La firma da parte del Presidente Napolitano del decreto “Romani/Enel rimuovi – rinnovabili” lo scorso 7 marzo, ha messo in grave pericolo le energie rinnovabili. In Italia sembra quasi che una volta che si sta facendo un passo in avanti, se ne debbano fare due indietro. Dopo un inizio faticoso, il settore delle rinnovabili inizia a diventare maturo, ma dopo questo decreto rischia la condanna a morte.
I tre punti principali del decreto:
- Eliminazione degli incentivi statali non appena si riesca a raggiungere l’obiettivo “8mila MW” di installazioni, una potenza che si raggiungerà nei prossimi mesi e non nel 2020, come era stato previsto inizialmente.
- Applicazione di un taglio del 30% e retroattivo degli incentivi per l’eolico , penalizzando anche coloro i quali avevano già investito.
- L’introduzione di aste al ribasso per tutti gli impianti che generino oltre i 5 megawatt.
È chiaro che l’insieme di questi provvedimenti provocherà la chiusura delle linee di credito da parte delle banche, di conseguenza una minore disponibilità di fondi e una minore capacità di investimento. Si otterrà la penalizzazione di un settore intero, oggi tra i pochi in crescita e tra i meno toccati dalla crisi.
E’ un prezzo altissimo, in termini sociali ed economici, che verrà pagato da uno dei pochissimi settori produttivi non colpiti dalla crisi e da un numero importante di lavoratori e famiglie. Molte associazioni hanno dato il via ad una accesa protesta, per salvare la green economy, in previsione anche degli obiettivi prefissati dall’UE. L’Italia per il 2020 dovrebbe raggiungere l’obbiettivo del 17 % di energia prodotta da fonti rinnovabili, un obbiettivo che sembra ancora molto lontano dall’essere raggiunto.
Il risultato è che le proteste contro il decreto Romani, sono arrivate fino a Bruxelles. Un gruppo di oltre 1.500 aziende italiane, appoggiato da diversi fondi nazionali e stranieri di private equity, ha presentato un ricorso alla Commissione Europea contro il provvedimento che rivoluziona il sistema di incentivi alle fonti rinnovabili. Per ora, il ministro Romani non ha commentato la notizia del ricorso dinanzi alla Commissione. A volte basterebbe tanto poco per evitare tutto questo, per ora non possiamo che aspettare, sperando che le decisioni mettano d’accordo un po’ tutti.
Monica Cancellieri – www.opennews.it
Ieri sera sono finalmente riuscita a vedere il film “The social network” che purtroppo mi ero persa al cinema. Film di David Fincher, uno dei protagonisti degli Oscar tenutisi lo scorso 27 febbraio, racconta la storia della nascita e evoluzione di Facebook e del suo fondatore, Mark Zuckerberg.
Una pellicola che, oltre alla bravura dei giovani attori, può vantare di un ritmo particolare e incalzante e soprattutto una storia molto affascinante per tutte le persone (ormai praticamente chiunque) che sono iscritte a questo social network e di cui ignorano i meccanismi profondi. Risulta quasi strano vedere come questo mezzo di comunicazione che usiamo con tanta naturalezza e abitudine sia nato dalla mente di ragazzi ambiziosi e ricchi di aspettative, ma anche da rivalità e da idee contrastanti.
Il film mette in luce come questo sito, oggi così diffuso, sia nato non solo da un’idea geniale ma anche da contese, liti, problemi di diritti e di contratti che sono sfociati in due cause legali contro Mark e di cui una proprio da parte del suo ex migliore amico Eduardo Saverin. Facebook, mezzo di comunicazione e di interazione, nasce da mancanza di comunicazione, da inganni e attese tradite. E penso che ciò non sia poi così strano se si considera quello che è diventato. Un sito che dà la possibilità di farsi conoscere, o il più delle volte di farsi conoscere meglio da chi già ci conosce e da chi ci ha conosciuto nel passato: mettere foto di vacanze, compleanni, far capire cosa ci piace fare, i nostri gusti musicali o cinematografici.
Oggi Facebook è anche in grande parte utilizzato per flirtare o fare gossip: aggiungere tra gli amici qualcuno che ci ha colpito, chattare, informarci sulle vite di individui magari persi di vista. Ma talvolta lo stesso Facebook si può trasformare in un mezzo di contesa, di lite e di odio, proprio come nella vicenda della sua nascita e dei suoi ideatori. Chi non ha mai avuto brutte sorprese? Foto, stati, link, situazioni sentimentali che rovinano fidanzamenti o amicizie…. Si, perché una volta entrati nel meccanismo diventa difficile rinunciare a un tag o ad una amicizia per essere onesti e sinceri con altri! Facebook è diventato un fenomeno complesso, una droga per molti, forse proprio perché è più facile essere protagonisti e mettersi in gioco davanti ad uno schermo, sperando poi magari di trarne profitto anche nella vita reale, e nello stesso tempo la sua novità sta nel fatto che su questo social network non si inventano identità fittizie o fantasiose, ma i protagonisti siamo proprio noi, in una versione forse migliore di quella reale, immortalati solo in foto in cui siamo venuti bene o nei momenti felici della nostra vita.
Concludo dicendo che il merito di questo film e il motivo per cui ha avuto così successo penso sia proprio il fatto che metta in luce degli aspetti importanti e significativi della nostra vita, di come nel mondo in cui viviamo, fatto di sopraffazione, inganno e tornaconti personali, ma anche di attività e frenesia. Tutto si può fermare di fronte ad un computer e ad una pagina internet aperta sull’indirizzo www.facebook.com e di fronte alla possibilità di vivere una vita parallela dove belle foto, facce sorridenti, smile, link divertenti nascondono vere emozioni provate dietro lo schermo: ansia,delusione, attesa di un tag, di un messaggio di posta o di un’ amicizia da confermare, sentimenti talora coinvolgenti da cui non è immune nemmeno lo stesso fondatore (come è chiaro nel finale del film).
