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	<title>Open news &#187; Tutti</title>
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	<description>Giornalismo 2.0: pensiero libero, redazione aperta! Open News.it è il nuovo portale dell&#039;informazione indipendente: economia, sport, cultura, attualità, tecnologia, moda, finanza e tanto altro in tempo reale.</description>
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		<title>Tevez come Godot: la favola del calciomercato</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 12:03:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>international</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
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		<description><![CDATA[Settimana di pallone avvolta e ovattata nella neve: turni di campionato spezzati a metà da una lama di freddo terrificante e mezza serie A che non scende in campo. Dunque a tenere banco è ancora il calciomercato che lo scorso 31 Gennaio ha chiuso i battenti, per ripresentarsi sempre puntuale alla fine di Giugno. Tante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, serif;">Settimana di pallone avvolta e ovattata nella neve: turni di campionato spezzati a metà da una lama di freddo terrificante e mezza serie A che non scende in campo. Dunque a tenere banco è ancora il calciomercato che lo scorso 31 Gennaio ha chiuso i battenti, per ripresentarsi sempre puntuale alla fine di Giugno. Tante le storie, le trattative e le cessioni di questa sessione invernale, ma una più di tutte ha fatto scalpore detenendo il monopolio delle trattative di mercato : la </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Tevez-novella</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;">Tevez sì, poi no, anzi sì, o forse no, assolutamente sì, definitivamente no. Queste le oscillanti vicissitudini di mercato roteate intorno all’argentino che, prima sembrava doversi svegliare l’indomani a Milanello, poi pareva destinato a vestire di neroazzurro, e alla fine invece è rimasto al Mancester City. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;">Il paragone non poteva essere più calzante: </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Tevez</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">, proprio come </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Godot</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">, si fa attendere, alimenta le speranze, i sogni, i desideri, quasi fino allo spasimo, ma alla fine non arriva mai. Ne sa qualcosa la città di Milano, che, sia dalla parte rossonera, sia dalla sponda interista, ha reclamato Tevez a gran voce, lo ha voluto prepotentemente, lo ha aspettato avidamente, lo ha bramato </span><span style="font-family: Arial, serif;"><strong>invano</strong></span><span style="font-family: Arial, serif;">. Allo stesso modo in cui Godot è il protagonista dell’opera teatrale di Samuel Beckett, pur senza mai comparire sulla scena, così Carlitos Tevez è il vero epicentro del mercato.<img class="alignleft size-medium wp-image-4428" title="calciomercato" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/02/calciomercato-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /> </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;">E non ce ne vogliano i vari </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Caseres</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"> e </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Padoin</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"> alla Juventus, i vari </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Guarin</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"> e </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Palombo</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"> all’inter, i vari </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Maxi Lopex</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">al Milan, o </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Amauri</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"> alla fiorentina, o Iaquinta al Cesena o </span><span style="font-family: Arial, serif;"><strong>Pinilla</strong></span><span style="font-family: Arial, serif;"> al Cagliari, i quali, senza troppe attese si sono accasati rispettivamente nelle loro nuove squadre: il vero protagonista del mercato è Tevez, pur rimanendo una vana voce di mercato, pur promettendosi senza mai di fatto apparire in Italia. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;">L’opera beckettiana si colloca all’interno del </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>teatro dell’assurdo</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">. Già assurdo, come assurda si è rivelata questa telenovela, appositamente ricamata dai giornalisti, i quali altro non hanno che solleticato le utopiche fantasie dei tifosi, con ottimi risultati. I personaggi di aspettando Godot, Vladimiro ed Estragone, attendono all’infinito un individuo che non hanno mai visto, del quale conoscono solo il nome, e aspettano fino a tal punto che si scordano del motivo per il quale dovevano incontrarlo. Forse così è stato anche per Moratti e Galliani, che dopo promesse strappate, accordi semi-raggiunti, tentativi disperati e offerte respinte si sono dimenticati del perché volessero davvero l’Apache. Mettersi il bastone tra le ruote l’uno? Non far rimpiangere l’addio di Pato l’altro? Chissà. Fatto sta che l’intreccio di mercato, così come l’opera teatrale, si vanifica nel dubbio del reale valore-esistenza di </span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Tevez-Godot</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">, senza mai risolversi. E allora così come la vita appare assolutamente priva di senso nell’opera beckettiana, nella tevez-novella capiamo quanto il calciomercato non abbia una sua logica e ne cogliamo tutta l’ imprevedibilità.<img class="alignright  wp-image-4429" title="teatro dell'assurdo" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/02/teatro-dellassurdo.jpg" alt="" width="168" height="156" /></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, serif;">Niente Tevez dunque in questa sessione di mercato. Ma si vocifera di un suo possibile arrivo a Milano a partire da giugno a parametro zero. Della serie “</span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: small;"><strong>oggi non verrà, ma verrà domani</strong></span></span><span style="font-family: Arial, serif;">” proprio come veniva riferito a Vladimiro ed Estragone dal mandante di Godot che così prolungava l’attesa snervante dei due uomini che imperterriti continuavano ad attenderlo; e allora non ci resta che…ancora una volta, aspettare!</span></p>
<p><strong>Alessandro Pistolesi &#8211; www.opennews.it</strong></p>
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		<title>Lo spuntino fotografico10- Un bicchiere di vin brulé</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Piotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti]]></category>
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		<description><![CDATA[Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve. C&#8217;è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: guardare altrove. Così, cogliamo l&#8217;occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/02/SteveWide1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4417" title="SteveWide" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/02/SteveWide1.jpg" alt="" width="505" height="504" /></a></p>
<p>Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve.</p>
<p>C&#8217;è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: <strong>guardare altrove</strong>.</p>
<p>Così, cogliamo l&#8217;occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, scoprendo quante illimitate possibilità di composizione possono offrire. Questo sembra avere fatto <strong>Aaron Ruell</strong>, che ha addirittura coinvolto nell&#8217;operazione l&#8217;unico anziano nel vicinato che non apparisse esaltato dal cambiamento climatico.</p>
<p>Aiutati nella creatività da un buon bicchiere di vin brulé, almeno ciò che ne risulterà non sarà l&#8217;ennesima foto del cancello innevato, che in fondo è sempre il solito arnese arrugginito, solo con il vestito della festa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C</strong>hiara <strong>P</strong>iotto</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Golden Globe Awards: cosa c&#8217;è di nuovo nelle nostre tv?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 08:04:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>malvi.pode</dc:creator>
				<category><![CDATA[OpenFun]]></category>
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		<description><![CDATA[Considerati il trampolino di lancio per gli Oscar, i Golden Globe Awards si sono svolti durante questo primo mese dell&#8217;anno. Ad essere premiate le produzioni del mondo del cinema e della televisione che si sono distinte nel 2011. E&#8217; una delle poche cerimonie che, oltre a mettere sotto i riflettori i grandi di Hollywood, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Considerati il trampolino di lancio per gli Oscar, i Golden Globe Awards si sono svolti durante questo primo mese dell&#8217;anno. Ad essere premiate le produzioni del mondo del cinema e della televisione che si sono distinte nel 2011.<br />
E&#8217; una delle poche cerimonie che, oltre a mettere sotto i riflettori i grandi di Hollywood, come George Clooney, Meryl Streep, Martin Scorsese (che si sono aggiudicati rispettivamente i premi per miglior attore e attrice protagonisti di un film drammatico e miglior regista), dà rilievo anche ai protagonisti del piccolo schermo, sicuramente più familiari a tutti noi. <img class="alignright size-medium wp-image-4406" title="golden globe" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/golden-globe-300x181.jpg" alt="" width="300" height="181" />Non tutti gli show candidati e premiati sono usciti o sono noti in Italia, ma molti sono quelli dal successo mondiale come Glee, serie televisiva di genere musical che quest’anno non si è aggiudicata nessun premio, o Modern Family, che ha vinto il premio come miglior serie televisiva comica.<br />
