Diciottesimo turno carico di polemiche, quello appena concluso in serie B. A far discutere è proprio il big match di giornata, che vedeva di fronte Torino e Padova; la gara è stata stoppata più volte a causa di svariati black-out dell’impianto elettrico dello stadio Euganeo ed è stata definitivamente sospesa al 76′ della ripresa sul punteggio di 1-0 a favore dei veneti. Ora il Torino, richiamandosi al codice di giustizia sportiva, vorrebbe chidere lo 0-3 a tavolino e non, come invece vorrebbe il Padova, giocare solamente i restanti 14 minuti. Caso che fa e farà sicuramente discutere, soprattutto perchè l’applicazione di queste regole è spesso lasciata alla discrezione del giudice sportivo, che le
può applicare in modi differenti, anche rispetto a casi analoghi del passato.
Con Torino e Padova ancora in stand-by, ad approfittarne è il Verona di Mandorlini, al settimo successo consecutivo ed ora solitario al secondo posto in graduatoria. Gli scaligeri, con Maietta e Jorginho, trovano altri tre punti fondamentali per insediarsi tra le prime posizioni. A farne le spese è il Livorno di Novellino, al terzo k.o e sempre più a rischio sulla panchina toscana. Scivolone casalingo per il Pescara di Zeman, rimontato nella ripresa da un Grosseto sempre più squadra da trasferta. Alfageme e Sforzini firmano il bis che permette di superare l’iniziale vantaggio di Sansovini. Nonostante la vittoria, a fine gara il “principe” Giannini, allenatore dei maremmani, si dimette dal suo ruolo di guida tecnica e riapre la crisi a Grosseto. Sempre per la lotta alle prime posizioni, pareggi esterni di Sassuolo e Sampdoria, che tornano entrambe dalla Calabria con un pugno di mosche. Il Sassuolo termina 1-1 a Crotone: dopo il vantaggio lampo di Masucci, è Calil, per i padroni di casa, a ristabilire la parità. La Samp invece impatta sullo 0-0 a Reggio Calabria dopo una prestazione ancora lontana dalle potenzialità di tutta la rosa.
Nella pancia della classifica ancora una vittoria per la matricola Juve Stabia, ormai imbattibile tra le mura amiche. E’ Sau a decidere l’incontro a favore dei gialloneri contro un Gubbio penultimo in classifica e ancora a secco di vittorie fuori casa. Importante pareggio del Brescia a Varese. Le “rondinelle” hanno guadagnato solamente 5 punti nelle ultime 12 giornate e la panchina di Scienza è davvero appesa ad un filo. Jhonatas e Antonio illudono gli ospiti perchè prima De Luca e poi Pereira ristabiliscono la partità. Sale anche l’Empoli, che al Castellani ha la meglio di un sempre vivo Ascoli, fermato dopo tre vittorie consecutive. Per piegare gli uomini di Castori serve una partenza razzo dei toscani, che dopo appena 24 minuti sono già sul 3-0 grazie a Tavano, Lazzari e Gorzegno. Nel finale l’assalto bianconero dà i suoi frutti con le reti di Papa Waigo e Beretta, anche se è davvero troppo tardi per raggiungere il pareggio. Infine, bella vittoria esterna del Vicenza, grazie alla quale si tira ancor più fuori dalla zona pericolosa e invischia invece il Modena, da ben sei turni senza successo. Al Braglia finisce 0-3, e i gol sono targati Soligo, Abbruscato e Mustacchio. In coda, pareggi per 2-2 tra le pericolanti Albinoleffe, Nocerina, Bari e Cittadella. All’Azzurri d’italia Laner firma una doppietta per i lombardi, mentre per i campani ci pensano Plasmati e Negro a confezionare un buon punto in trasferta. Al S. Nicola di Bari invece, il Cittadella mette paura ai pugliesi con il vantaggio di Job; nella ripresa però, si svegliano i “galletti” e con Bogliacino e Donati concretizzano il sorpasso, che a pochi minuti dal termine viene nuovamente pareggiato da Maah.
Federico Ratti
11:05 | Incluso in
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Arriva dall’Australia il nuovo spot, firmato GetUp (http://www.getup.org.au/), che ha come obiettivo la sensibilizzazione al matrimonio tra persone delle stesso sesso. Il video, che sta facendo impazzire la rete, racconta, in pochi minuti, una storia come tante altre, due persone innamorate che condividono le gioie e i dolori della vita; unica particolarità risiede nell’assortimento della coppia che viene rivelato solo a fine spot. Non è la prima volta che si tenta di introdurre il pubblico alla tematica “unione gay”; che questo avvenga con pubblicità direttamente mirate o con altre modalità, l’importante è che si arrivi al punto!
Numerosi infatti sono gli spot di prodotti di consumo che hanno come protagoniste coppie gay, un scelta etica importante e coraggiosa. Molto spesso questo tipo di pubblicità viene realizzato in chiave ironica, il tentativo è quello di smorzare i toni su una realtà che dovrebbe slegarsi dal concetto di normalità, che dovrebbe allontanarsi dal pesante tabù che annebbia la vista dei più diffidenti.
Accade così che per pubblicizzare la nuova family car si scelga una coppia gay che, orgogliosa, sorride quando la vicina di casa cerca di nascondere lo stupore dovuto alla scoperta della loro unione. Un adolescente, deciso a rivelare ai propri cari la sua natura, sceglie di farlo con una coreografia degna dei più famosi stereotipi sull’omosessualità.
Ecco che arriva la nota dolente: tutti avrete notato che questo genere di spot tarda ad arrivare in Italia, ci prova ma con scarsi risultati, l’unico modo per reperire questo genere di promozione è la ricerca sul web. Non è questa la sede adatta per discutere i motivi che determinano questo ritardo, ad ognuno la propria riflessione.
