La violenza delle parole per una riflessione serale, in questo lunedì un po’ grigio, forse un po’ spento. Un riflessione firmata Lucrezia Arusa.
Uno spazzolino da denti, naturale. Ci cominci sempre la giornata. Poi vai in bagno, la moschetta sullo specchio che ti guarda. In ufficio t’accorgi che ti sei dimenticato di metterti i calzini. Ti scoccia ma poi pensi chi se ne frega.

Cosa si vuole comunicare, quando si scrive? Gli scrittori se ne vanno in giro e corrono sempre più veloce nella grande ruota dell’immaginazione, criceti. Ci corrono dentro, cercano, rufolano fra i pensieri, poi ti regalano pezzi sgualciti d’anima su pezzi sgualciti di foglio, di carta, di pagine, di libro. Quelli giovani ti dicono che non c’è tempo, i vecchi frignano perché per loro ce n’è ancora meno. Dimmi, Ugo, consiglieresti la vita del poeta? Dello SCRITTORE? Vale la pena di scrivere? Ugo, Genoveffo, Plauto, Stella (o Stellina), Agnese o Astolfa che tu sia: pensa a cos’è, sostanzialmente, uno SCRITTORE. Un piagnone, un frignone. Che scrive “ per non morire “. Ok, forse io sono uno di quelli, uno di quelli che ti dice che non c’è tempo, minchiate della serie “vivere non è necessario,scrivere sì”. Non è vero, le cose che scriviamo sono le stesse che viviamo, se non fossimo esseri umani, se non vivessimo in comunità, o più semplicemente se non vivessimo, non avremmo neanche più niente da scriverci. “Bisogna SCRIVERE perché altrimenti si muore”: semplicemente no. Com’è che sia, moriamo. Scriviamo per non accorgercene. Inchiostro Sedativo. Consiglieresti il lavoro di scrittore? Ascolta, va bene se intanto mi scrivo la lista della spesa? Sii paziente, prima o poi mi verrà in mente qualcosa di profondo, qualche perla da dirti. Un assaggio del mio artificioso interno. In questa lettera. Però se non vado a comprare del cibo morirò di fame.
Sganciano fregnacce sulla politica, sui fatti di cronaca, sull’aumento di quel prezzo e di quell’altro, e della moglie che russa e che si fa le tisane quando ha le sue cose. E tu te ne stai lì, con gli occhi ancora chiusi, ad assorbirti la loro logorroica presunzione, a respirare le loro arie da So Tutto Io. S’intende, sono PAZZI, sanno tutto loro più degli altri e più di te, mica sanno di sparare merda. Si gonfiano come polli in calore, s’accendono come semafori, le vene del collo gli esplodono, pompano male e mandano in TILT il cervello. Quindi eravamo, appunto, ai calzini. Ma mi serve del cibo, del cibo nutriente, mica cosacce inutili.
Il caviale mi fa schifo, ma lo compro uguale, di proposito.
pomodori
insalata
patate
latte
UOVA
Direi basta, ci siamo. A questo punto, mio caro lettore, non mi viene in mente niente altro da dirti. Chiunque tu sia, a qualunque sesso tu appartenga, qualunque lingua parli, saprai anche meglio di me quali sono i problemi che affliggono il mondo e l’umanità tutta. Poveri barboni, poveri cani, poveri bambini, poveri pazzi. Povera moschetta sullo specchio del bagno, a guardarmi. Questa lista rappresenta il mio dovuto contributo al mondo, la mia antica pregiata perla di saggezza. Mica si può sempre essere scrittori, soprattutto ora che ho fame. Consiglieresti la vita di scrittore?
Adesso, col tuo permesso, vado a farmela, la spesa.
Lucrezia Arusa – www.opennews.it
1:23:44. Sabato. È il 26 aprile 1986.
Il reattore 4 di una centrale elettronucleare esplode.
Nell’arco di poche decine di secondi, tonnellate di elementi radioattivi si riverseranno nell’atmosfera.
Il rilascio di radioattività sarà centinaia di volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki.
È la più grande catastrofe ecologica della storia dell’umanità.
Siamo a Chernobyl, in Ucraina.

Da allora stime dell’ordine di centinaia e centinaia di migliaia di morti sono state fatte senza mai giungere a una cifra precisa e certa; 3 le vittime dirette dell’esplosione, molte di più quelle di SAR,leucemie, tumori, malformazioni.
Subito il tentativo di cammuffare l’accaduto, poi i soccorsi maldestri, il desiderio di risolvere “nascondendo la polvere sotto al tappeto” fino alla costruzione di un “sarcofago” di cemento pesante e dalle molte e preoccupanti crepe.