Tra le serie, mini serie e film per la tv canditati, <strong>ampio spazio al genere giallo, horror o thriller </strong>(per </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">esempio</span></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.fxnetworks.com/shows/originals/ahs/">American Horror Story</a>, </span></span></span></span></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">la storia di una demoniaca </span></span></span></span></span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">famiglia americana</span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">)<strong>,</strong> ma anche a storie che ci portano indietro nel tempo e raccontano vicende passate, tanto vicine ad oggi, come </span></span><span style="color: #222222;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span><a href="http://www.hbo.com/mildred-pierce/index.html"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Mildred Pierce</span></span></span></a><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, dove la premiata Kate Winslet interpreta una donna alle prese con le difficoltà della vita durante la grande depressione, </span></span><span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> o <a href="#/boardwalk-empire">Boardwalk Empire</a></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, che porta sullo schermo la vita di Atlantic City nel proibizionismo</span></span><span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><strong>Spionaggio, terrorismo e indagini</strong> sono alla base di quella che è stata giudicata la migliore serie drammatica, Homeland, per cui è stata premiata anche </span></span></span><span style="font-size: medium; font-family: 'Times New Roman', serif;">l’attrice protagonista Claire Danes.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">30 rock, Luther, sono alcuni degli show ormai navigati ed affermati, ma spazio anche alle novità. Tra queste spicca <strong>“The killing”</strong>, serie tv prodotta da AMC. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il genere è quello thriller e poliziesco per questa serie che si sviluppa tutto attorno all’avvenimento fondamentale della puntata pilota : l’omicidio della diciassettenne Rosie Larsen. Le atmosfere cupe e uggiose di Seattle accompagnano le ricerche di due dectives particolari : lei, Sarah Linden , (Mireille Enos ) tipa tosta, mascolina, vive tra la passione per il lavoro e la difficoltà di crescere da sola un figlio adolescente; lui, Stephen Holder (</span></span></span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Joel_Kinnaman"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Joel Kinnaman</span></span></span></a><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">), poliziotto con metodi di indagine anticonvenzionali e con passato da tossicodipendente. <img class="alignleft size-full wp-image-4407" title="the killing" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/the-killing.jpg" alt="" width="162" height="240" />Una coppia che esce dal clichè della bellissima poliziotta, che più modella sembra, e dell’agente senza macchina né paura, proposto in molte produzioni italiane e non.</span><span> </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Apparentemente potrebbe sembrare poco interessante una serie tutta incentrata su un solo caso da risolvere, ma non è così, e si assiste con il fiato in sospeso alle 13 puntate che riproducono i 13 giorni d’ indagine per arrivare all’arresto del colpevole. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un’ indagine che porta non sempre a risultati immediati e corretti, ma che svela i segreti e le ombre che stanno dietro a tutti i protagonisti : la famiglia Larsen, composta da madre padre e due bambini, Belko, il losco socio in affari del padre di Rosie, la zia Terry, il politico Darren Richmond e il suo staff, l’insegnate di Rosie, </span></span></span><span style="font-size: medium;">Bennet Ahmed e la sua giovane moglie incinta. E quando tutti nascondono il loro passato e celano particolari del presente diventa sempre più difficile scoprire chi sia colpevole di aver ucciso la piccola Rosie e chi di non averla protetta da una fine così brutale.</span><span> </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In Italia la serie, trasmessa su FoxCrime, sta giungendo al termine: giovedì arriverà sui nostri schermi l’atteso finale di stagione, che finalmente risponderà all’affannosa domanda che ci ha accompagnato fin dalla prima puntata : chi ha ucciso Rosie Larsen? </span></span></span>Dalla pagina ufficiale di Facebook arrivano però notizie interessati per tutti quelli che hanno seguito la serie o si sono pentiti di non averlo fatto. E’ prevista l’uscita di un DVD con tutte le puntate della prima stagione, ed è stata annunciata la produzione della seconda stagione. Confermata l’attrice protagonista e quindi la presenza nella seconda serie della detective Linden. Resta ora la curiosità riguardo a quello che dovrà affrontare nei nuovi episodi : nuovi casi da risolvere o nuovi inaspettati sviluppi per l’indagine della prima serie?</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ai posteri l’ardua sentenza. E a chi dovesse obbiettare che riaprire il caso Larsen dopo 13 puntate/giornate di indagine sarebbe assurdo, rispondo che forse sarebbe drammaticamente molto realistico!</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Malvina Podestà &#8211; www.opennews.it</span></span></span></strong></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>L&#8217;uomo dell&#8217;anno</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 07:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone.ros</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel precedente articolo “L’ex malato d’Europa scoppia di salute?” mi sono concentrato sull’“uomo nell’ombra” che ha costruito, da semisconosciuto professore universitario, l’impalcatura intellettuale e la giustificazione teorica del neo-ottomanismo in salsa islam-moderata alla base dell’irresistibile rilancio della Turchia sulla scena internazionale. Quell’Ahmet Davutoğlu occhialuto e dallo sguardo mite, autore di “Profondità strategica” (preziosissimo documento ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Nel precedente articolo “<em>L’ex malato d’Europa scoppia di salute?</em>” mi sono concentrato sull’“uomo nell’ombra” che ha costruito, da semisconosciuto professore universitario, l’impalcatura intellettuale e la giustificazione teorica del neo-ottomanismo in salsa islam-moderata alla base dell’irresistibile rilancio della Turchia sulla scena internazionale. Quell’Ahmet <img class="alignleft size-full wp-image-4401" title="Photo1" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/Photo1.jpg" alt="" width="261" height="193" />Davutoğlu occhialuto e dallo sguardo mite, autore di “Profondità strategica” (preziosissimo documento ancora da tradurre in inglese, ma indispensabile per decrittare le linee guida della politica estera di Ankara) e ministro degli Esteri dell’ardimentoso e popolarissimo Recep Tayyip Erdoğan. Proprio analizzando la figura più defilata e lontana dalle prime pagine dei nostri quotidiani avevo cercato di scandagliare con sguardo critico il sostrato ideologico- teorico che soggiace al rampante attivismo del primo ministro turco, sottolineando l’importanza e la vitalità (più volte richiamata non certo dal sottoscritto, ma da ben più autorevoli osservatori) di una <strong>visione</strong>, di un progetto geopolitico che pur esulando da suicidi richiami sciovinistici tracci almeno sommariamente una “rotta” nelle acque agitate del <em>mare nostrum. </em>L’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, come si è mossa di fronte all’improvviso collasso dei rais Ben Ali e Mubarak? Come ha reagito alla delirante repressione del colonnello Gheddafi o alla lotta senza quartiere ingaggiata in Siria tra Bashar al Assad e i dimostranti? Sono quesiti che non costituiscono l’argomento di questo mio intervento ma che delineano, nella rapida e imprevista successione di eventi, <strong>uno degli </strong><em><strong>stress test</strong></em><strong> più massicci </strong>ai quali sono state sottoposte le cancellerie di tutto il mondo. L’”<em>Erdo</em><em>ğ</em><em>an’s style</em>” (copyright del caustico <em>Time</em>) non ha avuto modo di dispiegarsi solo in politica estera, ma è continuamente messo alla prova anche sul piano interno: come reagiscono all’improvvisa e messianica popolarità del “re di Gaza” coloro che si oppongono al suo partito? È davvero posta a rischio l’anima più limpidamente laica della Repubblica di Atatürk, difesa a spada tratta dall’elite <em>kemalista</em> accusata a più ripetizioni di tramare alle spalle del “neo-sultano”?</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Why is the West kissing Erdo</strong><strong>ğ</strong><strong>an? </strong><strong>“Non è democrazia, è una farsa”<br />