Ricorderete però la “scandalosissima” pubblicità Ikea che recitava : “siamo aperti a tutte le famiglie” riferendosi all’immagine sottostante di due uomini mano nella mano, ricorderete anche i celeri interventi di una frangia della politica,per far sì che lo spot sparisse dalla circolazione. A detta di queste personalità tale tipo di promozione avrebbe minacciato quell’articolo della Costituzione Italiana in cui si definisce il termine “famiglia”.
Come sempre accade il miglior modo per auto sensibilizzarsi è guardare intorno, osservare i mille colori che circondano il grigio quotidiano: qualche giorno fa tra un semaforo rosso ed una coda di macchine ho potuto gustare sull’autobus una scena teneramente malinconica.
Due giovani donne palesemente innamorate tentavano di nascondere il proprio legame dietro qualche carezza camuffata. Le mani e la distanza obbligata potevano comunicare ai passeggeri del mezzo che il loro rapporto non fosse niente di diverso da un’ amicizia, i loro sguardi invece no. Un tacito patto con la comunità costringe loro a tener nascosto il proprio legame, una discriminazione permessa e tollerata poiché metterebbe in discussione la normalità che non è ancora pronta a cambiare i suoi parametri, un concetto di famiglia che rivendica la propria esistenza appellandosi ad una legge di inchiostro e carta. Questo tacito patto non è meno grave di una qualsiasi altra forma di discriminazione.
In quanto donne e uomini, siamo fatti di istinto,ognuno con desideri personali e particolari che potrebbero danneggiare il nostro “vicino di diritti”, abbiamo quindi bisogno di leggi che ci tutelino e garantiscano un giusto spazio per ognuno. In quanto donne e uomini, siamo fatti però anche di cuore e di cervello, un cervello che ci rende capaci di andare oltre la definizione, capaci di capire che un nucleo familiare non può essere formato esclusivamente dal binomio “uomo + donna” come se stessimo eseguendo un’operazione matematica.
Quest’addizione non assicura margini superiori di successo rispetto ad un’addizione tra parti diverse.
La soluzione a questo problema non si può imparare, non la si trova scritta in una massima filosofica, la soluzione risiede nello sconvolgimento delle coordinate che ci indicano la presunta normalità, nella rieducazione allo sguardo e all’amore, nel ritorno al legame più stretto con la terra che non ha bisogno di tutti gli schemi che abbiamo costruito in secoli e secoli di storia. L’evoluzione non è ancora terminata, non ha raggiunto il suo culmine con l’homo sapiens sapiens e la schiena dritta; forse per andare avanti bisogna fare un piccolo passo indietro verso il cuore delle cose, un ritorno all’infanzia primordiale in cui ‘normale/non normale’ non esiste, esiste solo ciò che possiamo vedere, in quanto tale.
Certo è difficile estirpare un credo radicato negli anni, una visione della vita infiltratasi fin sotto la pelle, ancora più sicuro però è che l’unica possibilità di cambiare le cose risiede nell’affrontarle, nell’analizzarle, nel chiamarle per nome.
Come Darwin insegna l’evoluzione ha i suoi tempi e le sue dinamiche, non vorremo mica essere noi i meno adatti e forti della specie, destinati all’estinzione?
L’amore non ha mai ucciso nessuno, la paura si.
Non abbiate paura dei colori!
Per una riflessione accompagnata da sorriso consiglio:
La pubblicità australiana: http://www.youtube.com/watch?v=a7BZ9dfiM1Q
Pubblicità dal mondo:http://www.youtube.com/watch?v=nPmIwM7xM70
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
Oritsema Ejuoneatse sings in memory of George Harrison
On November 29th Liverpool remembered George Harrison 10 years after the former Beatle lost his battle with cancer. The centrepiece of the day was a free concert at St George’s Hall, celebrating George’s life through music. Oritsema Ejuoneatse, a bright young opera singer, was invited to perform.
The free concert was oversubscribed, with fans travelling from all over the world to attend. The Lord Mayor was sitting in the front row. Tsema (this is the label used by many of her friends as well as the one chosen for introducing her to the audience) started the concert with a haunting cappella rendition of “While my guitar gently weeps”.
She appeared on the stage and silence fell. She started singing. Closing your eyes you could truly imagine a beautiful angel singing that perfect song. In re-opening them it was amazing to note that what you were thinking to imagine was actually real. She was followed by the Rebels and Singh Strings. Tsema returned with a moving Bulgarian folk song: “Altun mara”. After that the Liverpool Ukelele Orchestra took to the stage.The Mersey Beatles opened the second part of the show. The Radha Krishna Temple followed. Then Tsema took the stage again and sang “Hear me Lord” accompanied by Jeff Slate. The final performance of the afternoon was by Andre Barreau of the Bootleg Beatles.
Denise Theophilus, first and foremost a George Harrison fan from Liverpool as she likes to define herself, but also the organiser of the concert, backstage said: “This girl has a beautiful voice. I’m sure she will be simply great one day. I first saw her singing in a church and she seemed an angel to me. I though I had to convince her to sing for George and I’m very glad that she accepted. She performed those songs in a unique way. I’m sure George would have loved the way she sang them”.
At the end of the concert I had the chance to ask Oritsema some comments on her performance.
As far as I know, you are an opera singer and you love classical music. What you sang today is quite far from wont. How did you feel while singing these songs here this evening?
I found “While my guitar gently weeps” hard because it was unaccompanied. I feel it could have been better with a quiet piano, something like that. The Bulgarian one was ok, I like it, except I got the words very wrong so I hope no one in Bulgaria hears it! (she gently smiles) I particularly liked “Hear me Lord”, I liked singing with Jeff and Tim. I thought it was fine.
I got the feeling that people particularly appreciated the Bulgarian folk song. They were maybe a bit surprised to hear something like that in this context, probably not all of them knew about the passion that George had for Bulgarian music. Anyway, they seemed all very involved. What do you think about it?
