Alle 15.00 di questo pomeriggio si è concluso anche il secondo turno delle elezioni amministrative in molti comuni e province d’Italia. È da subito iniziata la logorante attesa che ha accompagnato lo spoglio dei voti,seguito ad ogni passo da tutti i telegiornali e notiziari radio: riflettori puntati in particolar modo, verso le città di Milano e Napoli,dove il clima è più che mai incandescente.
Facciamo un passo indietro per ricordare i giorni scorsi. “Il voto di Milano ha valenza Nazionale […] Con Letizia, con Podestà e con il nostro Formigoni, Milano, la Provincia e la Regione hanno toccato i più alti livelli di buon governo in Italia […] Contattate i vecchi fidanzati e le vecchie fidanzate: si può e si deve fare ogni sforzo perché la nostra Milano si dia al primo turno una amministrazione che non può essere di sinistra. Sono sicuro che vinceremo al primo turno.” Parole fiere e decise quelle pronunciate dal Premier Berlusconi in occasione della conferenza svoltasi al Palasharp di Milano,per sostenere la candidatura di Letizia Moratti,il 7 maggio scorso. In quella sede e in altre occasioni (mediante gli interventi di figure amiche del Cavaliere) non sono certo mancate le pesanti critiche e gli insulti rivolti agli avversari politici di opposizione (si ricordino le accuse infamanti rivolte al candidato sindaco Pisapia durante la campagna elettorale) e verso quella famigerata “setta di toghe rosse”,nemico storico,che oggi tiene le redini della Magistratura e “usurpa ai cittadini il diritto alla giustizia”.
Ma i fatti di oggi hanno ampiamente smentito e messo a tacere,nel modo più giusto e democratico, le mille parole e i numerosi discorsi (soltanto chiacchiere) che troppe volte abbiamo ascoltato/subito durante questi ultimi giorni. Tre sono gli aggettivi per descrivere la sconfitta subita dai vari canditati Pdl in queste elezioni amministrative: reiterata,netta e devastante. Alle ore 18.00 di questo pomeriggio,Letizia Moratti lasciava a testa bassa il palco dei festeggiamenti,giustappunto mancati,portandosi dietro quel “mucchietto” di elettori che le ha riconosciuto il 44,89% dei consensi,cifra irrisoria se paragonata a quella che ha portato alla vittoria (55,11% dei consensi) Giuliano Pisapia,candidato presso il partito di Rifondazione Comunista,da oggi primo cittadino a Milano. Subito dopo l’avvenuta cognizione dei risultati elettorali,l’ex sindaco Moratti, falsa come una banconota del Monopoly ,ha chiamato personalmente il suo successore per fargli sincere e cordiali congratulazioni. Intanto,fuori dal teatro Elfo Puccini una folla riunita,quasi come in una ballata partigiana,si muove festosa sulle note di “bella ciao”,canzone volta presumibilmente a festeggiare l’evento del giorno,oppure nel caso specifico,a salutare il sindaco uscente, accompagnandolo sempre cordialmente,alla porta.
Le sorprese non finiscono qui. A Trieste,Roberto Consolini candidato sindaco per la sinistra batte Roberto Antonione (Pdl) con un decisivo 57%. A Gallarate prende le redini il centrosinistra,rappresentato da Edoardo Guenzani che vince la competizione elettorale con 7.561 voti (54,1%),superando così l’avversario Massimo Bossi (Pdl),il quale si ferma a quota 6.412 voti (44,88%). A Cagliari domina il candidato di sinistra Massimo Zedda. Anche a Napoli,nonostante la ricorrente e reiterata annunciazione del “miracolo della monnezza”,peraltro mai verificatosi,si è deciso di fare un po’ di “pulizia fai-da-te”: l’ex pm Luigi De Magistris per l’Italia dei valori, spazza via il rivale Gianni Lettieri del Pdl,con la forza di un netto distacco che supera il 30% in voti. Silvio Berlusconi e il suo “partito dell’amore” non trovano conforto neppure a casa loro: anche la celebre cittadina della Brianza,Arcore,già roccaforte e dimora esclusiva del Cavaliere,oggi ha assistito alla caduta del sindaco leghista uscente Enrico Perego,in favore di Rosalba Colombo,candidata sostenuta da Pd,Idv e Sel.
Insomma,una giornata assai grigia e deludente per il partito di centrodestra che guida la maggioranza di governo e che oggi subisce una costellazione di sonore sconfitte,la quale certamente produrrà i suoi effetti,riecheggiando nel tempo che verrà. Come ha voluto ricordare il Presidente della regione Puglia,Nichi Vendola: “Oggi vince il centrosinistra che si affida al metodo delle primarie e che si allontana dalle logiche oligarchiche, consegnandosi alla volontà di cambiamento di un popolo largo […] Oggi ha vinto l’Italia migliore”.
Damiano Conti
Ho preso l’aereo e mi ha assalito la solita sensazione di stupore per i comportamenti individuali. L’animo umano, nelle sue forme più vivaci, evidenti e nascoste, trova la sua massima espressione in situazioni a noi poco consone. Il viaggio rientra in questa categoria. Il signore davanti a me è già in là con l’età e mi stupisce il suo dinamismo, il suo essere così in attività. Sembra che nessuno abbia paura di volare, o perlomeno non lo dà a vedere. Aldilà della bimba di diciotto mesi che esprime il suo disappunto per le orecchie tappate strillando, appare tutto estremamente tranquillo, quasi etereo. Il mio volo è il classico Pisa-Parigi. Dico classico perchè è su tragitti brevi come questi che ti rendi conto di quanto ciascuno, una volta preso il decollo, lasci i suoi problemi e i suoi pensieri esattamente a terra. La pesantezza del quotidiano muore di fronte allo spettacolo del cielo e tutti i sogni, i pensieri, gli atteggiamenti spensierati prendono il posto della routine.