</strong>La domanda sfrontata è il titolo di un articolo di Mehmet Ali Birand, pubblicato il 24 novembre del 2011. <img class="alignright size-medium wp-image-4402" title="photo2" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/photo2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Al centro della riflessione del giornalista turco la debordante attenzione riservata dai media occidentali al leader dell’AKP, <em>in primis</em> il sorprendente <em>endorsement </em>dell’autorevole <em>Time</em>, tramite sfavillante copertina cucita ad hoc. “Perché Erdoğan viene febbrilmente consultato da Obama come se fosse un novello Superman del Bosforo?” si chiede ironico. Non sono lontani i tempi in cui il carismatico Recep veniva velenosamente accusato di voler strappare la Turchia dal dolce alveo dell’Occidente, di avere intenzione di ribaltare il suo asse, soffiando col mantice della propaganda tra le braci non ancora del tutto spente degli antichi sogni ottomani. Ciò che l’articolista sottolinea è la presa d’atto del fatto che, se non sono cambiate le intenzioni e la <em>forma mentis </em>del primo ministro, sono le sue decisioni concrete ad averne delineato il mito e ad averne decretato il successo: la brillante performance durante la crisi libica, la pressione su Damasco, il rapporto fermo con l’Iraq. La “<em>Erdoganmania</em>”, chiosa Birand, è legata a doppio filo alla sua personale condotta, alla sua capacità di destreggiarsi (aggiungo io) tra due temibili iceberg: il congelamento dei rapporti con Israele e i proclami atomici di Teheran. “<em>In short, it is in Erdoğan’s hands for this wind to continue or change direction” </em>conclude. A margine, mi sembra interessante riportare un commento, postato sul forum del quotidiano turco <em>Hurriyet</em> da un lettore che si proclama “Kemalista” (quindi non certo un estimatore dell’AKP): “<em>L’Occidente descrive Erdoğan come si augura che egli sia, ma i Turchi lo conoscono per come veramente è: un Islamista che parla con tutti e due gli angoli della bocca</em> (espressione turca intraducibile?) <em>per infervorare coloro che lo ascoltano. Più Islam nelle nostre vite e nel governo</em>”.<br />
Opinione partigiana sicuramente, ma da non trascurare se vogliamo comprendere criticamente le sfaccettature di un politico di razza, a capo di un partito imitato nei fluidi scenari post-primavera araba e autore di prodigiosi <em>assist</em> alla causa della democrazia laica (sistema di governo che ha permesso ad Ankara di cadere in piedi dopo lo sfaldamento dell’Impero, incastonandosi a pieno titolo nel “neo-impero” militare a trazione atlantica della NATO).</p>
<p align="JUSTIFY">L’uomo accusato (a torto o a ragione?) di voler propiziare una lenta ma decisa inversione a U verso un rinnovato assetto islamico o islamizzante dello Stato, in un’intervista ad una TV egiziana, ha infatti affermato orgogliosamente: “<em><strong>Non temete il secolarismo, perché non significa essere nemici della religione!</strong></em>”. L’importanza di un’evoluzione politica coerente e senza strappi sanguinosi, di fronte all’eterna e strisciante paura del fondamentalismo islamico, è indiscutibile. Davutoğlu, da buon analista delle relazioni internazionali, ha fatto riferimento in un’intervista al mancato “scongelamento del blocco mediorientale”, paragonato all’ondata di democratizzazione seguita nell’Europa centro-orientale allo smottamento del Muro di Berlino e al collasso dell’URSS. I “<em>regime changes</em>” sono passaggi delicatissimi e incontrollabili, guidati da migliaia di variabili, affidati spesso al caos e all’improvvisazione (quale telegiornale parla in questi giorni del governo libico insediatosi dopo la brutale eliminazione di Gheddafi? Quale onesto osservatore è in grado di prevedere o almeno di azzardare un’ipotesi su un eventuale scenario post-Assad in Siria?). La stagione di rivolte alla quale abbiamo assistito è stata una parentesi straordinaria e acceleratissima, che ha spazzato via come una slavina la confortante certezza di tanti leader occidentali di poter contare su “uomini forti”, custodi ferrei dell’ordine, della disciplina e delle vie di guadagno. In Egitto si continua a protestare e a morire in Piazza Tahrir, l’esercito (potentissimo e inamovibile) presidia con pugno d’acciaio le leve del potere. Sull’altra sponda del Mediterraneo si assiste incerti alle prime consultazioni elettorali, si temono nuove scintille di radicalismo religioso, si spera con tutte le forze che il successo di gruppi ritenuti difficilmente controllabili sia il più contenuto possibile.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Islam è davvero costitutivamente incompatibile con l’istituto democratico che solo qualche anno fa si riteneva facilmente esportabile in tutto il globo, come l’ultimo modello di automobile di lusso da consegnare impacchettato ai festanti fortunati? Tale quesito è il titolo di un riuscitissimo libro dell’esperto Renzo Guolo e non è certo facilmente riassumibile. Ciò che conta è l’esistenza di modelli di riferimento, di esperimenti riusciti, di dimostrazioni concrete che la democrazia è conveniente, funziona, è carburante prezioso per il motore dello sviluppo e della proiezione strategica. La Turchia e il suo timoniere democraticamente eletto rappresentano un esempio compiuto e un modello riuscito? All’entusiasmo dei tanti estimatori dell’”Erdoğan’s style” risponde deciso dalle pagine di Limes (4/2010) il generale <strong>Edip Başer</strong> (“<em>uno dei più alti esponenti delle Forze armate turche</em>”, segnate da un rapporto conflittuale e tesissimo con lo spregiudicato leader dell’AKP): “<em>Quando parliamo di valori, intendiamo i principi dello Stato laico, dello Stato di diritto, dello Stato sociale, nazionale e democratico(..). Credo si voglia creare un ambiente nel quale </em><em><strong>la religione sia più rilevante</strong></em><em>, dove la laicità non sia più considerata un principio da salvaguardare con cura, come si fa oggi(..). In Turchia c’è un sistema politico e istituzionale che ha le sue lacune, c’è una forma di democrazia buona o cattiva che sia. Non è insomma un regime dispotico … tuttavia, </em><em><strong>proprio di democrazia in senso pieno non si tratta</strong></em>”. Sono parole molto dure, che nel corso del lungo colloquio difendono appassionatamente il ruolo di salvaguardia dell’esercito ricoperto nelle fasi più convulse dello Stato di Mustafà Kemal. <img class="alignleft  wp-image-4403" title="Photo3" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/Photo3-282x300.jpg" alt="" width="169" height="180" />È quell’eredità kemalista, laica e profondamente democratica, che il generale Başer vede messa in pericolo, sottovalutata, soffocata da un sistema politico basato sul privilegio e sull’immunità da cui è emerso proprio l’uomo di ferro del Bosforo. Sfogo tardivo di un appartenente ad un istituzione progressivamente messa ai margini dalla fermezza del potere civile scaturente da autentici meccanismi democratici o grido di allarme di un acuto osservatore, inquadrato per vocazione in quella forza d’urto che ha posto sotto tutela l’indimenticata lezione di colui che occidentalizzò e laicizzò la Turchia dei Sultani? È un quesito dilatato sul lungo periodo, ma che richiede una qualità immediata: la capacità di andare oltre le agiografie, di non piegare alla voglia irrefrenabile di “eroi” l’analisi spassionata e senza orpelli degli “uomini” del potere.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span>Simone Ros &#8211; www.opennews.it</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Kepler: un telescopio a caccia di pianeti</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 01:18:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.ciarrocchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza]]></category>
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		<description><![CDATA[La possibilità che il cosmo sia abitato da altre creature, senzienti o meno, esercita da sempre un grande fascino su tutti gli uomini: dalle “Storie Vere” di Luciano di Samosata alla moderna fantascienza, questo interrogativo ha stimolato la fantasia e la curiosità umane infinite volte. Tuttavia, con i mezzi offerti dalla scienza e dalla tecnologia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/120112-coslog-kepler-125p_photoblog600.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4395" title="120112-coslog-kepler-125p_photoblog600" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/120112-coslog-kepler-125p_photoblog600.jpg" alt="" width="600" height="448" /></a></p>
<p>La possibilità che il cosmo sia abitato da altre creature, senzienti o meno, esercita da sempre un grande fascino su tutti gli uomini: dalle “Storie Vere” di Luciano di Samosata alla moderna fantascienza, questo interrogativo ha stimolato la fantasia e la curiosità umane infinite volte. Tuttavia, con i mezzi offerti dalla scienza e dalla tecnologia moderne, i tentativi di rispondere a questa annosa questione si sono alquanto raffinati.</p>
<p><strong>- Zone abitabili nello spazio.</strong><br />
Nel linguaggio tecnico, si definisce <strong><em>Zona Abitabile</em></strong> una regione dello spazio che per varie ragioni è potenzialmente favorevole allo sviluppo di forme di vita. Il termine fu introdotto negli anni ’50 da <a title="Hubertus Strughold" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hubertus_Strughold">Strughold</a> e <a title="Harlow Shapley" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Harlow_Shapley">Shapley</a> in due scritti sull’abitabilità di Marte ed altri pianeti: in sostanza, dall’analisi degli elementi essenziali alla vita come la conosciamo sulla Terra, sono state elaborate alcune linee guida per restringere la ricerca strumentale a porzioni specifiche della Galassia.<br />
Uno dei criteri è anzitutto la distanza tra il pianeta ed il proprio sole, che deve consentire, data un’adeguata pressione atmosferica, la presenza di acqua allo stato liquido. Una distanza troppo piccola, infatti, vorrebbe dire un calore tale da avere solo acqua in forma gassosa, e viceversa un’eccessiva lontananza implicherebbe ghiacci perenni. In questo modo si individua una regione a forma di anello, tra le 0.725 e le 3 <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Astronomical_unit">unità astronomiche</a> dal sole (variabile a seconda del tipo di stella).<br />