Sono passati 25 anni eppure il sarcofago continua a deteriorarsi e a sprofondare e nessun progetto di una nuova copertura è ancora stato fatto partire, anche a causa del prezzo di 1 miliardo di euro per ora raggiunto solo per due terzi.
E proprio in occasione dei venticinque anni, una mostra fotografica si propone di riportare alla luce aspetti celati a lungo, scorci di un ambiente distrutto e abbandonato, radiato dalla vita. “Chernobyl la memoria dimenticata” è un reportage sul posto che riporta alla memoria il terribile incidente in tutta la sua attualità presentando il volto sfigurato delle città e dei villaggi evacuati per sempre. Un modo per conoscere con i propri occhi la realtà logorata di luoghi barricati dietro a cartelli che in cirillico avvertono “Pericolo di radiazioni- divieto di transito”. Parla la tristezza eloquente di un intonaco ammuffito che si stacca dalle pareti e ricade su dei vecchi poster di propaganda, la cieca ostinazione di chi ha deciso di tornare a vivere nella casa natale in quei posti dimenticati dall’uomo, la nostalgia infantile di una vecchia bambola persa nel fango. Questo è il passato che si comunica a un prossimo presente.
Alle fotografie si accompagnano anche delle poesie di Francesco Garbin e numerose testimonianze.
“ossa carne pelle
Sguardi sorrisi abbracci
Ferro pietra uranio.
Tutto si
Fonde.
Nocciolo.”
(F.Garbin)
La mostra resterà aperta dal 15 aprile al 1 maggio presso la Galleria Museale ex Forno Hoffman a Villaverla(VI) , con fotografie di Massimo Bordoni.
INFO: www.25chernobyl.com

Chiara Piotto
Famosa per la sua pendenza, la Torre sorveglia la città. Si staglia in Piazza dei Miracoli, uno dei migliori posto al mondo dove sedersi e restare li accoccolati. Quando si arriva a Pisa, la cosa più sconvolgente è l’età media. Studenti ovunque, in ogni dove! La presenza dell’ateneo è forte, come un odore che non va via. Il Lungarno è costellato dai suoi palazzi, affacciata sull’acqua grigiastra del fiume.
C’è una bella differenza tra gli itinerari turistici e quelli frequentati dagli abitanti. Scesi dal vagone del treno, ci si trova di fronte ad una stazione molto piccola, in proporzione alla città.
La prima tappa obbligata è Corso Italia, uno stradone che permette di raggiungere Ponte di Mezzo, e quindi l’Arno. I negozi dominano i due lati. Le dimensioni non sono comparabili a quelle di grosse città, ma sono assolutamente rispettabili. Dall’altro lato del fiume troverete Piazza Garibaldi, ritrovo di studenti e lavoratori nelle baldorie notturne. E’ Borgo Stretto, un altro salotto importante del nucleo urbano. I portici decorati lasciano estasiati, ma sorprende ancora di più l’apertura che la strada subisce. Si entra in Borgo Largo (chissà perchè?!). Fermatevi da “Salza” a prendere un caffè. Uno dei bar più antichi di Pisa, raffinato, ma soprattutto maestro del caffè! Tappa obbligata è Piazza dei Cavalieri, dominata dalla Scuola Normale, maestosa ed antica. Da qui non potete perdere “La casa della Panna”, in via dei Mille, stradina che parte proprio dalla Piazza. Fatevi tentare dalle oltre 40 cioccolate e dai caffè ultra particolari. Un consiglio? Caffè Penguin con panna! Vi serviranno solo dodici ore per smaltirlo, ma ne vale davvero la pena! Entrate nella chiesetta che si trova davanti “San Ranieri”, patrono di Pisa. Piccola e raccolta merita almeno uno sguardo. Da qui dirigetevi alla Torre e godetevi il sole sul prato verde della piazza. Mi raccomando!! Gli studenti non possono salire sulla torre! La leggenda vuole che chiunque lo faccia prima di essere diventato “dottore”, non riesca mai a laurearsi.
La sera è necessario buttarsi nel vociare. Agglomerati di persone animano le spallette e il fiume. Il freddo vi scoraggia? Andate in Piazza Cairoli. Troverete un posto davvero minuscolo dal nome “Lounge Bar”. Si bevono solo shots e potete chiederli anche in base alle bandiere mondiali. Consiglio? La bandiera russa scalda parecchio. Sarà una questione culturale? In una traversa di Borgo Stretto, esattamente Via Case Dipinte, potreste avere una folgorazione. L’”Orzo bruno”, la casa della birra pisana, vi accoglierà con incredibile armonia. I tavoli di legno ricreano uno spirito di casa. Chiedete una bevuta particolare. Potrete scegliere tra tre tipologie super originali, ma attenti alle dimensioni!