La pellicola è uscita da poche settimane in dvd! Buona visione!
Malvina Podestà – www.opennews.it
Non è a carico degli immigrati, come il nome potrebbe far supporre, ma si parla di una vera e propria clausula vessatoria per coloro che decidano di trascorrere le vacanze in una località turistica. Stiamo parlando della “tassa di soggiorno”, fortemente voluta dalla Lega di Umberto Bossi. La prevede il dlgs portato all’attenzione delle Camere dal Ministro per la Semplificazione Calderoli. Il suo incarico all’interno della compagine di Governo appare, è bizzarro, quantomeno in contrasto con la realtà della proposta, la quale rischia di creare notevoli problemi e disagi in un settore portante della nostra economia. 
Tanto per fare un paragone (estremo ovviamente) è come se si applicasse una tassa sulle esportazioni ad un Paese come la Cina. Ma cosa prevede esattamente? Prima di tutto l’imposizione è variabile e non costante: potrà andare da 0,50 centesimi a 5 euro, ma in molte città sono già stati fissati scaglioni precisi. La Capitale, ad esempio, vede fin dall’introduzione del “contributo”, 2 Euro a notte in bed and breakfast e per tutti gli alberghi fino a 3 stelle e 3 Euro per gli hotel a quattro e cinque stelle. Certo, tale situazione, non grava su tutte le città: il decreto, infatti, prevede che sia applicata la tassa solo ai capoluoghi di provincia, lasciando alle province la decisione per i comuni non capoluogo.
La domanda da porsi è una sola: perchè un tale provvedimento? Ebbene, l’obiettivo è quello di raccogliere risorse che permettano investimenti nel settore turistico, come sottolineato dal Decreto. Il problema, però, sta tutto in quante entrate si teme di mandare in fumo, ovvero il gioco vale davvero la candela? Già i turisti stranieri si lamentano ed è più che comprensibile: una famiglia con figli in età adolescenziale in un hotel a quattro o cinque stelle ormai spende circa 85 euro in più per soggiornare una settimana a Roma. Dato il difficile momento di crisi che costringe tutti a fare i conti alla fine del mese, non si può certo dire che il tempismo sia la qualità migliore del Ministro.
Un comunicato recentemente giunto alla redazione di OpenNews e firmato dal presidente della Federalberghi La Spezia, punta i riflettori anche sul disappunto della Federazione che il settore lo conosce alla perfezione e che “si è battuta duramente per contrastare l’adozione di questo provvedimento vessatorio sia per le imprese che per il turista che, con il suo soggiorno, aiuta a sviluppare l’economia e la produzione del territorio visitato”. Scorrendo il comunicato è possibile, anche, acquisire un dato citato troppo poco dai media: la Tassa in oggetto esisteva già ed è stata abolita nel lontano 1989. Non si può quindi affermare che abbia avuto un successo che l’ha portata a resistere attraverso i decenni!
La soluzione è già stata proposta da Federalberghi: applicare sgravi fiscali al fine di incentivare le imprese ad occupare dipendenti con progetti volti alla salvaguardia e allo sviluppo territoriale o artistico. La conclusione migliore al momento è utilizzare una recenta perla del Senatur: tassa di soggiorno, “fora da i ball”.
Francesca Larosa – www.opennews.it
13:47 | Incluso in
Economia |
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Come premessa ai contenuti che seguono,consiglio un’accurata lettura dell’articolo “La riforma della (in)giustizia” di Davide Granata,disponibile su questo sito.
Una volta trattati i singoli punti fondamentali che emergono dalle disposizioni di modifica,contenute nel testo in analisi (il disegno di legge costituzionale relativo alla riforma della giustizia),ritengo opportuno mettere in luce alcune interessanti peculiarità che lo caratterizzano sul piano generale. Sfogliando le pagine della storia che hanno assistito all’evolversi dell’ordinamento giuridico italiano e quindi della nostra società,possiamo riscoprire,non senza difficoltà,vicende ed esperienze che hanno avuto un particolare rilievo nella vita politico-istituzionale del nostro paese.Tra queste troviamo un fatto assai curioso che stimola,a mio avviso,una considerazione altrettanto singolare in merito all’argomento interessato: il fatto che il suddetto ddl costituzionale,ancora in cantiere,sembra riproporre fedelmente (almeno su alcuni tratti di rilievo) un Decreto Regio che risale al 1859,allorquando alla vigilia dell’unificazione nazionale e su iniziativa promossa dal Ministro di Grazia e Giustizia di allora Urbano Rattazzi,si andava a costituire la prima (assai criticata ed emendata) disciplina dell’italia unificata in materia di giustizia (rimasta in vigore anche dopo la proclamazione dell’Italia unita),meglio conosciuta in associazione,giustappunto, al Decreto Rattazzi sull’ordinamento giudiziario. I punti salienti di tale disposizione,rimasta per lo più invariata almeno nei primi vent’anni di Unità,presentano singolari fattezze,evidentemente apprezzate e ricercate anche ai giorni nostri.
Secondo tale legge,le carriere dei giudici “giudicanti” e di quelli “requirenti” erano infatti,separate e parallele e le possibilità di trasferimenti reciproci erano limitate ed eccezionali per i pubblici ministeri. Una realtà assai vicina alla prospettiva sostenuta dall’attuale governo di centro-destra e che sembra coincidere quasi perfettamente con le proposte di modifica oggi presentate all’Art 5 del ddl costituzionale,diretto a modificare l’art 104 della Costituzione con la seguente formula: « 104. I magistrati si distinguono in giudici e pubblici ministeri. La legge assicura la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. […]”»
Altro che somiglianza,questo è un vero e proprio déjà vu tutto italiano!