Inoltre si cercano pianeti con un orbita dall’<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Orbital_eccentricity">eccentricità</a> limitata, in modo che questi rimangano per tutto il moto di rivoluzione all’interno della zona abitabile. Da ultimo, poiché per pianeti orbitanti attorno a stelle più piccole del Sole la zona abitabile ha un raggio minimo ridotto, si considerano anche le forze di marea, che se eccessive possono alterare l’asse di rotazione ed in questo modo compromettere l’alternarsi delle stagioni.<br />
Un ulteriore discriminante è infine la cosiddetta “<strong>Zona Abitabile Galattica</strong>”, vale a dire una distanza dal nucleo galattico sufficiente per la presenza di elementi pesanti (essenziali alla formazione di pianeti di tipo terrestre), ma abbastanza grande da impedire alle radiazioni provenienti dal centro della Galassia di danneggiare qualunque forma di vita a base di carbonio. Inoltre, nella parte più interna della Galassia sono presenti per lo più stelle antiche e instabili, e la presenza delle nebulose da cui si originano i pianeti e le stelle più giovani è limitata.<br />
È opportuno rilevare come tutti questi criteri si basino sull’assunto che la vita, altrove, abbia basi simili a quelle che ha sul nostro pianeta. È stato osservato giustamente che <strong>questa supposizione è arbitraria</strong>: alcuni studiosi hanno ipotizzato organismi basati sul silicio anziché sul carbonio, o su azoto e fosforo. Allo stesso modo è stato suggerito che altre sostanze, come l’ammoniaca o il metano, potrebbero ricoprire il ruolo dell’acqua in queste esotiche forme di vita. Ad esempio, la probabile abbondanza di metano liquido e ammoniaca su Titano (una luna di Saturno) ha fatto suggerire che potrebbe ospitare organismi non basati sull’acqua, in superficie o negli oceani. Discorso simile per Europa, luna di Giove. Queste speculazioni si sono rafforzate dopo la recente scoperta di particolari batteri che vivono attorno a camini idrotermali, e che usano composti di zolfo, in particolare di <a title="Solfuro di idrogeno" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hydrogen_sulfide">acido solfidrico</a> (prodotto chimico altamente tossico per gli altri organismi conosciuti), per la produzione di materiale organico attraverso il processo di <a title="Chemiosintesi" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chemiosynthesis">chemiosintesi</a>. Tuttavia, poiché la stragrande maggioranza delle forme di vita meglio comprese presenta fondamentali analogie, l’unico paradigma cui possiamo affidarci è quello modellato sul nostro ecosistema.</p>
<p><strong>- La missione.</strong><br />
Ma come trovare, nella vastità della sfera celeste, pianeti corrispondenti a queste specifiche? Meglio ancora, in generale come trovare dei pianeti, corpi non luminosi lontani migliaia di anni luce da noi?<br />
Proprio a questo scopo, nel 2009 la NASA ha lanciato <a href="http://kepler.nasa.gov/"><strong>Kepler</strong></a>, un telescopio spaziale progettato per svolgere questa e altre ricerche. La missione fa parte del progetto <a href="http://discovery.nasa.gov/program.cfml">Discovery</a>, un programma varato nel 1992 per il lancio di sonde a scopo di ricerca scientifica. L’idea, dell’allora amministratore della NASA Goldin, era quella di una serie di ricerche dal budget più contenuto, proposte ed in parte partecipate da università, industrie ed altre agenzie governative. Il programma conta al momento una decina di missioni di successo al proprio attivo, tra cui <a title="Mars Pathfinder" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mars_Pathfinder">Mars Pathfinder</a>, <a title="Deep Impact (spacecraft)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Deep_Impact_(spacecraft)">Deep Impact</a>, <a title="Lunar Prospector" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lunar_Prospector">Lunar Prospector</a> e <a title="Stardust (spacecraft)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stardust_(spacecraft)">Stardust</a>.<br />
Dopo la scoperta, tramite osservazioni da terra negli ultimi anni, di pianeti in altri sistemi solari, la sfida attuale è individuare quelli più simili al nostro. Per fare ciò Kepler scandaglia una porzione della galassia, intorno ed all’interno della zona abitabile, per cercare stelle che possiedano pianeti di tale genere.<br />
Più ampiamente, la missione si propone di determinare l’abbondanza di pianeti di tipo terreste nella zona abitabile o nelle sue vicinanze per stelle di vario tipo, studiando le dimensioni e la forma dell’orbita di ciascuno di questi pianeti e le proprietà delle stelle attorno cui ruotano.<br />
<a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/untitled.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4382" title="untitled" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/untitled.jpg" alt="" width="400" height="603" /></a></p>
<p><strong><br />
- Come funziona.</strong><br />
Per identificare i pianeti, Kepler utilizza un sistema ingegnoso, chiamato <strong><em>Transit Method</em></strong>: quando un pianeta, durante il suo moto di rivoluzione, si frappone tra noi che lo osserviamo ed il suo sole, lo oscura parzialmente per un breve periodo (come nelle eclissi di sole, quando la luna si frammette tra esso e la terra). Questo fenomeno, detto <em>transito</em>, può essere rilevato osservando la variazione della luminosità della stella durante il passaggio. Questo da solo non è però sufficiente: per poter essere causata dal transito di un pianeta, la variazione deve essere periodica e non cambiare intensità di volta in volta. Per i corpi di dimensioni fino a due volte la terra, questa variazione è stimata a circa lo 0.01%, per un tempo che varia tra una e sedici ore.<br />
Una volta individuato il pianeta, la dimensione della sua orbita (per la precisione del suo semiasse maggiore) può essere calcolata dalla misura del periodo, conoscendo la massa della stella, come prescritto dalla <strong>terza legge di Keplero</strong> (“I quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti sono proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori delle loro orbite”).<br />
Il raggio del pianeta invece viene stimato a partire dall’ampiezza della variazione di luminosità (<strong><em>Transit Depht</em></strong>) che il suo passaggio induce. Da queste informazioni, e dalla temperatura della stella (nota dall’osservazione del suo spettro), si può poi fare previsioni sulla temperatura superficiale del pianeta, elemento chiave per la sua abitabilità.<br />
Tuttavia, non sempre un transito confermato si rivela essere un pianeta: potrebbe trattarsi di un’altra stella orbitante attorno a quella osservata in un sistema doppio, per esempio. Per eliminare queste incertezze, una volta trovato un potenziale pianeta, un gruppo di ricerca si occupa di studiarlo in dettaglio da terra. Il lavoro consiste dapprima nel raccogliere immagini ad alta risoluzione del punto desiderato, dopodiché con appositi telescopi si analizza lo spettro della luce emessa. Un sistema binario di stelle che si eclissano l’una con l’altra può così essere riconosciuto per la presenza di due spettri, sfasati tra loro.<br />
<strong>L’analisi spettrometrica</strong> degli oggetti più promettenti (effettuata in collaborazione con il <a href="http://keckobservatory.org/index.php">Keck Observatory</a>) permette poi di stabilire la massa del pianeta: la stella risente infatti della forza di gravità del pianeta nel suo moto, e gli “spostamenti” dovuti ad essa determinano modificazioni nell’<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Doppler_effect">effetto doppler</a> osservato. Così lo studio dell’effetto doppler consente di quantificare la forza di gravità esercitata tra il pianeta e la stella, e da essa, essendo noto il raggio dell’orbita (da quanto descritto sopra) si ottiene la massa.<br />
Unendo questo risultato con la stima del raggio planetario fatta sulla base del Transit Depht, si ottiene infine la densità media, che consente di distinguere pianeti rocciosi come la Terra da quelli gassosi come Giove.<br />
Per condurre tutte queste raffinate osservazioni, il telescopio di Kepler ha bisogno di un campo visivo costantemente sgombro, cosa possibile solo scrutando lo spazio fuori dal piano dell’<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ecliptic">eclittica</a> (sopra o sotto), dove il sole o la luna non coprono periodicamente la visuale. Inoltre il telescopio doveva adattarsi ad entrare in un modulo di lancio standard Delta II, cosa che ha limitato le dimensioni dell’ottica e del suo parasole. Per conciliare la necessità di un campo visivo quanto più ampio possibile (per osservare più sistemi contemporaneamente) e costantemente sgombro da fonti di disturbo (come la luce solare) con le limitazioni di spazio imposte dal modulo, gli scienziati hanno scelto un’orbita eliocentrica, e puntato l’ottica a nord del piano dell’eclittica, verso le costellazioni <strong>Cygnus</strong> e <strong>Lyra</strong>. Da questa posizione<strong> più di 100.000 stelle</strong> sono visibili, garantendo un numero di eventi osservati statisticamente significativo anche se i pianeti delle dimensioni cercate osservabili fossero abbastanza rari. La probabilità di osservare un transito è legata infatti sia alla presenza o meno di pianeti del tipo cercato che all’allineamento della loro orbita con l’osservatore: chiaramente, solo se l’orbita del pianeta passa molto vicina alla linea congiungente telescopio e stella si può verificare il transito.<br />
La durata della missione è stata fissata proprio in base alla necessità di osservare un numero minimo di transiti e certificare la loro periodicità. Al momento sono stati previsti quattro anni, che consentirebbero di rilevare almeno quattro passaggi per pianeti con periodo orbitale fino ad un anno, e tre per periodi di al più 1.33 anni. È stato già proposto un prolungamento di due anni, per estendere la capacità di osservare corpi più piccoli e dall’orbita più ampia (fino a due anni, come Marte).</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/recherche_exo.gif"><img class="alignnone size-full wp-image-4381" title="recherche_exo" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/recherche_exo.gif" alt="" width="321" height="210" /></a></p>