E’ un luogo di incontro, Pisa, e il vantaggio sta nello spazio limitato. Gorgoglia di vita e potenziale, solo grazie ai suoi studenti, ai giovani che apportano un contributo unico e irripetibile. Nessun luogo può essere così semplice da vivere e così odiato per il poco che offre nonostante la popolazione. Una cosa da fare assolutamente? Guardare sorgere il sole sul Lungarno. Il Palazzo Blu e gli altri edifici non faranno la spia ai genitori per l’orario indecente e voi avrete la possibilità di assistere ad un vero risveglio. Più di altre città vi sembrerà di essere tornati indietro nel tempo, in un’epoca ormai dimenticata.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Photo by Filippo Rocchi
“Ciò che è bello è allo stesso modo buono” sosteneva Platone. Secondo il filosofo una persona con gusto estetico spiccato era di conseguenza buona d’animo ma, riflettendo bene, anche gli alimenti sono toccati da questa legge. Lo dimostra il fatto che siamo inspiegabilmente portati a scegliere la mela rossa, lucida che apparentemente ha un bell’aspetto perché nel momento in cui la notiamo, immaginiamo già la sua bontà. Ma nello stesso modo in cui molte persone apparentemente affascinanti ci deludono, non dobbiamo cadere in tentazione ad alimenti perfetti a vedersi ed in questo caso, ce lo dimostra l’agricoltura biologica.
L’agricoltura biologica in Europa è stata regolamentata per la prima volta nel 1991, con il regolamento (CEE) numero 2092/91 relativo al metodo di produzione agricolo. Solo più tardi, nel 1999, è stato normato anche l’allevamento. Nel giugno 2007, viene introdotto il nuovo regolamento CE 834/2007 che cancella i precedenti ed introduce nuove norme relative ai prodotti biologici, sia di origine vegetale che animale, ed alla loro etichettatura.
Il metodo di coltivazione biologico rispetto a quello tradizionale è sicuramente più rispettoso nei confronti dell’ambiente e non è un fattore di poco conto, in quanto tutto il sistema di coltivazione si riversa sui prodotti. L’agricoltura biologica cerca di minimizzare l’utilizzo di sostanze chimiche sia per rendere più fertile il terreno e quindi accellerare i tempi di produzione, sia per la manutenzione dei prodotti. La fertilità del terreno viene salvaguardata mediante l’utilizzo di fertilizzanti organici, vengono applicate le rotazioni colturali e per la manutenzione delle piante sono consentiti solo preparati di origine vegetale, minerale o animale che non provengono da sintesi chimica; ma a volte non si può fare a meno di certi prodotti chimici considerati “tradizionali”. Per quanto riguarda l’allevamento sono bandite le tecniche di forzatura della crescita dell’animale, i mangimi provengono dall’agricoltura biologica ed in caso di malattia, si prediligono rimedi omeopatici rispetto a veri e propri medicinali che possono avere residui nel prodotto finale.
Oltre ad un metodo eticamente corretto di coltivazione, la scienza ha dimostrato come i prodotti siano di qualità migliore anche se non attirano immediatamente lo sguardo del compratore. Non si può parlare di un valore nutrizionale più alto rispetto ai prodotti coltivati tradizionalmente ma, è stato dimostrato che gli alimenti biologici sono privi di residui chimici di vario genere e le loro proprietà rimangono quelle naturali. Per esempio nel caso specifico della frutta biologica , è stato constatato che la polpa contiene meno acqua e più antiossidanti naturali come vitamina C, beta-carotene e polifenoli.
Le critiche però non mancano, soprattutto da parte dei consumatori, i quali contestano il loro prezzo di mercato ritenuto quasi insostenibile per il bilancio familiare. In effetti, queste voci non hanno del tutto torto, ma probabilmente il prezzo è così alto perché l’offerta supera di gran lunga la domanda della popolazione. Inoltre, i prodotti biologici sono strettamente legati alla stagione e questo scusciterebbe malcontento tra i consumatori che preferiscono variare non badando alla “stagionalità” del prodotto.
Comprare al supermercato non è poi così semplice come sembra! Ognuno sceglie non soltanto in base ai gusti, ma soprattutto in base alle proprie possibilità economiche in relazione al nucleo familiare (sempre che ce ne sia uno). Il punto è che mangiare sano non deve essere assolutamente un lusso! È confortante sapere che ci siano coltivatori che non distorgono le leggi della natura solo per tornaconto economico e che siano attenti anche alla salute del consumatore, ma il tutto rimane ancora ad un prezzo troppo caro; non trovate? Forse per la grande distribuzione anche l’etica del biologico ha un prezzo ma non si può certo colpevolizzare il cittadino “poco attento” a questa tematica in quanto deve fare i conti con la fine del mese.
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Martina Petacchi – www.opennews.it
Un brand giovane e fresco che appoggia associazioni di beneficenza.
