Oggi 29 aprile 2011 si è celebrato alle ore 12 circa (ora italiana) il matrimonio tra il principe William d’ Inghilterra e Kate Middleton presso l’abazia di Westminster. Un evento mediatico che si stima abbiano guardato milioni di persone, trasmesso in Italia da diverse reti televisive (rai uno, E, Cielo , ecc)e in tutto il mondo sul canale YouTube ufficiale della monarchia .
Già a partire delle 11 circa sono incominciate le varie dirette e la ripresa dell’arrivo degli invitati all’abbazia di Westminster, tra cui alcuni vip internazionali come Elton John e David e Victoria Beckham: un fiorire di uniformi e stemmi per gli uomini, cappelli dalle svariate e stravaganti forme e colori vivaci per le donne, compresa la regina Elisabetta II presentatasi con un completo giallo (che citando una mia amica faceva ricordare un po’ la signora della pubblicità dei Ferrero Rocher). Poi finalmente e in orario le prime inquadrature di Kate che sale sulla Rolls Royce, ampiamente in vetro per permettere alla folla numerosa di guardare la futura regina. Dopo un lungo tragitto finalmente Kate arriva davanti all’abbazia e mostra il suo vestito che per mesi aveva suscitato curiosità e dubbi : firmato Alexander McQueen, pizzo nella parte superiore e gonna ampia,che ricorda molto Grace Kelly, velo calato sul viso, orecchini, un anello e una coroncina sul capo. E così ha inizio il suo ingresso nell’abbazia e quello che si dice sarà il matrimonio del secolo. Finita la cerimonia inizia la spettacolare sfilata degli sposi sulla carrozza reale trainata da quattro cavalli bianchi e circondata da una schiera di cavalieri… infine il bacio tanto atteso sul balcone di Buckingham Palace di fronte a una folla numerosissima, ma ordinata.
Non si tratta solamente della diretta, perchè già da mesi prima dell’evento è scoppiata una vera e propria febbre da matrimonio reale che ha portato a un bombardamento di notizie su ogni particolare del matrimonio e della vita degli sposi. Sono andati in diretta speciali tv sul matrimonio, talk show sull’analisi dell’evento e sulle possibili scelte di moda e mercoledì scorso un vero e proprio film, “William e Kate. Una favola moderna.”, su Raiuno, che raccontava la storia dell’innamoramento tra i due. Inoltre i giornali di gossip già da tempo sono a cerca di qualsiasi tipo di scoop e indiscrezione sull’evento.
Non sono mancate persone per cui non bastava avere notizie, ma che desideravano avere qualcosa di materiale per poter essere partecipe a questo evento e così la vendita di gadget di ogni tipo rappresentanti i volti dei neo-sposi: tazzine da the, piattini ,pupazzi e addirittura carta igienica. E per chi ha potuto godere del lusso e della possibilità di recarsi nella patria stessa degli sposi sono stati proposti dalle agenzie di viaggio tour per visitare i luoghi simbolo della famiglia reale e anche i luoghi che hanno visto sbocciare e fiorire questa favolosa storia d’amore, come per esempio l’università di St. Andrews dove i due si sono conosciuti.
Stamattina finalmente abbiamo potuto assistere a questo evento di cui ormai si parlava in ogni dove. Milioni di persone hanno assistito, hanno atteso e si sono emozionate nel guardarlo. Un’attenzione dei media forse e probabilmente eccessiva ma che ha avuto una grande risposta da parte del pubblico. Perché? Personalmente penso che la risposta più semplice sia anche quella più veritiera. Un matrimonio reale, il lusso, la grande eleganza, la coronazione dell’amore tra un principe e una giovane e bella ragazza sono per noi una consolazione, la possibilità di dire per una volta che esiste quel mondo delle favole che da piccoli tutti abbiamo sognato. E penso che ogni ragazza non possa non commuoversi un po’ vedendo che Kate è riuscita a diventare una principessa, e fa un po’ sorridere pensare che anche lei magari da bambina avrà sognato di essere una principessa e poter coronare il suo sogno d’amore con un principe vestita in lungo e in bianco. Un evento come questo, un po’ abusato, ha però il merito di risvegliare in noi un po’ di sano e candido romanticismo, farci sognare e a chi si storce il naso di fronte alla troppa importanza data ad un evento mondano rispondo che oggigiorno c’è bisogno anche di dare spazio ad un evento felice e positivo e soprattutto a due ragazzi puliti,eleganti e senza ombra di volgarità.
Non ci resta che augurarci che i sorrisi, l’eleganza e la bellezza dei due neo-sposi sia realmente la coronazione di un grande amore e l’inizio di una favola con happy ending!
Malvina Podestà – www.opennews.it
Dopo ben tre anni il WWF Italia è riuscito ad organizzare a Foligno un Assemblea Nazionale. Dopo l’arrivo dell’e-mail di invito del WWF e vista la mia vicinanza da Foligno, ho decido di partecipare al seminario di approfondimento sulla sostenibilità il giorno 16 Aprile. Nella cornice di Palazzo Trinci, si è parlato di sostenibilità, biodiversità e green economy.
Due sono stati gli interventi di rilievo: quello di Jim Leape e Tim Jackson.

Ascoltare Jim Leape, provoca una forte emozione, in quanto Direttore Generale del WWF Internazionale. Nel suo intervento ha ribadito che il trattamento che riserviamo al nostro pianeta non è dei migliori. Si consumano il 50% in più delle risorse che la Terra ci dà e la responsabilità di ciò, non è divisa in maniera equa dato che i paesi più sviluppati hanno un’ incidenza maggiore sul consumo. La minaccia maggiore che dobbiamo affrontare è il cambiamento climatico e per affrontare il problema si sono costituite delle squadre climatiche in ogni capitale. La soluzione per combattere questa sfida è ottenere la maggior quantità di energia da fonti rinnovabili. In conclusione, il direttore ha illustrato le diverse campagne attive del WWF come: la campagna per le tigri, Il triangolo dei coralli ed il Tonno.
Tim Jackson, professore di Sostenibilità all’Università del Surrey/UK e membro della
Commissione Sviluppo Sostenibile del Regno Unito, ha trattato i rapporti fragili del nostro pianeta, ponendo ai presenti una bella domanda:
La nostra economia cresce all’infinito in un pianeta finito?