I don’t know! I wasn’t sure if people appreciated it. I found it hard to really judge the audience today. Why did you think people particularly appreciated it?
You are too modest. Well, while you were singing I got the impression that you arrived to feel the emotions that the song was supposed to give quite precisely and thanks to that you succeeded in involving people very much.
Yes, it’s true. Actually, I think some people did like it a lot! Maybe it was one of those types of music that some people really feel and some other people don’t understand.
That was quite a big event. I would say really unique. Do you think that something changed after this performance for you and the place that music has in your life?
I don’t think it has changed so much for me. Or maybe a little. I think it made me more open-minded. Before I used to really not like to sing pop songs and grumble about it when someone asked it for their wedding.
How did you start singing?
When I was very young I first got some lessons of guitar, but I changed very soon for piano. Then I started to sing in church. I basically trained myself at the beginning. Then I moved to Oxford for my studies and I continued to sing in the choir at the college. Oftentimes I got some lessons from very good teachers. From some months I started to take it even more seriously. Maybe also because after university I understood that opera and singing in general is something for me very important and that I definitely want to keep and pursue in my life.
You are now 22. Last year you graduated in History at Oxford University. You have worked at Coven Garden and at IMG Artist in London. You are currently Marketing Assistant at the Royal Liverpool Philharmonic. That looks like an impressive start for a shining career. How do you cope all those things with your passion for singing? Also, what about your family? Do your parents support you in your dream to become a famous singer?
Well, Mummy has been telling me to record songs and make business cards and sell CDs, that was something I thought of doing before, but that was just before I ended up moving to London for a few months and since then I’ve been quite busy. I have a million things to do and I never seem to get round to doing any. As well, each time I have actually booked the recording studio, I always feel like my voice is a bit sick or not quite the best and recording I want it to be perfect but it’s probably something psychological as well.
Her voice is simply fantastic, powerful and the way she sings is extremely involving. I would not be surprise to see her coming to the fore very soon. With her positive energy and astonishing beauty, each time she sings she doesn’t only let people enjoy good music and have fun, rather she gives to people something deeper and more precious to keep for their life. Just as George did.
EM – www.opennews.it
Era uscita senza un graffio dalla crisi che ha investito l’Occidente con tutta la sua forza. Un fiera potente che – almeno in apparenza – non aveva subito danni. Continuava a farsi strada tra i relitti di economie vecchie e con la sua produzione sbaragliava i mercati su scala globale. Nel Far East dominava senza accenni a preoccupazione e paura. Sto parlando della Cina, laddove il sole nasce. Oggi la ruota sta girando troppo rapidamente e qualche segno di cedimento sta, purtroppo, rigando i volti dei governanti e dei lavoratori asiatici. “Forte frenata per l’industria cinese”, titolava il 2Dic. 2011 il Sole24Ore. Un rischio che era stato messo in conto da tutti gli analisti, ma che, allo stesso tempo, sembrava evitato dal mancato contagio della crisi europea.
Il regime si è comportato in modo impeccabile: la precisione, lo spirito di sacrificio di questa cultura è sempre riuscito a trasparire dai volti di chi dichiarava: “siamo pronti a comprare i vostri titoli spazzatura”. Tuttavia i dati non permettono di dormire sonni così tranquilli.
Il PIL è sceso dal 10,4% dell’anno scorso al 9,7% del primo trimestre, al 9,5% del secondo e al 9,1% del terzo. Il calo è rapido e riguarda tutti i settori. Anche l’immobiliare (che ricordiamo era stato il propulsore del crollo di Wall Street) ha registrato picchi negativi e, cosa ancor più preoccupante, risulta collegato ai flussi di credito. La reazione di Pechino non si è fatta attendere: un taglio dello 0,5% alle riserve bancarie obbligatorie; uno strumento semplice, di primo utilizzo per garantire più liquidità al mercato. Una sorta di Primo Soccorso che manda però un segnale: c’è bisogno di misure che contrastino questo trend.
Come nel gioco degli scacchi, è stata la Banca Centrale ad attaccare e, da questo momento, dovrebbero circolare fra i 350 e i 400 miliardi di renminbi in più. Troppo preoccupati per le loro sorti, i Governi Occidentali dimenticano di volgere lo sguardo ad una parte del mondo che non è caratterizzata dallo stesso modello economico. La Cina non si, infatti, mai dichiarata “economia di mercato” e il regime non permette una piena trasparenza d’informazione.
Girovagando per la rete e compiendo ricerche per questo articolo, mi sono imbattuta però in un sito a dir poco sconvolgente. E’ la classica piattaforma per traders che dà consigli su quali titoli siano più fruttiferi e quali invece vadano considerati spazzatura. Un pezzo del loro blog mette in guardia gli investitori sui pericoli che si nascondono dietro al gigante cinese e fornisce tutta una serie di motivazioni validissime. Tra queste c’è l’intervento di Larry Lang, docente di Studi Finanziari all’Università cinese di Hong Kong. Non è un dissidente, nè un attivista, eppure – in una lezione a porte chiuse – apre il suo discorso con quanto segue: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Ed eccoci al cuore dell’intervento: l’economia cinese rischia un crollo imminente. Molte regioni dello Stato hanno economie deboli quanto quella Greca.