Blomor è proprio questo, sostiene infatti “Un Sorriso Per Il Sudan” con la collezione limited edition “Panda Box”.
Ho avuto la fortuna di posare per la pubblicità della collezione P/E 2011 di questo marchio tutto Italiano e unendo l’utile al dilettevole posso dire di aver avuto a che fare con persone molto professionali e serie.
La mia è un ‘opinione piuttosto discordante da quello di altre fashion blogger che trattano solo l’Alta moda, così elitaria e ristretta e vi spiegherò il perchè.
Il creatore della Blomor è Mattia Mor, ex concorrente del Grande Fratello, che dentro la casa ha lasciato il segno scambiandosi effusioni con la bella Diletta. Ma Mattia oltre ad essere un bel ragazzo ha anche dimostrato di essere una volpe.
Indossando e lasciando in giro per la casa magliette firmate Blomor ha reso la marca riconoscibile ai più e appena uscito ha iniziato un percorso imprenditoriale che l’ha portato ad esporre i suo capi perfino al Pitti Immagine.
Blomor è magliette, felpe, pantaloni, shorts e molto altro, tutto caratterizzato da stampe colorate, ironiche ed accattivanti realizzate dall’eccellente designer Iucu.
La blomor è da qualche anno in prima linea per il sostegno a progetti benefici e come dicevo all’inizio quest’anno sostiene “un sorriso per il Sudan”, Onlus nata nel 1999 con scopi assistenziali, sociali e culturali in favore delle popolazioni in difficoltà dei Monti Nuba e della Diocesi di El Obeid in Sudan.
L’unione del Brand di Mor e di “un Sorriso per il Sudan” è nata per raccogliere i fondi necessari a permettere la costruzione di un nuovo reparto maternità e pediatria per il Centro Clinico Chirurgico a Gidel.
Il guadagno ottenuto con la vendita dei capi della limited edition “Panda Box”sarà infatti devoluto in favore di questo progetto.
La collezione speciale è composta da due felpe e due t-shirt su cui è stampato un panda, simbolo della precarietà e dell’impoverimento del nostro pianeta.
Ogni tanto qualcosa di buono esce persino dalla televisione spazzatura.


Valentina (Sheena) Leporati – www.opennews.it
19:54 | Incluso in
Moda |
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OpenNews torna ad occuparsi delle donne,affinchè ciò che è stato fatto non cada nel dimenticatoio. La new entry Valentina Trenta e la sua analisi in “rosa” è solo su www.opennews.it
Le donne dicono “Stop”. La maestosità e la spontaneità di queste manifestazioni, nella maggior parte delle piazze italiane, ha, in qualche modo spaventato.
Il principio basilare, per il quale, le donne sono scese in piazza è quello di rispettare la loro dignità.
La voglia e il desiderio di non rinunciare all’idea che ogni donna può ambire a ruoli chiave della società, senza scegliere, obbligatoriamente, di farlo con armi differenti dallo studio, dall’impegno, dal sacrificio, e dalla passione dei propri ideali.
Lo sbaglio più grande sarebbe stato quello di non contraddire mai, di farsi trascinare dalle onde del potere, di accondiscendere sempre.
È stata una protesta contro il maschilismo, non contro gli uomini in generale. Un modo di considerare la donna come oggetto, tipico di idee maschiliste e bigotte.
Diventare complici, di tali errori di valutazione, significherebbe lesionare se stesse.
La carriera professionale femminile, oggi, nella nostra penisola, sembra avere un’unica via d’uscita. Il corpo, in cambio di favori, nel campo del lavoro.
È stato un grido di allarme, esasperato, contro gli uomini, abituati a tali trattamenti, e alle stesse donne, che si rendono conniventi a questi compromessi.
In qualunque ambito attività o mestiere, tutti i soggetti, indipendentemente dal loro sesso, devono essere giudicati, e poi, nel caso, assunti, solo ed esclusivamente in base alle capacità che posseggono.
Un “No”, forte e chiaro, a chi opta per queste scorciatoie, a chi utilizza la bellezza come mezzo di scambio, a chi crede che studiare, impegnarsi, sia faticoso ed inutile. Non può, e non deve, passare il messaggio che impegno equivale a fallimento, e sfruttare il proprio corpo corrisponda al successo. Ma la dignità dov’è finita, in questo gioco di mercificazione?
È mai possibile, che ci troviamo di fronte ad una società, che predilige il corpo e non la mente, soprattutto, in quei campi, dove è più importante la capacità intellettuale, e non quella fisica? Sembra quasi che si voglia far passare, a tutti i costi, l’idea che se sei bella vali, e puoi ottenere qualunque cosa, mentre se non rispetti le misure corporee standard o non raggiungi l’altezza predefinita migliore, le porte del successo non si apriranno mai.
