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Il salto di Diesel: Originals Sneaker Collection

Diesel è un marchio tutto italiano, fondato nel 1978 da Renzo Rosso e Adriano Goldschmied , ed esportato in tutto il mondo con grande successo. Il brand Diesel è famoso per il suo stile classy casual firmato da sempre dall’artista Wilbert Das.
Per un brand conosciuto prima di tutto per le sue linee di jeans non è facile farsi spazio nel mondo dell’alta moda. Renzo Rosso e il suo Team invece ce l’hanno fatta e dal 2005 le collezioni Diesel vengono presentate durante la settimana della Moda di New York e non solo.

Il marchio è di culto soprattutto tra i giovani e proprio per questo per il nuovo prodotto che sto per presentarvi , è statta creata una collaborazione con Adidas, altro marchio dedicato soprattutto agli under 30( i due brand già nel 2008 si associarono per creare una linea esclusiva in denim).

A tal proposito Stefano Rosso, figlio di Renzo Rosso e Responsible for Strategic Brand Alliances di Diesel, ha affermato: ‘Sono un grande fan di adidas, è un brand che mi ha sempre ispirato e al quale aspiravo da quando ero bambino. Dopo la straordinaria collaborazione per il denim, quando il know-how di Diesel si è fuso allo spirito di Adidas, stiamo aprendo un nuovo capitolo in termini di partnership: la storia e l’eredità dei due brand confluiscono insieme apportando il nostro spirito ai modelli storici di adidas!’.
La novità di cui parlavo è “Originals Sneaker Collection” , collezione di scarpe sportive pensate per la Primavera/Estate 2011.

Le Sneaker di questa capsule collection sono 5 modelli classici Adidas rivisitati con il tocco fresco ed originale Diesel, si tratta di: Forum Mid Diesel Lea, Forum Mid Diesel Txt, Zx 700 Diesel, Stan Smith Special, e Stan Smith 80’s Diesel.

L’ispirazione viene dalla strada e arricchisce le scarpe con cerniere, borchie, dettagli rockeggianti, rifiniture con catarifrangenti e strappi fatti ad arte.
La limited Edition prevede soltanto 10 000 paia in tutto il mondo ed è dedicata soprattutto al pubblico maschile, ma le modaiole sapranno apprezzare il buon risultato di questa riuscita collaborazione.

