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Lo spuntino fotografico16- gummy bears

Dannazione. Allora il cambiamento climatico sta davvero causando l’abbassamento del livello del mare.

 

Nel caso la pioggia battente d’aprile avesse ispirato anche voi, ma il terrore di essere banali avesse sbriciolato lo spirito d’iniziativa, Alex Prager.

 

“..E dopo la morte, è ancora possibile fare la doccia?” (W.Allen-Senza piume)

 

Chiara Piotto

Il lavoro ai tempi di Fornero

Alla fine il mese di marzo è giunto al termine, e con esso il negoziato per la riforma del mercato del lavoro, dopo otto settimane di incontri, aperture, polemiche, minacce di rottura e tentativi di ricucitura. Archiviato il drammatico round di martedì 20 marzo sulla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che pareva aver ridotto al lumicino le possibilità di un accordo tra il governo e tutte le parti sociali a causa della netta opposizione della Cgil, si è finalmente giunti alla presentazione del ddl. Il timore di dover assistere ad una battaglia parlamentare senza esclusione di colpi destinata a stravolgere l’impianto della riforma è stato allontanato grazie al successo del vertice di mercoledì scorso tra Monti e i leader della maggioranza, che dovrebbe garantire il transito relativamente rapido della legge nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Rispetto alla bozza iniziale sono state dunque recepite le richieste di Pd e sindacati in tema di reintegro per i licenziamenti economici, senza peraltro grosse contropartite per le imprese. La presidente uscente Emma Marcegaglia, a cui è stato evidentemente tolto l’osso di bocca, non ha apprezzato, manifestando forte contrarietà insieme all’auspicio di modifiche in Parlamento, anche se proprio lei poche settimane fa aveva incoraggiato il governo a non piegarsi ai veti di parte. E’ stata presa in parola.

 

Limitazione e disincentivi ai contratti atipici, razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, aumento della flessibilità in uscita. Questi, in estrema sintesi, sono i punti della riforma più temuta del governo Monti, che, pur tra molte innovazioni positive, andrà a intaccare forse il bene più prezioso degli italiani, la sicurezza del posto di lavoro e della retribuzione. Per chi le ha, ovviamente. Se il nodo licenziamenti è apparso a lungo inestricabile, non si può dire che sugli altri punti si sia filati via lisci, per i molteplici dubbi espressi ora da un’organizzazione, ora da un’altra. Certamente lo stile accademico e la scarsa attitudine negoziale dimostrata da Elsa Fornero nei primi incontri non hanno facilitato la trattativa con attori, quali sono sindacati e organizzazioni imprenditoriali, non abituati ad interloquire con ministri non “politici” e poco propensi ad accettare una riforma organica tesa a mettere in discussione posizioni di forza e potere consolidate da tempo. Perché tale è il progetto messo in cantiere in queste settimane dal governo, di gran lunga il più ambizioso degli ultimi trent’anni.

Il tema dei contratti atipici era da anni oggetto di richieste di modifiche da parte di sindacati e partiti politici di sinistra, ma fino ad ora, al di là di timide correzioni apportate dal governo Prodi nel 2007, la disciplina era rimasta sostanzialmente quella definita dalla L. 30/2003 del governo Berlusconi. La riforma Fornero riafferma invece la centralità del contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e finalmente adotta alcune misure concrete per garantirla, dall’aggravio di costi in capo alle imprese in caso di assunzioni con contratti a termine o con altre tipologie di contratti flessibili (esclusi gli stagionali, le sostituzioni e, tramite una compensazione, la somministrazione, pur considerata esempio di flessibilità controllata), alle restrizioni più severe in materia di co.co.pro, associazioni in partecipazione e partite iva in monocommittenza, che nascondono spesso un rapporto di subordinazione non dichiarato. Confindustria ha fatto capire di non gradire granchè le novità anche se per l’azienda rimane la possibilità di recuperare parte dei costi contributivi aggiuntivi in caso di successiva stabilizzazione del lavoratore e cessa l’obbligo di specificare la causale dell’assunzione per il primo contratto. La penalizzazione della “flessibilità cattiva” non è comunque da intendersi in senso esclusivamente punitivo per le imprese, ma è limitata alla reiterazione del contratto atipico ed è funzionale all’ulteriore valorizzazione dell’apprendistato come trampolino verso il contratto a tempo indeterminato. Confermati gli sgravi contributivi tuttora in vigore e la finalità formativa, l’apprendistato dovrebbe diventare il canale privilegiato per l’ingresso nel mondo del lavoro e, anche in virtù dell’obbligo di stabilizzazione di almeno il 50% degli apprendisti assunti nei 36 mesi precedenti (il 30% nei primi tre anni) per le aziende che vogliono accedervi, costituisce un’innegabile occasione per ridurre l’annoso problema della precarietà giovanile, sebbene lasci fuori i lavoratori necessitanti la riqualificazione professionale ma con più di trent’anni di età. L’impianto generale di tali norme, se verrà confermato in Parlamento, può considerarsi senz’altro positivo, per quanto sia difficile prevedere quali contromisure molte aziende metteranno in atto per eludere tali restrizioni. In particolare, per quanto riguarda i contratti a progetto, sarebbe necessario definire dei compensi minimi agganciati ai livelli retributivi che i ccnl fissano per le singole qualifiche, senza i quali le imprese potrebbero facilmente riversare i maggiori costi sui soliti lavoratori, diminuendo loro lo stipendio netto.