Inoltre,il governo di allora (mediante la figura del Ministro della Giustizia) esercitava forti pressioni in relazione alla selezione dei membri appartenenti alla magistratura requirente (i funzionari del pubblico ministero). Considerati i rappresentanti del potere esecutivo all’interno dell’autorità giudiziaria,essi erano posti sotto la direzione del Ministro,il quale aveva il compito di garantirne il buon operato,esercitando la funzione di ispettore e supervisore su questi e sull’intero sistema della giustizia. Pure qua troviamo alcune somiglianze con l’Art. 13 del ddl in questione,qui volto a sostituire l’art. 110 della Carta costituzionale con la scrittura seguente: « 110. Ferme le competenze dei Consigli superiori della magistratura giudicante e requirente, spettano al Ministro della giustizia la funzione ispettiva, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.»
“Historia magistra vitae est”,recita la celebre frase ciceroniana. Se è vera quest’ultima,è altrettanto vero il proverbiale detto “errare humanum est, perseverare autem diabolicum (est)”. Invece di innovare e migliorare la struttura organizzativa di un’istituzione così importante (la Magistratura) per lo Stato e per i c.d. “utilizzatori finali”,ovvero Noi tutti,i soggetti proponenti si mettono a sindacare sui modi possibili per frenare e scardinare un sistema giusto e razionale nel suo complesso (che però ha la sfortuna di essere un ostacolo ai danni del potere esecutivo),magari andando a “riesumare” qualche vecchio scheletro. Ecco che la soluzione del Ministro Alfano viene quasi spontanea: pare che sia stata fatta un’accurata rassegna dei siti che raccolgono tutti i regolamenti e le leggi promulgate dal periodo preunitario sino ad oggi; un’opera di rivisitazione dei manuali dei vecchi governi compiuta con l’intento di ripescare qualche idea “comoda” ed utile per risolvere le assai scomode “imperfezioni” del presente.
A prescindere da ciò che verrà stabilito e deciso nei prossimi mesi,risulta ragionevolmente impossibile non notare il particolarissimo modus operandi adottato dalla compagine governativa di oggi. Un modo davvero insolito di guardare avanti verso il futuro del paese: tuffarsi di testa nel passato, tornando indietro di oltre cento anni!
Damiano Conti – www.opennews.it -
Gli impegni Europei della Nazionale di Prandelli non fermano il lungo cammino della Serie B,giunto alla 33 giornata. Pur non presentando partite di cartello,la 12 di ritorno offre comunque le solite sorprese e soliti colpi di scena che fanno del campionato Cadetto uno dei tornei più interessanti.
Ad aprire le danze sono i due anticipi del Sabato: Ascoli-Torino e Padova-Atalanta.
Il Torino, fresco dell’esonero-lampo di Papadopulo e del ritorno in panchina di Lerda, con una prestazione esemplare cala il poker sulla ruota di Ascoli. E’ 0-4 il risultato finale; le reti portano la firma del capitano e bomber Rolando Bianchi (che grazie alla doppietta sale a quota 15), l’autogol di Faisca e di Antenucci. I granata, con una vittoria che mancava da 4 turni, raggiungono quota 44, mentre l’Ascoli non riesce a confermare la serie di riusltati utili che era riuscito ad inanellare in queste ultime giornate e resta a 35 punti, in una zona a dir poco difficile di classifica.
L’altro anticipo si conclude con il segno ‘X’.E’ 1 a 1 all’Euganeo tra Padova e Atalanta.Si ferma così il cammino della battistrada, fermata da un buon Padova,chiamato a fare necessariamente punti in chiave salvezza e a invertire il trend negativo di quest’ultimo periodo.A segno,per gli ospiti,va Ferreira Pinto dopo appena 3 minuti;i veneti trovano cosi il pareggio con il giovane El Shaarawy e il risultato non cambia più.Il Padova tocca i 41 punti,mentre l’Atalanta a 64 vede il vittorioso Siena sempre più vicino, distaccato di un solo punto.I giochi per il primato sono ancora tutti aperti!
Le partite della Domenica, seguendo l’ordine di classifica. Per il primato si rifà sotto il Siena, che approfittando del mezzo passo falso dell’Atalanta,coglie al volo l’occasione e si sbarazza del Sassuolo con un netto 4 a 0.La squadra di Conte parte sempre a mille,e dopo mezz’ora la doppietta di Calaiò taglia le gambe agli ospiti. Nella ripresa ci pensano Ferreira e Mastronunzio a chiudere i conti.Il Siena sale così a 63 mentre il Sassuolo,decimato dalle assenze, resta a quota 37,ancora invischiato nella zona pericolosa della classifica.
Nell’incontro delle 12:30 il Novara fa visita all’Albinoleffe. La squadra di Tesser,nonostante passi in vantaggio con il solito Gonzalez,viene prima raggiunta e poi superata da una doppietta di Bergamelli;chiude i conti Cocco che fa 3 a 1.Il Novara,che non vince dal 14 Febbraio, non è di certo la squadra del giorne d’andata;come per l’Atalanta, anche qui il Varese si porta ad un punto dai piemontesi ed insidia il 3 gradino di classifica.Buonissima prova invece per l’Albinoleffe di Mondonico che con 39 punti si toglie momentaneamente dalla zona-rossa anche se il cammino è ancora lungo e l’esperto allenatore sà che ci sarà da lottare fino in fondo.
Bellissima la gara del Franco Ossola di Varese! I padroni di casa ospitano un Vicenza cresciuto molto nelle ultime giornate e desideroso di inserirsi fino all’ultimo nella lotta playoff.Ne nasce quindi una partita giocata a viso aperto da entrambe le parti,anche se il risultato finale (1 a 0 per il Varese) non testimonia di certo le tante occasioni create. Decide il goal di Pesoli,con un colpo di testa su calcio d’angolo. Il Varese può quindi festeggiare e mangiare punti al Novara. Sono 54 i punti della squadra di Sannino. Il Vicenza(45 punti) torna a casa con una sconfitta, ma forte nel morale di aver disputasto un’ottima gara e di avere tutte le carte in regola per terminare questo campionato in crescendo.