Valentina Sheena Leporati – www.opennews.it

The art of NOT pushing the bottom- Frank Hovart

Si inaugura il 24 febbraio a Lugano, ai piedi delle alpi svizzere, una mostra interamente dedicata a uno dei più emblematici fotografi di moda dell’ultimo secolo: Frank Hovart. Seconda mostra a lui dedicata in Svizzera nell’arco di pochi mesi, l’esposizione rimarrà aprta fino al 29 aprile quasi tutti i giorni. La sede, la Photographica Fine Art Gallery, apre sempre le sue stanze a opere fotografiche di grande importanza storica oltre che culturale ma mai aveva ancora deciso di impiegarne la totalità per un solo nome. Ciò significa che questo nome non può appartenere “al primo che passa per strada” . Alle spalle decine di esposizioni, ben 27 libri pubblicati (di cui l’ultimo nel 2006, “The Horvat labyrinth), collaboratore di Vogue, Elle, creatore di servizi per grandi casate come Chanel e Givenchy ma anche acuto osservatore della realtà quotidiana, Hovart porta con sé un fruscio di sete preziose e di profumi dolci e fruttati, l’eleganza di un contrasto bianco-nero, la preziosità di uno sguardo incorniciato da un attento laborio di eyeliner. Ma anche la segreta e intima dolcezza di un bacio fra innamorati, la naturalezza di un bambino su un autobus, l’immediatezza di una attesa. Intenso inoltre anche il suo lavoro come documentarista (ricordiamo “La capture des éléphants sauvages”)  caratterizzato da quello stile reportage che lo ha accompagnato in ogni suo scatto, nella riproduzione su pellicola della vita frenetica di città come Milano, Parigi (dove visse e lavorò per molto tempo), New York e di paesi come l’India o l’Australia. Il tutto rigorosamente con una 35mm. Leica o Nikon, ma SEMPRE una 35mm. Ma cosa lo contraddistingue da altri, cosa c’è di diverso nelle sue copertine di Vogue, nello sguardo disincantato di una signora che fa la spesa?  La risposta sta nella sua frase più celebre, quella che divenne il suo biglietto da visita :“ “the art of not pushing the button“. Cosa significa? Hovart individuò fin dall’inizio della sua carriera la apparente semplicità di utilizzo della macchina fotografica; non era come dipingere un quadro, non richiedeva ore ed ore di lavoro manuale, di mescolamento delle tinture, di pose, era immediata. Un clic. Un clic poteva scrivere più velocemente e anche più efficacemente di un pennello o di uno scalpello. A maggior ragione con le comparse delle macchine digitali sulla scena, il gioco divenne ancora più semplice. Ma di questo lui non volle mai accontentarsi; non era lo scatto che cercava, era il suo scatto, quello che avrebbe riprodotto perfettamente l’immagine che egli si era creato in mente, che sarebbe stato l’ultimo, definitivo, che non gli avrebbe più fatto cliccare il pulsante. Questa la sua ricerca, l’arte dell’arrivare subito allo scatto desiderato. Già, perché “diversamente da Henri Cartier-Bresson”, disse in una sua intervista, “non sono in grado di scattare sempre comunque e dovunque, all’infinito. Ho bisogno di prepararmi una immagine in mente, di partorirla nella mia immaginazione, prima di poterla imprimere su pellicola. Preparo una sorta di lista degli elementi che non devono esserci, di quelli che invece ne faranno la forza, delle luci e delle espressioni che desidero trovare.Finchè non raggiungo questa situazione, non scatto. Quando lo faccio so che avrò l’immagine desiderata, attendo di vederla come il cacciatore la sua preda”. Avrete notato la citazione di un altro grande nome, quello di Cartier-Bresson, che egli incontrò alla sede della Magnum quando questo era già un “guru” della fotografia. Ne divenne un seguace. Poi un eretico. Così afferma, dicendo che non furono le sue rigide regole a colpirlo e ispirarlo; fu il suo essere fotografo più che le sue fotografie a insegnargli che cosa significasse fare quel lavoro, rispettarsi per questo e rispettare le proprie opere.Un altro aspetto fondamentale per capirne il pensiero è il “decisive moment”; questo unico, irripetibile, atto finale che tende a perdersi con il “digital imaging”, l’elaborazione al computer, la possibilità di scattare all’infinito, di correggersi all’infinito.”Il decisive moment rimane una prerogativa della fotografia tradizionale, un privilegio.Il digitale è più simile alla forma espressiva della scrittura, del dipinto; si elabora lentamente, si cambia ciò che si ha fatto nel mentre.”. Ma se per capire a fondo qualcosa bisogna risalire alle origini, come mai Hovart  decise di diventare fotografo, cosa lo spinse a fare questa scelta? “La facilità di incontrare belle donne” dice lui, ridendo, ma non solo (per fortuna):” taking a photograph is like responding to an appeal: as if a person, or a tree, or a situation was calling me, crying out to me “I wish to be made visible, and you are the one who can best do it“”.

Ce la farà la mostra di Lugano ad esporre efficacemente una così profonda teoria di pensiero? Saprà trasmettere, o saranno le opere da sole a presentarsi?  

Piotto Chiara

INFO sulla mostra: www.photographicafineart.com

For JDM Givenchy Hat B, 1958, Paris

космополит(cosmopolit)

Vivienne Westwood: dal Punk all’ecologia

Conosciamo bene Vivienne Westwood soprattutto per il suo stile inconfondibile che è giusto definire anticonformista, sbalorditivo, ribelle e punk,; la signora negli anni ci ha spesso deliziato con dichiarazioni sconvolgenti e comportamenti poco tranquilli. Per la primavera 2012 invece la famosa stilista ha preparato per noi una sorpresa che ci lascerà di stucco.