Secondo Lang, il regime mente sull’inflazione che si aggirerebbe intorno al 16% (le fonti invece governative la danno al 6,2%). Ecco dunque spiegate le proteste cittadine contro il costo della vita troppo elevato. Oltre a questa variabile chiave, vi sarebbe un problema connesso alla discrepanza produzione/consumo: il cinese medio consuma solo il 30% dei prodotti interni. Si dà così l’avvio ad una recessione (che sarebbe già cominciata con i primi dati sul calo della produzione interna). Secondo Lang anche il dato sul PIL è falsificato: non corrisponde mediamente ad un 9%, ma è in seria diminuzione da tempo. La pressione fiscale è l’ultimo punto toccato dal professore: sarebbe fra le più alte al mondo. L’industria, infatti, vede i propri guadagni tassati per un 70%. Il privato ha un cuneo fiscale del 51,6% Che qualche problema si stia palesando all’orizzonte è, ormai, innegabile. L’Europa in primis non dovrebbe permettere un’ulteriore crisi proprio adesso. Nessuno è più al sicuro.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Per ulteriori approfondimenti: http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino-manterr%C3%A0-le-limitazioni-sul-mercato-immobiliare-23299.html
http://www.asianews.it/notizie-it/Cina,-la-tempesta-si-sposta-sulle-banche:-%E2%80%9CCostruite-sulla-sabbia%E2%80%9D-23266.html
http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino,-cala-il-settore-manifatturiero-e-rallenta-l%E2%80%99economia-23258.html
Dicembre : tempo di bilanci per l’anno che sta terminando ma anche tempo di pronostici e previsioni per l’anno che verrà. Nella vita ma anche nel cinema.
Proprio ora infatti iniziano a circolare i titoli e i trailer dei film che verranno proposti nell’arco del 2012. Scorrendo la lista, proposta dal sito mymovies.it, dei 613 film in uscita nel 2012, noto che sono sempre di più i film fantasy o fantastici. Ormai il vampiresco sembra essere un genere a sé : in uscita, per fare solo alcuni esempi, l’epilogo della famosissima saga di Twiligh, “Dracula in 3D” con cui Dario Argento porterà sullo schermo il padre per eccellenza dei vampiri , e addirittura Ambraham Lincoln dovrà vedersela con i vampiri nel film di Timur Bekmambetov (noto regista di Matrix).
Ma nel genere fantasy stupiscono i numerosi film che propongono favole e fiabe tra le più universalmente note. Ecco alcuni dei titoli :
“Hansel e Gretel witch hunters” una versione 3D per riportare sullo schermo i due fratelli ormai cresciuti, diventati vendicativi cacciatori di streghe; “Mermaid: A Twist On the Classic Tale” pellicola in produzione che racconterà la storia di una Sirenetta determinata a salvare il proprio regno.Saranno poi due le pellicole che nel 2012 faranno rivivere la storia di Biancaneve : “Biancaneve e il cacciatore” incentrato sulla lotta per la supremazia di potere e bellezza tra la regina del male, una bellissima e spietata Charlize Theron, e Biancaneve, esperta e feroce guerriera, interpretata da Kristen Stewart, ormai veterana del genere fantasy.
La pellicola rivale sarà “Mirror Mirror”, che dal trailer emerge con toni comici e colorati e vede un’altra big di Hollywood, Julia Roberts, nei panni della regina cattiva. E qui Biancaneve (Lily Collins) potrà di nuovo contare sull’aiuto dei suoi 7 fidati amici per riconquistare il bel principe (Armie Hummer, viso noto per The social Network), il tutto in un’ atmosfera “narniana” e “alla Burton”. E dopo la Sirenetta e Biancaneve non tarderà a tornare sugli schermi “La bella e la bestia”. Anche se non si hanno ancora conferme ufficiali, il film diretto da Guillermo del Toro vedrà un’altra reginetta del fantasy, Emma Watson, nei panni di Bella.
In realtà anche nel passato ispirazioni fiabesche si sono fatte sentire nel mondo della cinema e non solo. Ricordiamo “Cappuccetto rosso sangue”, uscito lo scorso aprile, una versione dark e cruda con Amanda Seyfried nei panni di una Cappuccetto Rosso adulta. Sicuramente più conosciuta e apprezzata la rivisitazione di Tim Burton di un altro notissima favola : “Alice in wonderland”, uscito nel 2010 (Alice che ispirò anche i videoclip di Gwen Stefani o di Jessie J).
Mentre sembra che la tendenza dei film\cartoni animati per bambini sia quella di riproporre in tutte le salse opere di successo, attraverso prequel, sequel o spin off (vedi Shrek, Madagascar o l’Era Glaciale), le vere e proprie favole, che accompagnavano l’infanzia, soprattutto nella versione Disney, oggi vengano riproposte solo con toni dark, violenti, sensuali e adatti quindi a un pubblico esclusivamente adulto.
In questo quadro di rovesciamento delle trame e dei destinatari una favola moderna forse ci potrà salvare : l’uscita di “The Hobbit”, il prequel della saga de “Il signore degli anelli” (scritto da Tolkien, non un prequel improvvisato), che si spera potrà eguagliare la grandiosità della la trilogia dello stesso regista Peter Jackson. Ma come per tutte le cose migliori, o le aspiranti tali, l’attesa è lunga : ne parleremo il prossimo dicembre.
Salgado: “Premier ha promesso provvedimenti a breve”, infatti, in arrivo una manovra da ben 20 miliardi di euro.
BRUXELLES –C’è da tirare la cinghia e stringere i denti, questo quanto emerso dal consiglio Ecofin e riassunto dal commissario agli Affari economici Olli Rehn con sentenza quanto mai lapidaria: “Siamo entrati nei dieci giorni critici per l’euro”.
Giorni difficili per tutta la zona Euro,quindi, ma particolarmente per il vecchio Scarpone italiano che è alle prese con la presentazione delle contromosse da applicare per saltare il fosso della crisi: “Monti ci ha illustrato le misure e ha promesso di approvarle prima del Consiglio europeo”: ha riferito il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado.
Nonostante la pessima congiuntura economica e il costante rallentamento del Pil italiano, l’Europa chiede all’Italia risposte e misure urgenti da almeno 11Miliardi (anche se la cifra è ancora oggetto di discussione e il suo valore potrebbe notevolmente lievitare arrivando addirittura a 20 Miliardi) per raggiungere nel 2013(fine del mondo permettendo) il tanto agognato pareggio di bilancio.
