Archivio per: giugno, 2010

Provare per credere: il valore dell’esperienza diretta

La cooperazione, termine sfruttatissimo negli ambiti più diversi. Molte le ipocrisie che cela, come un velo sottile, ma potente. Cosa significa davvero?
Dalla definizione classica è rilevabile un’idea di fondo: lavorare insieme, unire le proprie forze in forza di uno scopo comune. La comunione è il concetto primario.

Nell’ambito internazionale la sua importanza è indiscussa. In seguito al processo di globalizzazione si è cominciata a sentire in modo forte e preponderante la necessità di unire ciò che prima era stato diviso in modo forzato. Il processo di colonizzazione ne è l’esempio più eclatante: aveva dato vita ad una sorta di scala gerarchica tra Paesi: Primo Mondo, Terzo Mondo….
In verità l’avvio della cooperazione negli anni ’70-’80 in Italia non si scostava molto da questa idea. E’ importante cercare di capire quanto negli operatori umanitari permanga la mentalità dei colonizzatori: “Andiamo ad insegnare agli Africani a costruire pozzi” è una tipica frase che nasconde una consapevolezza di superiorità che almeno a parole dovrebbe essere stata sconfitta.
E’ questo l’atteggiamento errato, questo modo di fare che dà vita a forme di assistenzialismo più o meno marcate e che hanno come unico scopo quello di considerarsi a posto con la propria coscienza.

La nostra fortuna, in quanto Paesi che hanno saputo o hanno avuto il privilegio di sfruttare le risorse che gli sono state concesse, deve essere una grande forma di ricchezza. Prendendo alla lettera la parabola dei talenti, chiunque, anche l’individuo più razzista, è in grado di capire quanto sia giusto venire in aiuto di popoli schiacciati per secoli, decenni dalla miseria. Consapevoli della diversità tra culture e del comune denominatore che ci lega in quanto uomini dotati di intelligenza e senso pratico, dobbiamo percepire la cooperazione come uno strumento potentissimo di trasferimento di conoscenze. E’ solo poi grazie alla creatività personale che sarà possibile dare a vita a qualcosa di completamente originale e funzionale.

Desidero, a questo proposito, portare un’esperienza personale che meglio di tutte può descrivere questo concetto. Nell’anno 2008 ho avuto il grande onore e piacere di visitare e lavorare per un mese in un piccolo progetto di educazione e animazione per bambini di strada a Villa El Salvador, periferia sud di Lima, Perù.
Inizialmente spiazzata dalla situazione che mi sono trovata a fronteggiare e scioccata dalla scarsissima attenzione dei Paesi Occidentali verso un mondo che soffre, ma che lavora ogni giorno, con tenacia, per fronteggiare le necessità base della popolazione, ho cominciato la mia attività dipingendo un murale con bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni. Sarebbe sbagliato definirla un’attività priva di senso. Per alcuni versi, le attività pratiche rappresentano il livello più vero della cooperazione. Non solo, infatti la mente, ma anche la propria fisicità viene messa al servizio di un obbiettivo comune.

I “ninos” con i quali sono entrata in contatto i primi giorni hanno non solo potuto apprendere divertendosi, ma mi hanno reso molto consapevole circa il loro modo di vedere la realtà.
La scuola, gli insegnanti, i libri, i quaderni sono per loro l’unico modo di sentirsi veramente liberi, di mettere a frutto il proprio ingegno e dimostrare che non importa dove si è nati, ma ciò che si fa per migliorare la propria esistenza e quella delle persone care.
E’ con queste convinzioni che sono riuscita, in seguito, a realizzare qualcosa di importante.

Il senso della cooperazione viene dal basso, dalla gente, non dagli organismi sovranazionali. E’ il contatto umano il motore di tutto. Senza questo enorme e fondamentale tassello, senza l’esperienza sul campo necessaria per conoscere le esigenze delle persone, è impossibile costruire qualsiasi cosa.
E’ impossibile dare vita ad un racconto senza conoscere l’alfabeto.
Spesso il fallimento di progetti di grandissima rilevanza e interesse è dovuto proprio all’indisponibilità, da parte degli operatori umanitari, a mettersi veramente in gioco.
Certo, i libri, le conferenze e gli studi descrivono una realtà che sarebbe altrimenti difficile da codificare. La preparazione nel proprio Paese d’origine costituisce una fonte indispensabile, ma partire e vivere a contatto con la gente locale anche per periodi brevi è un’esperienza di grandissima formazione. E’ possibile riscoprire valori ormai perduti nella nostra società: c’è un tempo per tutto, non si bruciano le tappe in forza di una competitività dilagante; il sorriso è l’arma più efficace contro la povertà dell’anima. Ognuno di questi bambini ringrazia per ogni cosa che gli viene concessa, rende omaggio per ogni conoscenza in più che acquisisce. E’ un valore immenso che purtroppo abbiamo perso.

L’idea base, quindi, è sempre quella di vedere con i propri occhi le realtà che si intendono aiutare e stimolare in qualche modo. Fare come San Tommaso in questo caso può rivelarsi molto efficace; un grande investimento a lungo termine.
E’ chiaro che non tutti coloro che si occupano di cooperazione possono davvero fare delle esperienze dirette, però è importante che l’intelligence di progetti validi si renda conto e sperimenti sulla propria pelle che una cosa è stare seduti alla scrivania e prendere decisioni (che magari muovono anche ingenti capitali) e un’altra è conoscere profondamente la realtà di un Paese.
Non tutto si impara sui libri.

Francesca Larosa (FruFFri) – OpenNews.it
In collaborazione con il progetto umanitario Hope.

flaros@live.it

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