E’ la collezione di gioielli “The Vivienne Westwood Get a Life Palladium Collection” a sostegno della campagna “Get a Life” per una vita eco sostenibile. Il materiale usato è il palladio, un metallo raro dal colore bianco grigio, quasi lunare e molto luminoso; viene utilizzato solitamente per creare l’oro bianco e per decorare minuziosamente quest’ultimo. Il palladio è resistente e molto adatto a plasmarsi nelle forme che Vivienne ha scelto per questi deliziosi oggetti.
La fonte d’ispirazione della collezione è la Natura e con lei il clima, facendo riferimento ai problemi che ormai stanno attanagliando il nostro pianeta in maniera preoccupante, il tutto unito ad alcuni simboli ripresi dal paganesimo. La stilista si dedica totalmente ai problemi ambientali e così, nelle vetrine di alcuni negozi scelti, potremo ammirare ghiande, querce e cuori che simboleggiano fortuna, speranza potere e forza. In merito a questi simboli l’artista ha ad esempio dichiarato: “la ghianda è il simbolo della foresta pluviale, della sua importanza e di come sia il nostro primo dovere salvarla”.

La terribile Vivienne si trasforma così, con nostra grande sorpresa, in una paladina della natura sostenendo a spada tratta la salvaguardia della nostra amata Terra. In realtà ai sostenitori attenti non sarà sfuggito che non è la prima volta che la Westwood tratta temi poco superficiali. All’inizio dell’anno scorso aveva infatti stretto un accordo con la SIGG (nota azienda Svizzera che si occupa da più di cent’anni della produzione di borracce ecologiche) e i suoi modelli avevano sfilato indossando borracce realizzate in alluminio riciclabile schierandosi contro l’uso delle bottiglie in plastica, dannose per il clima.

Anche nella sfilata dedicata ad “Alice in Wonderland” troviamo questo tipo di impegno, si sono viste infatti magliette con lo slogan “ Stop Climate Change” e borse eco-friendly che recitavano la scritta “ 5°”, il numero di gradi  centigradi che ucciderebbero il nostro pianeta. Per quanto riguarda la “Vivienne Westwood Get a Life Palladium Collection”, la vedremo per la prima volta in Febbraio, in occasione della Settimana della Moda di Londra.

Valentina Leporati – www.opennews.it

Dita von Teese: l’arte della seduzione

Se dico Burlesque qual è la prima cosa a cui pensate?
Sono sicura che non sia una persona e sono anche sicura che stiate pensando a Dita Von Teese.
La mia sicurezza è dovuta al fatto che io farei esattamente lo stesso collegamento!
Non a caso Dita viene definita “La Regina del Neo-Burlesque” e i suoi spettacoli fanno il tutto esaurito in ogni punto del globo.


Heather Renèe Sweet nasce il 28 settembre del 1972 nel Michigan, da una madre estetista ed un padre Operaio. Fin da piccola coltiva la passione per la danza classica e sogna un futuro come prima ballerina nei migliori teatri. Tutto questo finchè, leggenda narra, sua madre non le regalò il suo primo reggiseno.
Il primo reggiseno che abbiamo avuto tutte: bianco, in cotone anallergico e senza forma.
La ragazzina accetta delusa il regalo e sogna i completi intimi visti di nascosto tra le pagine dei “playboy” del padre.
Per potersi permettere la biancheria che desidera inizia a lavorare in un negozio di intimo e spende il suo stipendio in corsetti, reggiseni a balconcino e calze di ogni tipo.
La futura Dita Von Teese scopre una nuova passione, quella per il vintage e gli abiti in generale e decide di studiare “storia della moda” al College per poi diventare costumista.
In questo cammino ambizioso però c’è qualcosa che cambia il percorso prestabilito da Dita.
Diciannovenne, scopre il mondo dei night Club ed inizia ad esibirsi come spogliarellista.
E’ qui che Heather diventa Dita, nome ispirato all’attrice anni ’20 Dita Parlo( il cognome Von Teese le sarà dato dalla rivista Playboy più tardi).
Il suo non è un semplice spogliarsi, non ha nulla di volgare o semi-pornografico.
Quello che fa confonde ed affascina i clienti, è nuovo, è elegante ed è sofisticato.
Sale sul palco con pettinature da diva della vecchia Hollywood e costumi Vintage inoltre spesso si esibisce con scarpette da danza classica, en pointe (sulle punte).
Dita era ancora bionda quando si esibiva per le prime volte, poi stufa di somigliare alle tipiche ragazze californiane ( la sua famiglia si trasferì ad Orange County nel 1984) tutte bionde ed abbronzate, decise di tingere i capelli di nero corvino, usare la protezione totale sulla pelle tutto il giorno e quindi mantenere il suo naturale colorito candido, e truccarsi da vera diva di un tempo con eyeliner e rossetto rosso scarlatto.
Questa giovane così diversa dalle tante viene notata da alcuni fotografi e inizia a posare per riviste del genere Fetish e in brevissimo tempo diventa musa ispiratrice di molti artisti, tra i tanti Christian Loboutin che disegna le scarpe per ogni suo spettacolo (INVIDIA!)