Al termine dell’eurogruppo i vertici Ue Jean Claude Juncker e Olli Rehn giudicano favorevolmente le misure presentate da Monti come “una buona base per le riforme”. “Si tratta di una misura essenziale per garantire stabilità finanziaria, fiducia degli operatori e per invertire la tendenza negativa del debito” dice Rehn.
Alla cena dell’Eurogruppo,poi, è stato presentato il tanto temuto rapporto sul nostro Paese in cui il vice presidente Olli Rehn ammonisce l’Italia che “tassi d’interesse elevati, in modo persistente, aumentano il rischio di una ‘fuga’ dai bond italiani” e l’insorgere di una crisi di liquidità. Il rapporto non preoccupa comunque Monti perché “non contiene sorprese”. Il professore che illustrerà ai colleghi le misure (senza tuttavia aggiungere dettagli a quelli presentati in Parlamento in Italia) ne terrà conto.
Monti ascolta, recepisce ma non parla, tuttavia da Roma arrivano voci di una manovra in lavorazione da 20 miliardi di euro e di una relativa sicurezza sulla possibilità di centrare il pareggio di bilancio nonostante il ciclo economico avverso. Nel rapporto Rehn si suggerisce di “spostare la tassazione dal lavoro ai consumi e all’immobiliare”, di una “legislazione sul lavoro che continua a offrire elevata protezione a chi è dentro, mentre a chi è fuori, soprattutto a donne e giovani, restano lavori precari e nessun sussidio di disoccupazione” e anche che “per ripristinare la fiducia nei mercati, per l’Italia, dipende in modo cruciale dal sostegno di partiti, parti sociali e cittadini alle riforme del governo”.
Oltre alla questione italiana, al vaglio dei ministri vi è un’altra patata bollente: il via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia: otto miliardi bloccati per la decisione di Atene, poi ritirata, di indire il referendum e il rafforzamento del fondo salva stati. Ma secondo Olanda, Belgio e Lussemburgo questo potrebbe non bastare e quindi la Bce, restia anche per l’opposizione della Germania a impegnarsi in maniera diretta, potrebbe prestare al Fondo Monetario le risorse necessarie ad aiutare i due Paesi.
Sansosti Alessio – www.opennews.it
Confesso di non essere un lettore abituale del Time. Ciò nonostante è stato impossibile sfuggire al fascino magnetico della copertina del 28 novembre 2011: lo sguardo assertivo e sicuro di sé, le braccia incrociate sul petto di una statuaria fotografia in bianco e nero (giacca, cravatta, spilletta con la bandierina turca) del premier Recep Tayyip Erdoğan.
Il titolo stesso è sfrontato, lapidario, accattivante (“Erdogan’s way”, tralasciando l’apparentemente inutile l’accento sulla “g” che invece è responsabile della sua scomparsa dalla pronuncia corretta; errore nel quale sono incorsi i “tifosi” egiziani che lo hanno acclamato durante l’ultima trionfale visita nel paese del fu Faraone Mubarak). Ma qual è la “Erdogan’s way”? Perché il primo ministro di una media potenza periferica conquista le copertine dei giornali di tutto il mondo e infiamma (in senso positivo) le piazze arabe? Come ha fatto l’ex sindaco di Istanbul ad ottenere la corona di “re di Gaza” (vedi Limes 4/2010)? Siamo in presenza di un furente ritorno sulle scene del collassato Impero Ottomano o degli innocui voli pindarici di un coltissimo ma troppo ottimista ministro degli Esteri (Ahmet Davutoğlu, già ribattezzato il Kissinger del Bosforo)? Dare una risposta esauriente a tali domande è impresa ardua e richiederebbe come minimo le trecento pagine del numero della rivista Limes interamente dedicato a questo tema (“Il ritorno del sultano”). È mia intenzione invece gettare qualche luce in più sull’”uomo nell’ombra” che ha disegnato le proiezioni geopolitiche della Turchia erdoganiana e sottoporre le sue ottimistiche teorie alla prova dei fatti (soprattutto gli ultimi eventi che stanno scuotendo il Medio Oriente).
La “profondità strategica” di Ahmet
Quando Ahmet Davutoğlu, oscuro e semisconosciuto professore di Relazioni internazionali nato nel 1959 a Konya, dà alle stampe nel 2001 il volume “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia” non immagina forse che un decennio più tardi, dalla poltrona di ministro degli Esteri della Repubblica fondata da Atatürk, avrà modo di mettere in pratica le sue dotte elucubrazioni sul necessario rilancio internazionale di Ankara, puntando tutto su quella preziosissima profondità strategica di cui essa è (inconsapevolmente o meno) dotata. Il termine “neo-ottomanismo” con cui viene frettolosamente etichettata l’ispirata visione dell’accademico prestato alla politica (come lui stesso ama definirsi) è banalizzante, poiché appiattisce il tutto colorandolo con le fosche tinte del revanscismo. È solo partendo da quelle seicento densissime pagine (c’è persino un’equazione della potenza e nessuna cartina, annota argutamente Lucio Caracciolo) che è possibile tentare una ricognizione di ciò che anima, dal punto di vista intellettuale, il “we are back!” prima sussurrato e poi sbandierato dal carismatico leader turco che ha soffiato la scena al delirante ex sindaco di Teheran e attirato su di sé gli obiettivi di tutto il mondo. Il libro di Davutoğlu non è stato ancora tradotto in inglese (nonostante le trecentomila copie vendute), se non in stralci.