 

Se le modifiche al sistema dei contratti sono sostanziose, l’intervento sugli ammortizzatori sociali è assolutamente radicale. Il governo ha più volte mostrato di voler ricalibrare il sistema di protezione sociale dalla tutela del posto di lavoro a quella del lavoratore, puntando sull’Aspi, un’indennità di disoccupazione generalizzata e sensibilmente più alta di quella ora in vigore, che, a regime, sostituirà anche la mobilità e la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. Quest’ultima rimarrà in vigore solo in caso di permanenza del rapporto di lavoro (ristrutturazione, riorganizzazione, riconversione e crisi aziendale), mentre non viene toccata l’ordinaria per crisi di breve periodo. Coperture analoghe alle cig vengono inoltre estese ai lavoratori di aziende di settori che prima ne erano esclusi e di imprese con meno di quindici dipendenti, comportando naturalmente per le stesse un nuovo onere contributivo, in linea col principio dell’equilibrio assicurativo autonomo del nuovo sistema. Niente più cig in deroga finanziata annualmente da stato e regioni, dunque, ma protezione garantita anche a chi rimane vittima di licenziamenti collettivi in anni in cui la cassa in deroga stessa non è in vigore (prima del 2009 non c’era). Il rovescio della medaglia del nuovo regime è rappresentato dalla notevole riduzione della durata dei sussidi rispetto a quanto avveniva con cig straordinaria e mobilità, nonostante un periodo di transizione che permetterà di gestire le numerose crisi aziendali in corso oggi e nel prossimo futuro. Ancora irrisolta infine la questione dei cosiddetti esodati, decine di migliaia di lavoratori, o forse più, usciti dal mercato del lavoro con la prospettiva di un approdo alla pensione veicolato dalla mobilità e rimasti spiazzati dalla riforma delle pensioni messa in cantiere a dicembre, per i quali dovrebbe arrivare un decreto, non si sa quanto risolutivo, entro giugno. Di una razionalizzazione che riducesse abusi e privilegi e rendesse più uniforme i meccanismi di protezione sociale vi era certamente bisogno, per quanto la riduzione da tre anni a uno (18 mesi per gli over 55) del sostegno al reddito per i disoccupati involontari potrà creare grossi problemi se, nel giro di un lustro, non sarà superata l’attuale crisi economica. Imprese e sindacati perdono dunque importanti strumenti per la gestione delle crisi aziendali e non nascondono un certo disappunto per le novità introdotte da Monti e Fornero, ma dopo il fuoco di sbarramento iniziale non hanno potuto far altro che cedere, anche perché, nelle fasi finali della trattativa, un altro tema ha catalizzato le attenzioni dei partecipanti al tavolo.

Il sistema sanzionatorio dei licenziamenti individuali, disciplinato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, è stato letteralmente rivoluzionato. Scompare l’obbligo di reintegro per i lavoratori licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, e con esso una norma di notevole deterrenza nei confronti di aziende che abbiano intenzione di porre in atto licenziamenti individuali senza una giustificazione valida. Il nuovo regime, che sarà applicato alle aziende con almeno sessanta dipendenti o con unità produttive che ne impiegano un numero non inferiore a quindici, sarà più articolato e sensibilmente più favorevole al datore di lavoro. Fermo restando il diritto al reintegro e all’ottenimento di un’indennità risarcitoria per i lavoratori oggetto di licenziamenti discriminatori (vale per tutte le aziende senza distinzioni dimensionali, come già previsto dalla legislazione attuale), il giudice dovrà ora differenziare il proprio comportamento in base alla motivazione addotta dall’impresa. In caso di licenziamento disciplinare (giusta causa o giustificato motivo soggettivo), qualora egli lo ritenga illegittimo perchè il fatto contestato non è stato commesso o perché rientra tra le mancanze per le quali è prevista dal ccnl una sanzione conservativa minore, dispone il reintegro, mentre decide per l’indennizzo economico fissato tra le 12 e le 24 mensilità in tutti gli altri casi. Se il licenziamento privo di legittimità è invece di tipo economico (giustificato motivo oggettivo), la sanzione applicata al datore di lavoro sarà, di norma, un indennizzo onnicomprensivo variabile sempre da 12 a 24 mensilità. Tuttavia, nei casi in cui il giudice ravvisi una motivazione di tipo discriminatorio o disciplinare alla base del licenziamento la sanzione sarà da comminare in virtù di ciò che prevedono tali fattispecie (non vi è l’onere della prova per il lavoratore come sembrava fino a pochi giorni fa). Ma la novità principale dell’ultim’ora è la possibilità del reintegro, a discrezione del giudice, anche in caso di licenziamento illegittimo per manifesta insussistenza del fatto addotto come motivazione dall’azienda. La tutela reale, uscita dalla porta, rientra dalla finestra, almeno per i provvedimenti adottati con motivazioni pretestuose, e torna a salvaguardare i lavoratori da eventuali decisioni arbitrarie dei datori di lavoro. Da non sottovalutare, infine, l’obbligo imposto all’azienda di attivare la procedura di conciliazione prima di notificare il licenziamento, che potrà favorire una conclusione più rapida della vertenza, oltre a garantire al lavoratore un qualche indennizzo anche in caso di esistenza del giustificato motivo.