Bisogna trasformare le Istituzioni se si vuole avere un futuro sostenibile, oggigiorno l’economia e l’ecologia sono in conflitto. I due punti principali su cui discutere sono sostanzialmente il dilemma della crescita e quello dell’economia. Vi offro qui, di seguito, dei piccoli spunti di riflessione:
- La crescita economica potrà mai essere più “ecosostenibile”?;
- Il nostro sistema sociale è drogato dalle novità ed alimenta costantemente il consumismo;
- Con la recessione si è tornati al risparmio. Bisognerebbe ottenere una prosperità duratura procedendo per investimenti ecologici, Imprese e Macroeconomie ecosostenibili?Probabilmente, solo difendendo i beni da cui dipendiamo, potremmo ottenere un futuro rinnovabile e più duraturo.
Alla fine della conferenza, posso dire di essere felice di aver visto grande affluenza,interesse e partecipazione e vorrei quindi, condividere la mia gioia di far parte del WWF Italia.
Monica Cancellieri-www.opennews.it
Appena ventenne, frequenta l’ultimo anno di liceo scientifico ed ha già pubblicato il suo primo romanzo dal titolo “VEDERE” edizione Cicorivolta. Premiato il 30 Marzo al concorso AlberoAndronico. Lui è Mattia Zadra.
Mi imbatto casualmente nel suo profilo, girovagando per myspace, sotto il suo nome una breve descrizione “scrittore fallito”, mi incuriosisce e lo contatto chiedendogli di poter intervistarlo, e molto gentilmente acconsente. Ed è per questo che lo ringrazio affettuosamente.
Frequenti ancora il quinto anno di liceo, ma sei già uno scrittore! E’ anomalo!
Sono in ritardo di un anno a causa di un periodo “anarchico” e sono stato fermato con un bel 7 in condotta. E’ una cosa che mi porto ancora dentro in realtà, ma cerco di mascherarla.
Sei un bel peperino, in cosa consiste questa tua risposta anarchica?
Diciamo che le regole che ritengo giuste le seguo. Le altre no. È una cosa leggermente più matura e razionale rispetto a quello che si pensa di solito parlando di anarchia. Il fatto che le leggi siano state fatte da uomini, ed in quanto tali sono imperfetti, possono generare cose imperfette.
Da studente, cambieresti qualcosa nella riforma scolastica?
Assolutamente! Le ultime generazioni stanno uscendo totalmente ignoranti per quanto riguarda la storia moderna, un esempio: difficilmente si spinge oltre la seconda guerra mondiale, bisognerebbe adattarsi al passare degli anni ed aggiungere argomenti di storia contemporanea. Anche per la letteratura italiana, la scuola si limita a far leggere degli estratti di libri che sicuramente meritano di esser letti per esteso.
Chi ti ha fatto avvicinare ed innamorare della lettura?
Tutto è iniziato intorno ai 14 anni, da solo, ho cominciato leggendo un libro al mese, per poi arrivare a divorarne sempre di più. La svolta è avvenuta nel 2009 quando un mio amico ha avuto la brillante idea di consigliarmi un libro, “Soffocare“, di Chuck Palahniuk. Una volta finito di leggerlo, avevo capito quello che volevo fare. Palahniuk insieme a Welsh sono gli autori che preferisco, si avvicinano alla mia personalità, soddisfano i miei gusti letterari, e qualcuno facendo recensioni sul mio romanzo ha anche detto di aver notato qualche tratto stilisticamente simile al loro.
Passiamo al tuo romanzo, “VEDERE”, hai scelto un titolo d’effetto. Come è nato?
Il libro è partito con me davanti al pc, una pagina bianca di word e come unica idea nella mente la convinzione che esista una differenza piccola ma enorme tra il “guardare” ed il “vedere”, ho cominciato a digitare le prime parole, ed ero anche abbastanza goffo, poi il tutto è uscito di getto. Io scrivo solo sotto ispirazione.
Cos è l’ispirazione per te?
E’ il sentire che quello che si sta per scrivere contiene una parte di noi stessi, il sapere che scatterà un’emozione nel lettore. Non ho mai scritto nulla di buono quando ero felice. Quando si è felici, la vita la vivi nel mondo reale. Sei troppo impegnato a viverla per descriverla. Il desiderio di scrivere, la maggior parte delle volte, lo provo quando sento di voler evadere, e di voler essere da un’altra parte, magari dentro al libro che sto scrivendo. E lo stesso vale per la lettura. Wilde diceva che sono capaci di scrivere sull’amore solo quelli che l’amore non sanno cosa sia.
Il romanzo narra la storia di Kyle, un ragazzo che ha gettato la spugna, trascorre i suoi giorni allo stesso modo da quando Cath, la fidanzata è in coma. La sua vita cambierà solo quando una misteriosa ragazza si presenterà a lui parlando in codice e facendogli aprire gli occhi. Mattia, dopo aver finito di scrivere il romanzo, puoi dire di essere diventato più consapevole ed aver cominciato realmente a vedere?
A dirla tutta, non credo di voler aprire i miei occhi. Finché riesco a sognare mi basta questo, nel momento in cui li aprirò probabilmente finirò di vivere o magari comincerò a farlo sul serio, ma non voglio rischiare. La consapevolezza che ho del mondo mi ha portato ad essere estremamente triste e deluso, quindi, non credo di voler vedere oltre.
Kile Simmons è il protagonista del romanzo, ti rivedi in lui?
Sì, non a caso il nome è dato dall’unione del nome e del cognome di due personaggi che qualcuno ha detto assomigliarmi fisicamente: uno è Kyle Hyde, protagonista di un videogioco, l’altro è Johnny Simmons, attore che mi somigliava solo nella piccola parte che ha interpretato nel film “THE SPIRIT”. Per quanto riguarda gli altri personaggi ho preso spunto da persone reali, che vedo ogni giorno, interi discorsi che compaiono, sono delle citazioni di dialoghi avvenuti realmente, plasmati però in funzione del protagonista.
Come era, invece la vita di Cathline, prima del coma? Si sveglierà?
Con Cathline, non si può parlare né di presente né tantomeno di futuro.. Ha un passato, e nel libro vedremo diversi flashback, dal titolo “Il tempo in cui ancora credevo alla felicità”, nei quali si vedono Kyle e Cathline prima che lei cadesse in coma. Per sapere se un giorno si sveglierà, dovrete comprare il libro!
Progetti futuri?
Spero che entro Natale venga pubblicato il mio secondo libro, è già pronto da un anno. Nell’attesa mi sto dedicando alla stesura del terzo. E spero si finire il liceo ed iscrivermi a Lettere all’Università.