Ad Atene, dove le mosse turche passano raramente inosservate (le ragioni storiche di tale “sensibilità” sono note a tutti, partendo dai secoli di dominazione della Sublime Porta per arrivare alla rovente questione cipriota) ha fatto la sua comparsa in libreria “To stratighikò vathos” ed è proprio un rapporto esauriente ed equilibrato dello studioso ellenico Ioannis Grigoriadis (pubblicato dalla ELIAMEP, Fondazione ellenica di politica europea ed estera) che ci fornisce un quadro sommario delle teorie del professore di Konya. “La Turchia gode di identità regionali multiple ed ha perciò la capacità così come la responsabilità di seguire una politica estera integrata e multidimensionale” scrive Davutoğlu. Come può muoversi la propaggine anatolica di quello che fu un Impero continentale in un contesto internazionale in cui è venuto a mancare il condizionamento totale e ineludibile della Guerra Fredda? Ora che la cortina è caduta, che lo sfolgorante “momento unilaterale” vissuto da Washington si sta progressivamente arenando nelle gole dell’Afghanistan e tra le sabbie irachene, non è forse giunto il momento di ricalibrare la propria perifericità strumentale? La Turchia, testa di ponte passiva della Nato in Medio Oriente, è dotata di una dirompente “profondità” (sia storica che geografica) che va assolutamente capitalizzata, sprigionando le potenziali riserve di “soft power” da esse detenute e finora trascurate: superando il mero ruolo di “ponte” e di “onesto sensale” tra i due lati del Mediterraneo, tra Europa ed Asia, Ankara può espandere la propria influenza a livelli mai visti prima, assurgere al ruolo di potenza regionale egemone, inserirsi come un cuneo nella inevitabile riconfigurazione di potenza che sta già investendo il pianeta. Non solo nelle aree che hanno storicamente sperimentato il tallone di Costantinopoli, ma anche in quelle che sono legate alla penisola anatolica dall’immateriale legame di sangue della comune appartenenza etnica (facendo riferimento al panturanesimo affermato da Atatürk proprio in contrapposizione al tragico ricordo della Sublime Porta dei Sultani, in alternativa al quale edificò la Turchia moderna, laica, occidentalizzante che l’islamista moderato Erdoğan ha ereditato). Neo-ottomanismo, panturanesimo e richiamo all’Islam sono i tre cardini di quello che Caracciolo definisce efficacemente un “ellisse tricontinentale” che va da Gibilterra alla Cina turcofona. Una visione che appare a tratti esagerata, dove “spicca l’afflato utopico, da cui scaturiscono ossimori e slogan che svelerebbero una vena idealista, neokantiana” (è sempre Caracciolo che parla), che agli occhi di un lettore qualunque come il sottoscritto appaiono immagini dal fascino dirompente, prospettive destabilizzanti lanciate come una rete da pescatore nell’oceano tumultuoso di un mondo che cambia ad ogni battito di ciglia, polverizzando egemonie consolidate e gettando nella polvere gli autocrati di un “ieri”che è già passato, archiviato e obsoleto. A colpire è il sottofondo pacifico, l’assenza di richiami bellicistici o sciovinistici (“Profondità strategica” non è un “Mein Kampf” in salsa ottomana né teorizza il ritorno dei giannizzeri nei deserti maghrebini e nei Balcani), la “mistica concretezza scientifica” (mi si permetta questo ossimoro) di una visione geopolitica. I fatti sembrano dare ragione all’ex accademico dell’Università di Marmara: chi reggerà le sorti del Mediterraneo? Se gli Stati Uniti (come sembra dimostrare la svolta Pacifica di Obama, che ha incoronato l’Australia suo nuovo hub strategico a guardia del Dragone cinese) si ritirano in punta di piedi dalle nostre coste (l’intervento light nell’operazione libica sembra un ulteriore certificazione di quello che Germano Dottori ha definito il nuovo “smart power” statunitense) chi presiederà la sicurezza e scioglierà i nodi della regione? Lo scongelamento dei blocchi e il disimpegno americano dopo i rovesci della “global war on terror” non ci rendono solamente più soli e indifesi, ma lasciano liberi (a mio parere) nuovi, illimitati spazi di manovra. È questa consapevolezza che ha spinto il fortunato Davutoğlu (quanti teorici hanno avuto l’immenso dono di poter accedere alla stanza dei bottoni non da “consiglieri del Principe” machiavellicamente parlando, ma da esecutori diretti di un progetto strategico fino al quel momento delineato solo sulla carta?) a puntare tutto sulle potenzialità non solo economiche della Turchia (anche se i tassi di crescita cinesi e il fatto che il reddito pro capite sia triplicato negli ultimi otto anni parlano da soli).
L’eredità storica, disincrostata da suicidi richiami ad un Impero che non può più rinascere, di quel “malato d’Europa”al cui capezzale accorrevano le potenze europee di fine Ottocento (atterrite da una sorta di horror vacui geopolitico oppure rese fameliche dalle prospettive di un suo rapido sbriciolamento) diventa terreno fertile per un ripensamento delle dinamiche attuali, per un azzardo ottimistico che pur basandosi su presupposti difficili da realizzare (anche se l’egemone è “buono”, chi convince gli egemonizzati ad accorrere volontariamente sotto la sua ala?) è un seme gettato nel dibattito politico, una “direzione” da seguire nei meandri della politica estera, una “narrazione” da sottoporre alla prova del fuoco dei fatti. Proprio la messa in discussione di uno dei cardini della dottrina Davutoğlu (il confortante slogan “zero problemi con i vicini”) sarà il tema della prossima fotografia del consigliere di colui che lo SPIEGEL ha ironicamente battezzato il “sultano di Istancool”, alle prese con le dirompenti ripercussioni dell’esplosiva “primavera araba”. Intervistato dal settimanale tedesco nel giugno 2011 (alla vigilia delle elezioni rivinte trionfalmente da Erdogan) il coniatore della “profondità strategica” ha affermato (traduco liberamente dal tedesco): “Io stesso ho scritto dieci anni fa nei miei libri che il mondo arabo ha subito due anomalie: il colonialismo del ventesimo secolo che ha separato le società arabe. E la guerra fredda, che ha contribuito allo stabilirsi di regimi autocratici nella regione. Una trasformazione, come quella che ha vissuto il blocco orientale negli anni Novanta, non è mai avvenuta nel mondo arabo. Ma adesso siamo giunti al giro di boa”. Come si è mosso il nocchiero di Istanbul nelle acque agitate della rivolte popolari e della caduta degli “uomini forti”?
