Sedersi al primo banco, tirar fuori il blocco degli appunti, ascoltare le parole dell’insegnante perchè potrebbero cambiare la tua vita e non solo determinare il tuo voto.
Oppure, giocare a carte col nonno che ha fatto la guerra, che ha cambiato paese, succhiare dalla sua voce tutta la vita che ha da raccontare, poi scrutare, ricevere, custodire.
O ancora, decidere di “iscriversi” all’ Univesità di Aristan il cui scopo è quello di “costituire un solido, agguerrito, autorevole punto di riferimento per chi, coraggioso ma sempre più isolato, si batte contro l’epidemia feroce d’idiozia che sta mettendo a rischio l’esistenza stessa del Pianeta. Un ateneo ove non si perseguiranno falsi scopi: i docenti trasformeranno in materie d’insegnamento le passioni della loro vita e gli studenti si iscriveranno solo per il libidinoso piacere della conoscenza.”
Mi brillano gli occhi quando, dopo aver digitato http://uni.aristan.it/, mi ritrovo davanti un titolone che sa di ironia ed utopia insieme: “UNIVERSITÀ DI ARISTAN – Facoltà di Scienze della Felicità; Corso di laurea in Teoria e Tecniche di Salvezza dell’Umanità” ; il luccichio degli occhi si muta in un sorriso compiciuto quando leggo le materie del corso più utile del mondo: “Francoecicciologia”, “Diritto e felicità”, “Poesia dell’improvviso”, “Paura”.
E’ bello scoprire che la felicità abbia un realistico prezzo e che questo prezzo sia molto più basso di quello di un Laptop o di un Tablet; la tassa ordinaria di iscrizione è di soli 190 euro annui.
L’università di Aristan, che ha preso il via lo scorso anno, sembra quasi fare il verso, in maniera provocatoria, un po’ al sistema scolastico così come è attualmente inteso, un po’ alla felicità – “esercizio da palestra”.
Anche la sua struttura architettonica ha un che di platonico, l’Ateneo non ha infatti una sede fissa e definita, non si vanta di palazzi in marmo con nomi altisonanti incisi, è tutta da rintracciare e da scovare, un po’ come si dice della felicità.
Che il piacere della conoscenza fosse, per i più, un lusso abbandonato, era chiaro da tempo. Un po’ per il sistema scolastico incentrato sul voto da ottenere, un po’ per l’alto tasso di competitività necessaria per sopravvivere nella giungla delle professioni, ci siamo da tempo dimenticati cosa significhi davvero “imparare”; il “gnothi seauton” Socratico lo releghiamo sempre più alla lezioncina del liceo e sono, invece, sempre meno i professori che, alla Robin Williams dell’ Attimo fuggente, prendono i loro allievi per il cuore e li spingono alla vita.
Aiutata dall’indole umana, la competizione che comincia da piccoli è sostenuta dallo spauracchio del numerino che definisce chi sei, ora anticipato alla tenera età dei 6 anni. Le parole corrono in classe, poche volte rimangono, i numeri, invece, quelli restano per la vita.
L’università del piacere non si limita a rivalutare la nozione di conoscenza ma la accoppia all’altro bisogno primario del genere umano: la Felicità.
Gli aforismi da diario ci hanno insegnato che la “felicità si trova..”, “la felicità sta…”, “la felicità si nasconde…”. C’è invece chi crede che la felicità si possa imparare o che, almeno, si possa imparare a cercarla. Ecco quindi la scoperta, un po’ scontata ma sempre bella, che la felicità risieda nella conoscenza. Quel gusto magico e frizzantino del nuovo che è sempre sorprendente, quel sapore che vorremmo tenere stretto tra le labbra ma che alla fine perdiamo, perchè, si sa, bisogna crescere. Così capisco perchè, nel leggere “Università della felicità” qualcosa dentro di me sembra ribellarsi, far la gerra. Ho forse pensato che la felicità sia un affare per piccoli e quindi non vada d’accordo con l’università che è per grandi? Si l’ho pensato. Non fatelo anche voi, la felicità sarà anche un affare da piccoli, ma è un affare da grandi rimanere bambini. Ci si può esercitare mangiando un gelato come premio per una lunga giornata di lavoro, si può provare annusando l’odore del caffè, presagio di una colazione coi fiocchi e, se proprio non riuscirete così, potrete sempre iscrivervi all’ Università di Aristan, Facoltà di scienze della Felicità!
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
“Oggi abbiamo appreso che nel 2012 un candidato repubblicano alla Casa Bianca non può avere un portavoce gay”, ha twittato Teddy Goff dello staff di Obama appena appresa la notizia che il neo portavoce della campagna elettorale di Mitt Romney, tale Richard Grenell, aveva dato le dimissioni perchè i piani alti del partito repubblicano non vedevano di buon occhio i suoi orientamenti sessuali. Romney, l’ormai candidato sicuro per il GOP che si troverà a sfidare il presidente in carica per chi si siederà nello studio ovale nel 2013, ha cercato di minimizzare l’evento, dicendosi dispiaciuto e sottolineando una sua estraneità dal fatto. I democratici hanno voluto cavalcare questa notizia, rendendola forse più grossa di quello che in realtà non sia. Eppure l’omosessualità continua ad essere nella politica americana ancora un tabù.
Nella storia degli Stati Uniti solamente sei membri del congresso hanno apertamente dichiarato il loro orientamento omo o bisessuale, ma molti di loro lo hanno fatto una volta terminato il mandato, in modo che non influisse sulla scelta degli elettori. Per non parlare poi del Senato dove si arriva a zero dichiarazioni di omosessualità. Tra i senatori qualcuno potrebbe voler calcolare il repubblicano dell’Idaho Larry Craig, fondatore di un gruppo a cappella – The Singing Senators – e difensore e amante dei fucili, che nel 2007 fu trovato a fare avances sessuali ad un poliziotto in borghese nel bagno dell’aeroporto di Minneapolis; lui ha negato di essere gay, fidiamoci.