 

Giusto o no che sia, la modifica dell’articolo 18 rappresenta un successo per gli industriali di casa nostra. Emma Marcegaglia è riuscita dove suoi predecessori si sono scornati (D’Amato) o non hanno osato neppure tentare un’iniziativa (Montezemolo) e ha confezionato ai suoi colleghi un bel regalo d’addio, benchè mitigato dall’ultima revisione del testo. Rimane francamente incomprensibile (a meno che non si voglia fare dietrologia) il ruolo svolto da tre dei quattro segretari nazionali sindacali, con l’esclusione di Susanna Camusso, nella trattativa iniziata all’insegna del “l’articolo 18 non si tocca”, proseguita con una clamorosa ritirata generale di fronte alla bozza del governo e terminata poi con una marcia indietro più o meno mascherata.. Bonanni, Angeletti e Centrella hanno seriamente rischiato di consegnare coloro che dovevano tutelare nelle mani dei “padroni” (per dirla con termini novecenteschi), servendo su un piatto d’argento a Confindustria e governo l’ennesima rottura dell’ormai chimerica unità sindacale e facendo apparire l’isolata collega Susanna Camusso irriducibilmente arretrata e politicizzata. Di certo qualcuno deve essere stato quantomeno confuso in quel fatidico 20 marzo se nelle fasi cruciali della trattativa si trovava a convincere un collega ad accettare le proposte di Monti e Fornero, insieme alla Presidente di Confindustria, salvo poi due giorni dopo chiedere al governo di modificare la norma sui licenziamenti economici. Vero, Bonanni? Solo in extremis, grazie soprattutto alle pressioni del Pd di un preoccupatissimo Pierluigi Bersani, è stato raggiunto sul tema il compromesso con le forze politiche, che dovrebbe evitare i temuti abusi. Certamente la riforma non può essere ridotta alla modifica del sistema dei licenziamenti individuali, ma è innegabile il gran peso che esso detiene, essendo stato di fatto messo in discussione per la prima volta dopo quarant’anni il diritto del lavoratore a essere licenziato solo a causa di una motivazione valida, disciplinare o economica che sia.

La trattativa è conclusa, il ddl è pronto, ma il percorso in Parlamento potrebbe ancora presentare insidie e tentativi di correzione da parte delle forze politiche e dalle clientele da esse tutelate. E’ soprattutto il Pdl che, dopo un’iniziale più che positiva accoglienza, ha recepito malvolentieri le ultime modifiche e non ha incassato la riduzione dei costi sui contratti flessibili, obiettivo da perseguire durante l’iter in aula. Il rischio di annacquare le migliori novità della riforma è ben presente e il premier ha fatto capire che, in caso di cambiamenti troppo evidenti, potrebbe anche scegliere di porre la questione di fiducia, e di sfidare con essa i partiti mettendo sul piatto tutta la posta. I tentativi di modifica sicuramente ci saranno, ma difficilmente i partiti avranno la volontà e la forza di portare alle estreme conseguenze la loro opposizione a questa o a quella norma della nuova riforma in un momento di grave crisi economica per il paese ma soprattutto morale per loro stessi.

 

Il governo ha avuto indubbiamente il merito di aver avviato una tentativo di riforma da tanto tempo auspicata ma mai messa in atto, a causa di resistenze sindacali e convenienze delle imprese che hanno contribuito a mantenere lo status quo. Abbandonato il metodo concertativo l’esecutivo rivendica il diritto-dovere di compiere scelte in tema di lavoro indipendentemente dalle posizioni delle parti sociali, riservando alla politica un ruolo a cui i politici di professione avevano rinunciato. Nel merito l’impianto convince in alcune parti, in particolare nelle limitazioni più severe per i contratti atipici e nell’opera di armonizzazione e riequilibrio del sistema degli ammortizzatori sociali, ma con il nuovo articolo 18 rischia di generare macelleria sociale in un periodo di crisi come quello odierno. Facilitando i licenziamenti Mario Monti spera di convincere investitori stranieri a guardare all’Italia come ad un paese con regole meno rigide e più favorevoli all’impresa privata, anche se a scapito dei lavoratori, puntando ad alleggerire il cronico problema della carenza di investimenti diretti esteri e con esso quello della disoccupazione. Per raggiungere tale obiettivo sarà necessaria però anche una giustizia più celere, specialmente nelle cause di lavoro, e anche in questo senso i ministeri di lavoro e giustizia stanno predisponendo misure concrete per accelerare le procedure giudiziarie. Quanto alle aziende italiane e alla loro abituale tendenza a rimanere piccole e perciò non soggette all’articolo 18, non crediamo che le nuove norme cambieranno radicalmente la situazione, come dimostrano l’inesistenza di ammassamenti di imprese appena sotto la soglia dei 15 dipendenti e il risultato di un recente sondaggio di Confindustria sui motivi che spingono gli associati a non assumere: mancanza di capitali e carenza di domanda sembrano più decisivi della paura di non poter licenziare . Saranno invece sicuramente incentivate le mini-ristrutturazioni di società d’ora in poi maggiormente incoraggiate a tentare la strada dei licenziamenti economici laddove valutino plausibili i presupposti, senza il pericolo di doversi insabbiare in lunghe e costose cause giudiziarie con la possibile prospettiva del reintegro del lavoratore. Sarà necessario attendere ancora alcuni mesi per conoscere il risultato di cotanto dibattito, e forse non basteranno. Si, perché i giudici del lavoro, ai quali la riforma concede un ruolo maggiore, non sono dei semplici notai e la loro interpretazione della legge potrebbe essere decisiva per valutarne gli effetti.