Simone Ros – www.opennews.it
Dopo una giornata intensa, eccomi sdraiata sul letto. Mi sforzo di tirare le somme riguardo le attività svolte e di mettere un po’ d’ordine nella mia vita sentimentale, altamente incasinata.
Odo una vocina sussurrare al mio orecchio; cerco di sentire cosa dice e discrimino una frase: << Sono sotto mezzo centimetro di polvere.. Vuoi deciderti ad alzarti dal letto e a tirarmi da questa infinita pila di libri?? >>
Penso immediatamente che in effetti la mia libreria necessita di una spolverata, ma subito torno alla vocina: quale libro mi sta chiamando? Di fronte ai miei adorati, lo sento palpitare e mi trovo tra le mani un dolce e nostalgico Hermann Hesse. Poesie, poesie, e ancora poesie d’amore.
Ma perché proprio Hesse, mi chiedo.
-Oh mio amato poeta, non potevi rimanere quiescente per un altro po’ di tempo? E rileggerti in un altro momento, magari, dopo aver sbollito quest’ultima delusione d’amore?-
Ebbene, queste sono le prove alle quale viene sottoposto il mio cuore dopo aver ricevuto già una piccola fibrillazione ventricolare.
Ci sarà pur un motivo se il vecchio e caro amico mi ispira i suoi versi. Forse vuole consolarmi, darmi un insegnamento. Probabile! O possibile?
Permettetemi di proporre, dunque, questo medley poetico; ho deciso di fondere versi tratti dai suoi diversi componimenti.
Per dire cos’ hai fatto
di me, non ho parole.
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
Mi hai guardato a lungo
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
Volevamo costruire assieme
una casa per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti. Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura
Affido a tutti i venti
i miei canti arditi. Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno -
quando tornerai?
Ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.
Non esiste alcun dovere della vita,
vi è solo il dovere dell’essere FELICI.
Tratto da: -Canzone d’amore; -Io ti chiesi; -Il principe; – Stanco d’amore; -Essere felici.
Elena Verzì
In the light of the debt crises, financial development assistance by western donor nations will likely face a stagnating future. In this context many claims for private sector inclusion in development issues have arisen. But still, concrete policy concepts with a predictable chance for impact have not yet appeared on the horizon. The following article will contribute to the discussion by pointing out the chances of certificates and labels especially concerning socially responsible behavior of businesses.
In view of the debt crisis in the USA and EU, the commitment of 0.7% of rich-countries gross national income (GNI) to Official Development Assistance (ODA) is more likely to stagnate than to increase. Already before the crisis it was often doubted that the industrialized countries would raise the promised financial contribution to achieve the Millennium Development Goals (MDGs) set by the United Nations. The MDGs which aim to halve the worldwide poverty by 2015 in comparison to 1990 are the main policy to which the development efforts of the international community can be held accountable. In 2009 only Sweden, Luxembourg, Norway, the Netherlands and Denmark met this international aid target.
Not only that, but also the uncertainty of inter-state development aid effectiveness has shifted the focus on alternative instruments to support the economies in developing countries. In this context the integration of the globalized business sector in development issues became very popular, and terms like Codes of Conduct (CoC), Corporate Social Responsibility (CSR), Public Private Partnerships (PPP) and so on were soon included in the political vocabulary. As promising as the ideas sounded, the concepts remained mostly very vague. While the private sector makes its influence felt, strong regulations remain on the sidelines and soft initiatives like Principles for Responsible Investment (PRI) or OECD Guidelines for Multinational Enterprises still need to prove their impact.
Don’t get me wrong. There is international law which is supposed to set minimum standards for the business sector, as for example the Core Labor Standards by the International Labor Organization (ILO), which encompasses freedom of association and the right to collective bargaining; the elimination of forced and compulsory labor;
the abolition of child labor; and the elimination of discrimination in the workplace. Such standards as well as general human rights are without any doubt highly respectable achievements of international law and very helpful for development even though they are very limited in scope and don’t encompass a comprehensive view including social, environmental and economic sustainable aspects of business. In any case the implementation is known to be the weak spot because of weak executive institutions, insignificant incorporation in national legislation or even political unwillingness to implement. This circumstance gives the business sector enough loopholes to bypass international law and as a consequence to hamper people to work their way out of poverty. A German textile discount shop for example can say in public that it is respecting the Core Labor Standards while actually employing another company – in a developing country with no such law or a weak executive – which abuses those standards to be competitive. The crux of the matter is that the German textile discount shop is right because it can only be held accountable for its own business and not for the whole supply chain.
Thus new instruments are demanded which on the one hand enforce the social responsibility of companies in the whole supply chain and on the other hand leave freedom for the companies to introduce socially responsible behavior in an ever changing business environment. This obviously is an enormous challenge which I don’t claim to solve, but for which I want to propose a policy model that takes both demands into account. It isn’t anything new but it’s worth spreading the idea and to describe a normative scenario.
Ten years ago, the International Organization for Standardization (ISO), a network of the national standards bodies of 157countries, launched a working group1 to define a standard for social responsibility for business, governments and civil society organizations regardless of their size or location. In late 2010, the working group published its results, known as an International Standard providing guidelines for social responsibility (SR) named ISO 26000 or simply ISO SR. The standard considers six core subjects for social responsibility of organizational governance. Those encompass human rights, labor practices, the environment, fair operating practices, consumer issues and community involvement and development. The aim of this standard, to provide guidance for social responsibility and not to be “(…) for certification purposes or regulatory or contractual use,” 2 reflects the stalemate between claims for voluntary SR initiatives and regulatory policy.