Tra chi ha occupato la Casa Bianca non si sa per certo, ma pochissimi storici e molti bloggers sono indecisi sugli orientamenti di alcuni presidenti, da Thomas Jefferson – che amava decorare la propria casa e tingersi i capelli – a Bill Clinton, che alcuni dicono, non rifiutasse mai attività di gruppo. Queste speculazioni servono però solamente ad arricchire biografie superficiali e articoli di Vanity Fair, (si può parlare di ‘gossip storico’?). L’unico su cui si potrebbe indagare è James Buchanan; il quindicesimo presidente, noto come il ‘presidente scapolo’, non si sposò mai, ma convisse per quasi vent’anni con un collega senatore.
Ci si chiede se per i cittadini americani l‘orientamento sessuale venga ancora considerato come un fattore determinante per ricoprire le più alte cariche politiche. Possiamo sicuramente ammettere che una buona percentuale di cittadini non voterebbe mai per un candidato dichiaratamente omosessuale. Esiste, negli Stati Uniti, una vera e propria guerra contro l’omosessualità che trova tra i più validi combattenti gruppi e organizzazioni come l’American Family Association – un cui portavoce scrisse che Adolf Hitler e l’olocausto sono una conseguenza dell’esistenza dei gay - ma anche membri in vista del partito repubblicano, come Rick Santorum, sue le parole: “In ogni società, la definizione di matrimonio non ha mai incluso, a quanto ne sappia, l’omosessualità. [Il matrimonio] non è, sapete, uomo con bambino, uomo con cane o qualsiasi cosa possa essere il caso. È una cosa sola. E quando la distruggi hai un impatto drammatico sulla qualità”.
Sulla questione il concorrente alla presidenza, Mitt Romney, è molto più cauto; nel 2002 aveva dichiarato che tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, ma ha ribadito più volte nel corso degli anni la sua opposizione sia ai matrimoni che alle unioni tra persone dello stesso sesso. C’è da considerare poi il fattore religioso, i gay sono accolti nella confessione dei mormoni se mantengono la castità, e quindi Romney non avrebbe un influsso culturale determinante al contrario del cattolico Santorum, o di tanti colleghi della chiesa battista.
Per quanto anche tra gli elefanti del GOP si vedano a volte segni di apertura, la tematica sull’omosessualità resta calda e delicata. C’è stato il presidente cattolico – Kennedy – e quello afroamericano – Obama. Un giorno ci sarà la donna presidente (la Clinton è da molto che ci pensa, e ci prova). Ma l’idea che un giorno possa esserci un presidente gay od una presidente lesbica, si fa remota, soprattutto a causa dell’influenza religiosa.
Gli elettori forse un giorno arriveranno a rendersi conto che l’importante sia di avere un buon presidente, competente, attento, a prescindere da chi si porta a letto.
Giulio Silvano
Si è concluso tra le pareti bianche e i giardini ben curati di Villa Pratola a Santo Stefano il ciclo degli Aperitivi in musica 2012 organizzato dalla Società dei concerti di La Spezia, anche quest’anno composto da tre eventi dai temi diversi ma tenuti assieme da un filo conduttore di gusto per la buona cultura, musicale e gastronomica. Dopo le tappe nella grande Russia e nella centrale Germania, il triangolo si è chiuso sul vertice francese, anzi è meglio puntualizzare “nella dolce Francia“.
Numerose le scelte volte a ricreare il più possibile l’atmosfera del Diciannovesimo secolo in terra francese: la location aristocratica, i ritratti ad olio incorniciati dal chiaro-scuro della luce ambrata, le stampe “de moeurs”. Il tutto abilmente mescolato con elementi estremamente moderni e contrastanti, a partire dai quadri esposti dalle tinte decise dell’artista Gusinu, primo fra tutti quello con la Tour Eiffel attentamente posto in posizione centrale. Ma anche dalla sfilata di apertura del concerto, firmata dallo stilista Giuseppe d’Urso, fedele collaboratore di questi eventi. Cinque abiti riccamente creati apposta per l’occasione, da quello più rococò della presentatrice a uno più geometrico per passare ad un nero decorato da spirali dell’Egeo ad un collo di tulle vaporosamente elisabettiano ad, infine, un disegno più florealmente orientaleggiante. Il tutto accompagnato dalle note magistrali di un giovane Giacomo Petrucci, anche ammirato dal Maestro Lucio Labella Danzi “per essere riuscito a suonare con tutte quelle modelle davanti“.

E proprio Lucio Labella Danzi è stato protagonista della seconda parte del concerto, quella interamente dedicata alla musica: lui, assieme al gruppo di violoncelli formatosi nel 2010, il Clara Schumann Cello Ensemble, composto da giovani eppure eccellenti musicisti. L’antipasto scelto è “nostrano”: la Traviata, di Verdi, in un tentativo di mettere a braccetto l’ambientazione francese della Signora delle camelie di Dumas e l’ingegno italiano; teste ondeggiano al suono delle note ben..note. Il primo è doppio, viene prima assaggiata l’Elegia di Fauré (solista Martina Benifei) e poi il Golliwogg’s cakewalk di Debussy (ricorrono tra l’altro i 150 anni dalla sua nascita, il 22 agosto del 1862). Segue uno spuntino inatteso, una musica ebraica eseguita di nuovo da Giacomo Petrucci. Il secondo, di carne, è un Allegro appassionato di Saens (solista Enrico Messina). Il dolce, servito con vino frizzante, è la Fantasia sulla Carmen di Bizet. Ma la ciliegina sulla torta, tenuta in mano da Danzi stesso, è un Concerto per violoncello di Saens.