Da noi però Dita Von Teese diventa un nome da copertina solo legato a quello del suo compagno del tempo (parliamo del 2000/2006), il famoso Rocker-Anticristo Marilyn Manson.
I due sono una coppia che colpisce, lui con i suoi travestimenti eccentrici e a tratti spaventosi e lei così sofisticata e candida. Il loro matrimonio finisce su Vogue e vengono rese pubbliche foto che li ritraggono in abiti Ottocenteschi all’interno di un magnifico castello Irlandese sposati dal regista Alejandro Jodorowsky.
Matrimonio però che oltre a finire sui giornali, finisce anche in senso vero e proprio soltanto un anno dopo.
Dita comunque ormai è conosciuta da tutti, Italia compresa così possiamo apprezzare la sua bellezza persino sul palco del festival di Sanremo dell’anno scorso, dove vestita di soli diamanti finiva poi per fare il bagno in un enorme calice di Martini.
Dita sfila per Vivienne Westwood, Moschino, Jean Paul Gaultier e diventa testimonial per Wonderbra, agent provocateur, MAC viva glam e Cointreau.
Per citarne solo alcuni.
E’ solo l’arte del burlesque, così poco conosciuto prima di lei, che ha dato tanta fama a Dita o c’è qualcosa in più?
Dita non ha paura, non ha paura di essere diversa dalle altre belle e famose.
Non ha paura di esibire il suo corpo, splendido ma ricco di forme, in un mondo in cui la magrezza fa da padrona.
Dita non ha paura di parlare dell’arte di spogliarsi e di saperlo fare in maniera sensuale e femminile in una società perbenista, ma anzi lei stessa afferma: ” Voglio dimostrare che lo spogliarello non è una cosa sporca. Alcune persone dicono che quello che faccio non è sinonimo di liberazione sessuale. Io sostengo invece che è davvero liberatorio guadagnare 20 mila dollari per dieci minuti di lavoro. »
Dita von Teese è una Self-Made Woman, crea le sue coreografie, sceglie i costumi con l’aiuto della sua fedele costumista e migliore amica Catherine D’Lish,cura da sè il trucco e l’hair style ed
è produttrice di se stessa.
Credo che già questo la renda una donna da imitare!
E per non lasciarvi dubbi vi saluto con una sua frase che trovo davvero illuminante in un’era di botulino e chirurgia:
« Non ho mai avuto l’ossessione di sembrare giovane a tutti i costi. Le donne che ammiro e che mi hanno ispirato nel mio lavoro erano famose per la loro eleganza, indipendentemente dalla loro età. »

Ringrazio Bibi che lasciando un comento al mio articolo sulle “Icone dello stile” mi ha fatto capire che ad una donna come lDite Von Teese almeno qualche riga la dovevo dedicare! ;-)