<p><strong>- Dettagli tecnici e strumenti.<br />
</strong>L’apparato di rilevazione di Kepler si compone essenzialmente di un fotometro, vale a dire di un <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Schmidt_camera"><em>Telescopio Schmidt</em></a><em> </em>di 0.95m di diametro e con un’ampiezza visiva di circa 12 gradi collegato a 42 sensori CCD, per una risoluzione complessiva di<strong> 95 megapixel</strong>. Il tutto all’interno di un velivolo di poco meno di cinque metri di lunghezza,  2,7 di diametro ed una tonnellata di peso.<br />
La luce proveniente dalle stelle, dopo essere stata riflessa dallo specchio principale, viene convogliata sui sensori CCD (dispositivi a semiconduttore simili a quelli delle fotocamere digitali) che, rilevando i fotoni in arrivo, leggono punto per punto l’intensità luminosa. I dati sono inviati ogni sei secondi al computer di bordo, che opera una prima scrematura del materiale: i segnali provenienti dalle stelle oggetto di osservazione sono separati dagli altri, e memorizzati per essere inviati a terra, una volta al mese. Il download dei dati avviene tramite il<strong> Deep Space Network</strong> (DNS), una rete di antenne internazionali poste strategicamente sul globo per il supporto alle missioni spaziali. Al momento i tre nodi principali del sistema sono le stazioni, poste all’incirca a 120° l’una dall’altra sulla superficie, di Madrid, Canberra e Goldstone (California), che consentono di mantenere un canale di comunicazione costante durante la rotazione terrestre. Una volta a terra, tutti i dati sono analizzati da dei computer, che scansionano le rilevazioni alla ricerca di eventi. La mole di contenuti, infatti, rende impossibile la visualizzazione da parte dei ricercatori di tutto il materiale, che viene selezionato in modo automatico. Tuttavia, poiché l’occhio umano ha spiccate capacità di <em>pattern recognition</em>, le sequenze scartate vengono messe a disposizione in rete per una ulteriore verifica: sul sito <a href="http://www.planethunters.org/">http://www.planethunters.org/</a> qualunque astronomo dilettante può partecipare alla ricerca di pianeti alieni, scorrendo i grafici di Kepler e segnalando quelli che secondo l’utente sono degni di nota.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/untitledmirror.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4383" title="untitledmirror" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/untitledmirror.jpg" alt="" width="492" height="398" /></a></p>
<p><strong>- I risultati, finora.</strong><br />
I risultati attesi dagli scienziati al termine della missione prevedevano la rilevazione di numerosi pianeti, in numero variabile secondo le loro dimensioni, ma compreso tra 50 e varie centinaia.<br />
Solo pochi giorni fa, il 26 gennaio, la NASA ha annunciato di aver identificato 11 nuovi sistemi planetari, contenenti in tutto 26 pianeti. Con quest’ultimo risultato, il computo dei corpi celesti scoperti da Kepler in due anni arriva a <strong>60 pianeti confermati, e circa 2300 potenziali</strong>. Inoltre esso ha fornito, a settembre dello scorso anno, la prima osservazione di un pianeta orbitante attorno a due stelle, Kepler-16b. La scoperta ha confermato che i pianeti del genere esistono, ed ha allargato il campo di ricerca per sistemi capaci di supportare la vita. Pochi mesi dopo, altri due sistemi doppi sono stati riconosciuti: Kepler-34 e 35.<br />
In dicembre il team che guida il progetto ha annunciato la scoperta del <strong>primo pianeta terrestre all’interno di una zona abitabile</strong>, <strong>Kepler-22b</strong>. Distante 600 anni luce da noi, questo pianeta nella costellazione Cygnus ha un raggio 2,4 volte più grande di quello della terra, ed una massa di varie decine di volte quella terrestre. Pur non conoscendo esattamente la sua orbita, sappiamo che il suo semiasse maggiore è all’interno della zona abitabile, e che l’anno dura 290 giorni. La sua stella, Kepler-22, è meno luminosa del sole, e dista da esso il 15% in meno della terra dal sole. Queste condizioni, se l’orbita non fosse eccessivamente ellittica, si tradurrebbero in una temperatura superficiale media variabile tra i -11°C in assenza di atmosfera, e i 22°C con un effetto serra paragonabile a quello terrestre. Ma attenzione: se dovesse essere presente un’atmosfera simile a quella di Venere, con un effetto serra di proporzioni gigantesche, si sfiorerebbero i 460°C.<br />
Infine, è degli ultimi giorni del 2011 la notizia della scoperta dei primi due pianeti orbitanti attorno ad una stella simile al sole per massa e luminosità, e delle stesse dimensioni della terra. Purtroppo nessuno dei due è un probabile candidato ad ospitare forme di vita: a loro estrema vicinanza al sole fa prevedere temperature tra i 400 e gli 800 gradi.</p>
<p>In ogni caso, a nemmeno metà del proprio ciclo di vita, i risultati di questo esperimento sono assai incoraggianti, oltre che utili per ampliare la porzione di spazio conosciuta. Infatti, oltre che alla scoperta di pianeti somiglianti al nostro, questi dati serviranno ad ampliare le nostre conoscenze sulla geografia e la storia della galassia, sul modo in cui i pianeti si sono formati e sulle loro caratteristiche.<br />
Chissà, magari la scoperta di una “nuova terra” è dietro l’angolo, per quanto distante ed irraggiungibile. Di certo però, l’idea che esistano altri luoghi capaci di ospitare la vita continuerà ad affascinarci a lungo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche dettaglio tecnico in più su<br />
<a href="http://kepler.nasa.gov/">http://kepler.nasa.gov/</a><br />
<a href="http://kepler.nasa.gov/Science/about/">http://kepler.nasa.gov/Science/about/</a><br />
<a href="http://kepler.nasa.gov/Science/about/more/linksToOtherSites/">http://kepler.nasa.gov/Science/about/more/linksToOtherSites/</a></p>
<p>Alberto Ciarrocchi &#8211; <a href="http://www.opennews.it">www.opennews.it</a></p>
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		<title>2012: la fine dell&#8217;Euro?</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 22:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco.lina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti]]></category>
		<category><![CDATA[euro monti merkel germania unione europea fiscal compact default debito]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ultimo numero del 2011 pubblicato dalla rivista Limes all’inizio di dicembre titola: “Alla guerra dell’Euro”[1]. L’Euro: dieci anni fa doveva unire gli Europei, oggi è il campo di battaglia sul quale gli stessi popoli del vecchio continente rischiano di mandare in fumo più di mezzo secolo di processo di integrazione economica e politica, sacrificandolo ai [...]]]></description>
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<a href='http://www.opennews.it/4362/2012-la-fine-delleuro/euro_crisis/' title='euro_crisis'><img width="150" height="150" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/euro_crisis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="euro_crisis" title="euro_crisis" /></a>
<a href='http://www.opennews.it/4362/2012-la-fine-delleuro/crisi-euro-zona-638x425/' title='crisi-euro-zona-638x425'><img width="150" height="150" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/crisi-euro-zona-638x425-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="crisi-euro-zona-638x425" title="crisi-euro-zona-638x425" /></a>

<p>L’ultimo numero del 2011 pubblicato dalla rivista Limes all’inizio di dicembre titola: “Alla guerra dell’Euro”<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>. L’Euro: dieci anni fa doveva unire gli Europei, oggi è il campo di battaglia sul quale gli stessi popoli del vecchio continente rischiano di mandare in fumo più di mezzo secolo di processo di integrazione economica e politica, sacrificandolo ai propri interessi nazionali, e, soprattutto, ai propri portafogli. <strong>Sta palesemente venendo a mancare il fondamento basilare dell’istituzione UE, la solidarietà reciproca tra i paesi membri, senza la quale tutta la complessa sovrastruttura comunitaria rischia di degradare a puro e freddo tecnicismo, ed essere percepita ancora più distante dai cittadini</strong>. Nel giro di 2 anni si è passati dalla crisi di solvibilità di un piccolo paese periferico,la Grecia, ad una reazione a catena che ha minacciato l’esistenza stessa dell’unione monetaria, e chissà di quante altre cose, senza che gli altri paesi abbiano saputo mettere in atto una strategia in grado di convincere i mercati della solvibilità dei loro debiti sovrani. Evidentemente qualcosa nel funzionamento dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, non funziona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Consiglio Europeo di dicembre doveva essere risolutivo, come peraltro sembra essere il destino di quasi ogni vertice di capi di governo da luglio ad oggi. Sono state gettate le basi per un nuovo patto intergovernativo, che prenderà la forma di una cooperazione rafforzata a ventisei invece che di un nuovo trattato comunitario, fuori dal quale rimane Londra, troppo affaccendata a salvaguardare gli affari della City e poco interessata ai guai del continente. Tuttavia, passati i primi giorni di tregua finanziaria, le borse hanno ricominciato a perdere, e gli spread a salire. Insomma, l’estremo rigore teutonico applicato agli altri venticinque a pena di sanzioni semi-automatiche non è bastato a convincere i mercati, i quali sono tornati in breve tempo col fiato sul collo di Italia e Spagna, e pure anche altri paesi non se la passano bene, Francia in testa. Angela Merkel di questo accordo zoppo è stata l’artefice