 

Francesco Linari – www.opennews.it

Tra Tagore, Beethoven e l’America Latina: Incontro con Maurizio Melis Roman

Capito a Genova, che sembra una delle città invisibili di Calvino: è tutto un brulicare di stradine che

si intersecano, si mangiano, si rigurgitano, muoiono in vicoli. E’ una città fatta di dettagli, un quadro

di Escher a colori. Mi volto, tiro dritto, mi rivolto, alzo il naso per aria in questo labirinto di colori,

nella città di mare in cui non si sente il profumo del mare. E capito in una stanza piena di quadri: la

galleria d’arte Immagine e Colore, un gioiellino incastonato tra gli scogli. C’è un’atmosfera

familiare, che sa di genuinità, di autenticità. Mi accoglie il proprietario della galleria, Maurizio

Melis Roman, artista italo-cileno. Intessiamo un colloquio sull’arte, sulle opere esposte, sulla

contemporaneità in arte ma anche nella quotidianità, sull’attualità italiana, sul Senso, sulla bellezza,

sul domani.

- Nell’epoca del consumo e dell’ingerenza economica in ogni settore, le opere d’arte sono giudicate alla stregua di investimenti. Oggi chi compra i quadri?

C’è chi compra un’opera solo come investimento, anche se obiettivamente è un mercato che gravita

attorno ad artisti passati, la maggior parte deceduti nel Novecento, attorno ai quali si è costruito nel

tempo un solido mercato. Ma c’è anche chi compra un quadro perchè fondamentalmente attratto

dalla bellezza, che è il dialogo tra lo spettatore e l’opera attraverso una riflessione dello spettatore

nel proprio incoscio. Si crea un dialogo dal riaffiorare di ricordi e di emozioni, che emergono dal

quadro e che sembrano apparire sulla tela, come uno specchio, in cui il fruitore d’arte si riconosce,

in maniera conscia o meno. Si compra quindi un quadro per possedere per sè, privatamente, uno

specchio che ci rifletta e che quindi somigli a una parte della nostra anima. L’arte è quindi la

rappresentazione del mondo interiore ed esteriore dell’artista. Dipende dalla sensibilità e dal

background culturale dell’artista, dalla sua concezione di vita, dalle sue convinzioni, credenze, dalla

sua morale, tutti fattori che attraggono e riflettono in maniera diversa ciascun spettatore.

 

-Credi che la pittura sia ancora un linguaggio attuale rispetto ad esempio alla video-arte?

Certo. La pittura è un mezzo, così come lo è la video-arte o qualunque disciplina espressiva che l’artista utilizza.

-In un’epoca complessa come quella attuale esiste una moralità dell’arte? Cioè l’arte dovrebbe partecipare alla costruzione di una coscienza collettiva che sensibilizzi, educhi e prenda posizione su problematiche attuali, o deve spingersi nell’autoreferenzialità, assumendo quindi un carattere prettamente evasivo?

Credo che ogni artista abbia una coscienza interiore, una morale, e come ogni uomo un ruolo in

questa società, ne sia consapevole o meno. A volte è difficile per molte persone capire questo

concetto: ogni volta che si guarda una tela, un messaggio c’è, proprio perchè espressione di un

uomo. Certo, questo problema lo dovrebbero risolvere i critici, che fanno da ponte tra l’opera e lo

spettatore per far comprendere il quadro in sè.

- Come credi che venga sfruttato il potenziale artistico di Genova e quali misure pensi che debbano essere adottate per un’ulteriore evoluzione della città?

E’ un tema complesso e delicato. Mi sento di dire che ogni città rispecchia non solo la società a cui

appartiene, ma anche il particolare modo di vedere la vita del luogo con le sue

convinzioni, con i suoi parametri per stabilire cos’è bello o brutto, moderno o obsoleto, cosa

contribuisca allo sviluppo della società e cosa no. Bisogna però tener presente un punto: il

consumismo ha contaminato tutte le città, tutto il mondo. Si è imposta in maniera subdola la

dottrina del ” mordi e fuggi”, dell’ “usa e getta”. Allora, essenzialmente ti domandi se lo spazio che

questa città e la sua cultura riserva all’arte non sia inquinata. E a malincuore, lo ammetti.

-Nella tua vita cosa o chi ti ha trasmesso la passione per la pittura? Nella tua crescita di artista cosa ti ha suggestionato o influenzato?

Sicuramente mio padre, anch’egli pittore. Da piccolo mi portava al suo studio e alle mostre da

quando avevo 7 anni, incentivandomi a disegnare. Mia madre invece mi portava ai concerti di

musica classica, a teatro, e mi invogliava a leggere, mai come fosse un obbligo, ma porgendomi i

libri con discrezione e tanto amore. E’ proprio da lì che si fonda la mia passione.

-Le tue opere sembrano intrise di simboli: piume, oggetti e fili di ferro. Che significato hanno sulle tue tele?

Sono materiali di cui ho un ricordo e rappresentano per me una forma di linguaggio intimo, legato

alle mie esperienze e ai miei gusti personali, con cui guardo il mondo, la mia vita.

-Inoltre inserisci spartiti di Beethoven, corde di strumenti musicali e versi di poesie. Cos’è per te questa commistione di arti?

