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Presidenziali USA: il triangolo no! (o forse si)

In ambito elettorale gli Stati Uniti sono sempre stati il paese in cui il sistema bipolare ha sempre dato ottimi risultati, il binomio democratici-repubblicani è sempre stato l’esempio più paradigmatico di perfetto bipolarismo. Due partiti, due candidati. Che vinca il migliore. Questo non vuol dire che non ci siano altri partiti negli Stati Uniti, anzi, proprio per la totale libertà di espressione che esiste nella nazione, ne è presente un bouquet, movimenti sempre snobbati dai quotidiani, tra cui un partito nazista – vi ricordate quelli dell’Illinois nel film The Blues Brothers? – ed uno per la rivoluzione maoista in America. Ma non sono questi i nemici veri del forte bipolarismo statunitense.
I veri possibili distruttori del solido binomio di sfidanti sono gli indipendenti. Spesso personaggi di rilievo, anche lontani dalla politica, ricchi e annoiati, che decidono di usare parte della fortuna personale per conquistare la poltrona vellutata della Casa Bianca. È successo nel 1992 e nel 1996 con Ross Perrault, ma addirittura il già Presidente Theodore Roosevelt aveva nel 1912 incrinato la vittoria repubblicana presentandosi da solo, e c’è chi tuttoggi incolpa Ralph Nader per aver fatto guadagnare a George W. Bush il suo primo mandato rubando quasi 3 milioni di voti al democratico Al Gore. Nessuno di questi ‘terzi incomodi’ è mai stato eletto presidente, e quasi sempre hanno smesso di far politica subito dopo le elezioni. L’unico non appartenente ad alcun partito a diventare Presidente degli Stati Uniti è uno solo, il primo, George Washington.
Già da tempo si sente parlare di una possibile discesa in campo di Michael Bloomberg, miliardario – forbes lo ha elencato al dodicesimo posto nella lista dei più ricchi d’America con un patrimonio calcolato a 19.5 miliardi di dollari – sindaco di New York dal 2002, filantropo ed estremamente progressista nel suo conservatorismo, si è pagato l’università facendo il parcheggiatore prima di fondare la Bllomberg L.P, azienda leader nel settore di informazione e software finanziari. Inizia a far politica con il partito democratico, si fa eleggere poi alla poltrona di sindaco della Grande Mela come repubblicano per poi lasciare il partito nel 2007 e fregiarsi del titolo di indipendente. Quest’ultima mossa è stata vista come una chiara intenzione di andare verso le elezioni presidenziali, ma dopo abbondanti speculazioni giornalistiche si è tirato fuori da ogni possibilità di correre.
La paura è poi tornata per le elezioni del 2012. Un Obama in bilico, il giudizio degli elettori non è chiarissimo, ed un gruppetto di clown islamofobici a contendersi le primarie repubblicane sarebbero elementi di grande interesse per un terzo candidato che per una volta potrebbe anche farcela e scardinare il perfetto bipartitismo statunitense. I giornalisti fremono, i candidati, timorosi, non commentano, e Mike aspetta prendendo la metropolitana per raggiungere l’ufficio. Chissà che tra un anno non possa semplicemente andare a piedi, come disse Kennedy appena eletto presidente: la paga non è male, e posso andare in ufficio camminando.

 

Giulio Silvano

Università di fotografia: si, ni o no?

Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.

Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:

“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti  di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.

Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.

“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”

Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”,  per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.

 

Chiara Piotto

Matrimonio gay? Si grazie!

Arriva dall’Australia il nuovo spot, firmato GetUp (http://www.getup.org.au/), che ha come obiettivo la sensibilizzazione al matrimonio tra persone delle stesso sesso. Il video, che sta facendo impazzire la rete, racconta, in pochi minuti, una storia come tante altre, due persone innamorate che condividono le gioie e i dolori della vita; unica particolarità risiede nell’assortimento della coppia che viene rivelato solo a fine spot. Non è la prima volta che si tenta di introdurre il pubblico alla tematica “unione gay”; che questo avvenga con pubblicità direttamente mirate o con altre modalità, l’importante è che si arrivi al punto!

Numerosi infatti sono gli spot di prodotti di consumo che hanno come protagoniste coppie gay, un scelta etica importante e coraggiosa. Molto spesso questo tipo di pubblicità viene realizzato in chiave ironica, il tentativo è quello di smorzare i toni su una realtà che dovrebbe slegarsi dal concetto di normalità, che dovrebbe allontanarsi dal pesante tabù che annebbia la vista dei più diffidenti. Accade così che per pubblicizzare la nuova family car si scelga una coppia gay che, orgogliosa, sorride quando la vicina di casa cerca di nascondere lo stupore dovuto alla scoperta della loro unione. Un adolescente, deciso a rivelare ai propri cari la sua natura, sceglie di farlo con una coreografia degna dei più famosi stereotipi sull’omosessualità.

Ecco che arriva la nota dolente: tutti avrete notato che questo genere di spot tarda ad arrivare in Italia, ci prova ma con scarsi risultati, l’unico modo per reperire questo genere di promozione è la ricerca sul web. Non è questa la sede adatta per discutere i motivi che determinano questo ritardo, ad ognuno la propria riflessione.

Ricorderete però la “scandalosissima” pubblicità Ikea che recitava : “siamo aperti a tutte le famiglie” riferendosi all’immagine sottostante di due uomini mano nella mano, ricorderete anche i celeri interventi di una frangia della politica,per far sì che lo spot sparisse dalla circolazione. A detta di queste personalità tale tipo di promozione avrebbe minacciato quell’articolo della Costituzione Italiana in cui si definisce il termine “famiglia”.

Come sempre accade il miglior modo per auto sensibilizzarsi è guardare intorno, osservare i mille colori che circondano il grigio quotidiano: qualche giorno fa tra un semaforo rosso ed una coda di macchine ho potuto gustare sull’autobus una scena teneramente malinconica.

Due giovani donne palesemente innamorate tentavano di nascondere il proprio legame dietro qualche carezza camuffata. Le mani e la distanza obbligata potevano comunicare ai passeggeri del mezzo che il loro rapporto non fosse niente di diverso da un’ amicizia, i loro sguardi invece no. Un tacito patto con la comunità costringe loro a tener nascosto il proprio legame, una discriminazione permessa e tollerata poiché metterebbe in discussione la normalità che non è ancora pronta a cambiare i suoi parametri, un concetto di famiglia che rivendica la propria esistenza appellandosi ad una legge di inchiostro e carta. Questo tacito patto non è meno grave di una qualsiasi altra forma di discriminazione.