Esistono ancora case editrici che amano il proprio lavoro e sono disposti ad investire sui nuovi autori?
Purtroppo il dio denaro ha compromesso tutto, anche questo mondo. Gli editori vogliono vedere soldi, e degli autori si interessano relativamente. Probabilmente se fossi nato 60 anni fa, forse, ora sarei un autore conosciuto. Non sono cambiato in questi 2 anni, non ho guadagnato quasi nulla, quindi continuo a rimboccarmi le maniche ogni giorno e a lavorare part-time, come da 4 anni a questa parte, pulendo uffici.
Una provocazione, come vedi e-book?
L’e-book è sterile, non crea quella sorta di confidenza tra l’autore e il lettore, è come mangiare plastica. Non hai quel piacere di sfogliare, sentire le pagine tra le mani e il profumo. E la stessa cosa vale per la musica. Passando dal vinile alla musica digitale si hanno più comodità, ma è meno intima, c’è meno da gustare e da desiderare. Altra cosa è la mancanza di rispetto nei confronti dell’autore, io ho messo il cuore, il mio tempo, il mio impegno nello scrivere un libro ed è davvero ingiusto arrivare poi a leggerselo con un download rubato.
Una buona motivazione. Perché dovrei comprare e leggere “VEDERE”?
Perché ci ho messo me stesso, perché sono un giovane che vuole sognare e vuole farlo regalando un’emozione a chi legge i suoi libri. E perché secondo me il risultato è buono, lo ritengo un bel libro.
Oggi è sempre più raro incontrare giovani amanti della lettura, figuriamoci scrivere. Cosa vuoi dire alla generazione presente che sembra senza stimoli. Cosa può scrollare questi ragazzi da una realtà in cui vigono videogames, discoteche, e farli interessare alla cultura?
Alla generazione di cui facciamo parte anche te ed io, vorrei far capire che bisogna studiare, essere qualcuno nella vita di tutti i giorni e avere coscienza di quello che ci sta attorno, dobbiamo aprire gli occhi, e cominciare a vedere, questo è il consiglio che do, se lo facessimo tutti forse qualcosa potrebbe cambiare. Fino a quando a farlo saranno in pochi avremo soltanto più gente triste e che cerca di diventare un artista, come me.
Elena Verzì – www.opennews.it
Nella parte meridionale del tacco del nostro stivale esiste un piccolo pezzo di paradiso che si affaccia sullo Ionio, un gioiello di paesaggio mediterraneo come solo le nostre coste meridionali sanno offrire ,un posto di uno splendore che mozza il fiato, che ti riappacifica con il mondo: è il Parco naturale di Porto Selvaggio. La storia di questo parco si lega inesorabilmente con quella di una donna che, per difendere questa bellezza da chi voleva violentarla con il cemento, ha combattuto e ha pagato il prezzo più alto,quello della sua vita. Questa donna è Renata Fonte.
Renata Fonte nasce a Nardò in provincia di Lecce il 10 marzo del 1951,dove passa la sua infanzia. Nel 1968 , mentre frequenta il Liceo Classico dove come molti altri suoi coetanei accompagna lo studio all’ impegno politico,conosce Attilio di cui si innamora e che sposerà. Dopo il matrimonio si dedica principalmente alla famiglia e si prende cura delle sue due figlie Sabrina e Viviana. La sua passione civile e la sua voglia di impegnarsi non sono affatto sopite : decide infatti di candidarsi nel 1982 alle elezioni amministrative di Nardò tra le fila del Partito Repubblicano,in cui aveva iniziato a militare e di cui era diventata segretaria, ispirandosi anche allo zio Pantaleo Ingusci, figura storica del Pri nonché storico mazziniano e perseguitato durante il Fascismo in quanto antifascista.
Renata Fonte viene eletta e la sua elezione segna un momento storico: è la prima donna repubblicana a sedere in consiglio .Viene nominata assessore alla Cultura e la sua passione regala un periodo molto ricco dal punto di vista culturale a Nardò,dove vengono organizzati numerosi concerti,spettacoli teatrali,mostre ,eventi… Ma non solo : si impegna anche nell’ Udi,l’ Unione delle donne italiane,fonda un movimento civile per denunciare metodi mafiosi presente a Nardò e soprattutto si fa promotrice del comitato per la salvaguardia del parco di Porto Selvaggio.
La Fonte si batte duramente contro l’idea di una variante al piano regolatore che avrebbe permesso di costruire all’ interno del parco; denuncia la cosa in Consiglio Comunale ,ma anche in tv e nelle radio, portando l’ attenzione dei media sulla sua battaglia. Ma gli interessi in gioco nelle eventuali costruzioni a Porto Selvaggio sono troppo grandi : la sera del 31 marzo del 1984, dopo aver trascorso tutta la sua giornata in Consiglio Comunale, Renata Fonte viene uccisa davanti al portone di casa. Per il suo omicidio sono stati condannati definitivamente dalla Cassazione Giuseppe Durante e Marcello My come esecutori materiali e come intermediari Mario Cesari e Pantaleo Sequestro. Il mandante è stato individuato in Antonio Spagnolo,collega di partito della Fonte e sua rivale in quanto alle amministrative la vittoria della Fonte lo aveva reso il primo dei non eletti. Ma la motivazione personale non è sufficiente per comprendere l’ ordine di omicidio :nella sentenza della corte di Assise di Lecce ( pag 183 e 184) viene detto infatti che Spagnolo da l’ ordine d uccidere non solo per un risentimento personale ma anche per “ un interesse più vasto, coinvolgente(…)altri personaggi che vedevano in quella poltrona l’ unico mezzo per raggiungere obiettivi altrimenti on realizzabili.” Dunque ci sono delle figure occulte che avevano in Spagnolo un referente politico sensibile ai loro interessi economici , dietro l’ omicidio di Renata Fonte,”rea” non solo di aver tolto il posto al loro uomo ma anche di ostacolare ostinatamente i loro affari : non sono mai stati individuati.
Ma la sua battaglia è stato vinta : Porto Selvaggio non è stato deturpato dal cemento ed è diventato riserva naturale. Oggi è dedicato a lei , a Renata Fonte, la donna che per difenderlo ha combattuto ed è stata uccisa. E’ una storia importante, di quelle che non andrebbero dimenticate, che di questi tempi in cui la politica diventa sempre più triste, ci ricorda l’ esempio di chi ha saputo vivere la bellezza della Politica e attraverso la Politica vivere e difendere la Bellezza.