assoluta (continuare a parlare di asse franco-tedesco è ormai ridicolo), e se (o sarebbe meglio dire quando?) salterà tutto per aria bisognerà farlo capire con forza che questa volta saranno stati i tedeschi ad aver trascinato l’Europa nel baratro. Perché noi italiani saremmo anche inaffidabili e spendaccioni ma, come va a ripetere il Prof. Monti in giro per il continente, i compiti a casa li abbiamo fatti, e anche abbastanza bene, eppure lo spread Btp-Bund è sempre lì, risalito oltre i 500 punti. Forse è l’insegnante a sbagliare qualcosa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Germania gioca col fuoco. E’ naturalmente il paese più forte in Europa, con i conti a posto (ma il debito pubblico è all’82% del PIL), le riforme già messe in cantiere all’epoca di Gerhard Schroeder e le esportazioni a mille che hanno finora garantito un’ottima crescita economica (ma i dati dell’ultimo trimestre 2011 sono negativi). <strong>Berlino si trova perciò in una posizione di estrema forza relativa rispetto ai partner di Eurolandia, e ne approfitta per dettare le condizioni dall’alto in basso</strong>, forte di un tasso d’interesse reale sui titoli del proprio debito praticamente nullo. Angela Merkel non intende dunque cedere neanche 1 Marco (pardòn, un Euro) per salvare l’unione monetaria e venire in soccorso dei paesi sotto attacco speculativo, poiché il <em>Wut</em><em>bürger</em><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2"><em><strong>[2]</strong></em></a> è stanco di pagare per i soliti italiani, greci e compagnia bella. <em>Che paghino loro la crisi, in fondo l’hanno creata con la loro finanza allegra e il loro lassismo fiscale, perché dobbiamo rimetterci noi che siamo virtuosi? </em>Da qui la condanna ad un futuro fatto di rigide manovre fiscali finalizzate al pareggio di bilancio e alla riduzione dei debiti pubblici, a costo di strangolare intere economie e causare fasi recessive, che a loro volta agiscono negativamente sui rapporti debito-PIL. In linea di principio la finanza pubblica virtuosa sarebbe positiva, ma solo se temperata da una decisa azione della BCE in veste di prestatrice di ultima istanza e magari dall’emissione di Eurobond, ma fino ad ora i “nein” di Berlino sono stati perentori. Così facendola Merkel ottiene un triplo risultato: evitare di tirar fuori il conio, imponendolo ad altri, risparmiando sulle emissioni dei propri Bund, giudicati molto più sicuri degli altri titoli e permettendo alla propria economia reale di beneficiare dell’indebolimento dei competitors europei (Italia in testa) in balia delle manovre restrittive. Certo, verrebbe da chiedersi chi comprerà i prodotti tedeschi quando in giro per l’Europa la gente non avrà più Euro in tasca, ma forse in Germania stanno pensando di fare a meno dell’Europa. Negli ultimi anni l’export made in Germany ha conquistato il mercato cinese, e non solo, la cui quota sul totale delle esportazioni è ora notevolmente cresciuta. La scommessa è azzardata, certo, ma, vista da Berlino, potrebbe anche funzionare. <strong>In ogni caso, se alla Germania conviene, in un quadro di rapporti di forza relativa, il prolungamento di questa situazione precaria, un’implosione del sistema Euro sarebbe deleteria per tutti, lei compresa</strong>. <strong>Un tale comportamento ricorda il gioco della roulette russa: prima o poi il proiettile và in canna e il colpo parte</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ha fatto comodo a molti in Europa un premier come Silvio Berlusconi. La sua inaffidabilità, il suo immobilismo politico, le sue patetiche uscite da “arcitaliano” sono state un alibi per trattare l’Italia intera come uno scolaretto da bacchettare e rieducare secondo i sani principi di gestione della cosa pubblica enunciati dai governi al di sopra delle Alpi. Poco importa che l’Italia avesse già nel 2011 un rapporto deficit/pil inferiore alla media europea, un discreto avanzo primario, un sistema pensionistico sostenibile ancorchè squilibrato già prima della riforma Fornero e un sistema bancario solido uscito praticamente indenne dalla crisi del 2008, se pur fortemente penalizzato dalla discutibile decisione presa dall’Eba di considerare i titoli di stato secondo l’attuale valore di mercato, manco fossero mutui subprime spazzatura, ai fini del calcolo del coefficiente patrimoniale. <strong>Con la manovra di dicembre è stato fatto tutto il possibile e oltre per disciplinare in modo virtuoso il bilancio pubblico: ora non tocca più all’Italia da sola riformarsi, tocca all’Europa intera.</strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>Eurobond, e soprattutto ampliamento dei poteri della BCE in fatto di acquisti illimitati di debito sovrano sono una priorità ormai non più procrastinabile, assolutamente vitale per gli interessi del nostro paese, e per ottenerli il governo dovrebbe usare tutte le armi a sua disposizione, valutando pragmaticamente le alleanze più opportune da stringere in sede europea</strong>. Gli altri PIIGS hanno infatti le stesse nostre priorità, ma è soprattutto a Parigi che Monti dovrebbe far capire i vantaggi di un solido fronte comune, alla lunga ben maggiori della precaria ed effimera intesa con la Germania, buona solo per l’immagine di Sarkozy in vista delle elezioni presidenziali. Sono obiettivi non facili da raggiungere, e sicuramente non lo saranno prima della firma del nuovo patto di bilancio, la cui firma dovrebbe arrivare il più presto possibile proprio per permettere l’entrata in vigore dell’European Stability Mechanism e l’adozione delle misure sopra ricordate. Nel frattempo, durante gli incontri tecnici settimanali destinati a redigere le nuove regole della disciplina finanziaria, l’imperativo categorico è evitare l’applicazione rigida dell’articolo 4, relativo alla riduzione del debito pubblico di un ventesimo l’anno per la parte eccedente il 60% del rapporto debito-pil, interpretandolo in funzione delle clausole di flessibilità già contenute nel <em>six pack</em> approvato a settembre e adottato dalla Commissione Europea tramite direttive comunitarie. Fortunatamente il lavoro della delegazione italiana in questo senso sta dando buoni frutti e, in particolare, Roma è riuscita ad ottenere il riconoscimento di criteri quali l’andamento del ciclo economico, elementi come la quota del risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico (in entrambi l’Italia è ben posizionata), e il rinvio della riduzione di qui a tre anni (ma la Germania su quest’ultimo punto potrebbe cercare di mettere i bastoni tra le ruote), indispensabili al fine di risparmiare al paese anni e anni di manovre deflattive finalizzate solo a  ridurre il debito pubblico<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo a queste condizioni Monti può accettare di firmare il nuovo <em>Fiscal Compact. </em><strong>In caso contrario il nostro governo non dovrebbe aver troppi scrupoli nel denunciare il patto come un tentativo di inaccettabile ingerenza permanente ai danni di uno stato sovrano e contemporaneamente prepararsi all’eventualità (sciagurata) di un ritorno alla Lira abbinato ad un default selettivo sul nostro debito in mani estere</strong>. Come scrive su Limes un importante diplomatico italiano sotto pseudonimo, “<em>questo meccanismo può essere corretto solo dall’interno della sua logica brutale. Incontrollate voci che a Roma marcino segretamente a pieno regime le stamperie della temuta liretta dovrebbero cominciare a circolare con un’insistenza pari al vigore delle nostre pubbliche smentite a uso dei mercati. Qualcuno, sempre da noi vivamente smentito, dovrebbe aggiungere un’ipotesi di default selettivo sulla sola quota di debito italiano detenuta da operatori stranieri. Si sa com’è: calunniate, calunniate, qualcosa resterà…</em>”<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a> Insomma, dovrà essere chiaro che, in caso di rottura del sistema, l’Italia ne uscirebbe alle proprie condizioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Speriamo non ci sia bisogno di arrivare a soluzioni estreme, ma gli eventi degli ultimi giorni non sono stati incoraggianti. Nonostante il buon lavoro del governo Monti e l’intelligente riconversione di parte del debito in titoli a breve termine a interesse sensibilmente più basso (ecco i primi frutti del nuovo esecutivo: Sui titoli a dieci anni il mercato ancora non si fida ma su quelli a breve scadenza ha rincominciato a investire), Standard &amp; Poor’s ha nuovamente bastonato il nostro paese, declassandolo di due livelli. Non siamo peraltro soli, abbiamo sulla barca con noi mezza Europa, Francia compresa, sintomo che la crisi è continentale, ma <strong>essere scesi nella fascia B del rating della principale agenzia mondiale significa non poter vendere i nostri titoli di stato a investitori, quali hedge funds e fondi pensione, che hanno l’obbligo di acquistare prodotti valutati con rating di fascia A</strong>. L’agenzia di rating americana non ha risparmiato neppure il fondo salva stati, che ha perso la tripla A, gettando un’ulteriore ombra (come se ce ne fosse bisogno) sulle capacità di intervento delle istituzioni europee. Immediatamente dopo il declassamento Mario Monti è volato a Londra (visita prevista), dove ha avuto il non facile compito di convincere gli ambienti finanziari della sicurezza dei conti italiani, dopo aver ripetuto tali rassicurazioni ai colleghi europei, portando in dote uno sforzo riformatore con pochi precedenti nella storia del nostro paese. Speriamo che basti, perché altre cure da cavallo per la nostra economia non sono proprio sopportabili.