In quanto donne e uomini, siamo fatti di istinto,ognuno con desideri personali e particolari che potrebbero danneggiare il nostro “vicino di diritti”, abbiamo quindi bisogno di leggi che ci tutelino e garantiscano un giusto spazio per ognuno. In quanto donne e uomini, siamo fatti però anche di cuore e di cervello, un cervello che ci rende capaci di andare oltre la definizione, capaci di capire che un nucleo familiare non può essere formato esclusivamente dal binomio “uomo + donna” come se stessimo eseguendo un’operazione matematica. Quest’addizione non assicura margini superiori di successo rispetto ad un’addizione tra parti diverse.

La soluzione a questo problema non si può imparare, non la si trova scritta in una massima filosofica, la soluzione risiede nello sconvolgimento delle coordinate che ci indicano la presunta normalità, nella rieducazione allo sguardo e all’amore, nel ritorno al legame più stretto con la terra che non ha bisogno di tutti gli schemi che abbiamo costruito in secoli e secoli di storia. L’evoluzione non è ancora terminata, non ha raggiunto il suo culmine con l’homo sapiens sapiens e la schiena dritta; forse per andare avanti bisogna fare un piccolo passo indietro verso il cuore delle cose, un ritorno all’infanzia primordiale in cui ‘normale/non normale’ non esiste, esiste solo ciò che possiamo vedere, in quanto tale.

Certo è difficile estirpare un credo radicato negli anni, una visione della vita infiltratasi fin sotto la pelle, ancora più sicuro però è che l’unica possibilità di cambiare le cose risiede nell’affrontarle, nell’analizzarle, nel chiamarle per nome.

Come Darwin insegna l’evoluzione ha i suoi tempi e le sue dinamiche, non vorremo mica essere noi i meno adatti e forti della specie, destinati all’estinzione?

L’amore non ha mai ucciso nessuno, la paura si.

Non abbiate paura dei colori!

Per una riflessione accompagnata da sorriso consiglio:

La pubblicità australiana: http://www.youtube.com/watch?v=a7BZ9dfiM1Q

Pubblicità dal mondo:http://www.youtube.com/watch?v=nPmIwM7xM70

 

 

Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it

 

 

A young girl with the voice of an angel

Oritsema Ejuoneatse sings in memory of George Harrison


On November 29
th Liverpool remembered George Harrison 10 years after the former Beatle lost his battle with cancer. The centrepiece of the day was a free concert at St George’s Hall, celebrating George’s life through music. Oritsema Ejuoneatse, a bright young opera singer, was invited to perform.

The free concert was oversubscribed, with fans travelling from all over the world to attend. The Lord Mayor was sitting in the front row. Tsema (this is the label used by many of her friends as well as the one chosen for introducing her to the audience) started the concert with a haunting cappella rendition of “While my guitar gently weeps”. She appeared on the stage and silence fell. She started singing. Closing your eyes you could truly imagine a beautiful angel singing that perfect song. In re-opening them it was amazing to note that what you were thinking to imagine was actually real. She was followed by the Rebels and Singh Strings. Tsema returned with a moving Bulgarian folk song: “Altun mara”. After that the Liverpool Ukelele Orchestra took to the stage.The Mersey Beatles opened the second part of the show. The Radha Krishna Temple followed. Then Tsema took the stage again and sang “Hear me Lord” accompanied by Jeff Slate. The final performance of the afternoon was by Andre Barreau of the Bootleg Beatles.

Denise Theophilus, first and foremost a George Harrison fan from Liverpool as she likes to define herself, but also the organiser of the concert, backstage said: “This girl has a beautiful voice. I’m sure she will be simply great one day. I first saw her singing in a church and she seemed an angel to me. I though I had to convince her to sing for George and I’m very glad that she accepted. She performed those songs in a unique way. I’m sure George would have loved the way she sang them”.

At the end of the concert I had the chance to ask Oritsema some comments on her performance.

As far as I know, you are an opera singer and you love classical music. What you sang today is quite far from wont. How did you feel while singing these songs here this evening?

I found “While my guitar gently weeps” hard because it was unaccompanied. I feel it could have been better with a quiet piano, something like that. The Bulgarian one was ok, I like it, except I got the words very wrong so I hope no one in Bulgaria hears it! (she gently smiles) I particularly liked “Hear me Lord”, I liked singing with Jeff and Tim. I thought it was fine.

I got the feeling that people particularly appreciated the Bulgarian folk song. They were maybe a bit surprised to hear something like that in this context, probably not all of them knew about the passion that George had for Bulgarian music. Anyway, they seemed all very involved. What do you think about it?

I don’t know! I wasn’t sure if people appreciated it. I found it hard to really judge the audience today. Why did you think people particularly appreciated it?

You are too modest. Well, while you were singing I got the impression that you arrived to feel the emotions that the song was supposed to give quite precisely and thanks to that you succeeded in involving people very much.

Yes, it’s true. Actually, I think some people did like it a lot! Maybe it was one of those types of music that some people really feel and some other people don’t understand.

That was quite a big event. I would say really unique. Do you think that something changed after this performance for you and the place that music has in your life?

I don’t think it has changed so much for me. Or maybe a little. I think it made me more open-minded. Before I used to really not like to sing pop songs and grumble about it when someone asked it for their wedding.

How did you start singing?

When I was very young I first got some lessons of guitar, but I changed very soon for piano. Then I started to sing in church. I basically trained myself at the beginning. Then I moved to Oxford for my studies and I continued to sing in the choir at the college. Oftentimes I got some lessons from very good teachers. From some months I started to take it even more seriously. Maybe also because after university I understood that opera and singing in general is something for me very important and that I definitely want to keep and pursue in my life.

You are now 22. Last year you graduated in History at Oxford University. You have worked at Coven Garden and at IMG Artist in London. You are currently Marketing Assistant at the Royal Liverpool Philharmonic. That looks like an impressive start for a shining career. How do you cope all those things with your passion for singing? Also, what about your family? Do your parents support you in your dream to become a famous singer?

Well, Mummy has been telling me to record songs and make business cards and sell CDs, that was something I thought of doing before, but that was just before I ended up moving to London for a few months and since then I’ve been quite busy. I have a million things to do and I never seem to get round to doing any. As well, each time I have actually booked the recording studio, I always feel like my voice is a bit sick or not quite the best and recording I want it to be perfect but it’s probably something psychological as well.