La musica e la poesia sono entrambe un linguaggio pregnante nella mia vita., di cui non potrei fare

a meno, e possiamo dire, sono anche un linguaggio universale. Quando dipingo ascolto sempre

della musica e quando mi riposo nel mio studio leggo tanta poesia, che mi dà un’immensa gioia:

Pablo Neruda, Machado, Guillén, Tagore.

-Abbiamo parlato dell’assenza di valori nella nostra società, di un bisogno di educazione, di rispetto reciproco, di condivisione. Cosa reputi prezioso?

L’amore. Il profondo amore per ogni cosa che faccio. E’ l’unico motore del mondo, senza il quale

nulla può nascere e nulla può sopravvivere. Teilhard, un grande uomo del passato, ha scritto una

frase per me molto importante, che tengo sempre in mente: ” L’amore è la forza più grande al

mondo; e tuttora la più sconosciuta.”

 

Michela Giuntoli

Primarie Repubblicane: I cani con la diarrea possono farti perdere le elezioni?

 

Era il 1983. L’anno in cui Lech Valesa vinceva il Nobel per la pace e Margaret Tatcher veniva rieletta per il secondo mandato con una larga maggioranza. L’America era quella di Ronald Reagan, del Wall Street Journal sotto al braccio, di Risky Business e di Michael Jackson che scalava le classifiche con Beat it e Billy Jean. Mitt Romney allora rientrava perfettamente nello stereotipo di yuppi, figlio dell’ex governatore del Michigan e ministro di Nixon, stava per fondare con alcuni soci la sua compagnia di gestione patrimoniale e servizi finanziari, e all’età di 36 anni poteva già contare un doppio diploma da Harvard, il titolo di vescovo della chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, cinque figli dalla stessa moglie, Ann, ed un setter irlandese di nome Seamus.

I coniugi Romney in quella calda giornata del 1983 si stavano preparando per l’annuale vacanza sulle coste canadesi del lago Huron nel loro cottage di famiglia; per quanto una station wagon americana possa essere capiente è difficile incastrarci dentro moglie, cinque figli ed un cane (Tetris sarebbe stato inventato solamente l’anno successivo). Seamus, il setter irlandese dal pelo fulvo fu quindi posizionato sul tetto dell’automobile, in una gabbietta. Non so bene cosa dessero da mangiare agli animali domestici negli anni ’80, se pensiamo che l’invenzione dei Chicken McNuggets è proprio del 1983 ed ha un pubblico umano, possiamo immaginarci il livello del cibo per cani. Dopo qualche ora in viaggio, seduto sul tetto della macchina, con il vento che gli sventola a lato della bocca Seamus non riesce a trattenersi e colpito da un lancinante attacco di diarrea ricopre l’automobile dei propri escrementi. I finestrini aperti permettono alla produzione canina di entrare nell’interno della station wagon, le urla di disgusto dei figli costringono i Romney a fermarsi alla più vicina stazione di servizio. Qui Mitt dà una pulita all’interno e all’esterno della macchina, dopo a moglie e figli. Poi rimette il povero Seamus nella sua gabbietta sul tetto, compra una dozzina di Arbre Magique freschezza alpina e continua il viaggio di dodici ore verso il Canada.

La storia è venuta fuori solamente nel 2007 e da allora i giornalisti americani la usano come arma appuntita per pizzicare la credibilità del candidato alle primarie repubblicane, si pensi che Gail Collins del New York Times ha già citato l’episodio nei suoi editoriali cinquanta volte, sottolineando l’incapacità di Romney nel prendersi cura di un animale domestico. È stato poi lo stesso Newt Gingrich, suo collega di partito, a usare la storia in uno spot informativo del 2012, e uno degli uomini della Casa Bianca ha pubblicato una foto con Obama ed il suo barboncino nero seduto accanto a lui nella limousine presidenziale con su scritto: ‘ecco come i padroni amorevoli trasportano i propri cani’. Ne è nato anche un sito web ‘cani contro Romney’,  www.dogsagainstromney.com, sul maltrattamento degli amici canini, improntato su una campagna sia contro il candidato che per far  viaggiare gli animali dentro l’automobile. Le associazioni animaliste statunitensi hanno condannato l’accaduto come di notevole importanza e i politologi che stanno studiando la situazione delle primarie repubblicane contano l’episodio ‘Seamus sul tetto che scotta’ come uno dei fattori che potrebbero far perdere punti a Romney nell’eventuale scontro con Obama.

 

Mentre nell’Italia libertina neanche corruzione, pedofilia e connessioni con la mafia possono essere un catalizzatore del naufragio politico dei nostri presidenti del consiglio, nella puritana America un cane con la diarrea fatto viaggiare su una station wagon in direzione Ontario potrebbe diventare il motivo per cui Mr Romney non si potrà sedere nello studio ovale. Se si potesse dare il voto ai cani, Obama avrebbe il secondo mandato assicurato. Un cane con la diarrea può cambiare il corso della storia, è stupido, ma è così.

 

Giulio Silvano

 

Lo spuntino fotografico 15- bonbons al peperoncino

 

“Tagliatele la testa!” urlò la regina di cuori. Già, ma se Alice avesse indossato un abito come quello di Natalia Vodianova forse ci sarebbe stata qualche esitazione, o almeno si sarebbe dovuto studiare un modo veloce per tagliarla pur lasciando intatto il colletto. C’è una qualche regola non scritta che impone rispetto per il bell’involucro.