Abbiamo davvero bisogno di scappare per ritrovare la strada? Abbiamo davvero la necessità di prendere il largo per poi tornare a riva consapevoli della dimensione che stiamo vivendo? Alcuni le chiamano “Pause”, “stacchi”, ma tutti sono accomunati dallo stesso chiodo: andare via, partire. Ciascuno ha un suo scopo, un suo obiettivo: c’è chi parte per riposarsi, chi per lavoro, ci per andare a trovare un amico. Si sentono parlare almeno quattro lingue diverse nell’abitacolo: è uno spaccato di mondo in mezzo al blu, che vola con un punto di arrivo preciso, ma lasciando tutti sospesi per almeno due ore.
“Dormi” – mi dico. Non posso; un’ansia positiva mi assale: tra oggi e domani l’intera delegazione italiana ai G8/G20 Youth Summits 2011 sarà arrivata a Parigi e comincerà la sua avventura con ironia e tranquillità. Ho la fortuna di farne parte in qualità di Ministro dello Sviluppo, ma è nel gruppo che risiede la vera forza; sarà il gruppo a rappresentare un’Italia che sogniamo, un Paese che sappia dire la sua, rispettato e al pari di potenze quali Francia, Stati Uniti e Germania.
Alberta Pelino ci guida tutti: non solo è la manager della delegazione, ma ha anche il compito di rappresentare il Ministro dell’Economia presso l’UE, dimostrando che anche un italiano può ricoprire una posizione di quel calibro. Il nostro Capo di Stato è un ragazzo dai capelli scuri e gli occhi vivi, Edoardo Morgante, iscritto alla LUISS; con il suo carisma saprà illustrare adeguatamente le sue idee; il ruolo del coordinamento tra Ministri è ricoperto da Marta Castellani, lo Sherpa. Un compito arduo il suo che prevede, tra le altre cose, l’unione di tutte le singole posizioni in una summa che ben descriva l’orientamento dell’intera delegazione. L’Economia è affidata a Francesco Tacconi, biondo romagnolo, studente romano, che dal Ministro Giorgia Meloni è stato soprannominato “il nuovo Bergamasco…quello del rugby!”. In un momento come questo ci si aspettano grandi proposte dal suo committee; dopo la catastrofe di Fukushima le cose si sono complicate anche per il Ministro dell’Ambiente, l’acuta Erika Guerra. La Difesa a Nicola Speranza, studente di storia, un ragazzo di ampie vedute, studente dell’Europea di Roma. Ovviamente non si può dimenticare Cinzia Bianco, il nostro “Frattini”, colei che con gli Affari Esteri ci fa colazione: sguardo fiero, occhi di ghiaccio e tanta determinazione. Da ultimo ci sono io: il Ministro dello Sviluppo, con capelli ricci a fungo atomico in grado di spaventare qualsiasi ente o organizzazione che non rispetta i diritti umani.
Cominciamo questa avventura con un sorriso sulle labbra e un’allegria tipica della nostra cultura, una solarità che ci porteremo dietro anche alle negoziazioni.
Abbiamo bisogno di un bel “in bocca al lupo”!
Il pilota annucia che stiamo per atterrare. Da lontano di scorge un enorme agglomerato urbano: Parigi.
Su internet impazza da circa un mese la notizia che ogni MacUser del mondo non avrebbe mai voluto udire: esiste un virus per Os X Snow Leopard e sono già stati infettati tra i 60 e 100 mila computer nel globo.
Di che si tratta? Si tratta di un malware, un software maligno, che si chiama MACDefender. Il funzionamento è semplice e stupido, se paragonato ai terribili, agguerriti e numerosi virus per Pc Windows. Come anche il nome suggerisce, questo malware ha l’aspetto di un antivirus per Mac, il quale finge di trovare delle minacce virali sul computer e richiede, per cancellarle, i dati della carta di credito. Ovviamente le minacce non esistono e i dati di accesso ai nostri conti vengono rubati.
Come funziona? Il download avviene in maniera automatica da siti web infetti, e sfrutta una leggera debolezza del browser Safari, il quale non chiede conferma per i download e l’installazione dei file con estensione conosciuta. (Che credulone!) Per difendersi occorre prima di tutto deflaggare l’opzione “apri file sicuri dopo il download” nel menú Preferenze/Generale. Se poi verrete avvisati del download di tale programma, ovviamente non apritelo!!! Se invece, come il sottoscritto, utilizzate un browser decente come Chrome, il problema non si pone proprio. Se siete già stati infettati non fornite assolutamente informazioni personali o dati della carta di credito, e se ingenuamente lo avete già fatto, fate bloccare l’operazione dalla vostra banca. Dopo che il programma è stato installato, appare una finestra che avvisa l’utente della presenza di virus e richiede, per la rimozione, i dati della carta di credito.
Come fare per rimuovere il malware (fonte: il blog SaggiaMente):
- aprire Monitoraggio Attività e chiudere qualsiasi istanza relativa a MACDefender/MACGuard?avRunner
- Eliminare MACDefender/avRunner da Applicazioni
- Controllare gli elementi avviati al login tramite le Preferenze di Sistema per eliminare tracce
- Ripulire eventualmente ciò che resta cercando “MACDefender” “MACGuard” e “avRunner con Spotlight”
Apple in ogni caso ha annunciato che rilascierà a breve un aggiornamento che immunizzerà il sistema da questo fastidioso malware.
Qualche considerazione:
Prima di tutto non si tratta di un virus che danneggia il sistema operativo, che distrugge o modifica documenti a nostra insaputa, che utilizza la nostra macchina come strumento per infettarne altre ecc. Si tratta di un programma disonesto, che inganna l’utente per ottenere i suoi dati bancari e farsi versare la cifra necessaria alla fantomatica disinfestazione dai virus del computer.