Her voice is simply fantastic, powerful and the way she sings is extremely involving. I would not be surprise to see her coming to the fore very soon. With her positive energy and astonishing beauty, each time she sings she doesn’t only let people enjoy good music and have fun, rather she gives to people something deeper and more precious to keep for their life. Just as George did.

EM – www.opennews.it

 

La Cina che rallenta: l’inizio di una nuova crisi?

Immagine anteprima YouTubeEra uscita senza un graffio dalla crisi che ha investito l’Occidente con tutta la sua forza. Un fiera potente che – almeno in apparenza – non aveva subito danni. Continuava a farsi strada tra i relitti di economie vecchie e con la sua produzione sbaragliava i mercati su scala globale. Nel Far East dominava senza accenni a preoccupazione e paura. Sto parlando della Cina, laddove il sole nasce. Oggi la ruota sta girando troppo rapidamente e qualche segno di cedimento sta, purtroppo, rigando i volti dei governanti e dei lavoratori asiatici. “Forte frenata per l’industria cinese”, titolava il 2Dic. 2011 il Sole24Ore. Un rischio che era stato messo in conto da tutti gli analisti, ma che, allo stesso tempo, sembrava evitato dal mancato contagio della crisi europea.

Il regime si è comportato in modo impeccabile: la precisione, lo spirito di sacrificio di questa cultura è sempre riuscito a trasparire dai volti di chi dichiarava: “siamo pronti a comprare i vostri titoli spazzatura”. Tuttavia i dati non permettono di dormire sonni così tranquilli. Il PIL è sceso dal 10,4% dell’anno scorso al 9,7% del primo trimestre, al 9,5% del secondo e al 9,1% del terzo.  Il calo è rapido e riguarda tutti i settori. Anche l’immobiliare (che ricordiamo era stato il propulsore del crollo di Wall Street) ha registrato picchi negativi e, cosa ancor più preoccupante, risulta collegato ai flussi di credito. La reazione di Pechino non si è fatta attendere: un taglio dello 0,5% alle riserve bancarie obbligatorie; uno strumento semplice, di primo utilizzo per garantire più liquidità al mercato. Una sorta di Primo Soccorso che manda però un segnale: c’è bisogno di misure che contrastino questo trend.

Come nel gioco degli scacchi, è stata la Banca Centrale ad attaccare e, da questo momento, dovrebbero circolare fra i 350 e i 400 miliardi di renminbi in più. Troppo preoccupati per le loro sorti, i Governi Occidentali dimenticano di volgere lo sguardo ad una parte del mondo che non è caratterizzata dallo stesso modello economico. La Cina non si, infatti, mai dichiarata “economia di mercato” e il regime non permette una piena trasparenza d’informazione.

Girovagando per la rete e compiendo ricerche per questo articolo, mi sono imbattuta però in un sito a dir poco sconvolgente. E’ la classica piattaforma per traders che dà consigli su quali titoli siano più fruttiferi e quali invece vadano considerati spazzatura. Un pezzo del loro blog mette in guardia gli investitori sui pericoli che si nascondono dietro al gigante cinese e fornisce tutta una serie di motivazioni validissime. Tra queste c’è l’intervento di Larry Lang, docente di Studi Finanziari all’Università cinese di Hong Kong. Non è un dissidente, nè un attivista, eppure – in una lezione a porte chiuse – apre il suo discorso con quanto segue: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Ed eccoci al cuore dell’intervento: l’economia cinese rischia un crollo imminente. Molte regioni dello Stato hanno economie deboli quanto quella Greca.

Secondo Lang, il regime mente sull’inflazione che si aggirerebbe intorno al 16% (le fonti invece governative la danno al 6,2%).  Ecco dunque spiegate le proteste cittadine contro il costo della vita troppo elevato. Oltre a questa variabile chiave, vi sarebbe un problema connesso alla discrepanza produzione/consumo: il cinese medio consuma solo il 30% dei prodotti interni. Si dà così l’avvio ad una recessione (che sarebbe già cominciata con i primi dati sul calo della produzione interna). Secondo Lang anche il dato sul PIL è falsificato: non corrisponde mediamente ad un 9%, ma è in seria diminuzione da tempo. La pressione fiscale è l’ultimo punto toccato dal professore: sarebbe fra le più alte al mondo. L’industria, infatti, vede i propri guadagni tassati per un 70%. Il privato ha un cuneo fiscale del 51,6% Che qualche problema si stia palesando all’orizzonte è, ormai, innegabile. L’Europa in primis non dovrebbe permettere un’ulteriore crisi proprio adesso. Nessuno è più al sicuro.

Francesca Larosa – www.opennews.it 

Per ulteriori approfondimenti: http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino-manterr%C3%A0-le-limitazioni-sul-mercato-immobiliare-23299.html

http://www.asianews.it/notizie-it/Cina,-la-tempesta-si-sposta-sulle-banche:-%E2%80%9CCostruite-sulla-sabbia%E2%80%9D-23266.html

http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino,-cala-il-settore-manifatturiero-e-rallenta-l%E2%80%99economia-23258.html

Missione rinascita. Obiettivo 2013

Salgado: “Premier ha promesso provvedimenti a breve”, infatti, in arrivo una manovra da ben 20 miliardi di euro.

BRUXELLES –C’è da tirare la cinghia e stringere i denti, questo quanto emerso dal consiglio Ecofin e riassunto dal commissario agli Affari economici Olli Rehn con sentenza quanto mai lapidaria: “Siamo entrati nei dieci giorni critici per l’euro”.

Giorni difficili per tutta la zona Euro,quindi, ma particolarmente per il vecchio Scarpone italiano che è alle prese con la presentazione delle contromosse da applicare per saltare il fosso della crisi: “Monti ci ha illustrato le misure e ha promesso di approvarle prima del Consiglio europeo”: ha riferito il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado.

Nonostante la pessima congiuntura economica e il costante rallentamento del Pil italiano, l’Europa chiede all’Italia risposte e misure urgenti da almeno 11Miliardi (anche se la cifra è ancora oggetto di discussione e il suo valore potrebbe notevolmente lievitare arrivando addirittura a 20 Miliardi) per raggiungere nel 2013(fine del mondo permettendo) il tanto agognato pareggio di bilancio.

Al termine dell’eurogruppo i vertici Ue Jean Claude Juncker e Olli Rehn giudicano favorevolmente le misure presentate da Monti come “una buona base per le riforme”. “Si tratta di una misura essenziale per garantire stabilità finanziaria, fiducia degli operatori e per invertire la tendenza negativa del debito” dice Rehn.