Un risultato inspettato arriva da Grosseto. I padroni di casa infatti,dopo aver diretto il gioco per gli interi 90 minuti (sprecando minimo 5 chiare occasioni da goal) si vedono raggiungere nel finale da un bellissimo colpo di testa di Gasparetto,attaccante del Cittadella.Finisce così 1 a 1. Il Grosseto, vincendo,sarebbe entrato a pieno nella lotta playoff. Ora,con i suoi 44 punti, la zona nobile è un pò più lontana,anche se il gioco e i giocatori non mancano per raggiungere questo grande obiettivo. Al Cittadella,terz’ultimo in classifica con 36 punti,va riconosciuto il grande merito di averci creduto fino in fondo e di aver così trovato un punto vitale in chiave playout.
Altra “sorpresa” è quella che arriva dallo ‘Scida’ di Crotone,dove va in scena L’Empoli.I “pitagorici”,relegati nelle ultime posizioni di classifica, giocano molto meglio degli ospiti e trovano il vantaggio con Vinetot e il raddoppio con Djuric.Tuttavia Stovini riesce ad accorciare le distanze, anticipando il portiere con un bel colpo di testa.Nella ripresa è ancora Crotone,e ancora Djuric, che sfodera dal cilindro un colpo di alta scuola: stop spalle alla porta e rovesciata che si insacca sotto la traversa.C’è ancora tempo per il 3 a 2 di Mchedlidze,ma il risultato non cambia più. Il Crotone raggiunge i 37 punti che danno speranza e morale,mentre l’Empoli conferma di essere squadra poco temibile in trasferta, restando a 43 punti nella zona centrale della classifica.
Modena-Pescara è partita fra due compagini in zona di classifica abbastanza tranquilla.La differenza che determina il risultato finale la fà la maggior voglia di portare a casa l’intera posta in palio.Così al ‘Braglia’,è il Modena a strappare i tre punti e ad imporsi per 1 a 0.Match-winner è Greco, esperto attaccante dei canarini.L a squadra di Bergodi aggancia così il Pescara a 42 punti,ed insieme formano la coppia nell’esatto centro classifica.
Importante vittoria esterna per il Portogruaro a Piacenza,grazie alla quale lascia il penultimo posto in classifica e si rimette in corsa per uscire dalla zona playout.Il Piacenza,forte dei suoi 41 punti,affronta i veneti in totale emergenza titolari (in particolar modo si fa sentire l’assenza del bomber Cacia). Nonostante ciò,la prova degli emiliani è al di sotto della sufficienza,e il Portogruaro vince per 2 a 1 meritando ampiamente i 3 punti.
Infine,scontro da brividi al Nereo Rocco di Trieste dove la Triestina, fanalino di coda,ospita il Frosinone, penultimo in classifica e distante solo 3 lunghezze.Gli ospiti,grazie a Masucci e Sansone si portano sul doppio vantaggio,ma come si è già visto in questo campionato,la Triestina non è squadra dal poco carattere e nei 7 minuti finali riesce a raggiungere un’insperato pareggio,dopo aver fallito un calcio di rigore.Filkor prima e Taddei poi fanno terminare la gara sul 2 a 2, punto che non serve quasi nulla ad entrambe,se non a mantenere invariate le distanze.
Nel posticipo di lusso tra Reggina e Livorno il risultato finale è la sintesi di due squadre che si giocano molto e la paura di perdere prevale forse più della voglia di vincere. Al ‘Granillo’ termina infatti 1 a 1;in vantaggio vanno gli ospiti (goal di Dionisi),che con la “cura” Novellino stanno tenendo un roulino di marcia da vera big; il pareggio dei padroni di casa arriva nella ripresa con il solito Bonazzoli che fissa il punteggio di 1 a 1 il quale non verrà più alterata fino al termine.Restano invariate anche qui le distanze fra le due pretendenti:Reggina quinta a 48,Livorno sesto a 45 assieme al Vicenza.
Federico Ratti – www.opennews.it
21:22 | Incluso in
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“Profumi di Primavera”, è questo il tema del primo appuntamento del ciclo di concerti “Apertivi in Musica” proposto dalla società dei Concerti della Spezia, eppure piove. L’atmosfera che lentamente si viene combinando, tuttavia, è assolutamente armoniosa. L’evento prevede una combinazione unica nel suo genere: la musica classica si unisce alla migliore tradizione enogastronomica italiana.
“E’ la Seconda Edizione e la Società dei Concerti ha deciso di riproporla strutturando maggiormente l’offerta – dice Andrea Barizza, pianista del duo Barizza-Sommati, protagonista del concerto – riuscendo ad ottenere tre appuntamenti, anzichè due come l’anno 2010″. Di certo stiamo parlando di una formula innovativa, che invoglia anche i più pigri ad avvicinarsi ad un genere ancora troppo poco conosciuto. ”E’ indubbio l’aspetto interessante di una commistione tale – afferma anche il violinista Sommati. Si sta parlando di unire due arti come la cucina e la musica ed in quanto appassionato di entrambe, direi che sono nel posto giusto!”
Tralasciando per un attimo la formula scelta, che risulta vincente a detta dei partecipanti che affollano la sala congressi del Porto Lotti, è la musica a farla da padrona in un crescendo passionale. Domenico Sommati mantiene un suono “robusto” per tutta l’esibizione, ma è sicuramente l’ultima sonata a catturare il pubblico. La sua interpretazione di Robert Shumann è sostenuta da un Barizza in ottima forma. In particolare è il primo tempo ad emozionare “Mit leidenschaftlichem Ausdruck”, che tradotto significa appunto “con appassionata espressione”. Dopo un inizio moderato, con una sonata di Mozart in apertura ben eseguita ma non eccezionale, il duo ingrana la marcia già sulla seconda sonata; uno Shubert piacevole all’ascolto che termina con l’Allegro Vivace eseguito in modo coinvolgente. un tripudio di applausi, dunque, al termine del concerto. I due concertisti vengono invitati ad eseguire un bis e, non a caso, il tempo imputato è proprio il primo della sonata di Shumann.
