Archivio per: dicembre, 2011

Goodbye 2011

Se ne è andato Steve Jobs, il mondo l’ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene “il più grande di tutti i tempi”, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di Osama Bin Laden, il “public enemy number one”, il ricercato, il mandante di quell’attentato che ha cambiato per sempre il termine “sicurezza”.

E’ stato lanciato un nuovo social network, Google+, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c’era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po’ di sana conversazione.
“Le proteste” sono il personaggio dell’anno secondo il TIME. Siamo diventati 7 Miliardi su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo iPad2 e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.

Le rivolte in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il terremoto giapponese ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall’altra parte del pianeta, il Brasile era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto.  E’ nato un nuovo Stato: il Sud Sudan, mentre, da un’altra parte, un “gruppo etnico” aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la Palestina. E’ morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E’ stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: #OccupyWallStreet è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.

Kate e William si sono sposati, il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L’Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. E’ caduto il Governo Berlusconi e un team di “tecnici” l’ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. Djokovic è il numero uno del tennis mondiale, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.

La sparatoria in Norvegia ha commosso e fatto arrabbiare; il termine “spread” è entrato per la prima volta nella nostra vita. E’ stato “costruito” un nuovo super tunnel: quello dei Neutrini  ;-) e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un’altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.

E’ un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell’Unità d’Italia.
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.

BUON ANNO

Francesca Larosa – www.opennews.it

Lo spuntino fotografico8- un pain au chocolat

Inutile negarlo, lo so che alla vista di questa fotografia siete rimasti lì imbambolati, come pioppi.

C’è poco da fare, è qualcosa di più dell’immagine di un viale alberato e non solo perchè l’ha scattata H.C.Bresson, o forse si, perchè di solito questo genere di foto riesce con la magneticità di una calamita souvenir comprata in un negozio tutto a 99 cent.

Eppure i busti sfilano come ballerine il giorno dello spettacolo di danza, con gli chignons lucenti e immobili; e proprio come una ballerina entrando in scena apre le braccia in un gesto di pura eleganza, anche questi alberi abbracciano lo sguardo, in punta di piedi.

Teniamoci leggeri, in vista della danza.

Bon appétit!

Piotto Chiara

E tu vorresti bere petrolio? L’ENI in Nigeria: un’azienda sfacciata

Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un’artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell’area Marketing dell’ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: “Don’t stop thinking about tomorrow”.

Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione “ENI in the world” cerco NIGERIA. Devo ammetterlo, parto già prevenuta. Ho letto l’impensabile su quello che poi è diventato uno dei miei miti, Ken Saro-Wiwa, ucciso a causa della sua lotta contro la Shell. Anche lui era Nigeriano e il suolo sul quale ha camminato per anni si trovava in uno stato già di grande devastazione.
Apro la pagina, vi sono tante sezioni. Mi butto immediatamente su “Protezione Ambientale” e non mi aspetto di trovarvi ammissioni di colpa, ma quantomeno un accenno ai danni provocati alle falde acquifere, alla flora, alla fauna e anche alla popolazione locale.  Invece no! Mi imbatto in qualcosa di molto diverso: “La Nigeria è tra i Paesi in cui eni sta sviluppando un importante programma di water injection . La reiniezione nel sottosuolo delle acque di produzione ha un doppio vantaggio: consente di mantenere la pressione nei giacimenti e riduce l’impatto sull’ambiente, diminuendo gli sprechi idrici, aspetto di fondamentale importanza in ambienti desertici. Nell’ambito della conservazione della biodiversità, eni NAOC è coinvolta nel progetto Lower Orashi Forest reserve in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e delle Risorse Naturali. Le attività sono previste per il 2011-2015.”

La water injection è sicuramente importante! E’ un aspetto fondamentale per le aree tropicali! Continuo a cercare per la rete e trovo questo video: http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A . In tutta franchezza non trovo alcun bisogno di una “water injection” di fronte a tutto questo.
Immagine anteprima YouTube
La domanda che mi sorge spontanea riguarda gli organi di protezione: “chi dovrebbe intervenire in questo caso?” Ovviamente l’ONU, di cui la Nigeria fa parte, ma anche tutte le agenzie ambientaliste e di protezione del territorio.