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe!”, mormora tra sè e sè Annie Leibovitz muovendo abilmente le marionette sul palco, impacchettandole dietro alle lenti, stravolgendone la compostezza.

Se io avessi un mondo come piace a me, là nulla sarebbe assurdo: tutto sarebbe come dev’essere, perchè nulla sarebbe com’è, niente colli sotto ai colletti, zero problemi nello scartare pacchetti”, ribatte la Regina di cuori, un bonbon in mano, spostando scontenta il suo taffetà.

 

Chiara Piotto

 

Gli indiani e la profezia di un regista: Intervista di Fellini

Intervista di Fellini. Intervista a Fellini. Un’intervista di Fellini a se stesso, al cinema, all’amata Cinecittà un attimo prima che arrivino gli indiani. E’ il proprio mondo che ha documentato, quello circense di lustrini e finzioni, che il regista ha creato, plasmato e a cui ha posto termine col suo ultimo film La voce della luna. Il film è anche un itinerario nella quotidianità del regista, e un brindisi di fine carriera con produttori, aiuto-registi, truccatori, addetti, attori, Anita Ekberg e Mastroianni – sui volti dei quali compare qualche ruga, di tristezza, davanti alla proiezione de La dolce vita a casa Ekberg -.

E’ un’intervista che Fellini gira attraverso la troup di giornalisti giapponesi intrufolati nel making del suo nuovo film: Intervista, appunto, che racconta la prima volta di un giovane, giornalista di professione, preso a uno di quei provini dove si cercano ” facce strane, particolari“, alle prese con un’attrice capricciosa. Sembra un episodio autobiografico: Fellini stesso confessa e poi mette in scena il colpo di fulmine avuto per il cinema, quando mandarono lui, che da poco scriveva per un giornale, sul set di un film a far domande all’attrice che lo “turbava” da anni. Il regista stesso appare in alcune scene, poi scompare, ponendo sotto le luci da interrogatorio non più se stesso, ma il cinema, assaltato dagli indiani armati di antenne della televisione come lance, e che occupano il terreno attorno a Cinecittà con immense palazzine. E’ questo lo stato del cinema italiano alle soglie degli anni Novanta. Sarà un’occupazione progressiva, e Fellini lo sa già. Riassume la sua età dell’oro e ne racconta il decesso.

L’intervista di Fellini si specchia in altre interviste, tutti sono intervistatori e intervistati – Maurizio Mei, l’aiuto-regista, risponde in camera a qualche domanda al posto di Fellini, poi quando arriva il maestro:” Eccolo! Eccolo!” e prende le vesti da intervistatore. – Ancora una volta i piani della realtà e della finzione si intersecano, si riflettono. E ci sono le ” bugie” di Fellini, i ” sei un bugiardo!”, le toccatine d’indice al naso, i profili da Pinocchio e tutto l’armamentario  circense. Ed è pure un approccio da intervista la scena iniziale: l’avanzare della macchina da presa sul volto del regista assediato dagli attori, mentre una voce fuori campo chiama da dietro la cinepresa:” Fellini! Fellini!” Il maestro si volta, sorride, fa battute, gesticola guardando in camera, ma questa è l’ultima volta. Ha deciso di non farlo più. Non si volterà al produttore che gli chiede perchè i suoi film non finiscano ” con un raggio di sole”, e che gli intima di girare una pellicola che lasci ” un po’ di speranza”. Fellini promette, va beh, cerchiamo di metterci un po’ di speranza, ma non si volta. Si spengono le luci,  titoli di coda. Il film è finito. Ecco, un’altra delle sue bugie.

Michela Giuntoli

Aperitivi in Musica 2012: l’appetito dell’anima

La magia della musica classica coniugata con una formula mondana, modern, ma ben calibrata. E’ questo il nodo degli Aperitivi in Musica, Edizione 2012: un evento che si terrà a La Spezia, ma che richiama curiosi anche da fuori. Si snoderà in tre incontri tra il mese di marzo e quello di aprile (in basso tutte le info).
Per il terzo anno consecutivo la città avrà modo di lasciarsi pervadere dalle note di alcune tra le più brillanti composizioni e godere della tradizione enogastronomica d’Italia.

Opennews,it ha già partecipato alla seconda edizione, ma quest’anno le novità non si fanno mancare. La prima è sicuramente la partecipazione di Giuseppe Gusinu, artista molto apprezzato, il quale contribuirà con delle opere in mostra durante gli eventi collegate all’appuntamento per via del tema. Sono i sensi tutti, quindi, ad entrare in un percorso quasi ascetico. In una sorta di nuovo estetismo, gli Aperitivi in Musica ci guidano lungo un sentiero troppo spesso nascosto da una società che vuole tutto subito. 

Un ulteriore contributo è poi dato da un’altra “forma d’arte”, per quanto troppo spesso relegata al puro settore commerciale: la moda. Lo stilista Giuseppe D’Urso ha infatti messo a disposizione le sue creazioni. Sfileranno in occasione dell’ultimo appuntamento e daranno un tocco di mondanità al pacchetto.

Veniamo al programma musicale, fuoco della manifestazione: il primo concerto – La grande anima Russa - si terrà Domenica 25 Marzo alle ore 17.30 in Sala Dante. Protagonista del concerto sara’ il pianista Giulio Cecconi.
Cecconi eseguira’ due capolavori assoluti della musica russa: i celebri Quadri di una Esposizione di Musorgskij e la Seconda Sonata per pianoforte di Rachmaninov.