Alla cena dell’Eurogruppo,poi, è stato presentato il tanto temuto rapporto sul nostro Paese in cui il vice presidente Olli Rehn ammonisce l’Italia che “tassi d’interesse elevati, in modo persistente, aumentano il rischio di una ‘fuga’ dai bond italiani” e l’insorgere di una crisi di liquidità. Il rapporto non preoccupa comunque Monti perché “non contiene sorprese”. Il professore che illustrerà ai colleghi le misure (senza tuttavia aggiungere dettagli a quelli presentati in Parlamento in Italia) ne terrà conto.

Monti ascolta, recepisce ma non parla, tuttavia da Roma arrivano voci di una manovra in lavorazione da 20 miliardi di euro e di una relativa sicurezza sulla possibilità di centrare il pareggio di bilancio nonostante il ciclo economico avverso. Nel rapporto Rehn si suggerisce di “spostare la tassazione dal lavoro ai consumi e all’immobiliare”, di una “legislazione sul lavoro che continua a offrire elevata protezione a chi è dentro, mentre a chi è fuori, soprattutto a donne e giovani, restano lavori precari e nessun sussidio di disoccupazione” e anche che “per ripristinare la fiducia nei mercati, per l’Italia, dipende in modo cruciale dal sostegno di partiti, parti sociali e cittadini alle riforme del governo”.

Oltre alla questione italiana, al vaglio dei ministri vi è un’altra patata bollente: il via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia: otto miliardi bloccati per la decisione di Atene, poi ritirata, di indire il referendum e il rafforzamento del fondo salva stati. Ma secondo Olanda, Belgio e Lussemburgo questo potrebbe non bastare e quindi la Bce, restia anche per l’opposizione della Germania a impegnarsi in maniera diretta, potrebbe prestare al Fondo Monetario le risorse necessarie ad aiutare i due Paesi.

Sansosti Alessio – www.opennews.it

L’ex “malato d’Europa” scoppia di salute?

Confesso di non essere un lettore abituale del Time. Ciò nonostante è stato impossibile sfuggire al fascino magnetico della copertina del 28 novembre 2011: lo sguardo assertivo e sicuro di sé, le braccia incrociate sul petto di una statuaria fotografia in bianco e nero (giacca, cravatta, spilletta con la bandierina turca) del premier Recep Tayyip Erdoğan. Il titolo stesso è sfrontato, lapidario, accattivante (“Erdogan’s way”, tralasciando l’apparentemente inutile l’accento sulla “g” che invece è responsabile della sua scomparsa dalla pronuncia corretta; errore nel quale sono incorsi i “tifosi” egiziani che lo hanno acclamato durante l’ultima trionfale visita nel paese del fu Faraone Mubarak). Ma qual è la “Erdogan’s way”? Perché il primo ministro di una media potenza periferica conquista le copertine dei giornali di tutto il mondo e infiamma (in senso positivo) le piazze arabe? Come ha fatto l’ex sindaco di Istanbul ad ottenere la corona di “re di Gaza” (vedi Limes 4/2010)? Siamo in presenza di un furente ritorno sulle scene del collassato Impero Ottomano o degli innocui voli pindarici di un coltissimo ma troppo ottimista ministro degli Esteri (Ahmet Davutoğlu, già ribattezzato il Kissinger del Bosforo)? Dare una risposta esauriente a tali domande è impresa ardua e richiederebbe come minimo le trecento pagine del numero della rivista Limes interamente dedicato a questo tema (“Il ritorno del sultano”). È mia intenzione invece gettare qualche luce in più sull’”uomo nell’ombra” che ha disegnato le proiezioni geopolitiche della Turchia erdoganiana e sottoporre le sue ottimistiche teorie alla prova dei fatti (soprattutto gli ultimi eventi che stanno scuotendo il Medio Oriente).