Andiamo con ordine a partire dal 2011: il 17 Marzo 2011, il Corriere della Sera intitolava a chiare lettere “Nigeria, militanti del MEND fanno saltare un impianto dell’AGIP”. Venivano minate le stazioni di pompaggio ENI e gli assalti erano stati rivendicati dal Movement for the Emancipation of the Noger Delta. Il comunicato che era stato inviato alla redazione del giornale italiano più famoso incuteva paura e affermava esplicitamente che “la lotta è appena cominciata”.
Al Governo avrebbe fatto comodo una spaccatura all’interno di questo movimento. Sembrava fosse ormai avvenuta: alcuni dissidi interni stavano attentando alla sopravvivenza del MEND e invece ci si accorse presto che la battaglia era davvero appena cominciata. Il giorno 8 Giugno 2011, i leader del MEND inviano un ulteriore comunicato diretto all’ENI: “Distruggeremo tutti i vostri impianti”. La domanda che sorge spontanea è perchè tanto astio nei confronti del colosso italiano e non piuttosto verso Shell o altri.  Il documento è in grado perfino di motivare questo: “Abbiamo osservato il disprezzo con cui il gruppo italiano è coinvolto nel massacro di cittadini innocenti in Libia. L’ENI asseconda  il saccheggio delle risorse petrolifere realizzato dalle nazioni occidentali”. Tutte menzogne? In primis, è necessario precisare che tutti gli ostaggi presi in consegna dal MEND non sono stati riscattati e sono stati rilasciati in buono stato psico-fisico. Secondariamente, percorrendo la storia della compagnia italiana, è possibile rilevare alcune tappe  quantomeno ambigue. Un esempio? Nel 2004, l’indice di investimento socialmente responsabile FTSE4Good l’ha esclusa dalle sue quotazioni; al termine del 2005, l’Agip viene accusata di aver partecipato attivamente con incoraggiamenti cospicui, alla demolizione di una bidonville a Pourt Harcourt, ordinata dal Governo perchè le baracche erano troppo vicine alla stazione di estrazione ENI; il 24 Gennaio 2006, in un attacco polizia privata/militanti nigeriani ad una stazione ENI muoiono 9 persone, di cui 8 sicuramente locali.
Dal 2006, il MEND ha dichiarato la guerra totale a tutte le multinazionali del petrolio. Da allora si susseguono assalti continui e senza sosta.

Perchè un gruppo locale come il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger dovrebbe spingere i suoi stessi interessati alla morte? Perchè dovrebbero permettere alla popolazione locale di rischiare in prima persona? E’ possibile che tutto questo sia il risultato di pratiche tribali e prive di cognizione di causa?
No. Gli impatti dell’estrazione petrolifera hanno causato danni ambientali enormi e provocato decine di morti in una regione troppo lontana per essere considerata degna di nota dal mondo Occidentale: da un lato vi sono i terreni della regione, coperti interamente di petrolio, ma non solo! Il bacino idrico del Delta del Niger è uno dei più inquinati al mondo: 36 mila kmq di mangrovie, corsi d’acqua e lagune sono state consegnate alla marea nera per sempre. Si aggiunga a tutto questo che la popolazione locale non percepisce i profitti derivanti dall’attività estrattiva. Non una delle incredibili risorse naturali del Paese sono state messe a disposizione della comunità.  Di chi è la colpa? Chi ha permesso tutto questo? Siamo tutti un po’ responsabili, nessuno escluso, nel momento in cui facciamo benzina. 

Abbiamo un unico dato certo: indipendentemente dalle responsabilità, l’ENI è stata messa sotto accusa per un procedimento di elargizione di tangenti a funzionari governativi in Nigeria nell’anno 2010. Il 7 Luglio di quell’anno esce la notizia del pagamento di una maximulta della multinazionale italiana agli Stati Uniti: il reato è “corruzione internazionale”, la cifra ammonta a 240 milioni di dollari. 

Nel cervello continuo ad avere un motivetto ridondante: Don’t stop thinking about tomorrow.
La macchina del petrolio non si ferma mai, ma da oggi guardarò quei disegni sulla sabbia con occhio diverso, forse più arrabbiato, forse più consapevole.

