L’” ultim’ora” battuta dalle agenzie lunedì 31 ottobre 2011 è lapidaria, nella sua apparente “folle normalità”: la Palestina riconosciuta come Stato membro dalla conferenza generale dell’Unesco a Parigi. Un voto favorevole dirompente, che scatena le cancellerie mondiali e si ripercuote come un sisma nel teatro primo di quel conflitto che indichiamo convenzionalmente come “israelo-palestinese”, tralasciando (volutamente o meno) l’infinita ragnatela che lega Gerusalemme ad ogni capitale del pianeta.
La nascita di un nuovo Stato è sempre, storicamente, un parto travagliato, nella maggior parte dei casi grondante sangue: basti pensare al Kosovo (scheggia impazzita che ancora vaga nella contraddittoria stratosfera diplomatica, frutto avvelenato dell’ecatombe balcanica ormai scolorita nel ricordo), al Sud Sudan (trionfalmente proclamato “stato sovrano” dopo decenni di guerriglia interna e già gravato dall’ombra minacciosa delle dispute per le risorse energetiche), alle fantomatiche repubbliche distaccatesi dalla Georgia dopo la “zampata” dell’orso di Mosca (2008). Nonostante ciò, la Palestina merita un discorso a parte, se non altro per la portata globale di ogni singolo atto legato alla sua disperata ricerca di statualità: beffata dalla proclamazione di indipendenza di Israele nel 1948, strattonata dai suoi prepotenti vicini in nome di un panarabismo ossessivamente destruens nei confronti di Tel Aviv e poco impegnato sul fronte costruens, dilaniata da una competizione politica che ha messo le radici sul territorio più conteso del globo terracqueo (secondo il giornalista Umberto de Giovannangeli è possibile e sensato parlare di “due Palestine”). Abbandonato il metodo terroristico su larga scala, il travagliato rosario di conferenze e processi di pace non sembra aver recato concreto giovamento ad una delle questioni più drammaticamente insolubili della storia recente: al momento attuale si sfidano e si osservano a vicenda (come due gladiatori, per usare la metafora cara ad Hobbes) un governo israeliano di destra-destra (Netanyahu del Likud e il “falco” dell’estrema Lieberman) e il traballante carrozzone di uno Stato che non c’è (a Gaza dominano gli islamisti radicali di Hamas, in Cisgiordania i “moderati” di Fatah). Nessuna via d’uscita all’orizzonte, nessun passo storico che possa far presagire una “soluzione” definitiva.
Già a settembre qualcosa aveva cominciato a smuoversi, sull’onda lunga della “primavera araba” e del crollo rovinoso degli autocrati di Tunisi, el Cairo e Tripoli. Abu Mazen, debolissimo politicamente ma forte di un fragile compromesso siglato con Hamas a maggio, lancia senza indugi la sua campagna di attivismo diplomatico: cercare con tutti i mezzi il riconoscimento alle Nazioni Unite, ottenere il sospirato “imprimatur” di legittimità reso sempre più irraggiungibile dalla palese frammentazione territoriale e dalla tragica afasia politica di un leader “sfiduciato in partenza”. Il colpo riesce solo in parte: gli Usa (alleati di ferro di Israele) annunciano fin da subito il veto in Consiglio di Sicurezza, la Francia di Sarkozy (rilanciata sulla scena internazionale dalla prodigiosa assertività dimostrata nei cieli libici) tenta di rilanciare prospettando un passaggio da “entità” a “Stato non membro” (incassando il netto rifiuto di Netanyahu), i vertici di Hamas dichiarano apertamente che l’”intifada diplomatica” dell’alfiere di Fatah è spompata e “vuota nei contenuti”.