Jacopo Ciammariconi – www.opennews.it
Sono passati esattamente venticinque anni. Il tutto avvenne il 26 Aprile 1986, alle ore 1:23, nella centrale nucleare V.I.Lenin di Chernobyl, in Ucraina. Venticinque da un evento, l’esplosione del reattore n4 a seguito di un test definito “di sicurezza”, che ha fatto la storia, che ha terrorizzato il mondo, che ha causato (anche indirettamente e nel lungo periodo) più vittime di Hiroshima e Nagasaki, che ha mostrato, per la prima volta, davvero, l’altra faccia dell’energia nucleare; venticinque anni da un evento che sarà ricordato ancora e ancora, per tanti e tanti anni. Cernobyl è storia. E’ un tragico incidente, ma è anche, soprattutto, il simbolo di ciò che l’uomo può combinare se gioca a fare Dio in terra.
Oggi si sono svolte in Ucraina le commemorazioni, con il patriarca della chiesa ortodossa Kirill che ha fatto risuonare la campana di Chernobyl, con gli ambientalisti di Greenpeace che hanno trasformato il circo massimo in un luogo di ricordo, piantandovi duemila croci per simboleggiare le innocenti vittime del disastro.
Quest’anno, però, il ricordo sembra più vivo, la paura più forte. Sì, quest’anno il fantasma di Chernobyl era già stato ridestato più di un mese prima da un’altra centrale maledetta e da una nuova catastrofe radioattiva, quella giapponese, e proprio alla luce di quanto è successo -e sta succedendo tuttora, perchè nonostante se ne parli a intermittenza, permettendo alla guerra in Libia di fare “la prima donna” sui nostri telegiornali, i problemi non si risolvono solo perché non se ne parla; fin troppo spesso l’occhio della telecamera ha avuto il potere di saper ghermire l’interesse del pubblico e concentrarlo su questo piuttosto che su quest’altro, ingigantendo l’uno o sminuendo l’altro. Speriamo solo che, almeno in questo caso, non sia così. Perché l’emergenza nel paese del Sol Levante è ben lontana dall’essere risolta- ne deriva un dibattito ancora più attuale sull’energia atomica, specialmente in Italia, dove la polemica riparte più accesa e infuocata di prima: dopo la decisione del governo di votare un emendamento che, di fatto, renderebbe inutile il ricorso al referendum, fissato per il 12 e il 13 Giugno prossimi, in quanto bloccherebbe la costruzione di centrali nel nostro paese, Silvio Berlusconi torna a far parlare. Secondo quanto ha rilasciato il presidente del consiglio durante la conferenza stampa a Villa Madama, a cui era presente anche Nicolas Sarkozy “L’accadimento giapponese ha spaventato i nostri cittadini . Se fossimo andati oggi al referendum, non avremmo avuto il nucleare in Italia per tanti anni. Per questo abbiamo deciso di adottare la moratoria, per chiarire la situazione giapponese e tornare tra due anni a un’opinione pubblica conscia della necessità nucleare”. “Il governo-ha aggiunto il cavaliere- è assolutamente convinto che l’energia nucleare sia il futuro di tutto il mondo. Però abbiamo deciso di aspettare che ci sia un’opinione pubblica più consapevole della necessità del nucleare”.
E per uno scherzo del destino il premier ha scelto proprio un giorno come questo, in cui ricorre l’anniversario di una delle più grandi tragedie della storia dell’uomo, in cui per tutta la Germania e la Francia imperversano le manifestazioni anti-nucleare, per gettare la maschera e rivelare l’imbroglio. Aspre si scatenano le critiche dell’opposizione: “ Berlusconi ha confessato: non vuole rinunciare al nucleare, ma vuole solo bloccare il referendum perché ha paura del risultato delle urne, chiederemo alla Corte di cassazione di non abrogare il quesito sul referendum” è stato il commento di Antonio DiPietro, mentre per Nichi Vendola le parole del presidente “sono la conferma dell’intenzione del governo di voler prendere in giro gli italiani, calpestando in modo arrogante e cialtronesco il loro diritto a esprimersi su una questione da cui dipende la sicurezza ambientale e la sopravvivenza delle generazioni future del nostro Paese” e per Angela Finocchiaro “La disinvoltura con cui esplicitamente ha dichiarato che l’emendamento al ddl omnibus è stato solo un escamotage per bloccare il referendum lascia senza parole».
Era, quindi, troppo bello per esser vero. Siamo ben lontani dal miracolo che sembrava accaduto. Non si tratta affatto di una marcia indietro sull’atomo a favore di energie pulite e rinnovabili, ma di un astuto escamotage politico, una strategia per evitare oggi quello che (secondo le statistiche) sarebbe un bel “no”, e rimandare così di qualche anno la assai spigolosa e impopolare questione, permettendo di calmare le acque e farci dimenticare quanto è successo a Fukushima o a Chernobyl.
E proprio alla luce di questo, noi dobbiamo ricordare. Perché, al di là delle parole di Berlusconi, secondo il quale il nucleare è una tecnologia sicura e “in Giappone è successo un incidente perché la centrale era situata in un posto in cui non doveva essere costruita”, oggi sono venticinque anni esatti da una strage che ci testimonia che la sicurezza non è mai troppa, che le tragedie accadono, che prevenire è meglio che curare, e che a giocare col fuoco ci si finisce per bruciare. Venticinque anni dopo noi siamo qui a ricordare, a combattere per tenere vivo il ricordo; e lo dobbiamo non solo ai figli che verranno ma anche a quelli che sono morti, che hanno pagato un prezzo altissimo a causa della sete di potere di pochi “signori del dolore”.
Noi dobbiamo ricordare. Perché il ricordo sia un monito per il futuro.
Noi dobbiamo ricordare. Perché non accada mai più.
Noi dobbiamo ricordare. O loro avranno sofferto invano.
Francesca Granchi – www.opennews.it
Questa settimana vi presento IsaFrosty, giovane designer degna di nota per il suo stile così riconoscibile e d’impatto.
Isa, napoletana ventunenne che vive a Milano, sta diventando un vero fenomeno sul web e tra i più attenti trend setter.
Ecco qui quello che ha raccontato ad OpenNews.
Raccontami da dove nasce il nome IsaFrosty.
In realtà il nome isafrosty è nato un pò per caso e per necessità, all’incirca 7 anni fa, quando cominciai a dipingere sulle sneakers per poi rivenderle, avevo bisogno di una ‘tag’ ed ho usato isafrosty, poi mi ci sono affezzionata ed è rimasto quello fino ad oggi.