Francesca Larosa – www.opennews.it

Questo articolo riguarda specificatamente l’ENI in quanto società che procede indisturbata alla colonizzazione economica di un intero continente. Non assolve le altre aziende estrattrici, ma invita alla riflessione e alla ricerca, in forza di un futuro più trasparente e pulito: don’t stop thinking about tomorrow.

FONTI:
ENI, Corriere della Sera, Il fatto Quotidiano, Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Giornalettismo.com

Il femminismo a portata di sguardo

Donne lavoratrici, donne mamme, donne stanche, donne entusiaste, donne che preparano cene e resoconti finanziari. Donne con tante idee nella testa e pochi soldi nelle tasche, donne che non sanno di essere svantaggiate, donne che combattono per smettere di esserlo, ma, soprattutto, donne consapevoli d’essere donne.

Sono queste le numerose scese in piazza a Roma e in varie città d’Italia l’11 dicembre per l’ultimo appuntamento al femminile organizzato dal comitato “Se non ora, quando?”.

Questa volta la politica non c’entra davvero nulla, non c’entra l’esasperazione per gli harem di un premier decaduto, per le cariche politiche assegnate in base alla misura di reggiseno; questa piazza è una piazza pieni di cervelli e cuori coscienti del fatto che non è un uomo dalle dimensioni ridotte a poter privare la donna del suo ruolo, della sua parte all’interno della società. Ciò che imprigiona la donna nella sua gabbia “rosa” tutta fatta di tenerezza e sensibilità è un sistema in piedi da secoli, una cascata di stereotipi che si riflettono sì sulla realtà, ma in un rapporto di alimentazione reciproca.

Le donne in piazze gridano la loro voglia di essere riconosciute in completezza, come madri, come lavoratrici, come potenzialità per il nostro paese. Rivendicano il loro ruolo di straordinaria importanza nell’uscita dalla crisi, chiedono la possibilità equamente divisa tra madre e padre di accudire i figli. Parlano di incentivi al congedo di paternità, che è un diritto dell’uomo, non un modo per incastrarlo.

Sotto un cielo grigio ma con garbo, si susseguono interventi,buona musica, comizi accorati.

Sì,perché la questione femminile esiste ancora. E’ viva, agisce in silenzio senza che nessuno se ne accorga, se non gli addetti al settore. Lo stereotipo si insinua nella pubblicità, che a sua volta si insinua nella nostra mente, proponendoci immagini che nemmeno ci preoccupiamo di mettere in discussione. Basta accendere la televisione per vedere come quasi sempre i prodotti per la cura della casa siano pubblicizzati da figure femminili. Ciò infastidisce non perché, indignate, vogliamo rifiutarci di impugnare l’ aspirapolvere e pulire casa, ma perché questo tipo di marketing non si preoccupa di interpretare una realtà che sta cambiando; crede che il frullatore multifunzione possa interessare solo alle donne, a cui è da sempre affidata la cura della casa, e non ai numerosi uomini che altrettanto si dilettano in cucina!

Per non parlare poi di quelle pubblicità che offendono senza tanti peli sulla lingua la nostra femminilità, quei cartelloni che scelgono delle donna solo l’ eloquente culetto, tralasciandone gli occhi. Ci sono poi quei giornalisti che credono che la soluzione per l’aumento della natività in Italia risieda nel togliere i libri alle donne, ma questa è un’altra storia.

L’ultima pubblicità che ha scosso il mio spirito femminista promuove un prodotto di una nota marca di alimenti surgelati. In una reclame d’evocazione vintage si legge: “ATTENZIONE MOGLI! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!” Questa pubblicità racchiude, a mio parere, stereotipi tra i più classici: la moglie cucina per il marito; il marito porta fuori la moglie a cena; ultimo e forse il più fantasioso, frutto del nostro secolo: il miglior piatto che si possa cucinare è un piatto surgelato, preparato da terzi.