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"> Forse con l’Euro è stato fatto il passo più lungo della gamba, oppure troppo corto. <strong>Una moneta senza sovrano, o con diciassette pseudosovrani diversi, come scrive Lucio Caracciolo<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a>, con idee opposte su come gestirla</strong>. Certo, se non ci fosse stato ci saremmo scordati bassi tassi d’interesse e inflazione contenuta, il mercato interno europeo sarebbe cresciuto meno e la Lira sarebbe salita sulle montagne russe dei cambi con svalutazioni annesse, ma oggi tali benefici li paghiamo cari a causa di una crisi in cui la pessima gestione della moneta ha un peso determinante. Probabilmente i prossimi mesi saranno cruciali: si avvicina a grandi passi il default della Grecia (l’emissione di titoli di metà marzo potrebbe essere la certificazione dell’insolvenza), se non sarà trovato un accordo in brevissimo tempo tra Atene e il consorzio dei creditori privati, e l’UE non è ancora preparata a fronteggiare il pericolo di nuova reazione a catena. In ogni caso un immediato ravvedimento a Berlino non sembra essere in programma, e, senza il lasciapassare di Angela Merkel, l’Esm non sarà operativo prima dell’entrata in vigore del Fiscal Compact, con l’UE nuda davanti alla speculazione. <strong>L’Europa, i cui leader lunedì saranno riuniti al gran completo a Bruxelles per la firma dello storico patto fiscale, combatte come può contro il fallimento economico. Quello politico e morale, purtroppo, è già stato certificato</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>Francesco Linari – www.opennews.it</strong></p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Limes 6/2011, <em>Alla guerra dell’Euro</em>, Gruppo l’Espresso, Roma</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Letteralmente “cittadino arrabbiato” (da <em>wut</em>: rabbia e<em> bürger: </em>cittadino), è stata votata la parola dell’anno2010 in Germania dalla giuria della Società perla Lingua Tedesca di Wiesbaden. Il neologismo sintetizza la rabbia del cittadino tedesco che si vede passare sopra la propria testa decisioni politiche senza essere consultato. Le polemiche riguardanti gli stanziamenti per soccorrerela Grecia hanno avuto un peso notevole.</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> G. Sarcina, <em>L’Europa apre all’Italia sull’abbattimento del debito</em>, Il Corriere della Sera, 11 gennaio 2012, pag.9</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a> Iustinianus, <em>Lettera aperta al Ministro degli Esteri, </em>Limes 6/2011</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a> L. Caracciolo, <em>Italia kaputt mundi</em> (editoriale), ibidem</p>
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		<title>Primarie Repubblicane: Come Gingrich rubò il South Carolina</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 17:08:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>g.silvano</dc:creator>
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<p><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/?attachment_id=4345" rel="attachment wp-att-4345"><img class="alignnone size-medium wp-image-4345" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/gingrich1-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le riviste avevano già messo la sua faccia con taglio di capelli presidenziale in copertina, pensando a lui come al grande oppositore bianco di Obama. Ma la sua faccia sorridente del padre della famiglia Mulino Bianco ha dovuto incrinare il sorrisetto televisivo ed evitare di gioire. Mitt Romney, mormone, 64 anni, si è visto rubare per una manciata di voti l&#8217;Iowa da Rick Santorum. Tanto Rick aveva già il New Hampshire.<strong> &#8216;Se vince in South Carolina, e vincerà – urlavano i commentatori politici nelle televisioni americane – potranno tutti andarsene a casa perché Romney sarà il candidato alla presidenza del partito repubblicano&#8217;</strong>. E poi il 21 gennaio con sorpresa per tutti, Newton &#8216;Newt&#8217; Gingrich, che era arrivato solamente quarto in New Hampshire e quinto in Iowa, si è portato via il Palmetto State sotto gli occhi del sempre più frustrato Romney. Era la prima volta dal 1980 che i tre stati, i cosiddetti &#8216;early states&#8217; delle primarie, andavano a tre candidati diversi.<br />
Ma come ha fatto il quasi settantenne, capelli bianchi appoggiati al faccione tondo da bambino, a battere Romney, dato ormai per vincitore? La sua lunga esperienza politica iniziata negli anni &#8217;70 gli ha insegnato bene come funziona il grande circo delle elezioni.<strong> Ha preso da parte il suo collega di primarie Rick Perry e gli ha detto: &#8216;Senti, qui siamo in troppi, e se il voto si divide tra di noi vince quel mormone lì. Quindi la cosa migliore per tutti è se te ne vai e dai il tuo appoggio a me.</strong> Così sono, ehm.. siamo più forti.&#8217; Così Perry si è ritirato due giorni prima del voto.<br />
Allora gli amici di Romney hanno iniziato ad attaccarlo per i suoi tre divorzi. Gingrich ha fatto presto, si è fatto dare 5 milioni di dollari dal proprietario del Venetian Hotel &amp; Casino di Las Vegas per pagarsi degli spazi in TV e lì ha distrutto l&#8217;immagine dell&#8217;azienda di Romney. E poi gli ha chiesto, &#8216;ma te, quanti soldi fai all&#8217;anno?&#8217; E lì Romney non sapeva cosa rispondere. &#8216;Ve lo dico ad aprile, dopo che sono sicuro di aver vinto le primarie.&#8217;<strong> Ma se c&#8217;è qualcosa che gli americani detestano è la nebbia intorno alla vita personale dei loro candidati</strong>, così tutti in coro hanno chiesto chiarezza, &#8216;Vogliamo vedere la sua dichiarazione dei redditi. Subito.&#8217; Romney ha sudato freddo. &#8216;Sai, le mie sono pubbliche da quindici anni&#8217; ha detto Gingrich gongolante. E si è portato via il voto del South Carolina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giulio Silvano</p>
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		<title>UNHATE: un concetto moderno?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 15:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Piotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/Benetton_Unhate_OBAMA_HU_JINTAO_SP1.jpg"><img class="size-medium wp-image-4335 aligncenter" title="Benetton_Unhate_OBAMA_HU_JINTAO_SP" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/Benetton_Unhate_OBAMA_HU_JINTAO_SP1-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></p>
<p><strong>1991</strong>- Benetton lancia una campagna spinosa sotto l&#8217;audace talento di <em>Oliviero Toscani</em>. Un prete e una suora si baciano su cartelloni, riviste di moda e non, lasciando un segno calcato tra le critiche e gli stupori.</p>
<p><strong>2011</strong>- Ben venti anni dopo è sempre <strong>Benetton</strong> a portare allo scoperto una campagna pubblicitaria provocatoria che stavolta mette però in gioco non soltanto i fanti , ma anche le principali pedine della scacchiera: torri, re, regine, bianchi e neri senza distinzioni.</p>
<p><strong>UNHATE</strong>  fa sfilare, tutti debitamente photoshoppati, baci fra coppie improbabili come <em>Merkel- Sarkozy</em>, <em>Barack Obama e Hu Jintao</em>, <em>Benedetto xvi e l&#8217;Imam Al Azhar</em>; ma se gli abbinamenti Germania-Francia e Stati Uniti-Cina possono richiamare i più agguerriti mondiali di calcio, è sull&#8217;ultimo binomio che si gioca veramente la finale.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/benetton-unhate-2-large3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4332" title="benetton-unhate-2-large" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/benetton-unhate-2-large3-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a>Chiedendo la prima impressione a riguardo ad un target tra i 15 e i 58 anni tuttavia i risultati sono stati sorprendenti:</p>
<p>il <strong>33%</strong> ha trovato l&#8217;idea geniale;</p>
<p>un altro <strong>33%</strong> invece poco originale, uno sbiadito richiamo al ventennio scorso;</p>
<p>il <strong>17%</strong> non si è detto colpito in alcun modo particolare;</p>
<p>altro<strong> 17%</strong> quello che ha tiepidamente &#8220;apprezzato l&#8217;idea&#8221;;</p>
<p>ma ciò che colpisce sono i due <strong>0%</strong> su &#8220;dissacrante&#8221; e &#8220;sconcertante&#8221;; <em>nessuna critica negativa</em>, nessuno shock..</p>
<p>Eppure, c&#8217;è qualcuno che sicuramente la pensa diversamente. Il <strong>17 novembre 2011</strong> il Vaticano chiede e ottiene il ritiro dell&#8217;immagine riguardante il Papa. Benetton ripiega immediatamente, abbassa le orecchie e si spegne con un sommesso riferimento al &#8220;<em>solo intento del nostro marchio di combattere la cultura dell&#8217;odio in ogni sua forma</em>&#8220;.</p>
<p>Non tutte le storie d&#8217;amore durano per sempre; neanche con le magie del computer.</p>
<p>Menomale però che almeno la Merkel e Sarkozy, nella loro dolce finzione, sembrano davvero felici.</p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/mersar.png"><img class="aligncenter  wp-image-4323" title="mersar" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/mersar.png" alt="" width="385" height="257" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>C</strong>hiara <strong>P</strong>iotto</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lo spuntino fotografico9- marshmallows colorati</title>
		<link>http://www.opennews.it/4308/lo-spuntino-fotografico9-marshmallows-colorati/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 08:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Piotto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[colori]]></category>
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		<category><![CDATA[lo spuntino fotografico]]></category>
		<category><![CDATA[steve mc curry]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è chi preferisce il duro impatto del bianco e nero che scolpisce le ombre e rende secche le curve dell’incarnato; c’è chi potrebbe obiettare che quest’immagine di Steve Mc Curry non sia blu, ma verde, ed in fondo ci si chiede anche come sia possibile capire se il mio blu sia lo stesso blu degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/tumblr_lk0i55YpzC1qcl4oeo1_500.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4310" title="Jodhpur, India, 1996" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/tumblr_lk0i55YpzC1qcl4oeo1_500.jpg" alt="" width="500" height="334" /></a></p>