La sensazione, confermata soprattutto da questo ultimo pezzo, è quella di avere assaporato una splendida millefoglie alla crema chantilly con frutti di bosco. La spuma voluminosa e leggerissima, un gusto di vaniglia e frutta estremamente delicato, il sottile profumo al limone.
Ed è così, con l’acquolina, che terminato il concerto i nostri passi possono dirigersi verso il vero, ricco e curato buffet, da gustare all’aperto mentre la sera inizia a calare il sipario sui fiori del giardino e le orecchie ancora tintinnano grazie al soave sentimento donato dalla buona musica.
“La musica è lo spazio tra le note. E sono sempre più convinto che la musica non sia, in essenza, una cosa che sia possibile ridurre ad una forma tradizionale e predeterminata. Essa è fatta di colori e ritmi.” (Claude Debussy)

Chiara Piotto
fotografie in bianco e nero di Damiano Serra
fotografie a colori di Francesco Tassara
“Scappa dall’Italia finchè sei in tempo” mi suggerisce Marco emigrato in una città europea; “fuori è tutta un’altra storia” mi dice Chiara che ha passato alcuni mesi in Inghilterra, “Goodbye Malìnconia” canta, provocando, Caparezza.
Considerazioni di questo tipo si consumano abbondantemente sulle bocche di connazionali che decidono di trascorrere un periodo di tempo, più o meno lungo, in un’altra nazione. Lo studente Erasmus che parte in vista delle notti brave e scopre di aver trovato la città della sua vita,la giovane laureata che riceve un’importante offerta di lavoro con trasferimento immediato, l’universitario che viaggia zaino in spalla per annusare il mondo e il suo mondo lo trova al fianco di una Parigina , la coppia in pensione che, incredula del fatto che i contributi maturati possano garantirgli a mala pena la sopravvivenza, decide di volare in un altro posto dove quei soldi abbiano più valore. Queste e molte storie simili sono raccolte in un “archivio” de “La Repubblica” dedicato agli Italiani all’estero. (http://racconta.repubblica.it/italiani-estero/risultatitotali2.php).
Esiste un’ Anagrafe ufficiale degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) ma il numero delle persone registrate non corrisponde completamente alla realtà. Il tentativo di questo archivio “ufficioso” è quindi quello di raccogliere i nomi,le date, le storie di una comunità in costante aumento, una colonia trasversale che si estende in tutta Europa ed oltre continente. Questa pagina non è l’unica testimonianza in rete di un’Italia che fugge. Digito le parole chiave “Italiani all’estero” ed ecco srotolarsi una lunga lista di blog e siti web creati ad hoc per chi il suo nido ha deciso di costruirlo fuori. Eccoci al domandone che tutti aspettavate:Perché gli Italiani vanno via dall’Italia? Le risposte più quotate sono molteplici: la crisi del mercato del lavoro, la situazione politica preoccupante, nel caso delle giovani generazioni, la scarsa fiducia che viene data alle loro idee ed iniziative. Non c’è clima che tenga, ne’ cucina che possa innescare dubbi, quando l’Europa chiama l’Italia risponde e molto spesso la risposta è positiva.
Il discorso vale per i famosi “cervelli in fuga” solitamente identificati con laureati che, stanchi di “spremere le meningi” gratis o quasi, preferiscono emigrare là dove le loro capacità vengano apprezzate, valorizzate, volute ad ogni costo. Vale anche però per quel gran numero di persone che decide di spostarsi senza una prospettiva lavorativa precisa, senza un’offerta già in caldo o un amore oltre confine da raggiungere.
Molto spesso ci si stabilizza all’estero facendo il cameriere, la barista, il centralinista perché, si sa, l’affitto bisogna pur pagarlo e non sempre la qualità della vita s’innalza come ci si aspetterebbe. Allora perché questo desiderio cosi forte di espatriare? Forse la risposta è nelle strade delle città, nelle strade di Berlino accarezzate da un “non so che” mistico, nell’aria gelida che sopporti volentieri mentre raggiungi la metro che non ha i tornelli perché la civiltà impone di obliterare il biglietto; mentre al supermercato baratti le tue bottiglie di vetro con uno sconto sulla spesa. Forse la risposta è a Camden Town dove la diversità non trasgredisce, i capelli blu sono solo capelli non neri e lo stereotipo degli stereotipi rende le diversità uguale a se stessa. Oppure la risposta potrebbe essere a Puerta del Sol, dove lingue diverse gridano insieme la stessa cosa. La risposta potrebbe anche essere nei luoghi che conosco bene, su quella scala mobile della metro a Piazza di Spagna, su cui due uomini si baciano circondati da un bisbiglio generale, su quel tram capitolino il cui autista non può aiutare la giovane turista inglese perché non conosce la sua lingua, sul treno lento e puzzolente che mi porta a casa, perchè l’unica preoccupazione delle ferrovie statali è assicurarsi che l’alta velocità sia sempre più veloce.
E’ quindi una fuga di cervelli che inizia ancor prima di imbarcare le valigie, alimentata un po’ dal bisogno primordiale di scoperta e un po’ dal sospetto che, al di là del confine nazionale, la vita abbia sfumature diverse, forse migliori.
Il cervello parte prima, le gambe poi. Una visione così disfattista della realtà sarebbe fine a se stessa, poco oggettiva e in linea con il tipico atteggiamento italiano del lamentarsi continuamente se non fosse seguita da una riflessione sullo stato di cose: I luoghi sono le persone, le persone sono i luoghi e le persone hanno il potere di cambiarsi e di cambiare. Trattenendo tra le labbra questo memorandum forse bisognerebbe partire, osservare, ascoltare, tornare e migliorare, mettere i puntini sulle “i” malconce, raccogliere il bello e renderlo ancora più bello, trasformare la rabbia in creatività. Mutare, soprattutto, il nazionalismo in europeismo così da arricchirsi a vicenda, curare i rami migliori e tagliare quelli secchi di un albero che, alla fine, ha le stesse radici.