In secondo luogo un utente un minimo esperto non installerà mai il programma ad occhi chiusi (viene richiesta la password di sistema) e non fornirà “sull’unghia” i propri dati bancari. Si tratta dunque di un primo ingenuo tentativo che si approfitta della generale ingenuità dei Macuser meno esperti, i quali confidano sempre e comunque nella totale sicurezza dell’ambiente della Mela. Certamente si tratta di un pericoloso precedente, che rischia di causare un colpo all’immagine “blindata” della casa di Cupertino, che sulla sicurezza del suo OS ha fatto un vero cavallo di battaglia.
Alcuni dubbi ed interrogativi bisogna comunque porseli:
Negli ultimi anni i Mac hanno vissuto una costante e decisa impennata nelle vendite, vuoi per lo status symbol che rappresentano, per il design curato, per la bontà del sistema operativo e dei programmi, per il calo di prezzo generale dei suoi prodotti, per l’effeto halo dei dispositivi mobili ormai ovunque diffusi, iPod e iPhone in primis. La fetta di mercato dei Mac e la loro diffusione inizia dunque a essere considerevole – il 6% nel mondo e il 13% nei soli USA, dove nell’ultimo anno i Mac hanno aumentato le loro vendite del 155% nel settore business a fronte del 4,5% dei PC – quindi appetiibile agli hackers e alle software house che producono antivirus (e di conseguenza virus, per vendere meglio i loro prodotti!). Le politiche molto chiuse a livello Hardware e Software inoltre hanno contribuito a rendere antipatica l’azienda ai pirati informatici, integralisti dell’Opensource. Che nei prossimi anni quindi i sistemi Mac saranno bersaglio di attacchi, non c’è dubbio. Starà a Jobs e co. correre presto a ripari preventivi.
Concludendo, al momento non c’è nulla o quasi di cui preoccuparsi, ma sicuramente bisognerà aumentare il livello di guardia e tenersi aggiornati sulle novità, buone o cattive, dell’universo digitale!
Dante Rolla – www.opennews.it
LIFE IS TO SHORT TO SIMPLY BLEND IN.Questo è il motto di Quay Eyeware e la dice tutta sulla filosofia e sul pensiero di questo giovane e già
affermatissimo brand. Design originale, innovativo e a volte esagerato, colori accessi, grafiche vivaci e moderne: queste le caratteristiche

principali di questi occhiali che sono pronti a diventare un oggetto culto dei nostri giorni.
QUAY è per chi vuole distinguersi, per chi segue la moda ma allo stesso tempo vuole avere quel tocco in più che non lo faccia amalgamare alla massa, QUAY è per chi vuole essere notato ed ammirato.

L’ideatrice di questi splendidi accessori è Linda Hammond che con la sua famiglia( composta dal marito Allen e il figlio Zak ), dirige personalmente ogni passaggio di creazione e produzione del prodotto. Il suo gusto e la sua creatività hanno fatto di QUAY un simbolo che racchiude tutta la quotidianità culturale, musicale ed artistica dell’Australia.
Gli occhiali di Linda infatti sono già un oggetto di culto per giovani gruppi musicali e famosi personaggi dello spettacolo come Johnny Depp,Willow Smith e la regina della pop-dance Lady gaga che ha fatto del

suo stile eccentrico il suo marchio di fabbrica.
La forza del brand è il prezzo contenuto(intorno ai 39 euro), l’alta qualità dei materiali e un forte carattere che li contraddistingue da ogni altro occhiale in circolazione. Il futuro è roseo per QUAY, non conosce crisi ed è in forte espansione in tutti i mercati internazionali, dall’America al Giappone passando per l’Europa.
Il progetto di Quay è espandersi sempre di più, mantendendo però le caratteristiche della casa madre quindi un rapporto diretto con la clientela.
Dunque cari modaioli e care modaiole, per voi che siete sempre in cerca di qualcosa di nuovo e di diverso ecco a voi l’occhiale del momento e sopratutto del futuro: QUAY EYEWARE AUSTRALIA.
Per info contattare OB RAPPRESENTANZE
Tel. 0874415301
18:50 | Incluso in
Tutti |
Leggi tutto »
Le discussioni sulle differenze fra uomini e donne esistono dal tempo in cui Adamo ed Eva assaggiarono la mela nel paradiso. Le polemiche circa il ruolo dell’uomo e della donna nel mondo, le caratteristiche di chi e’ piu’ organizzato, intelligente o potente non finisco mai..anzi nei tempi recenti, vista l’ emancipazione delle donne, il cambiamento dei ruoli fra maschi e femmine fa si’ che “la lotta” e la sfida aumenti di peso. Se ancora hai dubbi e non mi credi basta vedere qualsisasi film o la pubblicita’ di “ Women vs Men” su Youtube. Tutto questo porta ad una maggiore incomprensione. Però la cosa non è così grave come potrebbe sembrare..
Immagina di essere in un museo. Vai a vedere una mostra che si chiama “ La storia delle epoche artistiche – dall’antichità alla modernità futuristica”. Nel museo sono presenti solo 2 aule. Dopo aver comprato la guida cominci la visita. La sala numero 1 – chiamata “ Minimalism”. L’ambiente ampio, austero, ordinato, comprensibile anche per i non addetti ai lavori grazie alla semplicità di esposizione. Le opere sono poche, forse limitate. I lavori sono semplificati alle forme geometriche elementari come il quadrato, il triangolo e il rettangolo. La superficie liscia, con il frazionamento lineare; spesso le opere sono monumentali. Non di rado le opere non lasciano trasparire il pensiero dell’autore, sembrando così anonime. La semplicità, la trasparenza delle forme circondata da colori chiari e limpidi. L’ambiente crea una sensazione di equilibrio e di tranquillità. Dopo aver impiegato il tempo necessario alla lettura della guida (10minuti), proseguiamo verso la sala numero 2. Questa sala chiamata “ the mix of the arts” si trova nella più ampia aula con un’ innumerevole quantità di opere esposte. Passando attraverso i monumenti di Michelangelo, i quadri di Van Gogh, gli schizzi cubisti fino alle famose foto di Andy Warhol, tutto ti sembra essere caotico, ma nonostante ciò sei dominato da un senso di armonia. Davanti a diversi soggetti ti fermi e pensi “cosa voleva dire l’autore?” però sai che tutto ciò è arte e ti fidi del suo valore . Il tempo necessario per vedere questa parte è “ soggettivo – difficile da calcolare”. Vorresti finire la visita ma “qualcosa” ti trattiene. Alla fine ti viene chiesto di uscire, è giunto l’orario di chiusura.
