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Il giro d’Italia. Milano, la dinamica.

Comincia con la “città grande” il giro d’Italia di OpenNews alla scoperta delle città più belle e dei posti più affascinanti. Festeggiamo anche noi l’Unità d’Italia, perchè sono i luoghi dove viviamo a raccontare chi siamo. Buona Lettura!!

Una fiumana di persone esce in automatico dal vagone treno. In ogni sguardo provo a scorgere qualcosa di più di due semplici occhi. La metropolitana si chiude e continua la sua corsa fino ad arrivare alla stazione successiva dove lo stesso schema si ripeterà identico.

A prima vista sembra una città di automi, Milano, dove ognuno è esattamente identico ad un altro. Un groviglio di corpi attaccati l’uno all’altro, ma spersi nella vastità della loro solitudine. Usciti dal tunnel sotterraneo, si scorge un cielo grigio; anche quando c’è il sole, le nuvole imperano nel cielo. Tra macchine, tram, autobus e pedoni, non si fa fatica a sentirsi piccolissimi. “O la odi o la ami – mi spiega un milanese d’adozione. Non importa che tu ci sia nato o meno, il succo è questo”. E’ la pura verità, non ho dubbi. Cammino per le strade guardandomi attorno. La prima parola che mi viene in mente è “dinamismo”. Il movimento, il fermento, culturale e non, sono palpabili, tangibili. Ognuno si aggira rapido e sicuro tra luoghi familiari. Nessun errore, nessun inghippo. Al cospetto della Madonnina che dall’alto tutto vede, ognuno bada a se stesso, conducendo la propria vita comunque in armonia con ciò che lo circonda.

L’ora dell’aperitivo è quella che preferisco. I locali sono strapieni, il buffet ricco. Non c’è bisogno di dire che l’offerta è alta. Ogni cosa è a tua disposizione e, come diceva una nota pubblicità, “Gira tutto intorno a te”. Non hai che da scegliere, essere deciso. Certo, è chiaro che rispetto a tanti altri luoghi, il portafoglio può soffrire di tanta vitalità, ma una pazzia ogni tanto non può danneggiare in modo definitivo le tue finanze.

Milano è come un essere umano, una parte integrante della vita dei suoi abitanti. Con la sua vitalità quasi esagerata alle volte, mira a stupire e ad andare oltre. E’ la città delle occasioni da non farsi sfuggire, degli incontri, delle opportunità perse e delle nuove scoperte. Il milanese d’adozione mi accompagna alla scoperta della sua nuova città e quando me ne parla ha quasi gli occhi lucidi per la bellezza che abbiamo intorno. Il Duomo è testimone della vita di ognuno e forse noi non siamo che due minuscoli puntini in questa immensità, ma il bello di un agglomerato “costruito a tre cerchi concentrici” è che puoi essere quello che vuoi anche senza fare nulla. Modelle pronte per la settimana della Moda, artisti, studenti, managers, brokers, casalinghe (disperate e non), bloggers, musicisti, agenti dello spettacolo, esponenti della cultura, letterati si ritrovano tutti nello stesso punto per omaggiare e accrescere sempre di più, tutti uniti, un insieme di case, strade, palazzi di immensa e bellezza o di avanguardia, per rendere migliore il posto in cui vivono. Il cielo è di un azzurro rassicurante e ci lascia piacevolmente stupiti; è lo stesso che ritroviamo nella volta decorata della chiesa di San Maurizio al monastero Maggiore in Corso Magenta. Un gioiellino nascosto di una città che andrebbe girata in lungo e in largo. Grazie all’apporto del Touring Club, questa piccola perla dimenticata è tornata a splendere di lucentezza propria. Una simpatica “sciura” (che in Milanese significa signora) ci fa da guida gratuitamente e ci illustra ogni segreto ed ogni volto racchiuso negli affreschi. Personaggi di altissimi levatura hanno camminato secoli prima su quelle pietre e la cosa ci impressiona, ci fa riflettere.