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
Era il 1983. L’anno in cui Lech Valesa vinceva il Nobel per la pace e Margaret Tatcher veniva rieletta per il secondo mandato con una larga maggioranza. L’America era quella di Ronald Reagan, del Wall Street Journal sotto al braccio, di Risky Business e di Michael Jackson che scalava le classifiche con Beat it e Billy Jean. Mitt Romney allora rientrava perfettamente nello stereotipo di yuppi, figlio dell’ex governatore del Michigan e ministro di Nixon, stava per fondare con alcuni soci la sua compagnia di gestione patrimoniale e servizi finanziari, e all’età di 36 anni poteva già contare un doppio diploma da Harvard, il titolo di vescovo della chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, cinque figli dalla stessa moglie, Ann, ed un setter irlandese di nome Seamus.
I coniugi Romney in quella calda giornata del 1983 si stavano preparando per l’annuale vacanza sulle coste canadesi del lago Huron nel loro cottage di famiglia; per quanto una station wagon americana possa essere capiente è difficile incastrarci dentro moglie, cinque figli ed un cane (Tetris sarebbe stato inventato solamente l’anno successivo). Seamus, il setter irlandese dal pelo fulvo fu quindi posizionato sul tetto dell’automobile, in una gabbietta. Non so bene cosa dessero da mangiare agli animali domestici negli anni ’80, se pensiamo che l’invenzione dei Chicken McNuggets è proprio del 1983 ed ha un pubblico umano, possiamo immaginarci il livello del cibo per cani. Dopo qualche ora in viaggio, seduto sul tetto della macchina, con il vento che gli sventola a lato della bocca Seamus non riesce a trattenersi e colpito da un lancinante attacco di diarrea ricopre l’automobile dei propri escrementi. I finestrini aperti permettono alla produzione canina di entrare nell’interno della station wagon, le urla di disgusto dei figli costringono i Romney a fermarsi alla più vicina stazione di servizio. Qui Mitt dà una pulita all’interno e all’esterno della macchina, dopo a moglie e figli. Poi rimette il povero Seamus nella sua gabbietta sul tetto, compra una dozzina di Arbre Magique freschezza alpina e continua il viaggio di dodici ore verso il Canada.
La storia è venuta fuori solamente nel 2007 e da allora i giornalisti americani la usano come arma appuntita per pizzicare la credibilità del candidato alle primarie repubblicane, si pensi che Gail Collins del New York Times ha già citato l’episodio nei suoi editoriali cinquanta volte, sottolineando l’incapacità di Romney nel prendersi cura di un animale domestico. È stato poi lo stesso Newt Gingrich, suo collega di partito, a usare la storia in uno spot informativo del 2012, e uno degli uomini della Casa Bianca ha pubblicato una foto con Obama ed il suo barboncino nero seduto accanto a lui nella limousine presidenziale con su scritto: ‘ecco come i padroni amorevoli trasportano i propri cani’. Ne è nato anche un sito web ‘cani contro Romney’, www.dogsagainstromney.com, sul maltrattamento degli amici canini, improntato su una campagna sia contro il candidato che per far viaggiare gli animali dentro l’automobile. Le associazioni animaliste statunitensi hanno condannato l’accaduto come di notevole importanza e i politologi che stanno studiando la situazione delle primarie repubblicane contano l’episodio ‘Seamus sul tetto che scotta’ come uno dei fattori che potrebbero far perdere punti a Romney nell’eventuale scontro con Obama.
Mentre nell’Italia libertina neanche corruzione, pedofilia e connessioni con la mafia possono essere un catalizzatore del naufragio politico dei nostri presidenti del consiglio, nella puritana America un cane con la diarrea fatto viaggiare su una station wagon in direzione Ontario potrebbe diventare il motivo per cui Mr Romney non si potrà sedere nello studio ovale. Se si potesse dare il voto ai cani, Obama avrebbe il secondo mandato assicurato. Un cane con la diarrea può cambiare il corso della storia, è stupido, ma è così.
Giulio Silvano
Mentre Barack Obama è costretto a ributtarsi nella campagna elettorale continua l’ardua scelta di un avversario repubblicano che possa sconfiggerlo e prendere posto alla Casa Bianca nel 2013. Marzo è un mese denso, impegnativo per i nostri eroi della croce e del dollaro, il 3 del mese si è votato in Alaska, tra due giorni sarà il turno del Portorico, dai ghiacciai alle palme la corsa è ancora piena di imprevisti e colpi di scena, lotte intestine e propaganda massiccia. Nelle campagne precedenti si sapeva già chi sarebbe stato l’alfiere del neoliberismo, della lotta alle unioni gay e dei fucili appesi sopra al divano che avrebbe potuto battere l’asinello democratico, invece con la primavera alle porte siamo ancora con il fiato sospeso. Diamo un’occhiata ai numeri:
Mitt Romney – 495
Rick Santorum – 252
Newt Gingrich – 131
Ron Paul – 48
Le cifre accanto al nome del candidato indicano i delegati totali guadagnati fino ad ora, dalle prime votazioni del caucus del New Hampshire, iniziate a gennaio. Romney è in testa, ma dovrà raggiungere il migliaio di delegati per poter essere incoronato sfidante del primo presidente afroamericano. Il supermartedì di marzo ha fatto guadagnare all’ex governatore del Massachusetts sei stati, ma l’italo americano Santorum è riuscito ad accaparrarsene tre. Nel sud il problema di Romney era stato Gingrich, con la sua esperienza e il suo faccione simpatico, ora il suo ostacolo è Rick, Rick Santorum, conservatore e originario di Riva del Garda, già firmatario di una proposta per inserire nelle scuole pubbliche il disegno intelligente accanto alla teoria dell’evoluzione.