Una mostra, due stanze; un’esposizione divisa in 2 sezioni. L’arte dei due poli, come la donna e l’uomo creati dalla stessa argilla artistica. L’uomo: concreto, sa cosa vuole, i semplici pensieri lo rendono chiaro e deciso. Grazie al “pudore emozionale” ed il minor livello degli ormoni rendono la sua vita amorosa, familiare ed amichevole meno complicata – come nella stanza nr 1 – chiara e limpida. La donna, invece, è come l’insieme di tutti gli stili artistici. Difficile da comprendere. Caotica e disordinata. Ognuna diversa e non ripetibile. Molto spesso caratterizzata dalla incongruita’ delle parole, delle azioni e dei pensieri. I “colori ormonali” completano e sono decisivi per il look finale delle opere. Una mostra che gira il mondo da secoli. Non definita e mai completamente spiegata dai critici. Il più famoso ‘art-show’ che non stanca e non annoia mai, la cui fila non finisce mai ed i biglietti sono venduti con largo anticipo. Sostenuti dal Cielo e dall’Inferno…
Natalia Zimny (Mrs. Smith) – www.opennews.it
Scoprila anche su www.radioeco.it
Quando una famiglia viene scossa da un lutto, anche i bambini vengono inevitabilmente coinvolti dalla situazione.
La morte è un evento naturale del ciclo vitale, ma come affrontare un lutto quando ci sono dei bambini e come aiutarli ad accettare la perdita di una persona cara? Anche qualora i genitori decidano di non rendere partecipi i bambini, questi inevitabilmente si accorgono che qualcosa è cambiato e spesso le fantasie che si fanno a riguardo, sono assai peggiori della realtà. I bambini infatti percepiscono ogni minimo cambiamento della vita familiaree, se tenuti all’oscuro della situazione, potrebbero sentirsi colpevoli percependo se stessi come la causa della tristezza che regna in casa. Ecco perchè è meglio non fare finta di niente, ma cercare un modo semplice e veritiero per spiegare la morte di una persona cara, anche se questo è un compito tutt’altro che semplice.
I bambini, di fronte all’evento morte, possono reagire in diversi modi a seconda anche dell’età:
- Alcuni (soprattutto i più piccoli) sembrano non reagire e questo denota in genere la non comprensione dell’accaduto o il rifiuto ad accettare ciò che è successo.
- Altri piangono perchè il ricordo della persona che non c’è più suscita il desiderio di averla accanto proprio ora che non è più possibile.
Alcuni consigli per aiutare i bambini ad affrontare la perdita
- Spiegate in modo chiaro e concreto quello che è successo. I bambini piccoli (sotto i 6/8 anni) possono farsi strane idee sulla morte collegandola anche ad eventi della vita quaotidiana per i quali non bisogna avere nessun timore, quindi è meglio dare spiegazioni semplici, ma corrette.
- Aiutate il bambino a mantenere il ricordo della persona scomparsa attraverso lo scambio dei ricordi.
- Lasciate al bambino la libertà di fare domande. Se il bambino vuole parlare dell’accaduto e pone quesiti a riguardo, non fate finta di nulla, ma affrontate sempre le sue richieste utilizzando delle spiegazioni adatte alla sua età e alla sua capacità di comprensione.
- Evitate eufemismi. E’ meglio non dire che la persona scomparsa è “ partita per un lungo viaggio” oppure dire che “ si è addormentata” perchè il bambino non è in grado di comprendere che si tratta di una metafora e potrebbe aspettare invano il ritorno della persona che non c’è più, oppure sviluppare paure infondate circa i viaggi o la nanna.

Rapportarsi con i bambini su un tema come la morte, che è difficile da affrontare anche per gli adulti, è senza dubbio un compito molto arduo soprattutto perchè, in casi come questi siamo personalmente coinvolti e sconvolti dagli eventi ed è difficile essere lucidi e riuscire a proteggere come vorremmo i nostri figli.
Per questo credo non ci si debba affatto preoccupare di evitare loro la sofferenza, perchè purtroppo ci sono eventi di fronte ai quali è impossibile non provare sentimenti dolorosi. L’unica cosa da fare è essere sinceri senza aver paura di mostrare i nostri sentimenti e stare vicini ai nostri bimbi filtrando le informazioni per cercare di rendere comprensibile ciò che altrimenti non lo sarebbe, in modo che possano anch’essi affrontare e successivamente elaborare il lutto.
Laura Bisi – www.opennews.it
Hama, febbraio 1982: difficilmente un siriano sunnita può dimenticare cosa accadde durante quel mese maledetto nell’antica città della Siria centrale. L’insurrezione proclamata dai Fratelli Musulmani, la decisa reazione del regime di Hafez Al Asad, l’assedio, il massacro. Senza aiuti dall’esterno, gli insorti non ebbero scampo di fronte al bombardamento e in seguito all’eccidio perpetrato da truppe scelte dell’esercito siriano, tutte rigorosamente reclutate tra i ranghi alawiti. L’opposizione armata della Fratellanza fu definitivamente stroncata. All’inizio si parlò di 1.000 morti, ma ben presto la contabilità delle vittime salì a 10.000 per alcuni, a 20.000 per altri, come il grande giornalista inglese Robert Fisk, a 40.000 secondo fonti del Syrian Human Rights Committee. Un altro grande giornalista, Thomas Friedman, che visitò la città tre mesi dopo i fatti e la raccontò nel libro “Da Beirut a Gerusalemme” coniò l’espressione “regole di Hama” proprio per indicare la terribile brutalità dei regimi arabi, in primis di quello di Damasco.