Dopo la cultura il relax, no? E allora non c’è nulla di meglio di un caffè (a 0,80 cent. IMPERDIBILE A MILANO) da Caffetteria Marchesi, sempre in Corso Magenta a pochi passi dal Monastero. Non si può non notare la finezza dei camerieri, in tenuta da lavoro, e le tazzine dalla forma particolare. Donne impellicciate e piene di pacchetti ci circondano e chiacchierano del più e del meno. Cambiamo stile, cambiamo stato e pranziamo da California Bakery in piazza Sant’Eustorgio: si arriva in bici o a piedi, si fa un brunch a base di succo d’arancia, caffè americano illimitato e sandwiches con dentro tutto ciò che si desideri. L’aria è internazionale, lo spirito libero e lo stomaco strapieno! Merita davvero! La sera le possibilità aumentano in maniera esponenziale: dalle cucine più speziate e particolari (tailandese, sushi, arabo, marocchino, cinese, indiano, ecc…) a quelle più tradizionali a base di carne o pesce non importa, il divertimento è assicurato. Scegliete qualcosa di originale per gustare appieno l’apertura di questa città al mondo. Sfruttate ogni possibilità.

Il Milanese di Adozione mi mostra ancora una volta la Madonnina che veglia splendida nel punto più alto della città. Dorata e baciata dal Sole, che spesso non si vede, osserva gli abitanti laboriosi affrettarsi alle proprie occupazioni e i turisti disposti in una lunghissima fila per entrare in un paio di musei.

“Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, e restare al lavoro. Ma queste seduzioni sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l’aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi dal farci torto non serve spesso che a rinvigorirla. Provasi davvero la febbre di fare; in mezzo a cotesta folla briosa, seducente, bella, che ti si aggira attorno, provi il bisogno d’isolarti, assai meglio di come se tu fossi in una solitaria campagna. E la solitudine ti è popolata da tutte le larve affascinanti che ti hanno sorriso per le vie e che son diventate patrimonio della tua mente.” E’ Giovanni Verga a parlare e a manifestare la sua ammirazione. Di certo c’è tanto da imparare da Milano. Alcuni la accusano di essere tetra, ma è l’unico luogo della Penisola ad avere tutto al suo interno. Aspetta solo di essere scoperto.

Dedicato al Milanese di Adozione, che mi fa da Cicerone in questo viaggio, alla scoperta di una città che ama e che io ho cercato di descrivere…almeno un po’.

Francesca Larosa – www.opennews.it

Foto di Marta Casartelli

How can 25$ Change an Economy?

Cosa c’è di così grande nell’erogazione di piccolissimi prestiti alla povera gente? Il viso si illumina in un sorriso quasi timido, discreto, umile. E’ Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006, e, sorprendentemente, non è in grado di rispondere. E’ questa la domanda che sta alla base della Grameen Bank, un istituto di credito rivoluzionario, da lui fondato nel 1976.

Circa due terzi della popolazione mondiale non esiste per le istituzioni finanziarie. Il sistema vigente, infatti, prevede l’esistenza di garanzie ben precise per poter accedere al prestito e, chiaramente, coloro che non dispongono delle risorse monetarie sufficienti neppure alla propria sopravvivenza, non sono considerabili debitori affidabili in grado di ripagare i prestiti a loro concessi. Tutto ciò porterebbe a credere che neppure l’idea di Yunus sia in grado di funzionare. Errore. Il 98% del denaro concesso in prestito è stato restituito, le azioni dell’istituto di credito sono possedute per il 94% da clienti debitori e per il 6% dallo Stato e in questi anni la Grameen ha concesso circa 7 milioni di prestiti per un ammontare di 5,22 milioni di dollari senza garanzia alcuna. Sono dati sorprendenti se si considera che queste persone vivevano, prima dell’intervento della Grameen Bank con meno di due dollari al giorno!