Insomma, una musica classica svecchiata? L’età media in sala non è bassissima, ma è piacevole vedere come giovani e meno giovani si sentano a proprio agio seduti in un luogo di incantevole bellezza e a molti sconosciuto fino a quel momento. E’ lo stesso Barizza ad esprimersi in merito: “L’Italia risulta già più arretrata rispetto ad altri Paesi nell’insegnamento della disciplina musicale. Chi definisce la musica classica come antica, non la conosce davvero. Un evento del genere accomuna le generazioni ed è importante soprattutto per le “nuove leve”. I giovani, infatti, devono interessarsi al “bello” inteso come cultura e civiltà; tutta l’arte in generale rappresenta l’espressione più alta di un tale concetto.” Ciò che è certo è che la combinazione musica-cucina sembra essere vincente. L’aperitivo organizzato dall’Associazione culturale “Italianity”, creata al fine di salvaguardare l’enogastronomia e la biodiversità italiane. I sapori sono davvero primaverili e per la prima volta, nonostante le circa 300 persone presenti, ognuno è riuscito a servirsi almeno due volte! ”Le istituzioni ci sono state davvero di grande aiuto. La presenza del Prefetto e del Presidente del Tribunale, in primis, ci ha onorato; per l’organizzazione di “Profumi di Primavera” è doveroso ringraziare la Dott.ssa Barboni e il Direttore del Porto Lotti, Mario Parmeggiani. Anche per gli altri due appuntamenti vale il medesimo discorso. Basti pensare – dice sempre Barizza – alla Dott.ssa Alessi per il secondo evento o alla Dott.ssa Aloisini che ha fortemente sponsorizzato il terzo”.
Insomma, il ghiaccio sembra essere stato rotto. Unica nota dolente, se così si può dire, è stata la “disattenzione” di Porto Lotti che ha concesso il piano inferiore a quello del concerto ad una festa; risultato? Nelle pause di silenzio si poteva chiaramente ascoltare l’ultimo successo della Nannini. Dovrebbe, a parere assolutamente personale, essere riservata l’esclusività in occasione di eventi di cotale livello culturale.
OpenNews ha il grosso privilegio di poter partecipare all’evento in modo davvero esclusivo. Non resta che aspettare il prossimo: l’8 Maggio presso il Castello San Giorgio della Spezia. Stay Tuned!
Francesca Larosa – www.opennews.it
Non poche polemiche e non poche preoccupazioni percorrono tutto il mondo riguardo del nucleare. Molti si chiedono quali siano da un punto di vista medico gli effetti delle radiazioni o di qualsiasi materiale radioattivo sull’uomo e sui bambini. Il Professore Malcom Sperrin, medico, si apre in un’intervista rilasciata alla BBC sul caso Giappone.
Quali sono gli effetti immediati dopo l’esposizione alle radiazioni? Se un soggetto è stato esposto per ore a livelli moderati di radiazioni, i sintomi più frequenti sono febbre, vomito, mal di testa e disturbi intestinali molto forti. Invece, l’esposizione a radiazioni di livello più elevato può provocare i danni più vari, per esempio, danneggiare gli organi interni e quindi essere potenzialmente fatale.
Com’è curata la malattia derivante da radiazioni? La prima cosa più semplice da fare è evitare ulteriori contaminazioni, togliendosi immediatamente il primo strato di vestiti e poi lavare la pelle con acqua e sapone. Secondariamente, esistono farmaci che proteggono il midollo spinale da infezioni; dovute al deficit immunitario provocato dalle radiazioni e che limitano i danni agli organi interni.
Che impatto hanno le radiazioni sulla nostra salute? Le radiazioni hanno la capacità di danneggiare gli equilibri delle più piccole particelle del nostro corpo, per esempio, possono rompere i legami chimici tra atomi e molecole che costituiscono i nostri tessuti. Comunque, le parti più vulnerabili alle radiazioni sono: il midollo spinale e le pareti interne dell’intestino e dello stomaco. Ovviamente la gravità dei danni dipende dal tempo e dal livello di esposizione al materiale radioattivo.
Quali sono gli effetti irreversibili sulla nostra salute? Oltre al cancro, malattia più contratta dopo il contatto con materiale radioattivo, le radiazioni possono mutare il nostro materiale genetico. Quando si parla di mutazioni genetiche, si intende per esempio dimensioni alterate tra cervello e cranio, occhi poco sviluppati, crescita rallentata ed anche grossi problemi nell’apprendimento di cose elementari. Il vero problema è che in questo caso, essendo interessato il nostro patrimonio genetico, le generazioni future possono contrarre questi tipi di disagi. Specialmente i bambini sono a rischio, in quanto le loro cellule sono in via di sviluppo e quindi le possibilità che qualcosa vada “storto” sono maggiori.
Se comparassimo Chernobyl a Fukushima? Il professore Gerry Thomas, il quale si è occupato dello studio del caso di Chernobyl, non ritiene possibile una situazione di tale calibro per il Giappone. Nonostante ciò, la situazione è talmente instabile che sembra impossibile rassicurare fermamente le persone.
Martina Petacchi
18:06 | Incluso in
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È tornata nuovamente ed insistentemente sulla scena politica italiana la riforma della giustizia. È da anni che i governi presieduti da Berlusconi apportano modifiche al sistema giudiziario, modifiche consistite sinora però soltanto in provvedimenti con il fine di posticipare i procedimenti che vedevano Berlusconi imputato (vedi lodo Schifani, lodo Alfano e legittimo impedimento). Oltre a questi non si è visto altro degno di nota, concretamente realizzato. Perché se guardiamo soltanto agli annunci fatti negli ultimi anni, a quest’ora di riforme della giustizia dovrebbero essercene già tre o quattro tranquillamente. Ma erano solo annunci propagandistici, niente di più.