I sogni, le aspirazioni, i desideri, non possono passare attraverso una fantomatica risonanza magnetica, che sceglie e rifiuta, a suo piacimento.
Una ragazza, partecipante di una delle tante manifestazioni rosa, avvenute in molte città italiane, portava al collo un cartello con su scritto “ Non vendiamo il nostro corpo”.
È questo il messaggio chiave. È tutto circoscritto in questa frase. Le donne non ci stanno e l’hanno detto, a gran voce, e scritto, a chiare lettere.
Valentina Trenta – www.opennews.it
Esatto, non è un paradosso, bensì un dato di fatto. A più mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, a distanza di due decadi dalla caduta del blocco sovietico, la maggior parte di noi asserisce di vivere in un mondo in cui a prevalere è la pace, in cui l’armonia trascende le differenze, le distanze, le rivalità e quant’altro.
In realtà, la maggior parte di noi non sa osservare al di là delle propria mura domestiche e, sicuramente, non sa che sul mondo imperversa un uragano di proiettili e morte, di compromessi e sangue, di cui noi, dai nostri sofà, non percepiamo neppure gli spifferi.
Questo non è un grido allarmista, ma solamente la voce tenue dei fatti che di tanto in tanto riesce nel suo tentativo di emersione.
La verità è che il magico mondo dell’essere umano occidentale è troppo ricco di distrazioni perché i suoi attori possano accorgersi di ciò che accade al di fuori dei suoi confini.
Nessuno, o quasi, probabilmente sa che in Algeria sono in corso dal 2005 scontri armati tra l’esercito regolare e il gruppo islamico AQMI (al-Qaida nel Maghreb islamico) , o che in Angola (L’Angola è il più importante produttore di petrolio dell’Africa sub sahariana dopo la Nigeria) l’esercito è impegnato in un conflitto contro il Fronte di Liberazione di Cabinda ed il Fronte per la liberazione dell’Enclavedi Cabinda.
Possiamo proseguire la lista pressoché infinita di conflitti che coinvolgono, solo in africa, 17 stati e 46 tra milizie-guerriglieri e gruppi separatisti.
Sul territorio del Ciad si abbattono gli scontri tra Union of Resistance Forces ed esercito, così come in Costa d’Avorio a darsi battaglia sono l’esercito e le Forze Nuove.
In Eritrea l’esercito è impegnato in battaglia con Ogaden National Liberation, Oromo Liberationi Front(dal 1973), United Western Somali Liberation Front. In Nigeria, il Primo produttore di petrolio africano, gli attriti coinvolgono l’esercito, il movimento per l’emancipazione del delta del Niger(MeNd),la Forza volontaria popolare del delta del Niger(NDPVF) e dal 2002 il movimento Boko Haram .
Eppure la nostra società ci insegna che, ad oggi, le poche guerre di cui si hanno notizie sono combattute per portare pace in paesi di cui nemmeno sappiamo scrivere o pronunciare il nome.
Sembra che delle sorti della Culla della vita non interessi più a nessuno dai tempi della decolonizzazione ed è curioso constatare come i mass media abbiano la facoltà di decidere quali informazioni debbano pervenire all’utente e cosa si possa omettere.
Un tale di nome Albert Enstein disse: “Siamo tutti molto ignoranti, ma non tutti ignoriamo le solite cose.” E la colpa è di chi?
Oggi le informazioni possono fluire libere sul web ed è nostro dovere approfittare di questa opportunità prima che, per colpa l’indifferenza ci porti lontano dalla verità e dalle problematiche reali di un mondo che ancora combatte per trovare la sua identità geografica, politica, economica, sociale e culturale.
Leonardo Pierri – www.opennews.it
Ha inizio oggi, grazie alla gentile disponibilità della Direttrice Francesca Larosa e dello staff di Open News, la rubrica, Calciatori: coraggio, altruismo e fantasia, il cui titolo è ispirato ad una celebre canzone di Francesco De Gregori: la leva calcistica della classe ‘68. Con questo appuntamento settimanale, che replicherà ogni venerdì, cercherò di raccontare delle monografie su alcuni dei personaggi più controversi del calcio internazionale, mettendo in luce quegli aspetti di motivazione ed esperienze pregresse che hanno dato un’impronta personale ed originale alla carriera dell’atleta.