Tutto è cominciato, per il giovane professore di Economia Muhammad con il probema creato dai moneylenders, che riducevano “in schiavitù” donne e uomini per somme modestissime dalle quali però dipendeva tutto il loro lavoro e conseguentemente la loro sopravvivenza.

Il c.d. “caso Zero” gli venne offerto da una donna (come racconta lo stesso Yunus) che costruiva cestini di bamboo di fronte alla sua capanna. Oggetti molto raffinati, dai colori sgargianti che questa piccola imprenditrice, e come lei molte altre, era costretta a rivendere a condizioni prestabilite: acquisto della materia prima dal prestatore, creazione dell’oggetto, obbligo di restituzione del prestito e vendita del prodotto al money lender al prezzo fissato da lui stesso. Scioccato da una tale condizione di sudditanza, Yunus colse l’occasione per condurre una piccola ricerca, in termini statistici, di quanti abitanti del villaggio di Jobra erano sottoposti ad una tale situazione. Sulla sua lista comparvero 42 nomi per un totale di 27 dollari.

Il primo prestito fu proprio corrispondente a questa cifra. Il professore cominciò a prestare piccolissime somme di denaro a donne riunite in gruppi di cinque e, nel caso in cui una non fosse stata in grado di restituire il credito, anche tutte le altre sarebbero state automaticamente escluse dall’erogazione di futuri prestiti. I soggetti considerati riuscirono così a liberarsi dall’oppressione dei money lenders e, alla vista della loro contentezza, Yunus capì quanto fosse importante fare qualcosa.

“Viviamo in un mondo nel quale hai bisogno di un dollaro in mano per ottenere un altro dollaro. Il problema dei poveri è che non hanno quel primo dollaro e in più non hanno nessuno che possa prestarglielo”. Questa l’idea base del microcredito: un prestito di piccole somme a persone poverissime che non hanno la possibilità di accedere ad altre forme di credito erogato da banche tradizionali, per aiutarle ad avviare un’attività economica e a risollevarsi dalla loro condizione di povertà. E’ un piccolo passo che punta ad innescare una corsa, una maratona. E’ uno dei pochi modi veramente efficienti di soluzione della povertà estrema. L’unico aspetto negativo è il sacrificio, in misura più o meno marcata, dell’autosufficienza finanziaria.

La maggioranza dei beneficiari di questi servizi innovativi sono donne. Tutto ciò farebbe pensare a degli squilibri dal punto sociale, ma non è così. Prima di tutto la componente femminile è l’unica che, in molti Paesi, non partecipa attivamente alla vita dei capi e al lavoro fisico e quindi ha più possibilità di concepire e sviluppare attività commerciali con diverse potenzialità. In secondo luogo é stato rilevato che le donne risultano più sensibili al controllo sociale. Risultano, insomma, molto più affidabili nella restituzione dei prestiti perché hanno la responsabilità e la cura dei figli e, in più hanno meno possibilità di scappare per evitare la restituzione.

I metodi di erogazione del credito, inizialmente, erano differenti e si fondavano su una maggiore attenzione alle dinamiche di gruppo. Si cercava, ovvero, di instaurare una meccanismo di selezione che garantisse ai beneficiari stessi la possibilità di controllare e decidere i componenti del proprio nucleo. Sostanzialmente, il prestito veniva concesso a gruppi di quattro o cinque persone e in caso di mancata restituzione o inadempimenti di qualsiasi genere, venivano automaticamente esclusi dai successivi prestiti tutti i membri del nucleo. Questo dimostra, e ha dimostrato in passato, che il meccanismo di auto selezione favorisce un maggiore controllo sociale e la creazione di gruppi omogenei.

Attualmente il “gioco delle garanzie” è differente: è più utilizzata la minaccia di un non rinnovo o l’abbassamento dei tassi di interesse per coloro che restituiscono in tempo. Ciò che è evidente, però, è che il microcredito, quale fenomeno economico, ha come principale obbiettivo lo sradicamento della povertà, ma si fa carico, anche, di istanze diverse quali la parità tra i sessi e il raggiungimento, per alcune categorie di individui, di un più alto livello di empowerment.

