui movimentazioni devono essere note e trasparenti. Trasparenza. E’ questa la parola chiave che dev’essere alla base di un capitalismo piu responsabile. Sinceramente non me la sentirei di affidarmi al solo “senso di responsabilità” delle holdings il futuro della società. Il mercato va responsabilizzato con legislazioni forti. Forti come l’Emergency Banking Act del 1933, forti da avere realmente sotto controllo il flusso di scambi di prodotti finanziari. Fra le tante cause, Marx nel “Capitale” intravedeva nelle cicliche crisi di sovrapproduzione uno dei fattori che avrebbe portato al collasso del sistema capitalista: crisi causate a suo parere da una sorta di “anarchia” nella produzione. Il revisionista Bernstein alla seconda internazionale aveva mostrato che il capitalismo ha insolite capacità di regolazione al suo interno, screditando la teoria Marxiana. In ogni caso l’anarchia, sia produttiva sia finanziaria, è da mettere a bando. In quest’ottica, diversi prodotti annessi ai junk bonds devono essere aboliti con le buone, o con le maniere forti.

Vi segnalo un blog acutamente critico in ambito socio-economico: http://dalleconomiallapolitica.blogspot.com/

A presto
Niccolò Ferragamo (per gli amici Ferro)
OpenNews.it

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