Questa è una storia che vede il suo inizio nelle baraccopoli brasiliane di Rio de Janeiro, meglio conosciute come favelas, dove povertà e miseria regnano indisturbate nella vita di tutti i giorni. È qui che il degrado sociale favorisce l’insediamento di attività criminali e sparatorie tra gang. Diventare grandi, in queste abitazioni arroccate in maniera disordinata sui fianchi delle colline, rappresenta spesso una fatica insormontabile per ogni adolescente carioca. Violenze, disagi familiari e droga, influenzano in modo negativo le aspettative per il futuro. Allo stesso tempo può capitare, che aggirandosi tra i vicoli della periferia di Rio, si respiri convivialità, contentezza e un forte senso di legame con la comunità. È nella comunità che il popolo delle favelas cerca di nascondere gli squarci della povertà. In questo contesto buio ma gioioso nasce, il 17 febbraio del 1982 Adriano Leite Ribeiro, noto semplicemente come Adriano. Per lui la situazione è insolita, si profila un futuro diverso, apparentemente più felice. Il brasiliano è considerato infatti un predestinato del calcio che in questi posti aiuta a ritrovare la normalità, il sorriso e la spensieratezza. Fisico poderoso unito ad un tiro estremamente potente e un controllo di palla incantevole: sono queste le caratteristiche di Adriano, un giocatore con i piedi da brasiliano ma con un fisico da nordico. La trafila giovanile nel Flamengo, culmina nel 2000 con l’esordio nella massima serie brasiliana , nella gara contro il San Paolo dove il giovane Adriano realizza una doppietta decisiva per il 5-2 finale.
Le doti del centravanti non passano inosservate ai club del vecchio continente, sempre a caccia di giovani sudamericani (se possibile sprovvisti di saudade) da rivendere poi a peso d’oro. L’Inter del petroliere Moratti si assicura le sue prodezze, con una trattativa che vede il rimpatrio al Flamengo di un deludente Vampeta e l’approdo in casa nerazzurra dell’ex favelados carioca. In una serata afosa dell’estate del 2001, è di scena una gara amichevole al Santiago Bernabeu tra Inter e Real Madrid, due colossi del calcio internazionale. Seppur priva di una posta ufficiale in palio, la partita si gioca su ritmi elevati e ripartenze spettacolari. Ma al minuto 88 della ripresa, su indicazione del tecnico nerazzurro Hector Cooper, Adriano si fa prepotentemente notare dalla grande platea di sportivi, con una violenta bordata da limite dell’aerea che termina alle spalle di uno sbigottito Casillas. Quella rete però, non è il preludio ad una stagione esaltante. Hector Cooper, soprannominato “hombre vertical” (traducibile come uomo tutto d’un pezzo) per la tenacia e ruvidezza del suo carattere, considera il giovane la sesta punta della squadra. Tanto che a gennaio, su indicazione del tecnico, la dirigenza nerazzurra lo spedisce alla Fiorentina, dove si esprime con una maggiore continuità.
L’anno dopo Adriano finisce al Parma. È proprio la città ducale che consacra il giovane carioca come uno dei calciatori più forti del panorama calcistico internazionale. Due stagioni fatte di gol, assist e prodezze, che palesano in modo indiscutibile quale sia tutto il suo repertorio e convincono, allo stesso tempo, il Ct della Nazionale verde-oro Perreira a lanciarlo nella Confederation Cup nel 2003, in cui fa coppia in avanti con Ronaldinho. Moratti capisce subito di aver commesso un grave errore e, nel gennaio 2004, acquista l’altra metà del cartellino, per una cifra che si aggira intorno ai 15 milioni di euro. Nella metà della stagione che disputa con i nerazzurri, colleziona 16 presenze impreziosite da 8 reti; in seguito con l’Inter Adriano continua a stupire per classe e potenza, realizzando 28 gol stagionali tra Campionato, Coppa Italia e Champions. Anche in Nazionale conferma le sue qualità da fuoriclasse, portando i verde-oro alla conquista prima della Copa America e poi, nel 2005, della Confederation Cup, in cui viene eletto miglior giocatore del torneo. Adriano è ormai uno dei giocatori più forti al mondo e viene soprannominato autoritariamente “Imperatore”, segno della sua forza devastante nel rettangolo del gioco. Nel 2005 con la memorabile doppietta nel derby della Madonnina la sua favola continua.