Adesso ritorna invece la famigerata riforma della giustizia, proposta dal ministro Alfano e approvata già dal Consiglio Ministri all’unanimità (che peraltro non è richiesta come condicio sine qua non, eppure c’è sempre unanimità, segnale di un governo compatto, sicuramente, ma anche segnale di un governo in cui uno decide e gli altri dicono solo Si).
Una nuova riforma della giustizia, nuova, si, perché quella “vecchia”, di ottobre 2010 già non va più bene, perché quella era stata ben preparata ma modificata dai “finiani”, ora sporchi traditori, vili oppositori, che parevano costituire soltanto un fardello per il governo (però alle elezioni 2008 i voti di Fini non han fatto schifo a nessuno, chissà perché) e che hanno imposto modifiche che avevano l’unico scopo di rovinare la riforma studiata nei minimi dettagli dal duo Alfano – Ghedini.
Cosa prevede però questa famigerata nuova riforma? Prevede, a titolo non esaustivo, la separazione delle carriere di giudici e pm, la divisione in due del Consiglio superiore della magistratura (Csm), il conferimento di maggiori poteri al Guardasigilli e la responsabilità civile dei magistrati. A prescindere dal contenuto di queste modifiche, contenuto che deve necessariamente essere valutato e lo sarà successivamente, sorge una semplice ragione di opportunità che deve essere posta subito in rilievo. Ossia, può trattarsi di una vera riforma della giustizia quando il Presidente del Consiglio è imputato in ben quattro procedimenti? Il quesito è molto semplice, ognuno quando riveste il ruolo di imputato può avere come unico obiettivo soltanto quello di concludere nel migliore dei modi il procedimento, ma nel migliore dei modi per lui, non certo per la giustizia in generale. Quindi, se l’interesse dell’imputato non va sempre (anzi, quasi mai) nella stessa direzione della giustizia, come può un soggetto imputato in quattro procedimenti occuparsi di una riforma della giustizia? E soprattutto, quanto questa riforma della giustizia potrà essere giusta?
A prescindere comunque da un soggettivo giudizio sul giusto o non giusto, sicuramente si può criticare l’inopportunità in quanto è sicuramente inopportuno che un Presidente del Consiglio imputato (seppur mai condannato) faccia approvare dal Governo che presiede una riforma della giustizia. Perché mai questa riforma potrebbe andare nel verso della vera giustizia, per ovvi interessi personali. Questo a prescindere da come finiranno questi procedimenti e a prescindere dall’innocenza o colpevolezza dell’imputato. Si tratta di una semplice ragione di opportunità politica, personale, di eleganza politica, di stile, tutte qualità che, probabilmente, mancano al Presidente del Consiglio. Pur essendo dunque, a parer di chi scrive, inopportuno tale comportamento da parte del Presidente del Consiglio in carica, è poi necessario valutare proprio queste modifiche che potranno essere apportate al sistema giudiziario italiano attuale. Iniziamo con la separazione delle carriere di giudici e pm con conseguente sdoppiamento del CSM e contestuale aumento dei poteri del Guardasigilli. In futuro sarà infatti necessario scegliere tra due professioni differenti: quella di giudice o quella di pm, senza più poter passare da una funzione all’altra. È quindi opportuno chiedersi a chi giova una modifica di questo tipo e soprattutto se ci sono rischi concreti per la giustizia. Ad esempio bisogna chiedersi se la separazione delle carriere possa indirettamente sottoporre i pubblici ministeri ad un più incisivo controllo da parte del governo ed, in proposito, vi sono almeno due segnali particolarmente preoccupanti. Il primo, nel testo del disegno di legge viene garantita l’autonomia e l’indipendenza dei giudici, quindi di una delle due categorie professionali. E i pm? Non saranno autonomi e indipendenti? Pare proprio di no, non lo saranno ed infatti viene anche previsto nella legge che il pubblico ministero, che attualmente è obbligato ad esercitare l’azione penale, in futuro dovrà esercitarla “secondo i criteri stabiliti dalla legge”. Quindi, venendo al dunque, a seguito di questa riforma vi sarà una legge, che verrà approvata dalla maggioranza politica, che deciderà quali sono i criteri che il pm deve seguire nell’esercizio dell’azione penale. Ragioniamo per assurdo. Se domani venisse approvata quella legge e venisse stabilito che “il pm dovrà esercitare l’azione penale dando l’assoluta priorità ai reati di furto, rapina, omicidio, violazione della disciplina dell’immigrazione ed estorsione” allora questi reati dovrebbero essere perseguiti con priorità, ed essendo statisticamente ben superiori ai reati di concussione e corruzione (reati tipici dei colletti bianchi), questi ultimi, i colletti bianchi, potranno dormire sonni tranquilli perché tanto il pm avrà così tanto lavoro da smaltire da non potersi occupare efficacemente di reati occulti quali quelli proprio dei colletti bianchi.
Per quanto riguarda invece la divisione in due del CSM, uno per la magistratura giudicante e una per quella inquirente, è necessario analizzare il rapporto costi benefici. Ammesso, e non concesso, che vi siano reali benefici, i costi sono senz’altro da considerare. E mantenere due organi uguali per le due categorie professionali aumenta notevolmente i costi del sistema giudiziario, già al collasso per carenza di fondi. Non pare quindi una mossa particolarmente azzeccata alla luce delle enormi difficoltà che pendono oggi sulla giustizia in Italia, quantomeno è indiscutibile che non si tratti di una priorità. Anche l’aumento dei poteri del Ministro della Giustizia convince evidentemente poco perché trattasi di un ruolo meramente politico e non tecnico (i ministri, come noto, non sono certo specializzati e nemmeno esperti della materia a cui vengono affidati: il ministro delle finanze non è quindi necessariamente un economista, così come il ministro dell’agricoltura non deve essere necessariamente laureato in agraria).