Il processo di pace si avvita, la fermezza di Obama non si lascia scalfire, il governo israeliano finge di non vedere gli insediamenti coloniali che, come una piovra revanscista, erodono spicchi di quel territorio che Ramallah vorrebbe ricondurre sotto un’unica bandiera, in un unico Stato davvero “palestinese”. Una stasi improvvisamente spezzata da un altro, teatrale, colpo di mano (con la complicità degli “amici” internazionali).
L’Unesco non è l’Onu e la qualifica di “Stato membro” non corrisponde automaticamente ad un’investitura ufficiale. Ma gli interrogativi suscitati sono molti. In primis, le sale della conferenza di Parigi registrano l’ennesima debacle della fantomatica “politica estera comune” di Bruxelles, già “scottata” dallo sfilamento di Berlino al momento di bombardare Tripoli: gli europei votano in ordine sparso, secondo le rispettive simpatie e fedeltà (Parigi, Bruxelles, Vienna e Madrid a favore, Berlino e Washington contro. L’Italia e la Gran Bretagna restano in mezzo al guado, nel limbo del “non-voto”). Mosca cala il suo asso favorevole, la Lega Araba, a distanza, esulta: “una grande vittoria storica per il popolo palestinese” (stabilire se esista, un “popolo” unitario, è molto più complicato). Massolo, numero uno della Farnesina, balbetta che Roma ha cercato strenuamente una cooperazione che si è afflosciata alla prova del voto. I primi effetti evidenti già si profilano all’orizzonte: Abu Mazen guadagna punti e torna a guardare verso la vetta del Consiglio di Sicurezza (vero obiettivo), Israele scuote la testa incredula (“è una tragedia” lasciano filtrare dal Ministero degli Esteri), gli Usa ribadiscono il veto e applicano immediate ritorsioni (il congelamento di 60 milioni di dollari già destinati all’agenzia Onu,il cui bilancio fa affidamento per un terzo alla generosità di Washington) parlando, tramite il sottosegretario all’Educazione Martha Kanter, di una decisione “controproducente” e “prematura”. La domanda che sorge spontanea è la seguente: è un passo che va salutato con favore o uno strappo ingiustificato e irrealistico?
Il diritto internazionale ci insegna che il “riconoscimento statale” è materia incandescente e volatile, incardinata sulla contemporanea presenza di un territorio, di un popolo e di un’autorità sovrana ma anche legata ai pesi e contrappesi dell’agone politico. L’ingresso nell’Unesco è solo una vittoria diplomatica con scarse ripercussioni sulla realtà dei fatti o l’indicatore che uno Stato, seppur a livello embrionale, sta cominciando a delinearsi? Propendo senza indugi per la prima risposta. Quello di Abu Mazen è primariamente un successo di politico estera da capitalizzare sul piano interno, proseguendo nella “maratona” che vede contrapposte Fatah ed Hamas. Se il “nulla di fatto” all’Assemblea Generale aveva rilanciato le quotazioni dei radicali, la piccola vittoria di Parigi ridà fiato alla debole leadership dei moderati: intervenendo in merito allo scambio di prigionieri palestinesi in cambio della liberazione del soldato israeliano Shalit Umberto de Giovannangeli, dalle colone di Limes, aveva affermato che “sul piano della tempistica a trarne il maggior vantaggio è Hamas … che aveva bisogno di riconquistare visibilità e consensi … toccando una delle corde più sensibili per l’opinione pubblica palestinese”. Tutto è di nuovo in gioco.