Storie reali, di vita vissuta, dimostrano comunque come questo approccio funzioni e come abbia dato la possibilità a moltissime famiglie di permettersi l’istruzione e l’educazione dei figli.

Le persone povere o disagiate risparmiano continuamente, su tutto. E’ questo il segreto della restituzione dei prestiti, ma tutto ciò non rende adatto questo strumento per qualsiasi situazione: le popolazioni che vivono, ad esempio, in condizioni geografiche difficili e sono dunque costrette a spostasi di frequente costituiscono una componente di debitori a rischio di insolvenza troppo alto. In aggiunta a questo è necessario valutare cosa davvero si intenda per soggetto privo di disponibilità economiche tali da assicurare una vita dignitosa a sé e alla sua famiglia. Sono stati, a questo proposito, introdotti dalla Grameen Bank i “10 indicators” che stabiliscono in che misura il beneficiario possa essere considerato come uscito dal tunnel della povertà. I criteri sono diversi e spaziano dalla dimensione dell’abitazione, alla salubrità dell’acqua e delle latrine passando per il livello di istruzione dei figli. La definizione di parametri garantisce in questo caso l’impossibilità di sfruttare la situazione in modo fraudolento e dopotutto “If you can’t define, you can’t improve it”.

Fondamentale, in tutto questo processo, è sicuramente la tecnologia: internet ha garantito, infatti, non solo una migliore diffusione e una totale trasparenza delle operazioni, ma anche il coinvolgimento diretto della popolazione media di tutto il mondo. KIVA, UnitusMicrofinance, SKS, ecc.. garantiscono ogni giorno l’erogazione, da parte di privati, di piccole somme a progetti economicamente validi. E’ un modo semplice e poco costoso mediante il quale chiunque, uomo, donna o bambino può aiutare realmente una famiglia o un singolo a rendersi economicamente autosufficiente.

E’ la dimostrazione che anche 25 dollari possono cambiare un’economia.

Francesca Larosa (FruFFri)

Provare per credere: il valore dell’esperienza diretta

La cooperazione, termine sfruttatissimo negli ambiti più diversi. Molte le ipocrisie che cela, come un velo sottile, ma potente. Cosa significa davvero?
Dalla definizione classica è rilevabile un’idea di fondo: lavorare insieme, unire le proprie forze in forza di uno scopo comune. La comunione è il concetto primario.

Nell’ambito internazionale la sua importanza è indiscussa. In seguito al processo di globalizzazione si è cominciata a sentire in modo forte e preponderante la necessità di unire ciò che prima era stato diviso in modo forzato. Il processo di colonizzazione ne è l’esempio più eclatante: aveva dato vita ad una sorta di scala gerarchica tra Paesi: Primo Mondo, Terzo Mondo….
In verità l’avvio della cooperazione negli anni ’70-’80 in Italia non si scostava molto da questa idea. E’ importante cercare di capire quanto negli operatori umanitari permanga la mentalità dei colonizzatori: “Andiamo ad insegnare agli Africani a costruire pozzi” è una tipica frase che nasconde una consapevolezza di superiorità che almeno a parole dovrebbe essere stata sconfitta.
E’ questo l’atteggiamento errato, questo modo di fare che dà vita a forme di assistenzialismo più o meno marcate e che hanno come unico scopo quello di considerarsi a posto con la propria coscienza.

La nostra fortuna, in quanto Paesi che hanno saputo o hanno avuto il privilegio di sfruttare le risorse che gli sono state concesse, deve essere una grande forma di ricchezza. Prendendo alla lettera la parabola dei talenti, chiunque, anche l’individuo più razzista, è in grado di capire quanto sia giusto venire in aiuto di popoli schiacciati per secoli, decenni dalla miseria. Consapevoli della diversità tra culture e del comune denominatore che ci lega in quanto uomini dotati di intelligenza e senso pratico, dobbiamo percepire la cooperazione come uno strumento potentissimo di trasferimento di conoscenze. E’ solo poi grazie alla creatività personale che sarà possibile dare a vita a qualcosa di completamente originale e funzionale.