Obama non avrebbe da temere i capelli perfetti di Romney, e ancora meno l’esaltato ma elegante Santorum. Ciò che spaventa, però, i piani alti del partito democratico, è l’entusiasmo con cui la campagna repubblicana si sta svolgendo: assemblee pubbliche gremite, adesivi sui SUV, uno spazio notevole sia sui quotidiani che nei talk show televisivi, tutti fattori che rischiano di oscurare la visibilità del presidente, ormai al termine del suo primo mandato. La propaganda repubblicana del ‘riprendersi l’America’ rischia di attrarre nel circo delle primarie un numero elevato di elettori rispetto al passato, e si sa, la democrazia è solo una questione di numeri. Numeri attratti da uno slogan spicciolo che può dare speranza in un momento di crisi economica. Il presidente di twitter, di facebook e degli universitari, dovrà far fronte ad una campagna elettorale animata, giocata in attacco tanto quanto in difesa, dovrà difendere il proprio operato e non più sventolare la bandiera del cambiamento, non c’è più il fantasma di otto anni di amministrazione Bush a tirare l’America a sinistra. Tutto si giocherà sulla Siria, sul pericolo nucleare iraniano, sulla crisi economica e in particolare su ciò che Obama non ha fatto nei suoi primi tre anni e mezzo alla Casa Bianca.
Giulio Silvano
Ascoltare l’ex premier e storico presidente della Commissione Europea Romano Prodi è sempre un piacere. Lungi da me l’etichetta di “prodiano” dal punto di vista politico (anche perché all’epoca dell’ultimo travagliatissimo governo del Professore il sottoscritto era un imberbe sedicenne quasi a digiuno di politica): non per vanità o avversione, ma semplicemente per spogliare il mio intervento da ogni pruriginosa interpretazione partigiana. In tempi di austerity da loden (finito persino sul “sacro palco” dell’Ariston grazie all’abrasiva tecnicità del comico Rocco Papaleo) e di “governissimo dei professori”, incontrare il predecessore “professorale” del Super Mario nazionale è quasi come rendere un doveroso tributo a colui che per primo si guadagnò tale altisonante titolo (se pensiamo ai vari “Divo”, “Rospo”, “Cinghialone”, “intellettuale della Magna Grecia” e “Dottor Sottile” della vecchia e cara Prima Repubblica). Come sottolineato un paio di mesi fa dai giovani animatori de “Lo Spazio della Politica” Prodi “è tornato a studiare”, gira il mondo con l’entusiasmo di un ragazzino e salta con naturalezza dalla sua sonnacchiosa Bologna all’effervescente Cina, dagli Stati Uniti alla bollente Africa.
Liberato dal gravoso fardello della politique politicienne, immune alle laceranti crisi identitarie che spaccano il Partito Democratico (l’erede politico del suo Ulivo, di cui si limita a fare il “padre nobile” alla debita distanza), vaccinato contro eventuali tentazioni di un grande ritorno sulla scena dalle ferite ancora aperte del suo ultimo sfortunato gabinetto, Prodi è “il professore” con la p minuscola, il docente caustico e pensoso che dispensa amare pillole con il suo inconfondibile vocione pastoso e roco.
Ho avuto la fortuna di ascoltarlo per ben tre volte negli ultimi mesi: in ottobre discettava con Gianfranco Fini e Giampiero Massolo (segretario generale della Farnesina) di Mediterraneo e primavere arabe, sfoggiando il suo scoppiettante background di studi aggiornatissimi e visioni strategiche da vecchia volpe della politica. In occasione della presentazione del rapporto economico-strategico curato dalla “sua” fondazione (Nomisma) sull’anno appena trascorso, il professor Prodi non si è fatto trovare impreparato, snocciolando cifre e dati con consumata dimestichezza.
Il cittadino onorario della città felsinea, sempre trionfalmente accolto sotto le due Torri (basti pensare alle voci insistenti che spingevano per una sua candidatura a sindaco dopo il clamoroso flop della giunta Delbono, invocandolo come “salvatore della patria”), ha poi stupito nuovamente i bolognesi tenendo una gremita conferenza nello stesso luogo di pochi mesi prima (il glorioso convento di San Domenico, salotto buono del capoluogo emiliano): tema della serata, il futuro del mondo. Reso scettico dalla fumosità dell’argomento, sono stato conquistato dal cadenzato e incisivo eloquio del Professore, perfettamente a suo agio nelle acque agitate e perigliose dell’economia mondiale. Spaziando dai segreti inconfessabili di Wall Street a memorabili episodi di vita quotidiana (l’idraulico che, per nulla intimorito dalla carica, chiese ad un basito Prodi premier di sistemare il “lavoretto” senza fattura) ha centrato perfettamente l’obiettivo di sbrogliare almeno in parte la matassa, senza trincerarsi dietro astrusi tecnicismi o toni fastidiosamente profetici da guru filosofeggiante (per intenderci i comodi “ve l’avevo detto” di tanti, troppi addetti ai lavori, ex ministri compresi). La mistura (a mio avviso eredità inconsapevole del suo passato di politico) tra precisione tecnica e ironia popolaresca (condita dall’immancabile cadenza emiliana) è il maggior punto di forza del Prodi docente e conferenziere, mai banale e mai ripetitivo (pensiamo solo all’enorme mole di talk show che si occupa furiosamente, da mesi, dell’attuale crisi economico-finanziaria). È tangibile la soddisfazione di un relatore che non parla per guadagnare febbrilmente consenso o pontificare dalla cattedra, ma semplicemente per “mettere in comune, in circolo” un bagaglio di risorse e nozioni che dovrebbero diventare pane quotidiano del cittadino smarrito, alla spasmodica ricerca di una “uscita di sicurezza” (copyright tremontiano, prossimamente su questi schermi).