Aumentare dunque i poteri di una persona non competente nel settore, che cambia con il variare dei governi e delle legislature e soprattutto considerando l’attuale modo in cui vengono scelti i ministri negli ultimi governi c’è poco da stare allegri con un incremento di questi poteri.
Un giudizio che invece non può essere meramente negativo è quello relativo alla cosiddetta responsabilità civile per i magistrati. Trattasi ovviamente di una questione molto delicata, per la particolare funzione di questi e soprattutto per il ruolo che hanno nei confronti dello Stato. È fuor di dubbio che l’attuale potere disciplinare nei confronti dei magistrati sia insufficiente e questo non perché debba esserci necessariamente la volontà di punire i magistrati per chissà quali colpe commesse. Il punto fondamentale della questione è che anche i magistrati, come del resto tutti nel proprio lavoro, se sbagliano devono ammettere le proprie responsabilità e pagare per queste. Proprio come succede con chiunque nel mondo del lavoro. Non si può pensare debbano essere immuni perché magistrati, anzi, proprio perché magistrati devono poter essere giudicati come chiunque altro, anche nell’adempimento delle proprie funzioni.
La problematica sorge nel momento in cui si tratta di capire chi deve giudicare il comportamento dei magistrati e deciderne quindi la sanzione. È ovvio che per alcuni le colpe sono dei magistrati troppo solerti, che vogliono arrivare ad una sentenza nel più breve tempo possibile e non invece d quei magistrati che impiegano anni per depositare le motivazioni di una sentenza. Ecco, chi dovrà occuparsi di sanzionare i magistrati? Non più il Consiglio superiore della magistratura, ma un nuovo organo, la Corte di disciplina, organo composto, guarda un po’, da membri eletti in numero paritario dal Parlamento e dalla magistratura. Il CSM invece, che finora si occupa dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, è composto da soggetti nominati per 2/3 da magistrati e solo per 1/3 dal Parlamento. Non è quindi difficile capire la conseguenza della riforma: più potere alla politica e meno alla magistratura nel giudicare i magistrati e dunque i magistrati saranno più soggetti al potere politico di quanto lo sono ora. E questo non va certo nella direzione di una vera giustizia.
Ultima considerazione deve essere svolta per quanto riguarda la previsione nel disegno di legge costituzionale del divieto di appellare le sentenze di proscioglimento; per quelle di condanna invece l’appello è confermato, ovviamente. Cosa significa? Semplice, se io imputato vengo condannato in primo grado ho diritto a fare appello passando al secondo grado in cui un giudice diverso deciderà se sono colpevole o innocente. Se invece vengo assolto, basta, il processo finisce e non c’è il secondo grado perché il pm non può fare appello. Una modifica della legge attuale molto curiosa, già proposta in passato e sonoramente bocciata dalla Corte Costituzionale, chissà per quali astruse ragioni. Il secondo grado di giudizio costituisce proprio una forma di garanzia in quanto è possibile riformare la sentenza di primo grado, confermarla o modificarla completamente ma se l’obiettivo di questa riforma è porre sullo stesso piano accusa e difesa (principio giusto peraltro, in teoria) in questo caso la difesa è decisamente agevolata rispetto al pm, quindi altro che sullo stesso piano….
Traendo dunque qualche conclusione su questa nuova riforma della giustizia, non si può che esprimere un parere negativo, e non certo per criticare sempre e comunque ma perché non corrisponde ad alcuna delle reali priorità del sistema giudiziario attuale. Non si snelliscono i processi cancellandoli ma aumentando piuttosto il numero dei giudici in modo tale che possano essere trattate un maggior numero di cause. Però dicono che costerebbe troppo aumentare il numero dei giudici, e allora si fatica a capire la ragione di un doppio CSM, che verrebbe a costare ovviamente molto di più di quanto costa ora e per questo i soldi spuntano magicamente? Ecco, queste sono le perplessità naturali che nascono vedendo le possibili modifiche che il Governo ha in mente di fare alla giustizia. Le priorità sarebbero quelle di fare in modo che i processi durassero un tempo minore e quindi le parti lese e i danneggiati potessero ottenere giustizia in un tempo ragionevolmente rapido; non sono quindi priorità la cancellazione dei processi, lo sdoppiamento del CSM e la vociferata reintroduzione dell’immunità parlamentare, o meglio non sono priorità per la stragrande maggioranza degli italiani.
Se quindi venisse approvata una riforma della giustizia con le modifiche attuali non solo non si otterrebbe alcuna positiva riforma della giustizia e del sistema giudiziario ma anzi è ragionevole pensare che alla fine si possa avere soltanto un’Italia peggiore di quella attuale, probabilmente ancora più ingiusta.
Davide Granata – www.opennews.it
E’ un po’ strano che una sola persona sia riuscita a dar risalto a temi cosi scottanti che spesso, in molti, a partire da chi ci governa fino ad arrivare al semplice cittadino avente la sua quotidianità, per evitare “problemi”, tengono a ignorare o peggio ancora a non interessarsi.
Questo è l’aspetto che deve fare realmente timore a tutti noi: l’indifferenza, la volontà di lasciare le cose come stanno, lavandoci le mani dicendo “ma tanto sono tutti uguali, non cambierà mai niente”, oppure “io ho i miei problemi, non posso stare a pensare anche a quelli altrui”, dimenticandosi che questi sono problemi di tutti, non solo di alcuni. Proprio con questo sistema si alimenta la criminalità organizzata. Lasciando stare, non immischiandosi, o peggio ancora, convincersi che pagare il pizzo per garantirsi un diritto, sia meglio che reclamarlo senza chinare la testa davanti a nessuno perché è proprio, quando decidi di subire per ottenere qualcosa che ti spetterebbe per legge, che quel diritto, piano piano, lo perdi.