Intanto i primi frutti avvelenati della sconfitta (per Tel Aviv) cominciano ad emergere. Il primo novembre 2011 l’edizione online del NY Times titola: “Israel Plans to Speed Up Settlements”. A dispetto delle recenti analisi che annunciavano come probabile una progressiva marginalizzazione di Lieberman e una svolta centrista del governo (per imbarcare, forse, la Kadima di Tzipi Livni) lo schiaffo parigino rinfocola le derive estremistiche della politica israeliana e riaccende la corsa alla colonizzazione (è prevista la costruzione di 2000 unità abitative in zone “calde” della fascia urbana di Gerusalemme). È la plastica dimostrazione che il “golpe” all’Unesco, lungi dal conferire una prima patente di statualità all’ente bicefalo palestinese, ha solamente surriscaldato gli animi e reso drammaticamente più lontano il traguardo di una pace vera, definitiva, contrattata passo dopo passo. Le recenti indiscrezioni, avvallate dal ministro alla Difesa Barak, su un probabile attacco di Israele ai siti nucleari iraniani si inseriscono perfettamente nella spirale in continua accelerazione delle tensioni e degli odi incrociati. I tamburi di guerra hanno ricominciato a rullare, sulle rive del Giordano.
Simone Ros – www.opennews.it
Quando un appassionato lettore si reca in libreria, è come se un bambino si trovasse all’improvviso in un magazzino di caramelle, è come una donna in un negozio di scarpe il giorno in cui tutte le grandi firme sono scontate del 70%. La domanda che il nostro lettore si pone è “quale scarpa provo per prima?”, “quale caramella ha il colore più attraente?”, insomma, “quale libro mi colpisce, si distingue, potrà riempire i miei pomeriggi e non come sostegno di un mobile con una gamba troppo corta?”
Spesso è un terno al lotto. Tuttavia, se questi è in balia della fortuna e non di altro, la buona scelta può esser anche direzionata, se non allenata, magari conoscendo un autore come Christian Frascella, che a chi gli ha chiesto perchè avrebbe dovuto comprare proprio il suo libro ha risposto “questo deve saperlo lei, sennò non lo compri!”
-Ex militare, ex operaio, centralinista. Lavori distanti.. Per lei allora essere scrittore che significa?
Essere qualcuno con qualcosa da raccontare
-Scrittori si nasce o si diventa? E soprattutto di scrittura “si campa”?
Si nasce. Sono pochi gli autori che vivono solo dei proventi dei loro libri
-Il suo ultimo libro, “La sfuriata di Bet”, tratta il tema dell’adolescenza oggi. Come mai questa scelta, cosa crede che possiamo apprendere sull’adolescenza leggendo il suo libro, che non si sappia già o che anzi spesso viene sottovalutato?
Penso che molti adolescenti, come Bet, siano terribilmente arrabbiati con lo stato di cose italiano, tra scuola che non va, precariato nel lavoro, e cattive rappresentazioni di loro nella tv generalista
-La sua Bet è una ragazza giovane, come i protagonisti di Adolescenti Fluorescenti, di cui lei sarà ospite il 10 novembre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia.. C’è qualcosa che accomuna, secondo lei, tutti i giovani d’oggi?
L’ho detto. Dovrebbe essere la rabbia. Quella costruttiva.
-Certo non è semplice adottare con efficacia un punto di vista altrui. Come ha messo assieme il materiale per questo suo lavoro?
Sono uno che sente le voci. Quella di Bet strillava, allora mi ha obbligato a seguirla. Io scrivo giorno per giorno, frase per frase: non so mai cosa succederà nel paragrafo seguente. Il materiale me l’ha dato la cronaca, specie quella dei dieci giorni del dicembre 2010 in cui è ambientata la storia di Bet.
-Tra la recensioni di notevoli riviste (Vogue definisce il suo romanzo il più atteso in Italia in tutto l’anno) ci colpisce uno: “Christian Frascella è un tipo strano” (Vanity Fair). I ”riti” di scrittura di alcuni autori sono quasi proverbiali, lei ha dei metodi precisi per cercare ispirazione?
Leggo molto e ascolto altrettanto. Parlo poco. Rifletto. Se c’è qualcosa che mi tocca profondamente, cerco di metterlo nel libro che sto scrivendo. Sono un tipo strano perché non sono un intellettuale, e in Italia pare una bestemmia che se uno non conosce Dante, Freud o Adorno possa fare lo scrittore
-Guardando ai titoli degli altri suoi due romanzi, ricordo ”Mia sorella è una foca monaca”, si direbbe che lei abbia un certo gusto in questo campo. Con l’enorme scelta disponibile in libreria, quanto crede che conti il titolo per la vendita di un libro? Quanto addirittura la copertina?