Terzo e godibilissima occasione di incontro con la cittadinanza bolognese, la presentazione del libro “La moneta della discordia” (dell’amico Giovanni Moro) sul palco molto più laico e mondano della libreria Coop Ambasciatori. Occasione che non ha deluso i molti fan del Professore (piuttosto attempati, va doverosamente aggiunto, con la scusante della scarsa attrattività dell’argomento per un pubblico più giovane già infervorato dal rito del week-end) consegnando agli ascoltatori l’ennesimo ritratto netto, vivido e spassionato di una crisi sempre meno oscura, ma ugualmente e drammaticamente intricata. Brillantemente introdotta da Giuseppe Scognamiglio (responsabile Relazioni Istituzionali e Internazionali UniCredit), appena giunto dalla febbrile Cina a trazione turbo- capitalista e giustamente soffermatosi sulla doppia componente dell’idiogramma indicante la parola “crisi” (“grave pericolo”, accompagnato allo stesso tempo da una “grande opportunità”), la paludata presentazione si è srotolata in uno scattante one man show incentrato sulla verve del battagliero Romano. L’ex premier, convinto sostenitore (insieme ad Alberto Quadrio Curzio) della proposta di
introduzione dei famigerati eurobond (osteggiati da Berlino), ha gettato alle ortiche timori reverenziali e precetti del politicamente corretto: forte della sua esperienza, ha ricordato le battaglie da presidente della Commissione (“proposi di usare Eurostat per controllare la trasparenza dei bilanci statali e mi risero in faccia. Quando si scoprì che la Grecia aveva truccato i conti fu una sorta di amara rivincita” “in Europa si tende a giustificare la rinuncia ad eventuali provvedimenti dicendo sempre che costano”), bacchettato i forti ed evidenti limiti del tandem Merkozy (“non limitiamoci al’asfittico binomio franco-tedesco: questi vertici sono solamente un modo per prendere tempo e allontanare il momento delle decisioni” “recuperiamo la dimensione del lungo periodo, quella che contraddistingueva la vecchia generazione che ha costruito l’Europa”), rievocando i primi difficili passi del sogno di una moneta comune (“Kohl sapeva benissimo che i tedeschi non volevano l’euro. Ma lui, dopo la riunificazione, non desiderava un’Europa tedesca, bensì una Germania europea”) e sfatando leggende e scenari che guadagnano credito crescente sui giornali (“facciamolo pure questo euro del Nord, lasciando affondare i latini, che siamo noi. Attenzione però: gli ambienti economico-finanziari tedeschi non sarebbero per niente contenti. Chi comprerebbe Mercedes che costano il doppio?”). Prodi, che ha incontrato il giorno prima l’ambasciatore cinese in visita a Bologna e che insegna nella terra del Dragone, nota: “La forza della Germania dal punto di vista economico è innegabile. Basta pensare alla Cina: la Siemens ha migliaia di dipendenti e la rappresentanza all’estero degli interessi tedeschi è poderosa e incredibile. Impariamo da loro!”. Respinge infastidito al mittente l’accusa di aver confezionato l’ipotesi “eurobond” per consacrare il lassismo e lo scarso rigore dei paesi mediterranei (socializzando le perdite a livello europeo), sbottando: “Ma si studia ancora a scuola la storia degli Orazi e Curiazi? Gli hedge funds non conoscono pietà: attaccano gli Stati uno ad uno, infilzandoli con facilità. Se fossimo più uniti, i mercati avrebbero molta più paura. Come potrebbero mordere un cane così grosso?”.
Ripensa ad un Europa che non deve per forza scavalcare le sue radici nazionali cercando spasmodicamente un’identità di cartapesta (Giovanni Moro osserva giustamente: “come è possibile pensare di commuoversi per una moneta?”),
sorride al ricordo degli infiniti dibattiti sorti all’epoca per scegliere le immagini da apporre su monete e banconote (“abbiamo scelto immagini architettoniche astratte. Che altro si poteva fare?”) e invita pervicacemente a superare la sindrome da “leadership barometrica” (“non guardiamo sempre al tempo che farà domani,alle prossime elezioni locali. Le generazioni cambiano, si giungerà ad un momento in cui la maggioranza non avrà mai conosciuto una moneta diversa dall’euro”). Un Prodi determinato, lucidissimo, implacabile con i piccoli leader dal fiato corto che hanno sostituito la sua generazione: “Guardate le monete che avete in tasca. C’è una faccia europea, ma se le girate c’è anche quella prettamente nazionale. Questa è la strada: europei senza dimenticare da dove si viene”.
In un’epoca di repentini sconquassi (e permanente, defatigante incertezza sul futuro) ascoltare la voce ferma dei costruttori costituisce un utile e benefico contraltare al fastidioso cicaleccio degli aspiranti demolitori.
Simone Ros – www.opennews.it
Si direbbe che la neve a bassa quota sia la perfetta cornice di un panorama nazionale già paralizzato dalle rigidità dei suoi sistemi e dalle proprie mancanze. Seguendo questa prospettiva, l’andamento strutturale del nostro paese ,sotto i profili dell’economia e dello sviluppo,appare tremendamente coerente con il clima di recessione che scandisce il presente con rintocchi sempre più forti. Qualche dato. Le stime effettuate dall’OCSE sull’Italia per il 2012,prevedono un PIL in calo dello 0,5% e un progressivo aumento del deficit nazionale. Unitamente a ciò si legano le previsioni che rilevano un sensibile aumento del tasso di disoccupazione,il quale sale a 8,3% nel 2012 per poi crescere ulteriormente nel 2013,giungendo a quota 8,7%. Se è vero che l’onda d’urto della crisi economica del 2007 grava ancor oggi sulla globalità delle reti finanziarie e dei mercati,è altrettanto vero che il nostro paese non è riuscito a mettere in pratica,con soluzioni proprie,quelle che da molti sono considerate le tecniche e le strategie opportune,necessarie per arginare e combattere gli effetti generati dalla crisi. Si tratta per lo più di metodi che coinvolgono l’analisi delle problematiche interne al paese,ovvero i fenomeni di particolare rilievo che gravano sull’economia e sulle finanze interne di ciascuna nazione e che ostacolano il regolare funzionamento del sistema Stato.