Sebbene quindi la questione femminile appaia come superata, sebbene la “battaglia” delle donne sembri completamente vinta, non è così. Abbiamo sì ottenuto il diritto di voto dai tempi delle repubblica, possiamo sì studiare, diventare manager, entrare in politica, fare appello alle pari opportunità ma dobbiamo accettare il fatto che ciò susciti ancora scalpore, ecco il vero problema. Una donna con due figli ed un lavoro a tempo pieno è una specie di eroina da pellicola, un uomo con due figli ed un lavoro a tempo pieno, è semplicemente un padre di famiglia, poiché le possibilità che i ruoli offrono sono differenti.

Per far si che la società muti, bisogna che la nostra testa muti; questo può però succedere solo con uno sguardo attento e critico, uno sguardo che vada oltre numeri e statistiche, che sia in grado di fare i conti con la realtà e non solo sulla realtà. Il cambiamento non può essere dettato dall’alto di una norma, con la creazione di quote rosa; il cambiamento va costruito insieme,consapevolmente, parte dalla testa finisce nel cuore, per poi ricominciare il ciclo.

Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it 

DURBAN: E’ tempo di decisioni importanti

Dopo aver ospitato alcune partite dei mondiali di calcio del Sudafrica nel 2010, dal 28 Novembre al 9 Dicembre 2011, Durban ha ospitato la diciassettesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico insieme alla settima Conferenza degli Stati partecipanti al protocollo di Kyoto. Si è aperta la seconda e decisiva settimana sul problema climatico e, nonostante gli scienziati si siano dati da fare per far comprendere la gravità della situazione e le conseguenze del surriscaldamento del pianeta , non sembrano esserci ancora note positive in merito alla riduzione dei “gas serra” nel nostro pianeta.

L’evento appena concluso a Durban potrebbe essere l’occasione per dar vita ad una spinta che porterà verso un nuovo modello di sviluppo che faccia dei temi ambientali e della risoluzione dei cosiddetti “eventi climatici estremi” una questione prioritaria nelle intenzioni politiche dei governi del mondo.

Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti estranei i Paesi principali responsabili delle maggiori emissioni di CO2. A partire da Stati Uniti, Russia, Cina e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile. Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta . Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.

Nel sud del mondo i cambiamenti climatici significano fame, distruzione, epidemie. Vari studi pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Le più grandi associazioni umanitarie e ambientaliste hanno lanciato un forte appello all’inizio della seconda settimana di lavori della Conferenza ONU a Durban. In una conferenza stampa congiunta, alla quale hanno preso parte: Oxfam, WWF, Greenpeace e la Confederazione Sindacale Internazionale, è stata espressa grande preoccupazione per le posizioni assunte dagli Stati Uniti. Non ci resta che subire passivamente le decisioni che “I Grandi dell’Economia mondiale” prenderanno nel 2012, ma non dimentichiamo che nel nostro piccolo tutti possiamo contribuire e, perché no, essere proprio noi cittadini a dare il buon esempio.

Salviamo il nostro domani, OGGI.

Monica Cancellieri -www.opennews.it

Il punto sulla B; il Toro strapazza il Pescara; Verona, ottava vittoria consecutiva!


Il diciannovesimo turno di serie B vede la conferma del Torino a guida della classifica, con Verona e Sassuolo uniche vere antagoniste. Gli scaligeri colgono il loro ottavo successo consecutivo ai danni dell’Albinoleffe mentre il Sassuolo ha la meglio del Livorno. Traballano le panchine di Scienza a Brescia ( tre pareggi e otto sconfitte nelle ultime undici giornate) e di Breda a Reggio Calabria, sconfitto nella trasferta di Cittadella (la seconda consecutiva). Pareggia ancora la Sampdoria, che si salva in extremis grazie a Pozzi e vede allontanarsi sempre di più la griglia playoff. In coda, importanti successi per Vicenza e Gubbio: Rigoni e Graffiedi firmano i due 1-0 con i quali le due squadre riescono a conquistare tre punti e prendere una boccata d’ossigeno. Infine, risolta la querelle tra Padova e Torino: la gara sospesa la settimana scorsa per black out dell’impianto elettrico dovrà essere ripresa dal 76′ sul punteggio di 1-0 per i venti.