Aperitivi in Musica Domenica 15 aprile alle ore 17.30, sempre in Sala Dante, con un altro appuntamento tutto da gustare. Un trio di altissima qualita’ si esibira nell’evento dal titolo Il Romanticismo Tedesco nei due trii piu’ famosi della storia, l’ Op. 100 di Schubert e l’Op. 8 di Brahms: due brani che da soli valgono il prezzo dell’intero abbonamento.
Il trio e‘ composto da Franscesco Bergamasco al pianoforte, Valentina Busso al violino e Michelangiolo Mafucci al violoncello.

Giungiamo così all’ultimo Aperitivo in Musica previsto per Domenica 29 aprile alle ore 17.30 presso la meravigliosa Villa Pratola a Santo Stefano di Magra. Andrà in scena Douce France, un evento dedicato completamente alla cultura francese con un gruppo strumentale originale ed innovativo: il Clara Schumann Cello Ensemble, una vera e propria orchestra da cmera composta di soli violoncelli guidati dal Maestro Lucio Labella Danzi, nelle vesti di solista. Le musiche eseguite saranno di Musiche di Saint Saens, Massenet, Bizet, Faure e Debussy. Il Clara Schumann Cello Ensemble nasce nell’ottobre 2010 da un’idea del M° Lucio Labella Danzi. Partecipano violoncellisti attivi in orchestra e nel campo della didattica strumentale, che ricercano in questa esperienza cameristica un’occasione di confronto e crescita professionale.

La cosa interessante di questa edizione è, però, l’offerta di diverse tipologie di pacchetti che portano lo spettatore ad immergersi nell’atmosfera del concerto per tutta la giornata, attraverso percorsi differenziati. Per i primi due appuntamenti, infatti, sarà organizzata per tutti coloro che avranno acquistato il biglietto in prevendita , una visita guida alla città dal titolo ‘La Spezia Liberty’ (25 Marzo) e ‘La Spezia Futurista’ (15 aprile). Per info: 0187733913 (Emporio Estel).

Anche in termini di costo, gli Aperitivi in Musica si distinguono per competitività. Forse perchè rivolti ad un pubblico giovane, oppure perchè particolarmente calibrati, il prezzo dei biglietti è assolutamente abbordabile:

Biglietto Intero 15 Euro
Biglietto Ridotto (studenti, Over 65 e prevendita) 10 Euro

Abbonamento a 3 Aperitivi in Musica 21 Euro

Pacchetti Turistici

Visita Guidata + Aperitivo in Musica 20 Euro
Visita Guidata + Pranzo Tipico + Aperitivo in Musica + Trasporto (full) 38 Euro

Le prevendite si possono trovare ancora per pochi giorni presso Emporio Estel Via V. Veneto, 106 – Libreria Ricci Via Chiodo Domenico 107, ma ogni richiesta di informazioni può essere inviata a aperitivi@sdclaspezia.it 0187 733913. 
 
La speranza è quella di una vera attenzione sull’evento e una calda partecipazione. Un evento unico nel suo genere, ma giovane e dinamico. Basti pensare alla diffusione capillare su Facebook nel periodo di promozione! Un appuntamento meritevole, insomma….Partecipare per credere.
 
Francesca Larosa – www.opennews.it 

 

 

 

 

Riflettere LIBRamente

 

Sono passata in libreria ieri pomeriggio. Alla cassa distribuivano un fascicolo di appena trenta pagine, immagini in bianco e nero, impaginazione curata e capace di attrarre anche il lettore sovrappensiero.

Distribuito fino ad esaurimento, ricorda i quarant’anni tondi tondi scoccati il 14 marzo dalla morte di chi quella libreria l’ha fondata: Giangiacomo Feltrinelli.  Ed ecco che qui tutte le orecchie si tendono, come è naturale quando si sente il nome di un personaggio noto, ma con un maggior senso di soddisfazione da parte di chi si considera affezionato cliente.

Casualmente proprio ieri sono passata anche in un’altra libreria, molto più piccola, “ascosta” in una viuzza tra una pizzicheria e una vineria, dall’insegna di legno e gli orari di apertura limitati in base agli umori. Ma soprattutto, dal proprietario pisano doc. Non farò nome, ma per diluire il tutto lo chiamerò Giosuè, come Carducci che a Pisa studiò. Ebbene, Giosuè doveva essersi svegliato, come si dice, con il piede sbagliato; a onor del vero, era già la seconda volta che mi capitava di notare questa sua predisposizione, ma sono tornata ugualmente a trovarlo proprio perchè la sua libreria ha l’insegna di legno e degli orari scomodi, il che mi donava la certezza di trovarvi quello che cercavo, ignorato invece dalla ben più navigata Feltrinelli.

Giosuè ha pensato bene prima di scortarmi alla porta, accigliata, di utilizzarmi come pubblico per una filippica sul mondo dell’editoria moderna; un discorso piuttosto sconfusionato, a dire la verità, poichè tra le qualità di carta e i prezzi ribassati ci sono finiti anche la Mondadori e Berlusconi, come in un minestrone improvvisato. Tra uno sbuffo e uno sguardo torvo, il signor Giosuè si chiedeva “Che ne sarà di noi piccole librerie, quando la Feltrinelli fa gli sconti, la Mondadori pure, l’Einaudi pure e Berlusconi guadagna xxx..?”; ed io avrei voluto dirgli “e lei faccia la tesserina per i soci, oppure punti sulla ricercatezza, magari faccia pure qualche sconto..” ed ero già lì pronta a mettermi a discutere con Giosuè un piano di marketing adeguato, quando lui mi ha scortata con il mio libro fuori.