Marzo 2011: le rivolte contro i regimi arabi si estendono alla Siria. Le manifestazioni sono iniziate a Daraa, nel sud del paese, in seguito al rifuto delle autorità governative di fronte alla richiesta di scarcerazione di qundici bambini accusati di aver scritto slogan anti-regime sui muri. E’ stata la scintilla che ha fatto divampare l’incendio: in pochi giorni tutto l’Hawran, regione gravata da sei anni di siccità e sotto il peso di una forte immigrazione interna, è insorta, e ben presto la sollevazione si è estesa ad altre città del paese: Aleppo, Homs, addirittura Latakia, capoluogo della regione originaria degli Alawiti al potere, fino a lambire Damasco. La reazione del regime non si è fatta attendere e quasi trent’anni dopo Hama le forze di sicurezza e l’esercito sono tornate a sparare sulla propria popolazione: circa 130 rivoltosi uccisi nell’Hawran nei primi dieci giorni, mentre in tutta la Siria si ritiene che in due mesi i morti siano circa 8001.
Bashar Al Asad, che da undici anni guida il paese in continuità con la politica del padre Hafez, nelle ultime settimane ha alternato minacce di spietata repressione a promesse di riforme politiche, richiamando i siriani all’unità di fronte a sommosse eterodirette da potenze straniere miranti allo smembramento del paese su base etnico-religiosa. Il 29 marzo il presidente siriano ha dovuto sacrificare l’esecutivo guidato da Muhammad Al Utri, zio della moglie, di fronte alle proteste popolari ma, soprattutto, lo scorso 19 aprile sono stati approvati i tre progetti di legge che hanno abrogato lo stato di emergenza in vigore dal 1963 (un record). In virtù di tale legge la famiglia Asad ha controllato con presa ferrea il paese per quasi quarant’anni, col pretesto di mantenerlo stabile e unito di fronte al nemico israeliano. Essa disciplinava il funzionamento della Corte Suprema per la Sicurezza dello Stato, che in poco più di quarant’anni ha condannato migliaia di dissidenti o sospetti tali, vietava assembramenti di persone in luoghi pubblici e concedeva una smisurata libertà di azione alle quattro agenzie di sicurezza, oltre naturalmente a imporre una strettissima vigilanza sui mezzi di informazione.
“Abolizione dello stato d’emergenza” – Ali Farzat, Siria, 20 aprile 2011
Tuttavia gli effetti di tali riforme sembrano più cosmetiche che reali. Il giorno successivo all’abrogazione il noto dissidente Mahmud Issa ad Homs è stato trascinato via dalla propria abitazione dai servizi di sicurezza, e, comunque, nei suoi discorsi Asad ha spiegato come lo stato di emergenza non sarà più operativo solo quando verrà approvata una nuova legge anti-terrorismo. Per non correre rischi, in ogni caso, viene mantenuto in vigore il decreto del 2008 che garantisce l’immunità giudiziaria a tutte le forze di sicurezza. Ad ogni modo, le violenze non si sono fermate, e di fronte al nuovo duro intervento militare a Daraa tra il 25 e il 27 aprile, in cui si sono verificati scontri anche interni all’esercito, diverse decine di membri del parlamento appartenenti al partito Baath si sono dimessi. A due mesi dall’inizio delle rivolte la situazione pare incerta: il regime è ben lontano dall’aver ripreso il controllo di molte delle più importanti città, ma gli insorti non sembrano riuscire a portare dalla loro parte le folle oceaniche sull’esempio di Piazza Tahrir, e non sono stati finora in grado di insediarsi nella capitale Damasco.
Ma chi sono questi manifestanti, e quali motivazioni li spingono alla rivolta contro il potere centrale? Non diversamente da altri paesi arabi, anche in Siria l’insofferenza di gran parte della popolazione verso un regime dispotico, repressivo e corrotto ha dato fuoco alle polveri. Diverse regioni del paese soffrono di disoccupazione, mancanza di sostegno economico da parte dello stato e corruzione endemica della classe dirigente, mentre la fiducia nella realizzazione di un programma di riforme politiche, a undici anni dall’ascesa al potere dell’allora giovane oftalmologo laureato in Occidente, è ormai svanita. Certamente non si può dimenticare la componente etnico-religiosa della protesta: le regioni interessate dalle proteste sono state soprattutto quelle a maggioranza sunnita, il gruppo quantitativamente maggioritario nel paese ma ininfluente politicamente, mentre le minoranze di drusi, cristiani e curdi hanno assunto una prudente posizione di attesa, timorosi chi di perdere protezione, chi di subire furiose rappresaglie. Da più di quarant’anni la Siria si regge sull’apparato repressivo delle forze di sicurezza, totalmente in mano alla minoranza alawita, anzi, al clan degli Asad, che, quando è servito, non hanno esitato a scatenarlo con estrema ferocia, e le decine di migliaia di morti di Hama stanno lì a testimoniarlo.