Questi tutti i risultati e i rispettivi marcatori del 19° turno di serie B:

Ascoli – Varese 0-0
Brescia – Bari 1-3 26′ (1T) Bellomo (Ba) 48′ (1T) Jonathas (Rigore) (Br) 29′ (2T) Stoian (Ba) 48′ (2T) Stoian (Ba)
Cittadella – Reggina 3-2 5′ (1T) Di Roberto (Rigore) (C) 26′ (1T) Rizzo (R) 9′ (2T) Campagnacci (R) 13′ (2T) Maah (C) 40′ (2T) Di Carmine (C)
Grosseto – Modena 1-1 12′ (2T) Greco (M) 36′ (2T) Sforzini (G)
Gubbio – Padova 1-0 42′ (1T) Graffiedi
Nocerina – Crotone 0-2 8′ (2T) Gabionetta 9′ (2T) Gabionetta
Sampdoria – Juve Stabia 1-1 10′ (2T) Sau (J) 48′ (2T) Pozzi (S)
Sassuolo – Livorno 2-1 11′ (1T) Dionisi (Rigore) (L) 16′ (2T) Sansone G. (S) 35′ (2T) Sansone G. (Rigore) (S)
Torino – Pescara 4-2 38′ (1T) Basha (T) 3′ (2T) Immobile (P) 8′ (2T) Vives (T) 19′ (2T) Sgrigna (T) 23′ (2T) Sgrigna (T) 47′ (2T) Immobile (P)
Verona – Albinoleffe 1-0 36′ (2T) Pichlmann
Vicenza – Empoli 1-0 22′ (2T) Rigoni

(Immagine da: torino.ogginotizie.it)
Federico Ratti

Meeting Mutsa on World AIDS Day

1 December was World AIDS Day. Instead of writing a piece about different events going on around the world, I wanted to give an in depth account of one project. There is no better way to do this than speak to someone delivering a HIV/AIDS project. I would like you to meet Mutsa, someone passionate about helping people and hoping to make a real difference. What struck me about Mutsa when reading this back was her passion, sacrifice, drive and determination. However what hit me the most was that this really is about helping people, she seems at her happiest when talking about her group succeed. Take a look and see what I mean…

Mutsa, could you introduce yourself and say a little bit about the great work you’re doing in Zambia?

I’m in Zambia volunteering with The Butterfly Tree who carry out most of their work in the Mukuni chiefdom, about 7,000 people live there. I’m working in the local basic and high school where I’ve been educating and training 15 young people as HIV prevention peer educators.

Can we talk a little bit about you before talking about your project? It is interesting you talk about education and training; maybe we could discuss some of your education…? What did you want to be when you “grew up?”
The first thing I remember wanting to be was a fashion designer, then I wanted to be a lawyer, music journalist and now…I’ve yet to find a title for what I want to be.

What was your favourite subject at school…?
English has always been a love of mine. I loved English: reading, studying different texts and discussing ideas. As I got older I was really drawn to the Social Sciences and Anthropology became my favourite subject. I studied that along with Sociology for my BA. 

Is there anything in particular which drew you to the social sciences?
People, simply speaking. I don’t know where my interest in human behaviour comes from but I like to understand what drives people, what our differences are but also how we’re all connected. When I went to Uni, I had no idea what kind of career I wanted to have but I knew that I loved travelling, meeting and learning about people so I chose Anthropology. It worked out for me. I enjoyed my course immensely and it really helped to steer the direction I want my life to take.

Speaking about your career can you tell us about how you began volunteering with the Butterfly Tree?
Sure. I returned home at the beginning of 2010 having studied abroad for a while. I got home and started to look for random positions in the international development sector but because I didn’t have any international working experience I was only eligible for entry level positions. I’d heard about the Vodafone World of Difference scheme which is when I first made contact with Jane (founder of The Butterfly Tree). I applied but wasn’t chosen, I wasn’t willing to settle and I thought that as I’m fortunate enough to be in a position where I don’t have to settle, why not create my own position? So I told Jane, that even though I wasn’t been chosen, I still wanted to carry out the project I would have done with Vodafone but would self-fund it. Fast forward one year and here I am.