La “profondità strategica” di Ahmet

Quando Ahmet Davutoğlu, oscuro e semisconosciuto professore di Relazioni internazionali nato nel 1959 a Konya, dà alle stampe nel 2001 il volume “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia” non immagina forse che un decennio più tardi, dalla poltrona di ministro degli Esteri della Repubblica fondata da Atatürk, avrà modo di mettere in pratica le sue dotte elucubrazioni sul necessario rilancio internazionale di Ankara, puntando tutto su quella preziosissima profondità strategica di cui essa è (inconsapevolmente o meno) dotata. Il termine “neo-ottomanismo” con cui viene frettolosamente etichettata l’ispirata visione dell’accademico prestato alla politica (come lui stesso ama definirsi) è banalizzante, poiché appiattisce il tutto colorandolo con le fosche tinte del revanscismo. È solo partendo da quelle seicento densissime pagine (c’è persino un’equazione della potenza e nessuna cartina, annota argutamente Lucio Caracciolo) che è possibile tentare una ricognizione di ciò che anima, dal punto di vista intellettuale, il “we are back!” prima sussurrato e poi sbandierato dal carismatico leader turco che ha soffiato la scena al delirante ex sindaco di Teheran e attirato su di sé gli obiettivi di tutto il mondo. Il libro di Davutoğlu non è stato ancora tradotto in inglese (nonostante le trecentomila copie vendute), se non in stralci. Ad Atene, dove le mosse turche passano raramente inosservate (le ragioni storiche di tale “sensibilità” sono note a tutti, partendo dai secoli di dominazione della Sublime Porta per arrivare alla rovente questione cipriota) ha fatto la sua comparsa in libreria “To stratighikò vathos” ed è proprio un rapporto esauriente ed equilibrato dello studioso ellenico Ioannis Grigoriadis (pubblicato dalla ELIAMEP, Fondazione ellenica di politica europea ed estera) che ci fornisce un quadro sommario delle teorie del professore di Konya. “La Turchia gode di identità regionali multiple ed ha perciò la capacità così come la responsabilità di seguire una politica estera integrata e multidimensionale” scrive Davutoğlu. Come può muoversi la propaggine anatolica di quello che fu un Impero continentale in un contesto internazionale in cui è venuto a mancare il condizionamento totale e ineludibile della Guerra Fredda? Ora che la cortina è caduta, che lo sfolgorante “momento unilaterale” vissuto da Washington si sta progressivamente arenando nelle gole dell’Afghanistan e tra le sabbie irachene, non è forse giunto il momento di ricalibrare la propria perifericità strumentale? La Turchia, testa di ponte passiva della Nato in Medio Oriente, è dotata di una dirompente “profondità” (sia storica che geografica) che va assolutamente capitalizzata, sprigionando le potenziali riserve di “soft power” da esse detenute e finora trascurate: superando il mero ruolo di “ponte” e di “onesto sensale” tra i due lati del Mediterraneo, tra Europa ed Asia, Ankara può espandere la propria influenza a livelli mai visti prima, assurgere al ruolo di potenza regionale egemone, inserirsi come un cuneo nella inevitabile riconfigurazione di potenza che sta già investendo il pianeta. Non solo nelle aree che hanno storicamente sperimentato il tallone di Costantinopoli, ma anche in quelle che sono legate alla penisola anatolica dall’immateriale legame di sangue della comune appartenenza etnica (facendo riferimento al panturanesimo affermato da Atatürk proprio in contrapposizione al tragico ricordo della Sublime Porta dei Sultani, in alternativa al quale edificò la Turchia moderna, laica, occidentalizzante che l’islamista moderato Erdoğan ha ereditato). Neo-ottomanismo, panturanesimo e richiamo all’Islam sono i tre cardini di quello che Caracciolo definisce efficacemente un “ellisse tricontinentale” che va da Gibilterra alla Cina turcofona. Una visione che appare a tratti esagerata, dove “spicca l’afflato utopico, da cui scaturiscono ossimori e slogan che svelerebbero una vena idealista, neokantiana” (è sempre Caracciolo che parla), che agli occhi di un lettore qualunque come il sottoscritto appaiono immagini dal fascino dirompente, prospettive destabilizzanti lanciate come una rete da pescatore nell’oceano tumultuoso di un mondo che cambia ad ogni battito di ciglia, polverizzando egemonie consolidate e gettando nella polvere gli autocrati di un “ieri”che è già passato, archiviato e obsoleto. A colpire è il sottofondo pacifico, l’assenza di richiami bellicistici o sciovinistici (“Profondità strategica” non è un “Mein Kampf” in salsa ottomana né teorizza il ritorno dei giannizzeri nei deserti maghrebini e nei Balcani), la “mistica concretezza scientifica” (mi si permetta questo ossimoro) di una visione geopolitica. I fatti sembrano dare ragione all’ex accademico dell’Università di Marmara: chi reggerà le sorti del Mediterraneo? Se gli Stati Uniti (come sembra dimostrare la svolta Pacifica di Obama, che ha incoronato l’Australia suo nuovo hub strategico a guardia del Dragone cinese) si ritirano in punta di piedi dalle nostre coste (l’intervento light nell’operazione libica sembra un ulteriore certificazione di quello che Germano Dottori ha definito il nuovo “smart power” statunitense) chi presiederà la sicurezza e scioglierà i nodi della regione? Lo scongelamento dei blocchi e il disimpegno americano dopo i rovesci della “global war on terror” non ci rendono solamente più soli e indifesi, ma lasciano liberi (a mio parere) nuovi, illimitati spazi di manovra. È questa consapevolezza che ha spinto il fortunato Davutoğlu (quanti teorici hanno avuto l’immenso dono di poter accedere alla stanza dei bottoni non da “consiglieri del Principe” machiavellicamente parlando, ma da esecutori diretti di un progetto strategico fino al quel momento delineato solo sulla carta?) a puntare tutto sulle potenzialità non solo economiche della Turchia (anche se i tassi di crescita cinesi e il fatto che il reddito pro capite sia triplicato negli ultimi otto anni parlano da soli). L’eredità storica, disincrostata da suicidi richiami ad un Impero che non può più rinascere, di quel “malato d’Europa”al cui capezzale accorrevano le potenze europee di fine Ottocento (atterrite da una sorta di horror vacui geopolitico oppure rese fameliche dalle prospettive di un suo rapido sbriciolamento) diventa terreno fertile per un ripensamento delle dinamiche attuali, per un azzardo ottimistico che pur basandosi su presupposti difficili da realizzare (anche se l’egemone è “buono”, chi convince gli egemonizzati ad accorrere volontariamente sotto la sua ala?) è un seme gettato nel dibattito politico, una “direzione” da seguire nei meandri della politica estera, una “narrazione” da sottoporre alla prova del fuoco dei fatti. Proprio la messa in discussione di uno dei cardini della dottrina Davutoğlu (il confortante slogan “zero problemi con i vicini”) sarà il tema della prossima fotografia del consigliere di colui che lo SPIEGEL ha ironicamente battezzato il “sultano di Istancool”, alle prese con le dirompenti ripercussioni dell’esplosiva “primavera araba”. Intervistato dal settimanale tedesco nel giugno 2011 (alla vigilia delle elezioni rivinte trionfalmente da Erdogan) il coniatore della “profondità strategica” ha affermato (traduco liberamente dal tedesco): “Io stesso ho scritto dieci anni fa nei miei libri che il mondo arabo ha subito due anomalie: il colonialismo del ventesimo secolo che ha separato le società arabe. E la guerra fredda, che ha contribuito allo stabilirsi di regimi autocratici nella regione. Una trasformazione, come quella che ha vissuto il blocco orientale negli anni Novanta, non è mai avvenuta nel mondo arabo. Ma adesso siamo giunti al giro di boa”. Come si è mosso il nocchiero di Istanbul nelle acque agitate della rivolte popolari e della caduta degli “uomini forti”?

 

Simone Ros – www.opennews.it

Certificates and Labels – A Proposal For a New Way of Including Social Responsibility in The Way we do Business

In the light of the debt crises, financial development assistance by western donor nations will likely face a stagnating future. In this context many claims for private sector inclusion in development issues have arisen. But still, concrete policy concepts with a predictable chance for impact have not yet appeared on the horizon. The following article will contribute to the discussion by pointing out the chances of certificates and labels especially concerning socially responsible behavior of businesses.

In view of the debt crisis in the USA and EU, the commitment of 0.7% of rich-countries gross national income (GNI) to Official Development Assistance (ODA) is more likely to stagnate than to increase. Already before the crisis it was often doubted that the industrialized countries would raise the promised financial contribution to achieve the Millennium Development Goals (MDGs) set by the United Nations. The MDGs which aim to halve the worldwide poverty by 2015 in comparison to 1990 are the main policy to which the development efforts of the international community can be held accountable. In 2009 only Sweden, Luxembourg, Norway, the Netherlands and Denmark met this international aid target.