Quel che manca agli insorti, diversamente da quel che è accaduto in Egitto e Libia, è il sostegno internazionale. La Siria non è la Libia, per diversi motivi, e sicuramente non vedremo aerei Nato alzarsi in volo per difendere i manifestanti di Daraa, Homs o Latakia dai tanks di Damasco. La stabilità della regione mediorientale è troppo importante, anche agli occhi di Washington e Gerusalemme, e perfino un regime fino a pochi anni fa incluso tra gli “stati canaglia” dall’amministrazione Bush può risultare prezioso per salvaguardare i precari equilibri regionali. Accade così che, nonostante le inevitabili sanzioni di Usa e Ue, destinate a molte alte personalità del paese, il segretario di stato Hillary Clinton affermi che “la Siria puo’ ancora varare riforme”2, lanciando così un messaggio distensivo ad Asad, risparmiato dalle sanzioni stesse. Significativo anche il silenzio di Israele, da cui non si è levata nessuna voce apertamente critica verso la repressione in atto nel paese confinante. Nessuno in Occidente osa immaginare cosa potrebbe succedere con una Siria in mano a gruppi fondamentalisti sunniti (in Siria i Fratelli Musulmani non sono moderati come in Egitto) o in preda all’instabilità interna, e quali effetti una tale situazione potrebbe avere sul già martoriato Libano e sui rapporti con lo stato ebraico. Un intervento militare, poi, sebbene la repressione di Damasco non sia stata da meno di quella di Gheddafi, sarebbe una follia, considerati anche i rapporti del regime con l’Iran, e non è neppure stato preso in considerazione. Né alla Casa Bianca dispongono di strumenti efficaci per esercitare fruttuose pressioni sul gruppo al potere, diversamente dal caso egiziano, in cui i solidi rapporti con i vertici delle forze armate sono stati fondamentali per evitare una sanguinosa strage. E’ possibile che gli Usa si aspettino qualche passo avanti da Bashar Al Asad, il quale però non detiene il potere assoluto in Siria, ma è un primus inter pares all’interno del clan familiare e deve mediare tra posizioni diverse, peraltro non facilmente interpretabili dall’esterno.
Le prospettive dell’opposizione non sembrano favorevoli, senza reali sostegni dall’estero e in mancanza di un’istituzione autonoma, forte e autorevole a cui appoggiarsi come è stato l’esercito per i manifestanti del Cairo. Difficilmente, se il clan Asad manterrà la linea dura, gli ufficiali delle forze di sicurezza e delle forze armate li abbandoneranno, essendo collocati in tutti i posti chiave uomini fidati appartenenti alla confessione alawita e per questo a loro strettamente legati. Se poi qualcuno dall’altra parte del Golan fosse per caso tentato di giocare la carta della divisione del paese gli scontri dei giorni scorsi al confine israeliano hanno dimostrato che a Damasco non avrebbero problemi a esportare l’instabilità oltre i confini, tanto più che agitare lo spettro del nemico sionista potrebbe aiutare a ricompattare l’opinione pubblica. Qualcuno vuole farsi avanti?
Francesco Linari – www.opennews.it
Il Governo Danese ha annunciato di avere raggiunto un accordo all’interno della sua coalizione fra i moderati di centrodestra “Venstre” e il Partito del Popolo Danese (Dansk Folkeparti – DF) in merito ai controlli di frontiera con Germania e Svezia: di fatto il Trattato di Schengen fra la Danimarca e i suoi vicini è sospeso; sono stati reintrodotti i controlli alla frontiera e sono allo studio controlli elettronici sulle targhe delle auto.
L’accordo è arrivato al termine di estenuanti trattative all’interno del Governo e grazie ad un do ut des: il DF ha ottenuto un giro di vite su Schengen e in cambio la maggioranza interna alla coalizione ha incassato il sì sulla riforma del budget e delle pensioni per il 2020. La fuga in avanti (o indietro) della Danimarca arriva in un periodo di intensi dibattiti (sia nelle sedi Comunitarie che all’interno degli Stati Membri) in merito all’area Schengen e alla libertà di circolazione dei lavoratori e delle merci. Già Italia e Francia avevano espresso preoccupazione per l’emergenza nord-africana e alcuni esponenti dei due governi avevano ventilato l’ipotesi della sospensione di Schengen e del ripristino del controllo passaporti alle frontiere. Ipotesi che rimangono tali almeno per ora.
La Danimarca è andata oltre e se nei giorni scorsi liberali Svedesi e socialdemocratici Danesi avevano bollato come scandalosa e sbagliata l’idea di una sospensione di Schengen, la personale battaglia di Pia Kjærsgaard, lady di ferro del Partito del Popolo Danese, si è tramutata ora in una incredibile vittoria politica per il piccolo ma agguerrito schieramento euroscettico. Benchè l’emergenza nel mediterraneo sia un appetibile strumento di propaganda in mano al DF ed un eccellente pretesto per cambiare in senso restrittivo lo spirito di Schengen, il Governo Danese sembra molto più preoccupato per la massiccia immigrazione di manodopera proveniente dall’Est-Europa piuttosto che dai barconi Libici o Tunisini; la stessa Pia Kjærsgaard lo riconosce: “Abbiamo problemi con quelli che vengono dall’Est-Europa […] e quindi credo che [questa misura ndr.] sia praticamente un diritto dei cittadini”. Oltre al dato politico interno la mossa Danese sta avendo grosse ripercussioni in tutta Europa ma soprattutto nei rapporti fra Copenhagen e Bruxelles e all’interno della cosiddetta Norden (la cooperazione regionale fra Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia e Islanda). La Commissione Europea si è mossa subito e Jose Manuel Barroso ha messo in guardia il Governo Danese: la mossa su Schengen potrebbe andare contro le leggi Europee e ledere il principio della libera circolazione delle persone e delle merci all’interno dell’UE.
Fonti diplomatiche Danesi, dal canto loro, sventolano rami di olivo e assicurano che le misure prese dal Governo Danese saranno analizzate e approfondite con gli esperti della Commissione Europea in modo che tutto si possa svolgere nel rispetto delle leggi Comunitarie e che comunque la Danimarca non farebbe nulla di diverso da ciò che sta facendo la Svezia in questo momento (Svezia che, dato di non poco conto, ha comunque incassato il sì di Bruxelles sui controlli alle frontiere in quanto non sistematici).
Tutto è ancora pericolosamente in bilico in questa tormentata Unione a ventisette anche se in Danimarca tutto sembra scorrere come sempre e i media nazionali non danno molto spazio alla vicenda. Uno studente seduto al bar dell’Università di Aarhus, importante città dello Jutland (Jylland in lingua Danese) ha una sua personale spiegazione che snocciola bevendo un caffelatte: “A nessuno interessa molto di questa cosa. A nessuno importa dell’Unione Europea”.