Cosi ci racconta Roberto Saviano, nel suo ultimo libro uscito da poche settimane nelle librerie italiane e non solo, dal titolo “Vieni Via con Me”, preso dall’omonima trasmissione ideata e condotta con Fabio Fazio che ha scatenato numerose polemiche, ma, al tempo stesso, riuscendo a stracciare, dal punto di vista degli ascolti (il tanto agognato “SHARE”), programmi come il grande fratello o le partite di Champions League. Roba da non credere.
Il libro si divide in otto storie, ognuna fatta di coraggio ma anche di semplicità. Quella semplicità che deve farci capire che qualsiasi persona, qualsiasi cittadino può fare qualcosa per cambiare davvero, il nostro paese, anche, come racconta l’autore stesso in uno dei capitoli, persone diversamente abili.
Siamo negli anni ’60. La storia è quella di un ragazzo bresciano, Giacomo Panizza, appassionato di tematiche sociali, che all’età di 23 anni decide di entrare in seminario per farsi prete. Il vescovo del suo territorio gli affida il compito di occuparsi delle persone disabili, o diversamente abili. Cosi don Giacomo viene a sapere di una comunità di persone diversamente abili che, a causa di svariati problemi, ha chiesto aiuto proprio a Brescia.
Questa comunità si trova in Calabria. “Non c’è problema, li spostiamo tutti a Brescia”, potrebbe pensare il lettore. Invece no. Don Giacomo decide di trasferirsi lui stesso in quella terra cosi meravigliosa, ma altrettanto complicata come la Calabria. Una migrazione al contrario: dal Nord al Sud.
Nonostante le mille difficoltà che si presentano subito i primi tempi della permanenza a Lamezia Terme (abitudini, dialetto completamente diverso da quello bresciano e aspetti logistici), il parroco decide di proseguire il suo compito, ovvero, quello di arrivare a trovare una sistemazione per la comunità che gli è stata affidata. Intanto, nel 1996 viene sequestrato un immobile del clan dei Torcasio, nel quale, a causa delle numerose guerre che avvengono con il clan rivale dei Giampà, nessuno vuole andare ad abitare. Nel 2002 dopo vari tentativi di assegnazione, il comune si rivolge a don Giacomo. Quest’ultimo accetta, sapendo comunque il rischio che correrà. Oggi don Giacomo vive ancora in quel casolare, dopo anni di minacce, rallentamenti per il restauro dell’edificio a causa delle influenze mafiose, attentati, e, l’esser costretto a vivere sotto scorta semplicemente per portare avanti la sua attività sociale, semplicemente per aver rifiutato di adeguarsi alle “regole” delle criminalità organizzate locali.
Un gruppo di persone diversamente abili che con la loro debolezza ribadiscono, con potenza e veemenza, la loro voglia di legalità.
Questo sprazzo di vita reale, deve essere un esempio per tutti. Fa capire che le persone devono ritrovare 2 concetti fondamentali in uno stato: cittadino e nazionalità; cittadino in quanto in possesso di diritti e doveri, e, nazionalità, in quanto appartenente ad una comunità avente in comune con altri individui, la lingua, la cultura, le tradizioni, la storia, la religione. Due aspetti temutissimi dalla criminalità organizzata, la quale, ripeto, basa, proprio sul loro progressivo annientamento la sua sopravvivenza.
Infine, non dimentichiamo il valore che può avere la comunicazione, la condivisione, la parola, come viene ribadito in una bellissima citazione nel retro copertina del libro: “Raccontare come stanno le cose vuol dire non subirle”.
Matteo Baroncini – www.opennews.it
Sarà aperta alla Casa del Cinema di Roma fino al 25 aprile “Viaggi in Italia 2.Set del cinema italiano 1960-1989”, una rassegna fotografica che rende testimonianza di quel particolare trentennio della storia italiana attraverso immagini rubate dagli attimi di pausa, di “backstage” di film italiani d’autore e popolari. Al centro di tutto le location: luoghi più o meno nascosti, sconosciuti, sperduti delle nostre regioni che sono tutte rappresentate in omaggio, proprio nell’anno del nostro centocinquantesimo, alla nostra bella terra oltre che alla tradizione del nostro cinema e ai suoi protagonisti.

"La Ragazza e il Generale"di Pasquale Festa Campanile-1967
La mostra era partita l’anno scorso con “Viaggi in Italia. Set del cinema italiano 1941-1959″, in cui si era data rilevanza al trentennio contemporaneo e conseguente alla Seconda Guerra Mondiale, e si completerà quest’anno con “Viaggi in Italia 3. Set del cinema italiano 1990-2010”, per arrivare fino ai giorni nostri.

Mastroianni e la Lisi in "Casanova"-1970
«Attraverso le foto di scena si documentano alcuni momenti significativi dell’Italia come le prime lotte operaie de “I compagni” (locations torinesi) o la Prima Guerra Mondiale di “Uomini contro” (scenari veneti) o ancora l’ascesa e la caduta del Fascismo di “Novecento“, nella Bassa parmense», spiega Antonio Maraldi, il curatore . Gli scatti presentati saranno 50, tutti in bianco e nero, provenienti dall’archivio del Centro Cinema di Cesena, tutti completi di didascalie e arricchiti di testimonianze quali quella di Monicelli.

Protagoniste saranno le strade ciottolate solitarie di piccoli paesini arroccati, gli alberi di campagna, i lampioni di cittadine marittime; saranno gli occhi chiusi di Vittorio Gassman, un gesto meccanico di un costumista o il volare via col vento di un fazzoletto a quadretti; saranno le perle dei nostri registi colte nei momenti più spontanei, più naturali; saranno Il sorpasso di Dino Risi, Vaghe Stelle dell’Orsa di Luchino Visconti, La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, Non ci resta che piangere di Benigni e Troisi, Uccellacci e Uccellini di Pasolini, solo per citare alcuni nomi.
Saranno i nostri migliori cavalli di battaglia.
Chiara Piotto
ps:sapreste indovinare che scena è quella della terza fotografia?