Come hai iniziato e da dove ti è venuta l’idea di creare gioielli?
Ad essere sincera è stato un caso anche quello! è cominciato tutto un caldo pomeriggio di luglio, avevo una strana sensazione di irrequietezza, sentivo il bisogno di creare qualcosa ma non avevo voglia di mettermi a dipingere o a disegnare, così ho aperto il computer e ho cominciato a riprodurre forme di oggetti che mi erano intorno…il resto della storia la conoscete.
Che materiali usi?
fino ad ora ho utilizzato esclusivamente plexiglass.
Mentre per i le nuove collezioni ho scelto di abbinare il plexi ad altri materiali molto interessanti.
A chi si rivolgono le tue creazioni?
questa è una domanda alla quale non posso rispondere con precisione, ho visto le mie creazioni al collo di persone completamente diverse tra di loro. Sicuramente la versione fake di chanel colpisce molto i fashion victim, ma poi ci sono tutti gli altri che accontentano anche le persone più semplici.
C’è una scelta particolare dietro ad ogni gioiello? cosa ti ispira?
per la prima linea mi sono ispirata , come dicevo prima, agli oggetti che mi hanno sempre circorndata, o comunque a delle forme con una grossa riconoscibilità nell’immaginario di tutti
Da quale celebrity ti piacerebbe che fossero indossati i tuoi gioielli?
Durante il concerto di M.I.A. ho provato a darle un paio di ciondoli,non so se le sono arrivati, ma sicuramente mi piacerebbe molto vedere un artista come lei con al collo una mia creazione, in alternativa se fosse ancora in vita, opterei per frida kahlo anche se non credo che sarebbe proprio il suo genere.
Hai in programma qualche collaborazione speciale o qualche nuova idea?
si in questo periodo sto creando 4 nuove linee, sono nate tutte in contemporanea e mi stimolano tutte moltissimo quindi non riesco a dare la precendenza a una in particolare…vediamo cosa ne verrà fuori!
Dove possiamo trovarli ed acquistarli?
qui potete trovare tutti i punti vendita
http://www.facebook.com/pages/Frosty-Jewellery/222999166823
Napoli: Drop Shop – Via Gino Doria 96 Bablu – Via Giosuè Carducci 30 Milano: Salvatore più Marie – Via Vigevano33 (zona Porta Genova) Roma: Untitled via degli zingari 1 Riccione:Tatters & Co. v.le Dante 205 – Riccione (RN) Arezzo: Little black dress – Via Madonna del prato 106/a (cap 52100) Moncalieri (TO): Sandro Ferrone – Via Postiglione 1 (cap 10024) Barcellona: Glint Shop – Banys Nous, 22
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Valentina Leporati – www.opennews.it
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Parola d’ordine: Fondazione Rocco Guglielmo. Il notaio Rocco Guglielmo, uomo dalle straordinarie idee, ha realizzato, grazie alla sua passione per l’arte e per la sua regione, la Calabria, un progetto innovativo, che vede come protagonista l’Arte Contemporanea in luoghi pieni di storia, e di storie di vita.
I luoghi scelti, non a caso, sono: la Casa della Memoria in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella, ed il San Giovanni, luogo storico panoramico sulla città di Catanzaro. La direzione artistica è affidata a Gianluca Marzani, direttore di Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto. La prima delle mostre realizzate dalla fondazione è la COSTANTE COSMOLOGICA, dal 19 febbraio al 10 Aprile in esposizione al San Giovanni. 15 gli artisti provenienti da diverse regioni d’Italia che hanno rappresentato la mostra come un percorso, un viaggio cosmico a tappe . Ogni artista è come una costellazione, all’interno di ciascun sistema vi è un pensiero che si evolve. Opere come stelle ed idee che sono Utopie.
Già all’ingresso vengo attratta da opere avvolte in un velo di mistero e ambiguità, proprio come l’Universo. E’ un richiamo alla teoria della Relatività di Einstein e alle equazioni con il calcolo della dilatazione dei tempi e dello spazio. Quindi è un continuo evolversi, come dice il direttore artistico: “tutto è sempre in divenire”. Come secondo appuntamento con l’arte, dal 12 Marzo alla Casa della Memoria (fondazione Mimmo Rotella) viene presentato “MUTTERLAND, L’ETA’ ESTRANEA” di Gehard Demetz, giovane artista di Bolzano. In pochi anni le sue opere sono state accolte nei musei più importanti di Madrid, New York, Francoforte e Milano. Protagonisti sono dei bambini in legno e in bronzo. La particolarità sta nella presenza di vuoti, piccoli tasselli incisi, come se delle parti di legno fossero state asportate o in attesa di essere posizionate come dei lego. L’infanzia è intesa come età estranea, indecifrabile, un tabù.
Sono molti i personaggi che mi colpiscono e ciascuno ha una propria storia. Suscitano curiosità, il loro sguardo è come se trasmettesse allo spettatore la consapevolezza di dover perdere la loro ingenuità, la loro fanciullezza e divenire adulti, ed inconsapevolmente capaci di fare il male. La generazione precedente ha tramandato, infatti, come un senso di colpa che non appartiene a loro. Mi sento osservata da bambini tristi, che cercano di dire qualcosa, attraverso le loro posture ed i gesti in cui sono stati immortalati.
Il terzo appuntamento con l’arte, sempre organizzato dalla Fondazione Rocco Guglielmo, è il 16 Aprile, al San Giovanni con le opere dell’artista calabrese Alessandro Russo. Il tema sarà: “Umanità. Maschere. Luoghi.” Focalizzeremo l’attenzione su due diverse produzioni: la prima, comprende quadri realizzati negli anni 80-90; la seconda, invece, paesaggi e strutture che l’artista ha estrapolato dal territorio calabrese.
In questi giorni, muovendomi tra una mostra e l’altra, ho potuto notare, la partecipazione attiva, non solo degli stessi catanzaresi, ma di molta altra gente che ha apprezzato il progetto con molto entusiasmo. Nella speranza che il fuoco dell’arte appena arso qui a Catanzaro non si estingua, e così anche il nostro interesse per la cultura e le novità, auguro alla fondazione Rocco Guglielmo di continuare a promuovere questi progetti, e organizzare sempre più eventi che permettano ai calabresi di sognare. Confido in loro, affinché vengano coinvolti sempre più giovani, ad aprirsi alla cultura e all’arte, perché l’ARTE genera PENSIERO, ed il pensiero è espressione della LIBERTA’.