Di seguito riporto alcuni tra i più noti esempi,i quali si presentano oggi come gravi questioni che incidono sulla vita economica e sui bilanci del paese.
LA CORRUZIONE E L’EVASIONE FISCALE

Luigi Giampaolino,presidente della Corte dei Conti.
La ricorrente problematica dell’evasione del fisco,l’interminabile braccio di ferro tra istituzioni e corruzione,risultano due tra i più pesanti pilastri che ostacolano le ordinarie situazioni e le regolarità previste nei vari ambiti della quotidianità nazionale. Particolarmente in Italia. Nel ricordare l’inizio dell’anno giudiziario,il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino,ha voluto segnalare il fatto che nel nostro paese vi è una sostanziale inadeguatezza dei sistemi anticorruzione: “la corruzione costa alla nazione 60 miliardi l’anno e nel 2011 sono state applicate condanne solo per 75 milioni.” Il risultato non è accettabile. Anche in relazione all’evasione dell’iva,viene segnalato che l’Italia si trova ai livelli più alti in Europa,seguita soltanto dalla Spagna. Riguardo quest’ultima questione c’è da dire che,nonostante gli importanti accertamenti effettuati dall’agenzia delle entrate per mezzo della guardia di finanza (si ricordino le ultime due azioni-blitz di Cortina e di Napoli), la pressione contro questa tipologia di illeciti ai danni della società tutta,dovrebbe essere assai più forte ed esercitata con maggior frequenza. In particolare spetterebbe alla politica e ai governi un’azione più rigorosa e ponderata,capace di raggiungere lo scopo con maggiore puntualità e precisione. Magari sollecitando meglio il processo di sensibilizzazione a tale tematica da parte dei cittadini e dei complessi sociali,magari tentando di riproporre il ruolo del principio “do-ut-des”,in tal caso,nella sua forma più efficiente: fornire strutture competenti e servizi di pubblica utilità non mediocri,garantendo alle amministrazioni locali la possibilità di esigere tasse proporzionate ad un lavoro ben svolto. Per quanto riguarda il problema corruzione,la riflessione sul da farsi sembra condurre l’attenzione su due direzioni parallele,anzi complementari. In primis,è necessario prendere coscienza del fatto che il sistema-corruzione è qualcosa di fortemente dinamico,versatile e in continua evoluzione,qualcosa che rinnova le sue forme in relazione agli sviluppi che avvengono nelle modalità di rapporto,nei settori lavorativi emergenti,nei sempre più vari contesti di vita quotidiana. Resta facile comprendere quanto sia fondamentale tener testa alle novità in questo senso,mediante il periodico aggiornamento delle misure di opposizione e prevenzione sviluppate contro il suddetto sistema. Detto questo,sarebbe opportuno (una buona volta!),prendere in considerazione la normativa di aggiornamento riguardante le misure anticorruzione,contenuta nella relativa Convenzione di Strasburgo del lontano 1999. Le disposizioni di quest’ultima,volute dalla commissione internazionale,furono ratificate e sottoscritte dall’Italia,ma tutt’oggi non godono di una sistemazione organica che le traduce in legge di stato. Anche in questo caso è compito della politica prendere atto delle situazioni e porsi come obbiettivo il soddisfacimento dei parametri richiesti,al fine di poter utilizzare strumenti ad hoc,utili per affrontare tale problematica.
POLITICA DEI SACRIFICI IN TERMINI ECONOMICI A DANNO DI MOLTI E IN PRIVILEGIO DEI SOLITI NOTI

Mario Monti,attuale presidente del Consiglio dei ministri.
Ogni giorno sentiamo parlare di misure necessarie per la ripresa del paese,di manovre finanziarie che cadono come ghigliottine,di sacrifici monetari da sostenere per far fronte alla situazione nazionale. Se la crisi è globale e coinvolge in misura proporzionale tutte le fasce sociali e le categorie di reddito del paese,le soluzioni attuate fino ad oggi dai governi non sembrano essere né proporzionate,né esaurienti. Cominciamo col dire che oggi due italiani su tre non godono di un lavoro stabile e sicuro ma sono proiettati a lungo termine nella drammatica realtà del precariato. Un italiano su tre non riesce a trovare un’occupazione o ancor peggio ha smesso di cercarla: il mercato del lavoro in Italia si trova ai minimi livelli su scala internazionale ed è praticamente inesistente. Chi invece dispone di un lavoro mediamente stabile oppure gode di uno status e di una condizione economica di particolare agiatezza,è giusto che sia chiamato a contribuire in propria parte al sacrificio in termini economici che lo Stato individua come misura necessaria. In linea di principio sarebbe auspicabile la realizzazione del celebre motto “tutti-per-uno e uno-per-tutti”,giacché se tanti concorrono al soddisfacimento dei bisogni e al benestare di tutti,quantomeno del maggior numero di persone,allora ciascun individuo,di per sé,risulterà propenso a mettersi in gioco, rinunciando ad una parte di ricchezza per il bene comune. Teoria e pratica come sempre accade,non corrispondono. Ma c’è di più: in Italia i principi e le soluzioni accettate dalla teoria differiscono radicalmente dalla loro applicazione pratica. Se la politica dei sacrifici è necessaria per uscire dalla situazione di disagio,il peso di questa è mal distribuito e ricade prevalentemente su una parte della società,ovvero quella con fascia di reddito medio-bassa. Se un operaio di fabbrica o un dipendente statale faticano,oggi ancor più di prima,per arrivare alla fine del mese e garantirsi un tenore di vita spesso ai limiti della sussistenza,è necessario far qualcosa. Aumentare la soglia dell’età pensionabile,peraltro già alta,e prevedere l’abolizione della pensione per anzianità a partire dal 2018,sono sembrate idee geniali a quei tecnici da premio nobel del governo Monti. Se hai lavorato onestamente per quarant’anni non puoi ritirarti proprio adesso. Troppo comodo. Invece se ti sei fatto due anni da parlamentare (no comment sull’onestà) hai una generosa pensione garantita. Ci mancherebbe. Se sei un privato cittadino chiamato/obbligato a fare delle rinunce,è giusto che tu le faccia per il bene del paese. Se invece ti chiami Ignazio e magari sei anche Ministro della difesa,puoi permetterti di sperperare il capitale di stato per comprare ai dirigenti del tuo ministero 19 Maserati blindate,assolutamente indispensabili.