Amazing! What was the first thing you did when you decided you wanted to self-fund the project?
There was a lot of to-ing and fro-ing. The first thing I did was write what I wanted to do and share it with Jane. The second thing I did was to save my tumblr blog address and Twitter name so that it wasn’t taken.

It seems like it would take a fair deal of planning? How much did you need to raise?
It took a lot of planning. I refused to apply for full time jobs because I didn’t want to get stuck there. My mentality was that, “as soon as I have money I needed, I would leave.” I needed that flexibility. In fact, I haven’t stopped planning! At the beginning I wanted to come out here for a year and I estimated I needed about $15,000 at the beginning of this year I think I had about $5,000 after 4 months of saving and I was starting to get stressed out as I really wanted to go out in 2011. I met someone who had been to Mukuni and he urged me to go back to the drawing board and see if I could do the work I wanted to do in less time and for less money.

What struck me when hearing your story was your dedication and determination, refusing to take full time jobs and going it solo! How did you raise the funds? There must have been hard times while you were fundraising?

Thank you. With things the way they are now, I understand that not everybody can afford to make the decision I made. There were definitely hard times. Like I said before, I was temping and I remember at the beginning of last year not working for a month or so I think it was. I had absolutely nothing coming in. That was not easy. But I had to get things done; I was adamant that I was coming out between June and August. Jane had already told the young people I was coming out and I didn’t want to keep them waiting for so long. Most of the funds came from me saving money and a good amount came from donations and funds raised from events I put together. It was really important that people felt they could contribute and affect change too. I think on the whole people want to affect change but may not be sure of how to go about it so I wanted to organise events that were a bit quirky where they would feel more in touch with knowing where their money/in-kind donations would end up.

Delivering change, that is extremely hard. Your project essentially seeks to provide young people with the tools to change themselves and their community. You mentioned earlier you are constantly planning! How have your initial plans changed and what have you learnt whilst delivering your programme?
Delivering change is hard and definitely challenging. The main thing that has changed with my initial plan has been the time frame. It was originally set to last for a year then I changed it to a last for a little less than four months. However, the aim of the project and how I intended to do it has largely stayed the same. What have I learnt? I’ve learnt that if you have an idea, not everyone will understand what you are doing or the way you intend to do it. You can’t sell your goals to everyone and that it’s really important to surround yourself with people who will push you forward. I’ve learnt to be that little bit more patient. I still need to work on my patience but you learn that you can’t force things…though I do still like to try. I’m sure I’ve learnt a lot more but it’s hard to see the water when you’re in it…and I’m still in it. One of the most important things I’ve learnt and which really helped me whenever I felt like what I was working towards was a waste of time is that, on the whole, people are good. It sounds so simple but I think we can get caught up in failures and all the negatives in the world.

What are the young people you work with like? What are the good things you see in them? The young people I work with are wonderful! I really enjoy gushing about them. Their sense of humour is wonderful; I really look forward to our sessions. There are times when I have to give them a stern speaking to but on the whole they just get on with things. They make up all of their own dramas, poems, speeches. The thing that continues to floor me is their desire to want to share what they have learnt. To be so young and care enough to want to share life-saving information, that is so incredible. I set the project up so that in the first two weeks I was giving lessons on basic HIV, exploring beliefs, attitudes, gender stereotyping etc. In these classes there were a lot of group and solo activities as well so that I could pick the people who I felt I could train as peer educators. In the second phase, we spent one month together where I delved deeper into the topics I introduced in the first two weeks. We’re now in the final phase, which is all about planning, rehearsing and delivering the project to peers, neighbouring villages as well as their own.

The final phase… so what happens next? I know the programme is to be self-sustaining? But when you leave what happens? Also, what are your personal plans?
Yes, the aim of the program is to be self-sustaining. I’m in talks with the headmaster and Jane to see how they can facilitate this. At the moment I’m proposing that this be the ‘go-to’ group when work is being done re: HIV awareness/prevention in the village. Just as they’ve been called upon to give a performance at the chief’s palace for World AIDS Day, I think it would be good if that continues. I’m aiming to come out at least once a year to see how things are going and brush up on delivery techniques etc. The downside (and a possible positive aspect) to a peer education program is that it requires regular recruitment.