Not only that, but also the uncertainty of inter-state development aid effectiveness has shifted the focus on alternative instruments to support the economies in developing countries. In this context the integration of the globalized business sector in development issues became very popular, and terms like Codes of Conduct (CoC), Corporate Social Responsibility (CSR), Public Private Partnerships (PPP) and so on were soon included in the political vocabulary. As promising as the ideas sounded, the concepts remained mostly very vague. While the private sector makes its influence felt, strong regulations remain on the sidelines and soft initiatives like Principles for Responsible Investment (PRI) or OECD Guidelines for Multinational Enterprises still need to prove their impact.

Don’t get me wrong. There is international law which is supposed to set minimum standards for the business sector, as for example the Core Labor Standards by the International Labor Organization (ILO), which encompasses freedom of association and the right to collective bargaining; the elimination of forced and compulsory labor; the abolition of child labor; and the elimination of discrimination in the workplace. Such standards as well as general human rights are without any doubt highly respectable achievements of international law and very helpful for development even though they are very limited in scope and don’t encompass a comprehensive view including social, environmental and economic sustainable aspects of business. In any case the implementation is known to be the weak spot because of weak executive institutions, insignificant incorporation in national legislation or even political unwillingness to implement. This circumstance gives the business sector enough loopholes to bypass international law and as a consequence to hamper people to work their way out of poverty. A German textile discount shop for example can say in public that it is respecting the Core Labor Standards while actually employing another company – in a developing country with no such law or a weak executive – which abuses those standards to be competitive. The crux of the matter is that the German textile discount shop is right because it can only be held accountable for its own business and not for the whole supply chain.

Thus new instruments are demanded which on the one hand enforce the social responsibility of companies in the whole supply chain and on the other hand leave freedom for the companies to introduce socially responsible behavior in an ever changing business environment. This obviously is an enormous challenge which I don’t claim to solve, but for which I want to propose a policy model that takes both demands into account. It isn’t anything new but it’s worth spreading the idea and to describe a normative scenario.

Ten years ago, the International Organization for Standardization (ISO), a network of the national standards bodies of 157countries, launched a working group1 to define a standard for social responsibility for business, governments and civil society organizations regardless of their size or location. In late 2010, the working group published its results, known as an International Standard providing guidelines for social responsibility (SR) named ISO 26000 or simply ISO SR. The standard considers six core subjects for social responsibility of organizational governance. Those encompass human rights, labor practices, the environment, fair operating practices, consumer issues and community involvement and development. The aim of this standard, to provide guidance for social responsibility and not to be “(…) for certification purposes or regulatory or contractual use,” 2 reflects the stalemate between claims for voluntary SR initiatives and regulatory policy.

Although the ISO clearly states that ISO 26000 is not intended to be used for certification purposes we have to look beyond the simple refusal of the idea of an ISO 26000 certification. A certificate is by definition “a document serving as evidence or as written testimony, as of status, qualifications, privileges, or the truth of something,”3 as for example the Fairtrade certificate by the Fairtrade Foundation, European organic label or one of the certificates based on the many ISO Standards like ISO 9001 (ISO 9001:2008 certification for organization’s quality management), ISO 14001 (ISO 14004:2004 certification for Environmental management) and ISO 50001 (certification for Energy Management System) just to name a few. Once an organization aims to become certified, an independent certification body would control the implementation of the demanded policies set by the standard on which the certificate is based and revise it regularly. If the organization meets the set target it will receive a certificate that demonstrates that the organization has been tested and approved. An effective certificate would be revised then on a frequent basis.

The question remains, why there is still no certificate based on SR behavior of business and other organizations in most industrialized countries? The reasons vary depending on who is being asked. While the business sector usually argues that SR has to be voluntary because of its highly dynamic character and that only companies know what works best, the civil sector points out the active lobbying of companies to prevent regulations on SR which would impact their profit. However, the national bodies for standardization from Mexico, Brazil, Portugal, Spain, the Netherlands and Denmark have published certifiable norms for SR. In Denmark, DS 49001 – the certifiable Danish SR standard – and DS 49004 – the guidance – are both based on ISO 26000 principles, core subjects and issues, and stakeholder engagement. Furthermore, even the ISO itself is willing to develop a certifiable version of ISO 26000 when the market is ready.4 Technically the Danish SR standard is structured as a management system standard which allows it to be controlled and certified. As supply chain management takes already place within bigger companies, standards for SR can be included in existing structures.

In conclusion, the standardization of SR and its certification is possible! But if we would have such a certification on SR in most countries one would be naive to think that just a label could have an effective impact since it is not intended to be compulsory for a company and therefore defies the idea of strong regulation. The impact of such a certification will exert its effect only if companies see a competitive advantage in having such a label. A well-known German consultancy points out that according to the “green trend report” two-thirds of consumers are willing to pay a price premium for sustainable products. Whether this is enough is doubted by the consultant companies. That is why the demand for SR must be created in order to introduce it effectively to the market.

Tobias Straube – www.opennews.it

1 Working group participants: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_participation.htm#p-members

2 Outline of ISO 26000: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_discovering_iso26000.htm#std-graph1

3 dictionary.reference.com : http://dictionary.reference.com/browse/certificate

4 Background conversation with the CSR consultant from the Danish Standards Foundation

Le primarie americane: Michele, ma belle

Dimenticatevi Sarah Palin.
C’è una nuova donna in città: Michele Bachmann. Bella, provocante, intelligente, generosa, carismatica e soprattutto, agguerrita. Un po’ strega di Biancaneve un po’ Desperate Houswife. Con le sue gonne mozzafiato e i grandi occhi di ghiaccio da cartone animato illumina la platea ogni volta che si scontra con i suoi colleghi alla corsa per la Casa Bianca.

Deputato dal 2007 per il Minnesota ha raccontato di essere diventata Repubblicana così, da un giorno all’altro, leggendo un libro di Gore Vidal, dove venivano presi in giro i padri fondatori. Non è solo l’essere l’unica donna nella corsa a renderla diversa dai suoi colleghi, è sicuramente il fatto di essere la più arrabbiata. La sua campagna è stata annunciata con una frase ad effetto in un video su youtube: riprendiamoci il nostro paese! I suoi supporters sono gli ormai celebri membri del Tea Party, un movimento estremamente populista e conservatore nato nel 2009 in contrasto con le politiche ‘socialiste’ – così le chiamano loro – del presidente Obama. Non vogliono le tasse, non vogliono immigrati, non vogliono il piano sanitario gratuito, vogliono solo riprendersi il loro paese, vogliono che il governo lasci tutti in pace, anzi, che non esista proprio. Se Ron Paul è l’ideologo non autorizzato di questo movimento, Michele Bachmann è la sua matrigna, la sua bandiera, la Regina del Tea Party, ha titolato il Weekly Standard. Il nome del movimento riprende l’evento che diede vita alla guerra d’indipendenza americana quando nel 1773 un gruppo di patrioti vestiti da nativi si mise a lanciare casse di the nel porto di Boston. Ma se i nemici erano gli inglesi, ora sono i Democratici, e soprattutto Barack Hussein Obama. Per le sue azioni politiche e soprattutto per le sue visioni, considerate da questi fanatici ‘anti-americane’, e poi quel nome, Hussein, lì in mezzo, proprio non aiuta.