E’ un aspetto fondamentale, perché viviamo nell’epoca dell’immagine: se sbagli copertina, non interessa quanto sia grandioso quello che hai scritto nel libro, l’acquirente passa a qualcosa di visivamente più intrigante. Un buon titolo è sempre un buon titolo fino a quando il libro con quel buon titolo non vende: allora il titolo diventa sbagliato, la copertina anche, il contenuto con loro, e l’autore non vale un cavolo.
La sua di copertina, è rossa, una testa si impone dal basso, gli occhi chiusi. Per questa volta, il tacco è quello giusto, la caramella è dì nostro gusto.
Chiara Piotto
A pochissimo dalla fine della undicesima stagione del reality show più famoso d’Italia , il Grande Fratello, mi rendo conto di come questo programma tv sia in grado, anche dopo numerosi anni di messa in onda, di suscitare dispute e questioni. La televisioni, i giornali e i media hanno dato e danno oggi ampio spazio ai reality show, ma ciò che più mi stupisce e interessa è che anche nella vita quotidiana questi tipi di programmi animano racconti e discussioni. Per non parlare dei vari social network dove pullulano link, stati per commentare le varie puntate dei reality, tifare e incitare il nostro beniamino oppure, dal lato opposto, per criticare e insultare non solo i partecipanti ma anche gli spettatori di questo genere di programma.
Aldilà dei gusti e interessi personali, che spingono a seguire o meno questo tipo di programma televisivo, è molto interessante notare come i reality e programmi affini siano oggi seguitissimi e da semplici programmi d’intrattenimento, si siano trasformati in veri e propri fenomeni caratteristici del nostro tempo e che animano l’opinione pubblica.
Gli italiani oggi si dividono essenzialmente tra chi li ama e chi lo odia. Per i primi, i reality show sono un motivo di intrattenimento e divertimento, ma diventano spesso qualcosa di più: la speranza e il desiderio di un cambiamento, di poter ottenere, attraverso la tv, fama, soldi facili e pubblico riconoscimento. I seguaci di questo programma vedono nei vari partecipanti persone fortunate, da imitare, idoli.
D’altra parte ci sono anche molte persone per cui l’idea di guardare un reality o spesso l’idea di poter essere considerato uno spettatore diventa qualcosa da scacciare e assolutamente da evitare. Per queste persone il distinguersi e distanziarsi da questo tipo di fenomeno diventa essenziale e vedo infatti la mia pagina Facebook riempirsi di stati contro GF o “Uomini e Donne”, dove penso che ciò non sia fatto tanto come espressione di un proprio gusto e di una scelta di impiegare il proprio tempo diversamente, quanto come desiderio di distinguersi, di dire “no io non guardo il GF, sono più intelligente”.
Entrambi gli atteggiamenti sono dannosi e limitanti perché credo sia sbagliato sia da una parte fare dei reality show la guida della nostra vita e un vero e proprio ideale di vita, ma d’altra parte anche soffermarsi a una critica superficiale perché ciò ci impedisce di cogliere la grande importanza e rilevanza di questo fenomeno. Mi ricordo che quando ero una ragazzina e non c’era mai stato nessun tipo di reality show mi sembrava quasi impossibile che potesse esserci una situazione in cui telecamere ti riprendessero 24 ore su 24 e in cui persone diverse ed estranee fossero inserite in un contesto ben preciso e di lunga durata… oggi invece si producono reality di ogni genere e accanto a quelli più famosi e “classici” ce ne sono moltissimi altri che partendo dall’idea della ripresa diretta della vita trattano degli argomenti più svariati : organizzazione di matrimoni, cucina e arte culinaria, moda,canto, ballo, burlesque ecc ecc.