Elena Verzì - www.opennews.it
A pochissimo dalla fine della undicesima stagione del reality show più famoso d’Italia , il Grande Fratello, mi rendo conto di come questo programma tv sia in grado, anche dopo numerosi anni di messa in onda, di suscitare dispute e questioni. La televisioni, i giornali e i media hanno dato e danno oggi ampio spazio ai reality show, ma ciò che più mi stupisce e interessa è che anche nella vita quotidiana questi tipi di programmi animano racconti e discussioni. Per non parlare dei vari social network dove pullulano link, stati per commentare le varie puntate dei reality, tifare e incitare il nostro beniamino oppure, dal lato opposto, per criticare e insultare non solo i partecipanti ma anche gli spettatori di questo genere di programma.
Aldilà dei gusti e interessi personali, che spingono a seguire o meno questo tipo di programma televisivo, è molto interessante notare come i reality e programmi affini siano oggi seguitissimi e da semplici programmi d’intrattenimento, si siano trasformati in veri e propri fenomeni caratteristici del nostro tempo e che animano l’opinione pubblica.
Gli italiani oggi si dividono essenzialmente tra chi li ama e chi lo odia. Per i primi, i reality show sono un motivo di intrattenimento e divertimento, ma diventano spesso qualcosa di più: la speranza e il desiderio di un cambiamento, di poter ottenere, attraverso la tv, fama, soldi facili e pubblico riconoscimento. I seguaci di questo programma vedono nei vari partecipanti persone fortunate, da imitare, idoli.
D’altra parte ci sono anche molte persone per cui l’idea di guardare un reality o spesso l’idea di poter essere considerato uno spettatore diventa qualcosa da scacciare e assolutamente da evitare. Per queste persone il distinguersi e distanziarsi da questo tipo di fenomeno diventa essenziale e vedo infatti la mia pagina Facebook riempirsi di stati contro GF o “Uomini e Donne”, dove penso che ciò non sia fatto tanto come espressione di un proprio gusto e di una scelta di impiegare il proprio tempo diversamente, quanto come desiderio di distinguersi, di dire “no io non guardo il GF, sono più intelligente”.
Entrambi gli atteggiamenti sono dannosi e limitanti perché credo sia sbagliato sia da una parte fare dei reality show la guida della nostra vita e un vero e proprio ideale di vita, ma d’altra parte anche soffermarsi a una critica superficiale perché ciò ci impedisce di cogliere la grande importanza e rilevanza di questo fenomeno. Mi ricordo che quando ero una ragazzina e non c’era mai stato nessun tipo di reality show mi sembrava quasi impossibile che potesse esserci una situazione in cui telecamere ti riprendessero 24 ore su 24 e in cui persone diverse ed estranee fossero inserite in un contesto ben preciso e di lunga durata… oggi invece si producono reality di ogni genere e accanto a quelli più famosi e “classici” ce ne sono moltissimi altri che partendo dall’idea della ripresa diretta della vita trattano degli argomenti più svariati : organizzazione di matrimoni, cucina e arte culinaria, moda,canto, ballo, burlesque ecc ecc.
Di fronte a tutto ciò penso che l’atteggiamento più utile sia quello critico e, invece che affrettarsi a schierarsi tra le file dei reality-fans o dei loro detrattori, chiedersi perché oggi giorno c’è una così diffusa volontà di mettersi in mostra, di condividere con estranei il nostro quotidiano o le esperienze, i sentimenti e gli affetti più profondi e come mai capita spesso di affezionarci e entrare in connessione con estranei di cui però sappiamo tutto!
Malvina Podestà – www.opennews.it
La pentola a pressione araba è dunque scoppiata. Pessime condizioni economiche di larghe fasce di popolazioni, disoccupazione giovanile a tassi elevatissimi ed età media eccezionalmente bassa, unite all’assenza o alla forte limitazione delle libertà civili e politiche e alla pervasiva corruzione delle classi dirigenti, hanno fatto emergere la rabbia e la frustrazione di società da troppo tempo schiacciate da oligarchie completamente squalificate strette attorno a dittatori autocrati al potere da decenni. Il successo della rivolta in Tunisia e il grande impatto generato da immagini e voci delle proteste veicolate da Al Jazeera e dai social network hanno fatto il resto, liberando interi popoli dalla paura e incoraggiandoli all’azione contro i regimi.
Di fronte ai mutamenti epocali che stanno avvenendo in Nord Africa e in Medio Oriente le reazioni dei governi occidentali, in particolare di quelli europei, sono state assolutamente inadeguate. All’impreparazione e alla assoluta incapacità di previsione di quello che stava per accadere in Tunisia, si sono aggiunti all’inizio gli assordanti silenzi di fronte alla repressione governativa e poi le poco lungimiranti e francamente imbarazzanti prime dichiarazioni dei ministri degli esteri francese e italiano a sostegno di Ben Ali e del suo governo. Un simile scenario si è ripetuto in Egitto, dove a tessere le lodi dell’ “uomo saggio” Mubarak è stato niente meno che il nostro Presidente del Consiglio, proprio mentre infuriava la rivolta e l’ultraottuagenario presidente egiziano ordinava ai servizi di sicurezza di sparare sulla folla. Quando poi è stata la volta della Libia di Gheddafi (qui però cause e modalità della rivolta sono state parzialmente differenti) il governo italiano, toccato negli interessi più sensibili, ha assunto un comportamento sclerotico, brillando per cinismo portato all’estremo nel tentare di difendere, o almeno non condannare, la violenta e spietata repressione del colonnello, salvo poi partecipare controvoglia e con poca convinzione alle operazioni belliche sui cieli libici guidate da un Sarkozy ansioso di mostrare i muscoli e desideroso di recuperare la popolarità perduta nelle settimane precedenti di fronte ai popoli del Nord Africa.