Desidero, a questo proposito, portare un’esperienza personale che meglio di tutte può descrivere questo concetto. Nell’anno 2008 ho avuto il grande onore e piacere di visitare e lavorare per un mese in un piccolo progetto di educazione e animazione per bambini di strada a Villa El Salvador, periferia sud di Lima, Perù.
Inizialmente spiazzata dalla situazione che mi sono trovata a fronteggiare e scioccata dalla scarsissima attenzione dei Paesi Occidentali verso un mondo che soffre, ma che lavora ogni giorno, con tenacia, per fronteggiare le necessità base della popolazione, ho cominciato la mia attività dipingendo un murale con bambini di età compresa tra i 4 e i 10 anni. Sarebbe sbagliato definirla un’attività priva di senso. Per alcuni versi, le attività pratiche rappresentano il livello più vero della cooperazione. Non solo, infatti la mente, ma anche la propria fisicità viene messa al servizio di un obbiettivo comune.

I “ninos” con i quali sono entrata in contatto i primi giorni hanno non solo potuto apprendere divertendosi, ma mi hanno reso molto consapevole circa il loro modo di vedere la realtà.
La scuola, gli insegnanti, i libri, i quaderni sono per loro l’unico modo di sentirsi veramente liberi, di mettere a frutto il proprio ingegno e dimostrare che non importa dove si è nati, ma ciò che si fa per migliorare la propria esistenza e quella delle persone care.
E’ con queste convinzioni che sono riuscita, in seguito, a realizzare qualcosa di importante.

Il senso della cooperazione viene dal basso, dalla gente, non dagli organismi sovranazionali. E’ il contatto umano il motore di tutto. Senza questo enorme e fondamentale tassello, senza l’esperienza sul campo necessaria per conoscere le esigenze delle persone, è impossibile costruire qualsiasi cosa.
E’ impossibile dare vita ad un racconto senza conoscere l’alfabeto.
Spesso il fallimento di progetti di grandissima rilevanza e interesse è dovuto proprio all’indisponibilità, da parte degli operatori umanitari, a mettersi veramente in gioco.
Certo, i libri, le conferenze e gli studi descrivono una realtà che sarebbe altrimenti difficile da codificare. La preparazione nel proprio Paese d’origine costituisce una fonte indispensabile, ma partire e vivere a contatto con la gente locale anche per periodi brevi è un’esperienza di grandissima formazione. E’ possibile riscoprire valori ormai perduti nella nostra società: c’è un tempo per tutto, non si bruciano le tappe in forza di una competitività dilagante; il sorriso è l’arma più efficace contro la povertà dell’anima. Ognuno di questi bambini ringrazia per ogni cosa che gli viene concessa, rende omaggio per ogni conoscenza in più che acquisisce. E’ un valore immenso che purtroppo abbiamo perso.

L’idea base, quindi, è sempre quella di vedere con i propri occhi le realtà che si intendono aiutare e stimolare in qualche modo. Fare come San Tommaso in questo caso può rivelarsi molto efficace; un grande investimento a lungo termine.
E’ chiaro che non tutti coloro che si occupano di cooperazione possono davvero fare delle esperienze dirette, però è importante che l’intelligence di progetti validi si renda conto e sperimenti sulla propria pelle che una cosa è stare seduti alla scrivania e prendere decisioni (che magari muovono anche ingenti capitali) e un’altra è conoscere profondamente la realtà di un Paese.
Non tutto si impara sui libri.

Francesca Larosa (FruFFri) – OpenNews.it
In collaborazione con il progetto umanitario Hope.

flaros@live.it

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