Valentina Leporati – www.opennews.it

Marilyn o Serena? Vecchie e nuove icone di stile

Sono una ragazza un po’ all’antica e quindi per me le icone di stile sono rimaste Marilyn Monroe,Audrey Hepburn , Bettie Page e donne d’altri tempi come loro, ma con il dono di una sensualità prorompente.
Un tempo, le giovani si ispiravano alle dive del cinema hollywoodiano che aveva da poco aperto i battenti e che presentava figure femminili invidiabili da uomini e donne senza distinzione.
La bellezza poco artefatta, abiti che sapevano mettere in risalto i punti giusti senza renderli volgari, atteggiamenti delicati che nascondevano (nel caso di Marylin su tutti) una grande fragilità.
Questo ha reso le donne di quel periodo il sogno proibito di tutti.
Cosa è cambiato oggi?
Googlando la voce “icone di stile” vedrete che le prime immagini che compariranno sul vostro schermo sono : la miliardaria Daphne Guinnes ( e per fortuna che è lei la miliardaria! Temevo di trovarmi di fronte una foto dell’ereditiera Paris Hilton e del suo chiuaua), la figlia di Lionel, Nicole Richie ( peraltro ex miglior amica della sopracitata) e al terzo posto Lauren Conrad uscita dal reality Laguna Beach e dal sequel “The Hills”.
Mi sembra di capire, quindi, che oggi lo stile lo faccia chi diventa famoso attraverso il mezzo televisivo.Le signorine al secondo e terzo posto, infatti, sono “mostri” da reality ( per chi non lo ricordasse infatti anche Nicole Richie ha partecipato ad uno di questi programmi educativi: ” the simple life” insieme alla Paris di cui già troppe volte ho parlato in quest’articolo.
Tanto per rinfrescare la memoria, lo scopo del programma era quello di catapultare due giovani ricche e belle in mezzo alla campagna e vederle cimentarsi in mungiture, raccolte di vegetali e altre cose che ogni nonna fa ogni giorno da almeno sessant’anni.
Insomma Lauren e Nicole sicuramente sanno vestirsi, anche perchè dipsongono di un capitale non da poco, ma…..manca qualcosa.
Provate ad affiancare una foto di queste “It Girls” ad una di Audrey o di Marilyn.
Credo non ci sia paragone e credo che mi darete ragione.
E’ vero che le due ragazze hanno uno stile giovanile che ognuna di noi, in più, può ricreare anche senza spendere miliardi. ma qui stiamo parlando di ICONE di stile, di donne che con la loro eleganza hanno fatto la storia della moda e del glamour.
Per quanto io mi vesta simile alle prime due vorrei comunque essere come le seconde.
Altre Fashion Icon che adoriamo osservare e copiare sono quelle dei telefilm: prime fra tutte Misha Barton e Rachel Bilson di O.C, rispettivamente Marissa e Summer.
Vestitini leggeri in piano stile Californiano e ballerine o tacchi sempre molto giovanili, colorati e mai eccessivi.
Poi è arrivato Gossip Girl ( che personalmente adoro) e le grandi marche indossate da Blake Lively e Leighton Meester, Serena e Blair.

Con loro la moda entra prepotentemente nelle serie televisive dedicate ai giovani e parte la caccia alle firme portate dalle due protagoniste femminili.
Mentre Serena ha uno stile ironico e un po’ ribelle con outfit firmati tra i tanti da Emilio Pucci e Chanel, Blair sembra la nuova Audrey Hepburn con completi sofisticati ed eleganti, che portano spesso il nome Marc Jacobs.
Ecco. Queste due ragazze ed i loro personaggi mi piacciono particolarmente e credo che, pur non avendo quasi niente a che fare con le dive anni ’40, siano due buoni esempi da seguire in fatto di moda poichè rispecchiano appieno il nostro tempo e non cadono quasi mai in accozzaglie senza senso. Le trovo glamour e sofisticate e soprattutto “copiabili” senza per forza dover spendere centinaia di euro se non migliaia (cosa non poco importante per me e il mio stipendio).
Parlando con amiche o conoscenti oppure leggendo vari blog in giro sul web ho potuto constatare che la mia è opinione diffusa e che Gossip Girl in fatto di moda, ha davvero colpito nel segno; da vera fan della serie mi trovo spesso a riguardare puntate già viste solo per osservare meglio accessori, abiti e soprattutto scarpe.
Alla fine, care ragazze, continuo a pensare che donne di classe come Marilyn e Audrey abbiamo fatto il loro tempo e, forse, non ritorneranno più; e poiché sono una ventenne anch’io… W Serena e W Blair! ;)

Valentina (Sheena) Leporati – www.opennews.it

Vintage: fascino senza tempo

Comincia con un pezzo che va dritto al punto, la rubrica di LadySheena, il nuovo guru della moda, dagli occhi cielo e i capelli rosso fuoco. Una serie di suggerimenti e piccoli chiarimenti per tutte le fashion victims e non. Enjoy it!

In occasione dell’inaugurazione di questa rubrica sulla moda ho pensato di iniziare da un argomento che mi è molto caro e che credo interessi un po’ tutte le fashion victims di questi tempi: il vintage. Partiamo dal fatidico domandone: “cos’è il vintage?”