Tunisia ed Egitto hanno rappresentato per decenni un baluardo contro il terrorismo islamico e un argine contro il problema dell’immigrazione clandestina. Mubarak, inoltre, è stato il più solido alleato dello stato d’Israele nel mondo arabo, e una colonna determinante nel processo di pace israelo-palestinese iniziato ad Oslo nel 1993. Gheddafi è stato fino a pochi giorni fa uno dei principali partner del sistema politico-economico italiano: ha garantito investimenti finanziari nel nostro paese e ricchi contratti per le nostre aziende, ha bloccato alla radice il flusso migratorio che muoveva verso Lampedusa e ha detenuto soprattutto un rapporto privilegiato col premier Berlusconi. Non sono dunque incomprensibili le motivazioni che hanno spinto i democratici governi dei paesi al di qua del Mediterraneo e al di là dell’Atlantico ad appoggiare e sostenere finanziariamente e militarmente regimi autocratici e repressivi, le cui carceri erano riempite di prigionieri politici sottoposti a ogni sorta di torture e vessazioni.
Tuttavia non si può fare a meno di registrare come siano sempre o quasi mancate pazienti politiche di moral suasion finalizzate al rinnovamento politico-istituzionale di tali paesi, anche condizionando ad esso i cospicui aiuti economici loro elargiti, spesso a vantaggio di cricche legate all’establishment. Non si capisce pertanto a cosa debba servire il tanto celebrato soft power dell’UE, se non a persuadere governi autoritari ma considerati amici ad intraprendere riforme politiche in senso liberale e a garantire le libertà civili ai rispettivi popoli. Detto che la Germania, presunta locomotiva d’Europa, appare in altre faccende affaccendata, e che il cuore degli interessi dell’UE sembra essere localizzato più in riva al Baltico che sul Mediterraneo, Francia e Italia avrebbero certamente potuto fare di più per non ritrovarsi oggi nella condizione di spettatori impotenti di rivolte che sconvolgono radicalmente l’assetto geopolitico ai nostri confini meridionali.
Sottovalutare i problemi socio-economici e politici di questi paesi è stato dunque un grave errore dei nostri policymakers, la causa del quale risiede nella visione miope di chi pensava che la stabilità internazionale si potesse mantenere a spese di popoli che legittimamente aspirano a essere liberi, a scegliere i propri governanti, a esprimere le proprie capacità nel lavoro e nella società. Non ci si può d’altra parte aspettare molto di più da una classe politica abituata ad impostare il rapporto con il mondo arabo unicamente sulla base degli interessi economici, del contrasto all’immigrazione clandestina e al terrorismo e del rapporto con lo stato d’Israele, né da chi, con grande arroganza, (in Italia un intero partito di governo) ritiene gli Arabi per natura inadatti alla democrazia, alla libertà e alla laicità. Non prendere immediatamente le distanze dalle violenze perpetrate sui manifestanti, inoltre, configura il serio rischio di innescare in molti giovani pericolosi sentimenti di rabbia e delusione verso l’Occidente, tanto più che questa volta le rivolte hanno registrato l’assenza di slogan antiamericani e anti israeliani come spesso invece accadeva nelle capitali arabe.
Ha invece mostrato di agire con maggiore tempestività Barack Obama, sebbene il suo sostanziale appoggio ai manifestanti di Piazza Tahrir sembra più figlio della necessità di non alienarsi le simpatie dei popoli arabi, a quasi due anni dallo storico discorso di Al Ahzar, che di un progetto politico chiaro e consapevole dei futuri sviluppi della rivoluzione d’Egitto. In ogni caso Obama ha compreso prima e meglio di altri come, dopo aver fatto sparare sulla folla, un capo di stato come Mubarak, per quanto amico, oltre che essere moralmente indifendibile, abbia perduto anche la capacità di garantire la stabilità regionale, funzione dalla quale derivava il suo ruolo di fondamentale alleato.
Di fronte a quello che è stato definito Arab awakening, Europa e USA si trovano di fronte alla possibilità di impostare un nuovo rapporto con questi paesi, basato sul dialogo e sul rispetto dei diritti, ma anche al rischio di veder sorgere governi meno accomodanti, se non proprio ostili. Le manifestazioni di protesta hanno percorso in lungo e in largo la mezzaluna araba, interessando con diversa intensità Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Giordania, Yemen, Oman, Bahrein e Iran, e non hanno ricevuto la stessa attenzione da parte della comunità internazionale. E’ chiaro che a dirigere le scelte dei governi entrano in gioco anche e soprattutto fattori geopolitici, né si può pensare di intervenire in ogni stato in cui sono minacciate vite di civili come è stato fatto in Libia, ma d’ora in poi le diplomazie occidentali dovrebbero impegnarsi costantemente per ottenere cambiamenti pacifici.
Alcuni fatti appaiono certi: dopo che le sabbie mobili irachene e afgane ne hanno intrappolato la macchina militare, e in piena crisi economica, gli USA appaiono deboli come mai lo sono stati negli ultimi trent’anni. Per la prima volta dai tempi dell’intervento anglo-francese a Suez del 1956 non hanno assunto la leadership di un’iniziativa politico-militare occidentale, quella in Libia, lasciata a Sarkozy, e non mettono neanche in conto la possibilità di schierare truppe di terra: le parole pronunciate a questo proposito dal segretario alla difesa Robert Gates davanti ai cadetti di West Point sono esemplari1. L’UE è ben lontana dall’avere una politica estera comune e coerente: i disimpegni di Berlino e le avventate azioni del novello Napoleone di Parigi spezzano quell’asse franco-tedesco che dovrebbe essere la guida dell’Unione, mentre gli Inglesi sono storicamente troppo allineati a Washington per esercitare un ruolo di leadership. Quanto a noi, brilliamo per irrilevanza, perfino su uno scenario, quello nordafricano, in cui dovremmo essere in prima linea, e lo schiaffo subito con l’assenza in due recenti vertici internazionali ristretti ne è la prova.
In un simile scenario, con paesi come Cina e Iran pronti a estendere la loro influenza economica e politica, i nostri governanti dovrebbero avere il coraggio di mutare radicalmente posizioni ormai superate. Si dovrebbe accettare una volta per tutte il fatto che i Fratelli Musulmani e altre associazioni islamiche analoghe non sono da considerare alla stregua di gruppi terroristi, ma hanno posizioni diversificate, anche all’interno dello stesso paese, e si dovrebbe lavorare e trattare anche con governi da loro costituiti. Si dovrebbe inoltre convincere Israele ad accettare di chiudere definitivamente la questione palestinese ponendo fine all’occupazione della Cis-Giordania, e ad abbandonare immediatamente i progetti di nuovi insediamenti di coloni, in quanto tale problema costituirà ancor più un fattore di instabilità strumentalizzabile da attori che a essa mirano. Molto probabilmente, in futuro, un nuovo governo al Cairo sarà costretto a essere meno accomodante verso lo stato ebraico di quanto non lo sia stato Mubarak negli ultimi dieci anni, sebbene l’esercito, che per ora ha il controllo della situazione, non abbia interesse a pregiudicare troppo i rapporti e a mettere in discussione il trattato di Camp David.