Claudio Calini – www.opennews.it
References:
http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_11/danimarca-sospende-schengen_b2706030-7bda-11e0-9798-7300882160ff.shtml accessed 17/05/2011
09:12 | Incluso in
Politica |
Leggi tutto »

Si vive a metà degli anni Cinquanta, più precisamente nel 1953. Sotto i portici più famosi d’Italia tira un’aria diversa. Bologna con i suoi studenti che ogni sera affolla le vie del centro si accinge a prendersi cura di un giovanotto con le labbra sottili e gli occhi vispi.
È nato a Portonovo di Medicina, paesino di tremila anime alle porte del capoluogo emiliano, Giacomo Bulgarelli. Il soffio al cuore che gli viene diagnosticato lo obbliga a stare quieto, a limitare le scorribande vivaci nel paese. Fino a quando però, riesce a scovare un pallone. Amore a prima vista quello di Giacomo per la palla di cuoio. Amore immenso e sconfinato.
Intanto la famiglia di Giacomo si trasferisce a Bologna per seguire gli studi della sorella Luigina. Ma il destino ha già deciso che il piccolo Bulgarelli debba diventare un giocatore di calcio. Il palcoscenico è in via Montanari, quartiere Mazzini e residenza dei Bulgarelli. Lui, mingherlino come un chiodo, dribbla tutti come birilli e fa gol quando ne ha voglia. Ma dalla finestra di fronte si affaccia, per fumare la solita bionda, Stefano Mike detto “Pista” ex giocatore dei felsinei e ora guida del settore giovanile rossoblù. Ha l’occhio lungo Mike, non vuole farselo sfuggire, non può e non deve. La volontà della famiglia s’identifica con quella dell’osservatore: Giacomo è un talento di calcio. Primavera 1953, campo dei Ferrovieri: è il momento del provino. Il ragazzo non è veloce e usa solo il destro ma il capo allenatore Lelovich è imperterrito: “Nessuno alla sua età gioca senza guardare il pallone. Prendiamolo”. Fece bene, non si sbagliò. Da quel momento in poi Giacomo non lascerà più Bologna collezionando 486 presenze fra campionato e coppe. In quel calcio frizzante e all’avanguardia, Bulgarelli diventa un capitano fortissimo, un campione. Lui rappresenta la razza dei talenti, la stessa di chi gioca a testa alta passando il pallone senza guardare il compagno. Sguardo all’insù, schiena dritta e tocchi millimetrici. Questo era diventato Giacomo Bulgarelli. Impeccabile.
Eppure all’inizio gioca da esterno, nel ruolo di vecchia “ala” destra, una posizione non congeniale ad uno che fa delle aperture e della tattica la propria filosofia di gioco. Per sua fortuna Alassio, allenatore dei rossoblù nel 1960, spedisce Bulgarelli a dirigere il centrocampo, a fare il vecchio regista. Mossa azzeccata quella del tecnico. Bulgarelli a fine stagione verrà chiamato in Nazionale assieme a Trapattoni e Rivera e, nel 1962 parteciperà al mondiale cileno dove debutterà siglando una doppietta contro la Svizzera. L’anno seguente rappresenta la consacrazione definitiva per Giacomo che assieme all’amico e compagno Helmut Haller è autore di un campionato stupefacente trascinando i felsinei al quarto posto in campionato. Bulgarelli, fisso in cabina di regia e Haller pendolo instancabile delle fasce laterali. Con quei due in campo anche i “nemici” del Modena dovranno abbassare le armi. La partita terminerà con un sonoro 7-1 rifilato da Bulgarelli e compagnia bella ai cugini modenesi. Disse di lui nel dopo gara, l’allenatore Fulvio Bernardini: “gioca come solo in Paradiso”. Oramai per tutti “Giacomino”, come viene affettuosamente chiamato, simboleggia Bologna e il Bologna. In città grazie a lui, la passione per il calcio è cresciuta. Non solo il Basket, ma la “dotta” s’innamora del football. Merito di Giacomo e della sua classe infinita.
Anno 1964, con lo squadrone emiliano in testa alla classifica Bulgarelli è inarrestabile: gol splendido alla Fiorentina a conclusione di una memorabile cavalcata da centrocampo, e capolavoro contro la Juventus per il 2-1 finale dei rossoblù. I felsinei conquistarono il tricolore superando l’Inter nella gara spareggio a Roma. Ormai ce l’aveva fatta. Giacomo, il centrocampista più forte del dopoguerra italiano, dedica la vittoria al presidente Renato Dall’Ara, stroncato da un infarto tre giorni prima. Il Dall’Ara che lo aveva nominato “ragassòlo”; quello che lo aveva cresciuto, protetto. Rapporto onesto e solido tra i due, in cui non c’è spazio per le lusinghe di procuratori lucrosi ma solo tanta stima reciproca che sfociava in lunghe chiacchierate nella sede di Via Amendola. Uomini gentili, aggrappati a valori sani. Quelli che si riconoscono per la bontà, il coraggio e l’eleganza. La stessa che ebbe nel rifiutare le avance e i quattrini del Milan, “Erano tanti soldi, ci pensai un attimo- disse Bulgarelli- poi consigliai Fogli. Io rimasi e non mi sono mai pentito di questa decisione”. Nobiltà d’animo, punto.
Negli anni successivi, il regista di Portonovo, avrebbe conquistato due coppe Italia: la prima nel 1970 vinta contro il Torino e quella del 1974 a spese del Palermo che al 90’ vedrà raggiungersi da un rigore commesso ai danni di Bulgarelli. L’astuzia di Giacomo fece mettere in bacheca l’ultimo trofeo dei felsinei. Furbo ma leale. Lui è sempre stato così.