Di fronte a tutto ciò penso che l’atteggiamento più utile sia quello critico e, invece che affrettarsi a schierarsi tra le file dei reality-fans o dei loro detrattori, chiedersi perché oggi giorno c’è una così diffusa volontà di mettersi in mostra, di condividere con estranei il nostro quotidiano o le esperienze, i sentimenti e gli affetti più profondi e come mai capita spesso di affezionarci e entrare in connessione con estranei di cui però sappiamo tutto!
Malvina Podestà – www.opennews.it

Il 23 maggio 1915, a seguito dei ripetuti episodi di forte attrito e violenza rapidamente sfociati in una vera e propria Guerra Civile (si ricordino le vicende legate alle fazioni Serbo-Bosniaca e Austro-Ungarica) e dopo che i cannoni degli alleati austriaci avevano da tempo cominciato a tuonare senza alcun preavviso,l’Italia si risvegliò dal sonno,evidentemente molto profondo (nemmeno le cannonate erano servite) e decise di non rispettare gli accordi presi con la storica Triplice Alleanza per schierarsi in via definitiva con i paesi dell’Intesa (Inghilterra,Francia e Russia),impegnandosi finalmente nella prima azione difensiva concreta.
Nel marzo del 2010,il premier Silvio Berlusconi partecipa ad un meeting internazionale al vertice della Lega Araba a Sirte(Libia),dove incontra il suo cordiale alleato Muammar Gheddafi,leader libico al comando.In quell’occasione il primo ministro italiano pensò bene di rinnovare il suo rapporto di amicizia con il leader Gheddafi,cimentandosi in una sorta di teatrino a base di marionette: fu la prima volta che un capo del Governo chinò la testa per baciare la mano di un Dittatore sanguinario,davanti alla folla dei presenti,scioccata ed un pò sconcertata da tale evento. Il rito del baciamano,è apparso agli occhi di molti a dir poco offensivo nei confronti dell’identità nazionale
italiana,la quale ha avvertito un profondo senso di vergogna per l’atto fuori luogo,che già di per sé e senza troppa fantasia conduce alla mente una lontana (ma neanche troppo) realtà dove le servili figure sottomesse si inchinavano davanti al “padrone”,attirando l’attenzione di corti e palazzi con esemplari e mirabili atti di sudditanza. Assai rilevante risulta essere il metodo ed il modo con cui rapportarsi agli altri,in particolare se ci troviamo di fronte un leader politico e se noi stessi ricopriamo un ruolo di rilievo per le istituzioni.
Oltre alla linea del confronto politico e ideologico, valido terreno per una pacifica condivisione di obiettivi comuni (preferibilmente orientati verso l’interesse delle popolazioni e dei rapporti internazionali), vi è una linea di condotta che le Parti (qui costituite dalle nazioni che si rapportano) devono necessariamente osservare e mantenere a livello pratico,una prassi che prende in considerazione le situazioni concrete delle diverse tendenze ed esigenze presenti all’interno delle due (o più) nazioni che vengono a contatto. Pertanto è certamente opportuno che da parte delle nazioni vi sia rispetto e coesione,almeno per quanto riguarda le cosidette “regole di correttezza diplomatica”, cosicché laddove i presupposti necessari al mantenimento di un rapporto cordiale vengano a mancare,sia sempre possibile osservare una condotta pacifica e formalmente corretta,diretta ad evitare eventuali attriti.
Nei fatti che raccontano gli odierni rapporti tra il nostro paese e il nord-Africa,non c’è traccia di Rispetto,né di alcuna condotta,per così dire,conforme a correttezza.
Da qualche settimana a questa parte assistiamo (senza muovere un muscolo) al terribile conflitto nordafricano,il quale sta promuovendo un panorama sempre più caratterizzato da violenze,stragi,genocidi e fratricidi che nell’insieme,presentano uno dei disastri più gravi nella storia degli ultimi vent’anni.