Regular recruitment?
Yes. People out grow peer education and especially as I’ve trained people who are in high school there’s quite a fast turnover. Several of the young people will be leaving the village next year if they go forward to university. My personal plans – spend a month or so in Zimbabwe, after that, I have no idea. I really want to keep doing what I’m doing right now. I’m going to work towards making that happen.

Your project seems like a success, they will be performing for the Chief!
Yes performing at the palace is quite a big deal. Mukuni has almost 8,000 people in its chiefdom so to be invited to perform for World AIDS Day is great and the fact they hold a big event for this day is exactly the kind of action that is needed. On the whole the project has been met with open arms and people have really been supportive of the project. A lot of the people in Mukuni including the people in my group have seen first-hand how HIV has affected people. I’ve had a few young people pulled out of my class without any clear reasons but on the whole, I haven’t had any major obstacles to overcome.

The programme educates young people, how is this seen in the community, I imagine this must be quite an issue?
I’ve had a wonderful response from the community. They love that we’re going out to the smaller villages in the Mukuni Chiefdom. There haven’t been any issues regarding the age of the people sharing the information. Those I’ve spoken to really know first-hand, how critical the situation is. There are girls as young as 13 years getting pregnant. I had a girl tell me that she slept with a man because she didn’t have money to buy lotion. She got pregnant and miscarried. She was 15 at the time.

What is your view on the current methods to prevent the transmission of aids in countries such as Zambia?
I think that Zambia preaches a realistic message. I mean, it doesn’t just focus on one approach to combat HIV. I feel that there is a 360 approach. The posters I’ve seen, the adverts I’ve heard on the radio and seen on television inform people on the different ways they can have safer lives and the impact of their decisions. The fact that it is in the open, both in town and in the rural areas is something I applaud. I didn’t think it would be the case before I arrived. I did raise an eyebrow when I saw how much male circumcision was pushed as a preventative measure. At times I see this promoted as a sure fire way of prevention, which of course, it is not. I’m still questioning why I don’t see the same push for this approach in the UK. I am concerned about the role the church plays. Abstinence seems to be their main message, and whilst I understand any other message may conflict with certain beliefs I still think it’s important to equip people with practical and complete information. I’m a Christian myself and in my classes I make sure that all means of safer living are talked about and included in the showcases performed by the young people. I’m not of the school of thought that thinks that by providing information about sex, this will make them go out and try sex. I don’t think people are that simple and such thinking can be very dangerous. I believe in providing as much information as possible, being willing to answer all the questions that may be taboo, enabling others to make informed decisions.

What does World AIDS day mean to you, and what is your view on other initiatives which are being used to combat the transmission of AIDS?
World AIDS Day to me is the celebration of life and creating awareness. It’s to celebrate the lives that have passed on due to AIDS and in doing so push the fight against this virus so people realise we have something of worth and that we can protect and thus save. I’m really impressed with the CrowdsOutAIDS initiative set up by UNAIDS. I am all for working with young people to combat this pandemic. Especially with the generation coming up, I think that they’re so pivotal to the direction things will take. Young people are full of ideas, energetic and have sound knowledge of what happens at a grass root level. Their impact should not be under-estimated, ever!

Is World AIDS day known by young people you’re working with? Very much so! The other day, I was cutting up red ribbons for them to put together and hand out at the palace and they gathered round with excitement. They knew exactly what they were and what they represented. It was really wonderful to see.

What would be your message to anyone who wants to get involved in similar initiatives?
My message, from all I’ve learnt would be to research, plan and discuss ideas with people in the field. There are so many ways you can get involved, so many things to get involved in. Brainstorm and think of things that interest you. You’re interest needs to be central. I knew that I wanted to work with young people, in Southern Africa and with regards to HIV/AIDS. I typed these three topics into Google and went from there. Tell people about what you want to do! You’ll be so surprised about where help can come from.

How and where can people contact you?