Gli ultimi anni in rossoblù giocherà da libero per far posto al “guascone” di Eraldo Pecci che non sarà mai altezza del ragazzo di Portonovo. Lascerà il calcio nel 1975 e sfortunatamente la vita il 12 febbraio del 2009. Non prima però di manifestare per l’ultima volta “l’amore per Bologna, nella quale ho vissuto momenti unici, ai tifosi, a tutti i palloni che volano e rotolano all’ombra delle torri”. Bologna vive ancora del calcio in bianco e nero degli anni sessanta, delle giocate, delle gesta coraggiose e raffinate di quel campione che è stato Giacomo Bulgarelli. Perché da quando è andato via i bolognesi soffrono di solitudine; ma basterebbe soltanto un attimo, alzarsi in piedi, spalancare la finestra di casa e rivedere Giacomino con il suo fisico gracile incantare l’intero quartiere Mazzini. Lui è sempre presente sotto la torre Garisenda e quella degli asinelli, non è mai andato via.
Gabriele Scamardì – www.opennews.it
gabriele.scamardi@gmail.com
20:51 | Incluso in
Sport,
Tutti |
Leggi tutto »
Sono un accanito lettore: ho maneggiato, letto e fisicamente consumato centinaia di libri (povere edizioni economiche!). Non li presto mai, o quasi, a nessuno. Ne sono geloso e provo per loro un attaccamento esagerato, e ognuno di essi conserva note a margine, sottolineature, macchie di caffè e segni del tempo. Ne posseggo anche tanti “ereditati“ dalle librerie familiari, col prezzo ancora nell’ordine delle poche decine di lire, risalenti agli anni ’50. Come penso moltissimi lettori, mi piace sentire il profumo della carta vecchia, la sua rugosità e il colore ingiallito su cui le lettere, stampate con i vecchi macchinari, spiccano, magari pure un po’ storte. L’insieme di queste sensazioni, oltre ad appagare attraverso la lettura, appaga anche i sensi, trasformando il momento della lettura in un gratificante spazio personale fatto di piccoli e delicati piaceri.
Sicuramente anche gli appassionati di musica fanno considerazioni simili ripensando al vecchio caro vinile, soprattutto se paragonato alle fredde librerie digitali in stile iTunes e co., ma malgrado questa mia sdolcinata e “impertinente” (nel senso che a primo acchito sembra che non c’entri nulla con una rubrica dedicata alla tecnologia) dico che gli e-books, ovvero i libri in formato elettronico, mi attirano. Mi attira la praticità di avere metri e metri quadri di libreria e relativi chilogrammi di peso in dei .pdf salvati su una memoria flash da pochi grammi che puoi tenere comodamente in borsa o in tasca, la possibilità di lavorare su un testo in digitale, il fatto di non dover più dipendere da fotocopie o copisterie, il poter scaricare un libro dal web e non avere sulla coscienza qualche ettaro di Amazzonia. Se penso che l’esagerata quantità di carta che ha nutrito i miei studi universitari avrebbe potuto essere stata vantaggiosamente sostituita da pochi MB di memoria e un e-book reader, vengo immediatamente colto da un forte nervoso!
Per fruire al meglio di un e-book è necessario possedere un e-book reader, ovvero un dispositivo elettronico che somiglia a un tablet, dotato di touch screen o tastiera QWERTY o entrambi, e soprattutto equipaggiato con uno schermo che sfrutta la tecnologia e-ink, “inchiostro elettronico”. Questa tecnologia, al contrario degli schermi LCD, retroilluminati da lampade o LED, sfrutta delle microsfere dotate di due facce, una bianca e una nera, caricate elettricamente e ruotabili attraverso campi elettrici per adattarle ovviamente alle pagine da visualizzare. Nelle immagini è presente un modello di funzionamento dell’e-ink. La luminosità dunque è bassissima, così come le onde elettromagnetiche emesse, risultando confortevole per gli occhi quasi quanto la carta tradizionale. Utilizzare un tablet tipo l’iPad o un computer per leggere un e-book è dunque quanto di più sconsigliabile, visto che lo troveremmo decisamente stancante per la vista.
Oggi, il più apprezzato sembra essere il Kindle di Amazon, disponibile in vari formati – da 6 a 9,7 pollici – dotato di connettività wi-fi o 3g e venduto sul famoso store online a partire da $139, circa €103 al cambio odierno. Recentemente inoltre sono stati presentati diversi prototipi che consentiranno finalmente la lettura a colori, molto utile nel caso dei testi scientifici.
Ok, dov’è la notizia? Quanto detto è più o meno noto! La notizia è che il sopracitato Amazon, ieri, ha annunciato di aver venduto nel mese di aprile, udite udite, 105 libri digitali ogni 100 libri in formato cartaceo tradizionale. A quanto pare il mercato si sta accorgendo di questa nuova, utile ed ecologica tecnologia.
Molti lettori saranno agghiacciati dalle prospettive future, prefigurandosi scenari apocalittici: mai più affascinanti librerie come quelle narrate da Zafón, le pareti di casa spogliate da dorsalini e rilegature e solo un freddo, stupido Kindle sul comodino!
Non credo, e soprattutto non mi auguro che sarà così, soprattutto nel futuro imminente. Credo invece, e spero, che gli e-books diventino il futuro standard in campo scolastico e universitario, consentendo notevoli risparmi alle famiglie (ogni nucleo famigliare spende per i libri scolastici delle superiori qualcosa come 500 euro/anno/figlio), eliminando i pesanti zaini dei bambini, favorendo la distribuzione dei testi, evitando di consumare tonnellate e tonnellate di carta. Il libro come oggetto “materiale“ resterà ancora per molto, difendendosi tenacemente nel settore della narrativa e dello svago: romanzi, libri di settore, raccolte di poesie, fotografia ecc…
A differenza dei supporti per la musica, che hanno visto numerose trasformazioni in un corso di storia relativamente breve partendo dal vinile, fino alla cassetta, al cd eall’mp3, il libro, inteso come supporto materiale per un contenuto “metafisico“, poggia su una storia praticamente invariata da Gutenberg ai giorni nostri, che non si cancellerà certo in un clic di mouse!
Dante Rolla – www.opennews.it
09:31 | Incluso in
Hi-tech |
Leggi tutto »