<p>C’è chi preferisce il duro impatto del bianco e nero che scolpisce le ombre e rende secche le curve dell’incarnato; c’è chi potrebbe obiettare che quest’immagine di <strong>Steve Mc Curry</strong> non sia blu, ma verde, ed in fondo ci si chiede anche come sia possibile capire se il mio blu sia lo stesso blu degli altri, che cosa sia di fatto il blu.</p>
<p>Certo è che un buon fotografo deve saper mescolare<em>, sfruttare le sfumature cromatiche</em> come e meglio di un buon pittore. Un problema puramente estetico, se vogliamo. Ma che ne sarebbe stato della Cappella Sistina se Michelangelo avesse abbinato fucsia e arancione, cosa della prima impressione se il giorno del primo colloquio aveste portato sopra a dei pantaloni verdi una giacca rossa, magari completata da una cravatta di un bel verde semaforico?</p>
<p>“I<em>l colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde</em>”, disse <strong>Vasilij Kandinskij.</strong></p>
<p>Perciò gustate i vostri morbidi marshmallows colorati, per la foto di classe mettete una maglietta della tinta giusta ed evitate il più possibile di cambiare i colori con Photoshop;  da chi capiterà nei vostri stessi posti e non vi ritroverà quelle sfumature, vorrete forse difendervi parlando di relatività di percezione cromatica?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P</strong>iotto <strong>C</strong>hiara</p>
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		<title>L&#8217;arte della traduzione &#8211; incontro con Silvia Pareschi</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 10:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>g.silvano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Franzen]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Silvia Pareschi lavora come traduttrice letteraria da più di dieci anni. Fra gli autori da lei tradotti figurano, oltre a Jonathan Franzen di cui ha tradotto quasi tutto, Cormac McCarthy, Don DeLillo, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Amy Hempel, Nathan Englander, Annie Proulx, David Means e T. C. Boyle. Attualmente vive a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/4277/larte-della-traduzione-incontro-con-silvia-pareschi/konica-minolta-digital-camera/" rel="attachment wp-att-4278"><img class="alignnone size-full wp-image-4278" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/franzenpareschi.jpg" alt="Franzen e Pareschi" width="300" height="279" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<div>Silvia Pareschi lavora come traduttrice letteraria da più di dieci anni. <strong>Fra gli autori da lei tradotti figurano, oltre a Jonathan Franzen di cui ha tradotto quasi tutto, Cormac McCarthy, Don DeLillo, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Amy Hempel, Nathan Englander, Annie Proulx, David Means e T. C. Boyle.</strong></div>
<div>Attualmente vive a metà fra l’Italia e San Francisco, insieme al marito, l&#8217;artista e scrittore Jonathon Keats, di cui ha tradotto in italiano una raccolta di racconti, &#8220;Il libro dell&#8217;ignoto&#8221;. Quando è negli Stati Uniti continua a tradurre, e in più insegna l’italiano agli americani.  Si è resa disponibile per un&#8217;intervista con noi di OpenNews.</div>
<div></div>
<p>Come è arrivata alla traduzione?  Il suo percorso formativo?</p>
<p>&#8216;Mi sono laureata in Lingue e poi ho seguito il Master in Tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi.&#8217;</p>
<p>Lei ha frequentato la scuola Holden di Alessandro Baricco, quanto può essere insegnato sul mestiere di scrittore? E quanto su quello del traduttore, da una scuola specializzata?</p>
<p>È una questione piuttosto controversa. A mio parere, scuole come queste servono a raffinare le capacità di chi è già portato per il mestiere, a orientarlo nel percorso da seguire e a fargli conoscere persone dell’ambiente che potranno essergli utili.</p>
<p>Nel tradurre un testo, e questo vale in modo particolare per i romanzi, è meglio trasformare per poter meglio rendere una cosa in italiano o lasciare il testo il più vicino possibile all&#8217;originale? Lo stile sopra l&#8217;idea ed il messaggio, o viceversa?</p>
<p><strong>La difficoltà del lavoro del traduttore consiste proprio nel riuscire a mantenere un equilibrio tra l’aderenza al testo, che deve sempre essere l’obiettivo principale, e la resa in un italiano non tanto “bello” quanto “autentico”. Cioè, come diceva Calvino, “in una prosa che si legga <em>come fosse stata pensata e scritta direttamente in italiano</em><em>”.</em></strong></p>
<p>E quindi, cosa differenzia un’ottima traduzione da una mediocre?</p>
<p>La mancanza di quell’equilibrio, vale a dire un italiano ricalcato sulla lingua dell’originale, che rimane visibile in trasparenza sotto la versione tradotta, oppure un italiano troppo “libero”, che si è dimenticato del proprio dovere di adesione all’originale.</p>
<p>Per esempio, per i dialetti? Per le parole intraducibili e create ad hoc per il romanzo, si inventa un termine nuovo o si lascia quello originale?</p>
<p>In genere si cerca di inventare un termine nuovo che sia efficace quanto quello originale. Per farsi un’idea delle acrobazie linguistiche che il traduttore deve spesso compiere, si può dare un’occhiata alla bella rubrica “La parola al traduttore” che si trova sul sito dei dizionari Zanichelli online. A questo indirizzo si trova il mio contributo, con un aneddoto sulla traduzione di <em>Libertà</em>: http://dizionari.zanichelli.it/la-parola-al-traduttore/2011/11/17/silvia-pareschi/</p>
<p>Quanto c&#8217;è del traduttore nel libro che leggiamo? Nel tradurre ci si trasforma nell&#8217;autore o si mantiene un’autonomia stilistica?</p>
<p>Per quanto al traduttore si richieda di essere “trasparente”, è impossibile che riesca ad annullare completamente la propria presenza. Diciamo che in questo caso il gioco di equilibri consiste nella capacità, solo apparentemente contraddittoria, di trasformarsi nell’autore pur mantenendo una propria autonomia stilistica.</p>
<p>Quindi nessuna crisi d’identità?</p>
<p>Un po’ sì. <strong> Spesso, quando scrivo qualcosa di mio, mi ritrovo a scrivere come lo scrittore che sto traducendo.</strong>  Dopo un po’, si spera, le influenze vengono assimilate e digerite, e la traduzione si trasforma anche in una formidabile scuola di scrittura.</p>
<p>Il rapporto con l&#8217;autore? Esempio Jonathan Franzen -  ricordo, l’ha citata in diretta da Fazio a <em>Che tempo Che Fa </em>complimentandosi per il suo lavoro -  è necessario conoscere l&#8217;autore personalmente per avere una buona traduzione?</p>
<p>No, non è affatto necessario, ma aiuta. Magari non per forza conoscerlo di persona, ma avere la possibilità di contattarlo per sottoporgli i nostri dubbi è senz’altro un grosso vantaggio.</p>
<p>Da lettore ho sempre paura a conoscere gli scrittori che amo per paura che rovinino le mie aspettative e l&#8217;immagine che ho di loro però  non posso fare a meno di chiederle, come ci si sente ad avere un rapporto personale con uno degli autori più celebrati del nostro secolo?</p>
<p>Be’, diciamo che incute una certa soggezione!</p>
<p>Come si arriva a tradurre un determinato autore e non un altro? Si rifiuterebbe mai di non lavorare su uno scrittore che non le piace?</p>
<p>Di solito è la casa editrice che propone al traduttore di lavorare su un determinato libro. In genere non mi capita di rifiutare traduzioni, tranne una volta, quando non accettai di tradurre un libro lontanissimo dalla mia sensibilità, con il quale non intendevo avere alcun rapporto, e che quindi non sarei stata in grado di rendere al meglio.</p>
<p>Cosa è cambiato nella traduzione in italiano nel corso del &#8217;900?</p>
<p><strong>Il vero cambiamento è arrivato con l’avvento di internet, che ha semplificato notevolmente le ricerche e ha reso possibile tradurre in modo più veloce e accurato.</strong></p>
<p>Lo chiedo perché recentemente la <em>Montagna Incantata</em> di Thomas Mann (Mondadori)  è stata ritradotta in italiano, cambiando addirittura il titolo. È giusto tradurre nuovamente un testo, per esempio ottocentesco per renderlo più attuale, e forse leggibile, o è meglio una traduzione che rispecchi lo stile dell’epoca?</p>
<p>Si tratta di una delle questioni più dibattute, quando si parla di traduzione. L’originale rimane sempre lo stesso, ma la traduzione cambia, si aggiorna. In realtà, quando una traduzione è buona, invecchia molto meno. Mi è capitato a volte di confrontare la traduzione più recente di un classico con una più datata, e preferire quest’ultima.</p>
<p>Sicuramente lei leggerà i libri in lingua originale, almeno quelli in inglese.  Tutte le volte che legge un libro in inglese non le viene da tradurlo?  Trova cioè difficile differenziare la lettura di piacere e quella da lavoro?</p>
<p>Per fortuna non mi succede! E se un libro è ben tradotto in italiano non mi succede neppure il contrario, cioè non comincio a domandarmi come poteva essere in inglese.</p>
<p>Tornando a Jonathan Franzen qualche anno fa è stato uno dei pochissimi scrittori nella storia della rivista a finire sulla copertina di <em>Time </em>magazine. Guardando alla situazione italiana, chi potrebbe essere il ‘grande romanziere’ a finire sulla copertina, per esempio,  dell’Espresso? Esiste?</p>
<p>Per una volta <strong>sarebbe bello se l’Italia si dimostrasse più avanti degli Stati Uniti in materia di parità dei diritti, e, alla luce della polemica sorta in seguito alla scelta di uno scrittore maschio da parte di <em>Time</em>, sulla copertina dell’Espresso ci finisse una donna</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Giulio Silvano</em></p>
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