Poi, all’improvviso, s’inceppa qualcosa e saranno i numeri a dimostrarlo: nel girone di ritorno segna una sola rete in campionato. Nella stagione successiva, il giocatore non riesce ad ottenere una discreta forma fisica, non vede più la porta, motivo per cui la società lo spedisce in Brasile per un recupero psico-fisico. Torna al gol dopo quasi nove mesi di digiuno, contro l’Atalanta, ma le sue prestazioni restano deludenti fino alla conclusione del torneo, chiuso con sole cinque marcature. L’anno dopo si acuisce la crisi con il tecnico Mancini e la società in accordo con il suo procuratore lo manda in Sud-America per seguire un programma di recupero. Si parla di una forma fisica da migliorare, solo più tardi si verrà a conoscenza della cruda realtà – la dipendenza dall’alcool. Le debolezze caratteriali dell’Imperatore scalfiscono lentamente la sua forza agonistica. Storica la dichiarazione di Mancini: “Adriano deve comportarsi come un professionista di calcio”. Dicembre 2008, Moratti lo manda in prestito al San Paolo per sei mesi. L’aria di casa giova alla punta brasiliana che riprende a segnare con una certa regolarità. Al suo ritorno in Italia, nonostante la partenza sprint con due gol in Champions e l’ottimo rapporto con Mourinho, i problemi per il brasiliano sembrano non finire mai. Tutto succede durante la sosta natalizia: il 3 gennaio c’è un nuovo faccia a faccia con l’allenatore che gli rimprovera il continuo ritardo agli allenamenti. Sembra tutto rientrato ma ad aprile il giocatore, dopo una convocazione in Brasile, non fa rientro in Italia. Alcuni giorni dopo, le sue confessioni rimarcano le fragilità dell’uomo prima che del calciatore: “Per ora smetto, ho perso la felicità di giocare. Non so ancora se starò per uno, due o tre mesi senza farlo. Ho intenzione di ripensare alla mia carriera”.
Adriano torna a giocare con la maglia del Flamengo a fine maggio, e tra alti e bassi diventa il protagonista indiscusso della fantastica rimonta dei rossoneri nella Brasileirao, tanto che chiude il torneo con 19 reti. Ma il “suo” Brasile, se da un lato tende a preservare le sue insicurezze, dall’altro sa essere anche crudele. Girano voci che vedono il carioca intrattenere delle pericolose amicizie con clan mafiosi, presenziare festini proibitivi e maltrattare la sua compagna. Di certo i suoi comportamenti viziosi hanno favorito la sua esclusione dagli ultimi campionati del mondo.
Ora è ritornato in Italia, precisamente a Roma, sponda giallorossa. È stato accolto ad inizio estate come un vero Imperatore che però sta tradendo (complici infortuni e soliti ritardi) le attese della dirigenza e dei tifosi. Le sue ultime scorribande, fuori dall’Italia, hanno infastidito non poco la società . La città eterna può rappresentare per Adriano la grande occasione: se non Roma quale altra location potrebbe permettere all’Imperatore venuto dalle favelas di riscattarsi ed impugnare nuovamente lo scettro? Non basteranno però le giocate. Dovrà ritrovare l’allegria, quell’allegria dal sapore raro che si avverte tra i vicoli di Rio de Janeiro lacerati dalla miseria.
Gabriele Scamardì – www.opennews.it
00:48 | Incluso in
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Tunisia, Algeria, Egitto, ora Libia, i governi non reggono la rivolta popolare, i dittatori devono arrendersi di fronte alla rivolta del popolo, alla rivolta delle piazze.
Ben Alì, Mubarak, Bouteflika, adesso anche Gheddafi, i violenti e sanguinari dittatori che per decenni hanno comandato i propri Paesi invece che governarli, d’un tratto si manifestano più deboli di quanto potessero credere e ciò perché quando un popolo, tutto un popolo si ribella al potente di turno, non c’è governo, non c’è potere, non c’è prepotenza governativa che possa reggere.
Nonostante ora Gheddafi voglia respingere, così come hanno fatto i suoi colleghi precedentemente, la rivolta di piazza con la forza, con i carri armati, con i soldati, l’unità di un popolo sarà sempre più forte di un dittatore che per governare deve imporre la sua forza, il suo potere e lo fa con una violenza inaudita.

Eppure popoli che fino a qualche giorno fa erano vittime di crudeli dittatori, improvvisamente hanno deciso di ribellarsi, di non restare soggiogati e di non subire passivamente le condotte antidemocratiche dei propri presidenti “a vita”. La disoccupazione, a livelli esageratamente alti, la difficoltà a sopravvivere, anche a causa dell’impennata dei beni di prima necessità, hanno spinto la gente a ribellarsi di fronte a tali ed evidenti ingiustizie. Quando è messa in pericolo la vita delle persone in modo così violento, non vi sono divisioni interne al popolo stesso che possano reggere.
Se tutti vanno nella stessa strada, per lo stesso obiettivo, per la propria libertà, per le libertà dei figli, per la libertà del Paese in cui sono nati e in cui avrebbero magari voluto morire, allora il dittatore di turno, dopo aver provato a sedare la rivolta con la forza e la violenza deve immancabilmente arrendersi ed eventualmente fuggire altrove, lasciando il governo nelle mani del popolo, circostanza che costituisce la base di ogni forma di democrazia.