Alla Feltrinelli, nessuno ti guarda quando entri agli orari più svariati, ci sono gli sconti, la tesserina dei punti, le panchine per leggere, i commessi computerizzati, persino i Lego. Però non c’è nessun Giosuè che sia pronto a consigliarti, magari con il piglio un pò amaro un pò aristocratico di chi lo fa da una vita, il libro più caro ma valido. Ci ho pensato.  Eppure, dopo il nostro incontro, sono tornata dal signor Feltrinelli. E guardandolo sorridere dalla prima pagina del fascicolo, i baffi e la montatura d’inchiostro, ho immaginato cosa gli avrebbe detto Giosuè se l’avesse potuto incontrare e mi sono chiesta se davvero un giorno l’insegna di legno verrà smontata per far spazio a una nuova rilucente libreria con pista da pattinaggio incorporata.

Non posso far nulla, se non aggiungere una tavoletta votiva, vicino a quella che si augura di non vedere scomparire i libri cartacei in nome degli e-book.  Auguri Giangiacomo, continuerò a venirti a trovare. E come c’è sempre l’occasione in cui H&M non basta più, tornerò sicuramente a trovare anche Giosuè.

 

Chiara Piotto

Primarie repubblicane: l’insostenibile leggerezza di scegliere

 

Mentre Barack Obama è costretto a ributtarsi nella campagna elettorale continua l’ardua scelta di un avversario repubblicano che possa sconfiggerlo e prendere posto alla Casa Bianca nel 2013.  Marzo è un mese denso, impegnativo per i nostri eroi della croce e del dollaro, il 3  del mese si è votato in Alaska, tra due giorni sarà il turno del Portorico, dai ghiacciai alle palme la corsa è ancora piena di imprevisti e colpi di scena, lotte intestine e propaganda massiccia. Nelle campagne precedenti si sapeva già chi sarebbe stato l’alfiere del neoliberismo, della lotta alle unioni gay e dei fucili appesi sopra al divano che avrebbe potuto battere l’asinello democratico, invece con la primavera alle porte siamo ancora con il fiato sospeso. Diamo un’occhiata ai numeri:

Mitt Romney – 495

Rick Santorum – 252

Newt Gingrich – 131

Ron Paul – 48

Le cifre accanto al nome del candidato indicano i delegati totali guadagnati fino ad ora, dalle prime votazioni del caucus del New Hampshire, iniziate a gennaio. Romney è in testa, ma dovrà raggiungere il migliaio di delegati per poter essere incoronato sfidante del primo presidente afroamericano. Il supermartedì di marzo ha fatto guadagnare all’ex governatore del Massachusetts sei stati, ma l’italo americano Santorum è riuscito ad accaparrarsene tre. Nel sud il problema di Romney era stato Gingrich, con la sua esperienza e il suo faccione simpatico,  ora il suo ostacolo è Rick, Rick Santorum, conservatore e originario di Riva del Garda, già firmatario di una proposta per inserire nelle scuole pubbliche il disegno intelligente accanto alla teoria dell’evoluzione.

Obama non avrebbe da temere i capelli perfetti di Romney, e ancora meno l’esaltato ma elegante Santorum. Ciò che spaventa, però, i piani alti del partito democratico, è l’entusiasmo con cui la campagna repubblicana si sta svolgendo: assemblee pubbliche gremite, adesivi sui SUV, uno spazio notevole sia sui quotidiani che nei talk show televisivi, tutti fattori che rischiano di oscurare la visibilità del presidente, ormai al termine del suo primo mandato. La propaganda repubblicana del ‘riprendersi l’America’ rischia di attrarre nel circo delle primarie un numero elevato di elettori rispetto al passato, e si sa, la democrazia è solo una questione di numeri. Numeri attratti da uno slogan spicciolo che può dare speranza in un momento di crisi economica. Il presidente di twitter, di facebook e degli universitari, dovrà far fronte ad una campagna elettorale animata, giocata in attacco tanto quanto in difesa, dovrà difendere il proprio operato e non più sventolare la bandiera del cambiamento, non c’è più il fantasma di otto anni di amministrazione Bush a tirare l’America a sinistra. Tutto si giocherà sulla Siria, sul pericolo nucleare iraniano, sulla crisi economica e in particolare su ciò che Obama non ha fatto nei suoi primi tre anni e mezzo alla Casa Bianca.

 

Giulio Silvano

 

Lo spuntino fotografico 14- un Manhattan

Molti di voi avranno forse collocato all’istante questa fotografia in un contesto cinematografico tutt’altro che sconosciuto. Allora l’avranno situata anche geograficamente, al di là dell’oceano, nella” città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin“. Esattamente, si tratta di Manhattan, un conclamato successo cinematografico alleniano del ’79, ma anche un capolavoro fotografico di Gordon Willis, che adacia sui fianchi dei poco sinuosi grattacieli le ombre di seta e fumo del bianco e nero. Così nasce un film che può dirsi libro fotografico, raccolta di fermo-immagine. “La New York che odora di vecchie pellicole” impressa su una pellicola di smisurata raffinatezza.

 

Chiara Piotto

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