Una realtà così drammatica non ha certo potuto lasciare indifferenti le altre potenze e gli Stati di tutto il mondo,i quali si sono espressi in una totale (o quasi) unanimità diretta a perseguire e condannare secondo giustizia la condotta turpe e violenta manifestata da Gheddafi ai danni delle popolazioni libiche che, lacerate e stremate dai lunghi anni di regime subiti,hanno trovato la forza di dire “basta” e di opporsi al tiranno,dando vita a quella che si identifica come la più grande rivolta popolare della Libia.
Al centro del dibattito tenutosi in questi giorni ai vertici delle Nazioni Unite si concentra la discussione sui provvedimenti effettivi da prendersi in relazione alla situazione del nord-Africa: è necessario adottare sanzioni irriducibili al regime Gheddafi “considerando che l’attacco esteso e sistematico che è in corso nella Jamahiriya libica contro la popolazione civile può integrare crimini contro l’umanità”. Questo è quanto affermato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU qualche giorno fa,in un intervento.
Umanità e Stato, elementi che sembrano essere assai scarsi all’interno delle nostre classi dirigenti,dei nostri governi (forse all’interno della nazione stessa). O almeno così pare. Perché fu proprio il nostro Presidente del Consiglio che,venuto a conoscenza dei gravi accadimenti in Libia,non esitò tuttavia ad affermare che “la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”.
Munito di una formidabile nonchalance, il premier italiano terminò così il suo intervento telefonico in occasione di un incontro promosso dal Pdl a Cosenza,il 19 febbraio scorso. Una posizione controcorrente ed assai discutibile,vista la gravità degli eventi. Di fronte ai crimini lesivi di una dignità umana universalmente riconosciuta,si preferisce non prendere posizione. L’Italia continua,in sostanza, a tacere in merito a tali questioni,quasi come se fosse assorbita dai propri affari interni e problemi (tra l’altro gravi ed irrisolti),quasi come se il dramma libico non la riguardasse più di tanto. Nel frattempo le forniture di petrolio si estinguono sempre più,mentre i prezzi dei carburanti raffinati (soprattutto della benzina) continuano a salire vertiginosamente.
Come se non bastasse iniziano ad arrivare anche specifiche minacce. “Migliaia di persone provenienti dalla Libia invaderanno l’Europa – l’Italia per prima – senza nessuno che sia in grado di fermarle … ci sarà il caos”. Lo ha affermato Muammar Gheddafi in un intervista al settimanale francese Le Journale du Dimanche. Un amico non troppo affettuoso,si direbbe.
Insomma,in una situazione così complessa e fortemente a rischio per l’Europa e per l’occidente tutto,verrebbe da chiedersi se l’Italia abbia intenzione di darsi una svegliata! Se la risposta è “si”,è lecito chiedere se per il 2012 al massimo (si teme la fine del mondo) sia possibile reagire in qualche modo al dramma libico,magari prendendo,almeno per questa volta,posizioni condivise da una pluralità,magari conformi all’orientamento unitamente seguito dalla maggioranza delle nazioni.
Stavolta è opportuno prendere subito una posizione ferma e decisa,senza innalzare la bandiera dell’indifferenza, nell’attesa di nuovi sviluppi: questo errore è già stato commesso in passato.
Stavolta non è possibile lasciar correre e prendere tempo su una decisione che esige,ora più che mai,una tempestiva determinazione: non possiamo aspettare il boato dei cannoni come quella volta sull’Isonzo. Dobbiamo cominciare a reagire in concreto affinché la drammatica realtà che affligge oggi il nord-Africa e le popolazioni colpite da conflitti e lotte intestine,non possa trasformarsi in qualcosa di ancor più devastante,qualcosa di molto simile ad un Conflitto Mondiale,che sarebbe il Terzo.
Damiano Conti - www.opennews.it -