Se Michele dovesse vincere le primarie – gli ultimi sondaggi della CNN la danno al 5° posto –quali sarebbero le sue politiche per ‘riprendersi’ l’America? Basti sapere che lei, luterana, ha ammesso di voler introdurre, accanto alla teoria dell’evoluzione, l’insegnamento del creazionismo (in poche parole il mondo esiste da circa 6.000 anni e i dinosauri sono un’invenzione di Spielberg). Speriamo solo che non ci creda davvero e lo faccia per attirarsi una fetta dell’elettorato repubblicano extra-conservatore. Come i suoi colleghi di partito anche Mrs Bachmann si dichiara fedele supporter di Israele, ma è tra le poche che invita al dialogo diplomatico con l’Iran, ma precisa, se non dovesse funzionare, la guerra potrebbe essere la soluzione.

Non conosciamo troppo dei gusti musicali della candidata Bachmann, ma sappiamo con sicurezza di non trovare Elton John nel suo iPod. Lei stessa ha criticato il film d’animazione della Disney, Il Re Leone, che in questi giorni sta tornando nelle sale in versione 3D, per la partecipazione del cantautore omosessuale nella colonna sonora, proprio per le sue preferenze considerate deviate. Spero solo che Paul McCartney possa tornare alla Casa Bianca a suonare Michelle, ma di nuovo come fece nel 2010 per Michelle Obama.

 

Giulio Silvano – www.opennews.it

La Palestina si racconta

        Intervista a Saba Nadel Jalal         

                                                

Esistono realtà autonomamente inimmaginabili. Realtà che passano nei nostri nostri occhi attraverso lo schermo di una televisione o di un computer, attraverso la carta del giornale distrattamente letto in metro, la mattina, prima di arrivare sul posto di lavoro o nell’aula universitaria. Le parole scorrono, le immagini catturano, ma il tempo è tiranno, bisogna correre, abbandonare la notizia, concentrarsi sulla propria giornata. Nel frattempo, però,  continuano ad esistere realtà autonomamente inimmaginabili.

Una di queste è la situazione Palestinese; argomento scottante, pericoloso, difficile da giudicare ma impossibile da ignorare. Spinta da tale impossibilità ho deciso di buttarmi nella questione “approfittando” di una vecchia e cara conoscenza che avrebbe potuto aiutarmi a capire meglio questa piaga storica. Il nome della mia carissima fonte è Saba Nader Jalal, ventunenne palestinese, nata a Gerusalemme, da sempre cittadina di Ramallah, PR e amministratrice del fondo cassa  presso “Palestinian Working Woman Society for Development”. In una lunga intervista, gentilmente concessami, ha illustrato chiaramente alcuni aspetti di quest’argomento che difficilmente avrei potuto raggiungere da sola.

“Capisco perfettamente quanto sia difficile per voi avere un’idea generale  e completa della situazione quando questa viene raccontata da una unica fonte, da una sola parte che è quella dominante e non lascia quasi mai spazio ad altre voci che possano parlare per se stesse”. Sono queste le sue parole quando le esprimo il mio rammarico per le difficoltà che noi abbiamo circa l’informarci liberamente su quest’argomento; così, per rendermi  più limpida la storia, mi racconta la sua esperienza personale : “Sono stata a San Francisco, a Salerno, ad Oslo e ad Abu Dabhi senza alcun problema, senza dover subire controlli o interrogatori, ma non posso far visita alla mia famiglia a Gerusalemme, lontana da me mezz’ora, senza mostrare un permesso e senza sottostare ad un lungo processo degradante ed umiliante. Ci sono cose che dovrebbero essere basilari in tutto il mondo, cose che dovrebbero essere garantite, come la sicurezza, la serenità dello spirito e la libertà! Ci sono sogni per cui stiamo letteralmente morendo”. Ecco che si apre un temibilissimo scenario; l’accenno alla “barriera di separazione israeliana”, una riproduzione di quel muro che divise una nazione, l’Europa intera e che fu abbattuto al suolo più di vent’anni fa. Questo  nuovo muro però, quello di cui parla Saba, c’è e non ha nessuna intenzione di cadere anzi si innalza in tutta la sua efficacia  distruttiva:
Il muro di separazione, dichiarato illegale dalla corte internazionale di Giustizia, separa città Palestinesi da città Palestinesi, scava la sua strada nella parte occidentale dividendo fertili fattorie, annesse ad Israele con la forza, dalle case dei fattori. Questo muro  separa il cittadino dal suo vicino, divide famiglie, terre, causa la confisca di centinaia di ettari di terreno appartenenti ad agricoltori palestinesi che non hanno altre risorse oltre a quello che viene loro strappato. Questo sistema fascista, spacciato per misura di sicurezza, ha causato immani sofferenze a molti palestinesi. Il punto è che Israele non sarà mai al sicuro finchè la Palestina non sarà al sicuro. Questo muro è una imitazione più larga del muro di Berlino, l’unica differenza consiste nell’aggiunta di grandi torri di controllo, spazi su entrambi i lati come “zone cuscinetto”,un filo elettrico tutto intorno,cancelli e “checkpoint”, in una sola parola: una prigione per i Palestinesi!
Psicologicamente tutto questo è traumatico, ci sentiamo intrappolati come ratti.  
Insomma, questa costruzione che secondo Israele sarebbe stata necessaria per la sicurezza nazionale, sarebbe in realtà l’ennesimo attacco all’Islam, l’arma più potente e tagliente utilizzata contro il popolo palestinese poiché ne lede fisicamente l’unità.