“Le rivoluzioni non finiscono mai come cominciano. Raramente le finisce chi le ha cominciate, e sovrano è chi le termina”2. Non sappiamo quali sviluppi prenderanno i processi politici in corso in Nord Africa e Medio Oriente: per ora, specialmente in Tunisia ed Egitto, hanno prevalso le componenti laiche e non politicizzate dell’opposizione. All’ombra delle Piramidi i tanto temuti Fratelli Musulmani hanno mantenuto un basso profilo, riconoscendo di non essere il motore principale della rivolta, e a Tunisi il partito islamico di Rashid Gannouchi pare più orientato a imitare il modello dell’Akp turco di Erdogan che a tentare di instaurare una democrazia islamica. Più complicato da interpretare è invece l’identikit dell’opposizione a Gheddafi in Libia, dove la società è da sempre divisa in base a linee tribali. La replica della rivoluzione iraniana del 1979 non sembra dunque all’orizzonte, anche se nel medio-lungo periodo nessuno può affermare con certezza che i fondamentalisti islamici non tenteranno di prendere il potere e imporre la Shari’a. Nell’immediato, comunque, sarà necessario evitare che le vecchie elite si riciclino nei nuovi governi e che continuino a mantenere il controllo su amministrazione e istituzioni, secondo il tutto cambi perché nulla cambi, tipico di molte rivoluzioni, per cui sono ipotizzabili e auspicabili larghe alleanze e governi di unità nazionale.
Qualunque sarà l’evolversi delle rivolte, in Medio Oriente e Nord Africa quasi certamente nulla sarà più come prima: avremo con alta probabilità a che fare con governi espressivi della volontà popolare, ma anche più forti e portatori di una maggior dose di nazionalismo. Sarà da vedere, inoltre, dove lo tsunami partito da Tunisi si fermerà: anche la Siria da alcuni giorni è interessata da proteste che stanno percorrendo il paese in lungo e in largo, mentre l’Iran fino ad ora è stato coinvolto solo marginalmente. Mentre altre potenze regionali, come la Turchia e il piccolo ma ricco e ambizioso Qatar stanno allargando la propria influenza sull’area, il grande interrogativo si pone su quale sarà il futuro del paese chiave del Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Dovesse saltare anche la monarchia Sa’ud, col suo ruolo di solido alleato di USA e Israele, e soprattutto di regolatore e stabilizzatore dell’offerta petrolifera dell’intera OPEC, le conseguenze sarebbero inimmaginabili per tutti.
1 “Qualsiasi ministro della difesa che consigliasse il presidente di inviare ancora una grande armata di terra in Asia o nel Medio Oriente dovrebbe farsi esaminare il cervello…” Robert Gates, www.defense.gov/speeches/speech.aspx?speechid=1539
2 Per chi suona la campana – Editoriale, in “Limes 1/2011 – Il grande tsunami”, Gruppo editoriale L’Espresso
Francesco Linari – www.opennews.it
Solar Decathlon è un concorso promosso dal Dipartimento USA per l’energia che si svolge ogni due anni a Washington . I venti team Universitari selezionati, che partecipano, devono progettare e costruire in loco un nucleo abitativo energeticamente autosufficiente. Questa competizione Internazionale si svolge tra venti paesi, che presenteranno prototipi di abitazioni costruite a basso impatto ambientale, il quale obiettivo è la realizzazione di tecnologie che sfruttino al meglio l’energia solare che alimenta la casa per aumentare la sua efficienza energetica.
In questa singolare competizione, i team devono affrontare 10 prove diverse, che si svolgono durante i giorni di esposizione al pubblico, a cui vengono attribuiti punteggi diversi in base all’importanza. Le prove riguardano: Architettura, Ingegneria e costruzione, Sistemi solari e acqua calda sanitaria, Bilancio di energia elettrica, Condizioni di benessere, Funzionamento della casa, Comunicazione e azione sociale, Industrializzazione e fattibilità di mercato, Innovazione, Sostenibilità.
Nel 2010 si è svolto per la prima volta in Europa e l’Italia sarà presente al Solar Decathlon Europe che si svolgerà nel 2012 a Madrid. È la prima volta in 12 anni, a partire dalla prima edizione di Solar decathlon , che un team italiano viene ammesso alla competizione mondiale dell’architettura sostenibile. Il team Italiano ed il progetto si chiama MED in Italy.
Fanno parte del team alcuni docenti di Architettura, Economia ed Ingegneria dell’Università di Roma Tre ed un piccolo team di Disegno industriale della Sapienza (università degli studi di Roma),coordinati da Chiara Tonelli dell’ Università Roma Tre (Facoltà di Architettura e Dipartimento di Progettazione e Studio dell’Architettura). Inoltre, sarà presente l’importantissimo supporto degli studenti ed i finanziamenti delle industrie italiane più prestigiose.
E’ stato presentato a Roma lo scorso 11 Aprile, presso la Sala Stampa Estera, ‘Med in Italy’, il progetto italiano per Madrid 2012. Quarantasette metri quadrati calpestabili, 150 metri di struttura e un consumo di 2.000 kilowattora. Una casa che produce sei volte l’energia che consuma, che può essere realizzata in due giorni e montata in otto, in grado di rispondere persino all’emergenza di un post terremoto o ai drammatici problemi di un’ondata di migranti in fuga da un conflitto. Una casa adatta soprattutto al caldo, pensata e realizzata per resistere al cambiamento climatico, perfetta per una struttura di turismo sostenibile. Una casa progettata in modo che le pareti potranno essere realizzate con materiali locali, per adattarsi a tutti i paesaggi. Una casa che consuma un quarto dell’energia usata nelle abitazioni tradizionali.
“La finale verrà disputata nel settembre 2012 e quindi ci aspetta un altro anno di lavoro, ma noi abbiamo già vinto una tappa fondamentale“, dichiara Chiara Tonelli. “Siamo stati scelti tra centinaia di progetti presentati e questo ci consentirà di avere i fondi per realizzare il nostro edificio”.
Il concorso stimola la sperimentazione e la diffusione delle tecnologie verdi, oltre che ad un modo di progettare ecosostenibile e biocompatibile. Come nello sport non ci resta che dire…FORZA AZZURRI!.
Monica Cancellieri