Partiamo dalla parte più semplice: cosa NON è :
-Non è il nome di uno stile: lo preciso avendo sentito una squinzia definirsi “vintage” in prima serata e avendo questa definizione provocato in me una attacco di ridarella durato vari minuti;
-non è tutto ciò che è usato: se mi metto una maglia smessa di mia cugina, ad esempio, devo essere cosciente che non si tratta di vintage ma di usato e probabilmente sgualcito;
-e non è tutto ciò che riprende stili passati : le gonne a vita alta sono anni ’50, ma non sono vintage se non provengono direttamente da quell’epoca.

Vintage è tutto ciò che ha almeno vent’anni anni di vita.

Perciò assicuratevi che gli abiti venduti nei mercatini e passati per tali lo siano davvero e non risultino semplicemente abiti da nonne creati in fabbrica con l’intento di raggirare giovani (ed ingenue) modaiole. Non si sente parlare d’altro che del ritorno del vintage, ma la vera domanda da porsi è: ha mai smesso di essere di moda?
L’antico ha sempre avuto un fascino quasi ipnotico sulle amanti dei bei vestiti.
Essendo io tra queste, non riesco a resistere davanti a tessuti che hanno fatto la storia, che hanno una LORO storia. Avete presente l’emozione di avere sulla pelle qualcosa che ha attraversato decenni o addirittura secoli? Personalmente mi sciolgo di fronte ad abiti anni ’50: gonne a vita alta, corpetti a forma di cuore e vestitini che sanno di femminilità pur non essendo scollati o corti al livello dell’intestino.
Mi direte che non serve andare a pescare nei bauli della nonna per trovare certe cose, poiché oggi è facile trovare cose simili nei grandi magazzini o nei negozietti più o meno abbordabili di ogni centro città. Ritornate a inizio articolo e rileggete con attenzione!
Nulla è pari alla soddisfazione di avere sulla pelle della stoffa cucita e lavorata negli anni ’50 da una vera sarta; di certo non un abito di oggi creato in serie da macchine prive di senso dello stile,che soltanto imita (a volte senza risultato) lo stile delle mie adorate pin up e che al primo lavaggio in lavatrice si restringe fino a diventare un modello da dodicenne!
Sono una sostenitrice della moda a basso prezzo ed una frequentatrice di mercatini ma sul vintage non transigo!
Proprio pochi giorni fa mi è capitato di entrare in un negozio che vende abiti che appartengono ai primi del ’900; non ho una gran conoscenza della moda di quegli anni ma sono rimasta incantata dalla leggerezza e dalla delicatezza delle stoffe.
Ho provato un abito alla garçonne color oro e un bandeau nero con una piuma sulla destra e l’effetto ero strabiliante! Mi sentivo pronta a ballare un charleston scatenato in un locale dalle luci soffuse in cui gli uomini ti invitano ancora a ballare e la percentuale di pelle al vento non si avvicina lontanamente a quella dell’acqua nel nostro corpo.
Ecco la magia del vintage: è una macchina del tempo.
Si può viaggiare senza sforzo da un decennio all’altro, trasformandosi di volta in volta in quello che si desidera: una ballerina di charleston degli anni ’20, una sofisticata ragazza degli anni ’30 con veletta e diadema, una lussuosa donna anni ’40 con guanti fino al gomito e cintura gioiello. Una deliziosa e sensuale pin up, una elegante giovane degli anni ’60 con tailleur e guantini, una sfrontata ragazza anni ’70 con treccine e pantaloni a zampa di elefante ed una moderna rock ‘n’ roll girl anni ’80 con pizzi e sovrapposizioni studiate ad hoc ( o studiate per niente) e infine una ribelle amante del grunge con chiodo e converse.

Detto questo, sta a voi scegliere cosa preferite e come vi sentite. In un’epoca come la nostra che non ha più niente da inventare e che ama ripercorrere il passato è bello adeguarsi e scegliere il decennio in cui avremmo voluto essere donne.
Il mio consiglio è osare e divertirsi. E’ questo il segreto del vestirsi: non annoiarci e non annoiare mai!

Valentina (Sheena) Leporati – www.opennews.it

L’ultima foto a destra è scattata da Francesco Scontrini

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