Dovrà poi essere quel popolo stesso a non sprecare tutto ma decidere, con libere elezioni, in un clima di pace, chi deve rivestire la carica di presidente, con però attorno a costui un nucleo di altre persone, un parlamento, un organo che sia in grado di controllarne gli eventuali errori e porvi rimedio. Quello che mancava era proprio la possibilità di controllare il presidente e di punirlo democraticamente e quindi alle elezioni, se non si comportava nel modo promesso. Il dittatore non teme il popolo proprio perché nessuno può farlo cadere, proprio perché non governa ma comanda. Le rivolte del Nord Africa devono obbligatoriamente far riflettere anche l’Europa in quanto dimostrano come un popolo unito sia più forte di tutto, come ci sia la possibilità di ribellarsi, come non si debba subire passivamente la condotta del presidente di turno.
L’Italia non può certamente essere paragonata ai Paesi del Nord Africa, questo è logico nonostante alcuni già abbiano provato a paragonare due entità piuttosto differenti. Ma può dare una grande lezione anche agli italiani, la dimostrazione che gli italiani per poter far sentire la propria voce in modo deciso devono innanzitutto sentirsi un popolo, unito, tralasciando le inesistenti divisioni politiche, inculcate da una squallida politica e dai suoi terrificanti giochi di potere. Finché la politica e i politici riusciranno a far pensare agli italiani che gli uni sono diversi dagli altri non vi sarà mai un popolo unito. Eppure un popolo unito è l’unica possibilità di riscatto di una nazione, perché se si ribella solo una parte del popolo quella sarà sempre vista come la parte antagonista, come chi “vuole fare casino”, come i disturbatori. Non sarà mai presa sul serio quella rivolta perché considerata faziosa, di parte.

Gli africani sono arrivati a tali ribellioni quando è stata messa in pericolo la loro sopravvivenza, il loro futuro (non la libertà, quella era già ampiamente in pericolo da troppo tempo); in Italia probabilmente non succederà mai una rivolta del genere innanzitutto perché gli italiani non sono un popolo unito quanto dovrebbe, perché è ancora troppo influenzabile da quel che viene loro detto dal politico di turno. Eppure anche in Italia ci sarebbe probabilmente bisogno di una rivolta, una rivolta per riacquistare la dignità. Rivolta perché gli italiani possano tornare a sentirsi un popolo, a sentirsi orgogliosi di essere un popolo, superando inutili ed inesistenti divisioni politiche, senza nascondersi dietro vessilli di partito. Solo così la politica non potrebbe più nascondersi, dovrebbe presentarsi agli italiani così come è e verrebbe sonoramente bocciata dagli italiani, ma per succedere ciò è necessario che prima gli italiani tornino a sentirsi un popolo, uniti gli uni con gli altri.
E chissà che nell’anno dei 150 anni dell’Unità di Italia ciò non possa accadere davvero.
Davide Granata – www.opennews.it
La seconda città più grande della Nuova Zelanda, Christchurch, è stata colpita da un sisma molto violento. Il fatto è accaduto alle ore 12:51 ora locale (00:51 in Italia), colpendo la parte sud dell’isola che aveva già visto un attacco di magnitudo di 7.1 gradi nel settembre scorso.

Questa volta la scossa è stata stimata di 6.3 gradi ma si è rivelata ben più distruttiva. Più precisamente, l’epicentro del sisma è stato rilevato a 5 chilometri dalla città e soprattutto a soli 4 chilometri di profondità, ragione per cui la scossa è stata molto più potente. Inoltre, secondo l’istituto di geofisica americano (USGS) il sisma sarebbe stato seguito da altre scosse di assestamento. I geologi italiani hanno scoperto la causa del sisma che sembrerebbe derivare dall’attivazione di una faglia sconosciuta sino ad ora.
Il sindaco di Christchurch, Bob Parker, ha dichiarato lo stato d’emergenza ed ha provveduto a far chiudere gli accessi al centro città ed ha bloccato tempestivamente l’aeroporto. La situazione sembra essere disastrosa in quanto oltre alla presenza di edifici crollati, le linee telefoniche sono state interrotte, le tubature scoppiate, le macchine sepolte dalle macerie e le strade
completamente allagate. Si sono sbriciolati diversi edifici antichi in muratura di circa due o tre piani, ma sono anche crollate totalmente o parzialmente strutture più recenti in cemento armato. Persino la cattedrale della città situata nel cuore di Christchurch, riporta danni ingenti: la torre ed il tetto risultano essere crollati.
Mentre le squadre di soccorso cercano senza sosta i dispersi e gli abitanti ancora sotto le macerie, si stimano in un bilancio provvisorio 65 morti ed oltre 100 feriti. La Farnesina si è attivata attraverso l’ambasciata di Wellington nella ricerca degli italiani, qualche centinaia, residenti nell’area interessata ed al momento tutti i contatti effettuati con i nostri connazionali hanno avuto esito positivo.
Martina Petacchi – www.opennews.it