Due to this project I made myself available on various social media platforms. People can contact me via email: meetmutsa@gmail.com, Twitter: @meetmutsa, facebook: www.facebook.com/meetmutsa and my blog: www.meetmutsa.tumblr.com

 

Daniel Idowu – www.opennews.it

 

Presidenziali USA: il triangolo no! (o forse si)

In ambito elettorale gli Stati Uniti sono sempre stati il paese in cui il sistema bipolare ha sempre dato ottimi risultati, il binomio democratici-repubblicani è sempre stato l’esempio più paradigmatico di perfetto bipolarismo. Due partiti, due candidati. Che vinca il migliore. Questo non vuol dire che non ci siano altri partiti negli Stati Uniti, anzi, proprio per la totale libertà di espressione che esiste nella nazione, ne è presente un bouquet, movimenti sempre snobbati dai quotidiani, tra cui un partito nazista – vi ricordate quelli dell’Illinois nel film The Blues Brothers? – ed uno per la rivoluzione maoista in America. Ma non sono questi i nemici veri del forte bipolarismo statunitense.
I veri possibili distruttori del solido binomio di sfidanti sono gli indipendenti. Spesso personaggi di rilievo, anche lontani dalla politica, ricchi e annoiati, che decidono di usare parte della fortuna personale per conquistare la poltrona vellutata della Casa Bianca. È successo nel 1992 e nel 1996 con Ross Perrault, ma addirittura il già Presidente Theodore Roosevelt aveva nel 1912 incrinato la vittoria repubblicana presentandosi da solo, e c’è chi tuttoggi incolpa Ralph Nader per aver fatto guadagnare a George W. Bush il suo primo mandato rubando quasi 3 milioni di voti al democratico Al Gore. Nessuno di questi ‘terzi incomodi’ è mai stato eletto presidente, e quasi sempre hanno smesso di far politica subito dopo le elezioni. L’unico non appartenente ad alcun partito a diventare Presidente degli Stati Uniti è uno solo, il primo, George Washington.
Già da tempo si sente parlare di una possibile discesa in campo di Michael Bloomberg, miliardario – forbes lo ha elencato al dodicesimo posto nella lista dei più ricchi d’America con un patrimonio calcolato a 19.5 miliardi di dollari – sindaco di New York dal 2002, filantropo ed estremamente progressista nel suo conservatorismo, si è pagato l’università facendo il parcheggiatore prima di fondare la Bllomberg L.P, azienda leader nel settore di informazione e software finanziari. Inizia a far politica con il partito democratico, si fa eleggere poi alla poltrona di sindaco della Grande Mela come repubblicano per poi lasciare il partito nel 2007 e fregiarsi del titolo di indipendente. Quest’ultima mossa è stata vista come una chiara intenzione di andare verso le elezioni presidenziali, ma dopo abbondanti speculazioni giornalistiche si è tirato fuori da ogni possibilità di correre.
La paura è poi tornata per le elezioni del 2012. Un Obama in bilico, il giudizio degli elettori non è chiarissimo, ed un gruppetto di clown islamofobici a contendersi le primarie repubblicane sarebbero elementi di grande interesse per un terzo candidato che per una volta potrebbe anche farcela e scardinare il perfetto bipartitismo statunitense. I giornalisti fremono, i candidati, timorosi, non commentano, e Mike aspetta prendendo la metropolitana per raggiungere l’ufficio. Chissà che tra un anno non possa semplicemente andare a piedi, come disse Kennedy appena eletto presidente: la paga non è male, e posso andare in ufficio camminando.

 

Giulio Silvano

Università di fotografia: si, ni o no?

Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.

Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:

“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti  di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.

Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.

“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”

Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”,  per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico 7- madeleines ai mirtilli

Mettendo al negativo lo scorso spuntino con il pannoso effetto bianco di Gardin, eccoci avvolti dall’effetto nero di Jeanloup Sieff, al suo giocare con il vedo-non vedo.

Insomma, bisogna sempre ricordare che la macchina fotografica, in quanto oggettino totalmente nelle nostre mani, ci da la possibilità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare all’ombra, concedendo alle mani esperte il dono di un’arte raffinata.

Certo, se quella cioccolata calda era lattea nella sua leggerezza, l’effetto nero delle madeleines si fa misterioso, diverso come lo yin dallo yang, come l’Italia dalla Francia.

 

Chiara Piotto

 

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