La discussione si infiamma, gli animi pure. Non posso non chiederle dell’Islam, di alcuni tratti “particolari” di questa religione: “Sono Musulmana e rispetto molto l’islam. Sebbene io non sia praticante cerco di seguire alcune linee guida della mia religione. Penso che l’Islam sia oppresso e che la sua immagine venga manipolata nel mondo per farlo apparire come un nemico! Dopo la fine della guerra fredda l’Islamismo ha preso il posto del comunismo così che alcuni paesi del mondo potessero mantenere il proprio potere e convincere il proprio popolo dell’esistenza di un nemico comune, ecco perchè spendiamo milioni in fucili ed armi. Non è che, per caso, sono stati proprio gli Stati Uniti a creare Al Qaida per combattere i sovietici in Afghanistan?!”
“Non sto dicendo che Il terrorismo associato all’Islam non abbia nulla a che fare con fattori religiosi, dico solo che sarebbe più logico associare questo terrorismo alla povertà, all’oppressione e all’ emarginazione, non unicamente all’Islam”.

Da ogni sua parola trasuda rabbia, una rabbia matura e consapevole; una rabbia collezionata negli anni, cresciuta all’ombra di una patria stuprata, zittita, non diversa dalle patrie personificate da donne coraggiose nei quadri risorgimentali. Ciò nonostante, Saba riesce a sentirsi cittadina del mondo, soprattutto di quei mondi che, agonizzanti, vivono situazioni simili al suo. “Ho già così tante patrie. Sono un’orgogliosa Palestinese, Algerina, Libanese, Siriana,  cittadina di Bahrain, un’orgogliosa Africana, e comunque non sono mai stata in Africa finora! Ironicamente la Palestina mi ha trasmesso tolleranza ed umanità”. 

La rabbia è sicuramente frutto di un’altra terribile consapevolezza, che rende ulteriormente ingiusto ciò che il popolo Palestinese è costretto a subire: “Riconoscere la Palestina come Stato minaccerebbe il cuore della colonizzazione Americana nel mondo. La dominazione americana del Gulf Oil (http://en.wikipedia.org/wiki/Gulf_Oil), il fronte americano contro l’Iran e la Russia, il “bastone” americano in Europa.
Riconoscere la Palestina  significherebbe risolvere uno dei principali conflitti mondiali  e di conseguenza significherebbe un passo indietro per l’industria delle armi! Milioni e milioni di dollari che sono spesi per eserciti e fucili andrebbero persi. Forse significherebbe anche un cambiamento delle polarità internazionali.”

L’intervista incalza sull’onda dell’ “Arabic Spring”, il suo invito è ovviamente a non generalizzare questi movimenti,a  cercare di considerarli nella propria specificità “Io credo che la Tunisia non sia L’Egitto, l’Egitto non sia la Libia e la Libia non sia l’Egitto o la Tunisia”” every land has its unique birth; every dawn has its own rebelling hour, citando la poesia di Mahumoud Darwish”.                                                                                                                                                          

Un balzo al cuore mi coglie, però,  quando mi rendo conto di aver forse toccato un tasto troppo dolente: “La domanda riguardo le donne nella società musulmana non è corretta. Indirettamente indica che l’Islam discrimina le donne in qualche modo, che non è totalmente vero.  La ragione per cui le donne sono emarginate risiede seconde me nella crisi dell’economia. Il controllo della ricchezza e dei profitti è faccenda da uomini. La povertà e l’insicurezza escludono le donne dalla possibilità di prendere decisioni perché gli uomini vogliono il potere. Questo di certo ha avuto bisogno del supporto di testi sacri per essere accettato tra le persone, usando interpretazioni sbagliate e spiegando testi fuori dal proprio contesto. Non credo che la religione sia la ragione, al massimo essa è stata usata come strumento, ma non è la causa di tutto. Potresti chiedere delle donne del terzo mondo,dove le persone sono affamate ed oppresse. “Donne nel mondo Arabo”, come ti sentiresti se io ti chiedessi delle donne nella società Cristiana?”.
Più  che la risposta stessa alla domanda è la reazione di fronte ad essa a chiarire alcuni dei miei dubbi. A rispondermi infatti c’è una donna musulmana non praticante , orgogliosa della propria cultura, pienamente consapevole delle manipolazioni a cui tale cultura è sottomessa, ella difende strenuamente le donne arabe, tira in ballo Premi Nobel, ammette l’utilizzo del Burga come scelta personale.
Questo atteggiamento non è un atteggiamento da donna sottomessa.

La guerra, quella vera, la guerra che distrugge case e cuori, quella che puzza di sangue, che senti arrivare al suono degli spari mentre stringi gli occhi e i pugni, quella che puoi conoscere solo se l’hai vissuta com’è?

“Non ti ci abitui mai alle bombe e alla Guerra! La guerra sorprende sempre per come riesce a rinnovarsi e trovare modi nuovi di traumatizzare le persone; ho vissuto due intifadas, la guerra libanese nel 2006, alcune notti di invasione e bombardamenti, e ancora tremo al primo sparo di pistola. Ancora odio i soldati, i carri armati e i muri, gli M16 e il sangue, le urla, gli aeroplani , i sorrisi e le improvvise “chiusure” dei soldati; qualche volta odio anche il mare che porta tutte queste cose qui da noi. Ad ogni modo tutto questo non ha mai minacciato la mia abilità di sognare il mio futuro, che sia di notte o di giorno! Ovviamente sogno uno stato Palestinese che vada dal fiume a mare. Ho amici Palestinesi in Libano, spero possano tornare e che io possa andarli a trovare nelle loro città palestinesi che sono ora occupate da Israele a nord, città come Akka o Heifa. Sogno il giorno in cui potrò fare un viaggio in Algeria, a Beirut al Cairo con la mia macchina, proprio come te in Europa. Sogno un piccolo appartamento, un cane, un lavoro decente, due o  tre libri pubblicati con il mio nome sulla copertina, e forse, in futuro, una piccola famiglia!”

Il tempo è tiranno anche per me, devo chiudere il documento, smettere di guardare le foto del “muro di separazione”, tornare alla mia vita dove non c’è guerra, dove, per vedere i miei familiari, mi basta prendere un treno, dove posso decidere di partire quando preferisco, con la meta che preferisco.
Questa volta però immaginare è più semplice, le distanze mi sembrano più brevi, il cielo su di me si comprime portandomi in quei luoghi, tra quelle famiglie divise che meritano una possibilità di pace, più vicina alle urla che devono essere ascoltate, più vicina ai volti straziati che meritano d’essere accarezzati.

Per avere una panoramica più ampia della situazione invito a leggere l’intervista che verrà pubbicata a breve in italiano e in inglese.

Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it

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