Although the ISO clearly states that ISO 26000 is not intended to be used for certification purposes we have to look beyond the simple refusal of the idea of an ISO 26000 certification. A certificate is by definition “a document serving as evidence or as written testimony, as of status, qualifications, privileges, or the truth of something,”3 as for example the Fairtrade certificate by the Fairtrade Foundation, European organic label or one of the certificates based on the many ISO Standards like ISO 9001 (ISO 9001:2008 certification for organization’s quality management), ISO 14001 (ISO 14004:2004 certification for Environmental management) and ISO 50001 (certification for Energy Management System) just to name a few. Once an organization aims to become certified, an independent certification body would control the implementation of the demanded policies set by the standard on which the certificate is based and revise it regularly. If the organization meets the set target it will receive a certificate that demonstrates that the organization has been tested and approved. An effective certificate would be revised then on a frequent basis.
The question remains, why there is still no certificate based on SR behavior of business and other organizations in most industrialized countries? The reasons vary depending on who is being asked. While the business sector usually argues that SR has to be voluntary because of its highly dynamic character and that only companies know what works best, the civil sector points out the active lobbying of companies to prevent regulations on SR which would impact their profit. However, the national bodies for standardization from Mexico, Brazil, Portugal, Spain, the Netherlands and Denmark have published certifiable norms for SR. In Denmark, DS 49001 – the certifiable Danish SR standard – and DS 49004 – the guidance – are both based on ISO 26000 principles, core subjects and issues, and stakeholder engagement. Furthermore, even the ISO itself is willing to develop a certifiable version of ISO 26000 when the market is ready.4 Technically the Danish SR standard is structured as a management system standard which allows it to be controlled and certified. As supply chain management takes already place within bigger companies, standards for SR can be included in existing structures.
In conclusion, the standardization of SR and its certification is possible! But if we would have such a certification on SR in most countries one would be naive to think that just a label could have an effective impact since it is not intended to be compulsory for a company and therefore defies the idea of strong regulation. The impact of such a certification will exert its effect only if companies see a competitive advantage in having such a label. A well-known German consultancy points out that according to the “green trend report” two-thirds of consumers are willing to pay a price premium for sustainable products. Whether this is enough is doubted by the consultant companies. That is why the demand for SR must be created in order to introduce it effectively to the market.
Tobias Straube – www.opennews.it
1 Working group participants: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_participation.htm#p-members
2 Outline of ISO 26000: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_discovering_iso26000.htm#std-graph1
3 dictionary.reference.com : http://dictionary.reference.com/browse/certificate
4 Background conversation with the CSR consultant from the Danish Standards Foundation
Dimenticatevi Sarah Palin.
C’è una nuova donna in città: Michele Bachmann. Bella, provocante, intelligente, generosa, carismatica e soprattutto, agguerrita. Un po’ strega di Biancaneve un po’ Desperate Houswife. Con le sue gonne mozzafiato e i grandi occhi di ghiaccio da cartone animato illumina la platea ogni volta che si scontra con i suoi colleghi alla corsa per la Casa Bianca.
Deputato dal 2007 per il Minnesota ha raccontato di essere diventata Repubblicana così, da un giorno all’altro, leggendo un libro di Gore Vidal, dove venivano presi in giro i padri fondatori. Non è solo l’essere l’unica donna nella corsa a renderla diversa dai suoi colleghi, è sicuramente il fatto di essere la più arrabbiata. La sua campagna è stata annunciata con una frase ad effetto in un video su youtube: riprendiamoci il nostro paese! I suoi supporters sono gli ormai celebri membri del Tea Party, un movimento estremamente populista e conservatore nato nel 2009 in contrasto con le politiche ‘socialiste’ – così le chiamano loro – del presidente Obama. Non vogliono le tasse, non vogliono immigrati, non vogliono il piano sanitario gratuito, vogliono solo riprendersi il loro paese, vogliono che il governo lasci tutti in pace, anzi, che non esista proprio. Se Ron Paul è l’ideologo non autorizzato di questo movimento, Michele Bachmann è la sua matrigna, la sua bandiera, la Regina del Tea Party, ha titolato il Weekly Standard. Il nome del movimento riprende l’evento che diede vita alla guerra d’indipendenza americana quando nel 1773 un gruppo di patrioti vestiti da nativi si mise a lanciare casse di the nel porto di Boston. Ma se i nemici erano gli inglesi, ora sono i Democratici, e soprattutto Barack Hussein Obama. Per le sue azioni politiche e soprattutto per le sue visioni, considerate da questi fanatici ‘anti-americane’, e poi quel nome, Hussein, lì in mezzo, proprio non aiuta.
Se Michele dovesse vincere le primarie – gli ultimi sondaggi della CNN la danno al 5° posto –quali sarebbero le sue politiche per ‘riprendersi’ l’America? Basti sapere che lei, luterana, ha ammesso di voler introdurre, accanto alla teoria dell’evoluzione, l’insegnamento del creazionismo (in poche parole il mondo esiste da circa 6.000 anni e i dinosauri sono un’invenzione di Spielberg). Speriamo solo che non ci creda davvero e lo faccia per attirarsi una fetta dell’elettorato repubblicano extra-conservatore. Come i suoi colleghi di partito anche Mrs Bachmann si dichiara fedele supporter di Israele, ma è tra le poche che invita al dialogo diplomatico con l’Iran, ma precisa, se non dovesse funzionare, la guerra potrebbe essere la soluzione.
Non conosciamo troppo dei gusti musicali della candidata Bachmann, ma sappiamo con sicurezza di non trovare Elton John nel suo iPod. Lei stessa ha criticato il film d’animazione della Disney, Il Re Leone, che in questi giorni sta tornando nelle sale in versione 3D, per la partecipazione del cantautore omosessuale nella colonna sonora, proprio per le sue preferenze considerate deviate. Spero solo che Paul McCartney possa tornare alla Casa Bianca a suonare Michelle, ma di nuovo come fece nel 2010 per Michelle Obama.
Giulio Silvano – www.opennews.it