Dove sta la tanto acclamata equità? Qua continua il bengodi delle caste e delle nicchie dei privilegiati a suon di “tutti-per-pochi e pochi-per-pochi”,altro che motto da moschettieri.
Damiano Conti
Sono passati vent’anni dall’inchiesta “Mani Pulite”. In un’Italia che aveva dovuto affrontare il pesante fardello della consapevolezza pubblica dell’omertà che regnava sulle tangenti e le mazzette, molti furono coloro che finirono in gattabuia, in caserma, ingiuriati e puniti per le loro malefatte.
Tralasciando la storia dell’inchiesta, che è comunque fondamentale per comprendere davvero come il tutto andò, mi chiedo cosa sia cambiato oggi, cosa il Paese abbia imparato da quel periodo oscuro.
La dicotomia “Craxi nemico – Di Pietro eroe” che si consumò in quegli anni assomiglia molto ad un altro atteggiamento manicheo che tutti noi abbiamo potuto osservare da un posto in prima fila: lo scontro di Berlusconi con la Magistratura.
Il nodo centrale è sempre lo stesso: una battaglia, una guerra tra questi due giganti dello Stato preposti a mansioni differenti. Non abbiamo fatto dei grossi passi avanti, ad essere onesti: quando Craxi ricevette il primo avviso di garanzia, l’Italia esultò, certa che giustizia sarebbe stata fatta, sicura che ormai il muro di silenzio era crollato e che gli uomini che agivano nell’ombra e nell’ingiuria sarebbero stati arrestati. Fu così, in parte, ma non si guardò al nucleo del problema: eliminare, estirpare, estinguere il cuore criminale che si annidava come una serpe nei luoghi di potere….e non.
Gli italiani, rispetto a tanti altri Paesi, hanno sempre arginato il problema, ma difficilmente hanno cercato di prevenirlo. Mani Pulite è stata una grande occasione: distruggere il male che già c’era e avviare un sistema nuovo, basato sul “mai più tangenti”. Invece no. Le inchieste fecero scalpore, nuovi partiti rampanti avanzarono in quegli anni, ma sfuggì la possibilità di educare i cittadini.
E’ accaduto sotto i nostri occhi: tutti volevano che fosse fatta giustizia, tutti volevano un Craxi in carcere, tutti gli tirarono le monetine addosso, ma nessuno (o comunque pochi) si resero conto del Craxi che era in loro.
Oggi guardiamo ad un Paese che lotta contro la corruzione e l’evasione, le infiltrazioni mafiose e le tangenti che creano motivo di sospetto perfino sulla Protezione Civile. Un Paese come il nostro, oggi, qualora si affacci ad un evento quale “Milano Expo” ha come principale obiettivo quello di condurre una gara d’appalto pulita, e non sempre ci riesce.
E allora appare chiaro come il 1992, l’anno chiave dell’inchiesta, abbia rappresentato un tsunami solo per la Prima Repubblica e non per le coscienze e il tessuto sociale. La furbizia e la mascalzoneria restano le armi primarie per avviare un’impresa. Appaiono quasi come virtù, anzichè essere condannate.
Sono passati dieci anni e leggendo l’articolo-cronaca di Goffredo Buccini (che trovate qui: http://www.corriere.it/cronache/12_febbraio_15/manipulite-da-chiesa-all-avviso-a-berlusconi-goffredo-buccini_d4f6f1c8-5807-11e1-8cd8-b2fbc2e45f9f.shtml ) penso: siamo davvero così immobili e prevedibili?
Il discorso pronunciato da Craxi il 29 aprile del 1993 ne richiama altri – molto più recenti – pronunciati nello stesso Parlamento durante i quali il potere politico pronunciava frasi forti contro un sistema giudiziario che veniva definito a tratti fazioso, a tratti persecutorio. E d’altra parte errori sono stati compiuti dagli stessi giornalisti (come lo stesso Buccini ben dice): non una ricerca su quali mali potessero serpeggiare tra le Toghe, ma solo la voglia di cercare un eroe, di realizzare titoloni che inneggiavano ora a questo, ora a quello.
La speranza di un cambiamento, tuttavia, rimane. Con commozione parlo con coloro che nel loro piccolo tentano ogni giorno di combattere l’evasione e con orgoglio penso ad un’Italia che vuole ripartire dal semplice scontrino fiscale per estirpare i parassiti della società. Forse non è diversa la nostra generazione da quella dei nostri padri, ma resta una certezza: abbiamo una grande opportunità, che non dovrebbe essere sprecata. Abbiamo la possibilità di guardare con occhi intelligenti agli errori commessi da coloro che sono venuti prima e, sviscerando tutto il male che ne è derivato, abbiamo la possibilità di migliorare.
Storia Magistra Vitae.
P.s : Ripartire dal piccolo. Usa Facebook: https://www.facebook.com/groups/207535276003124/
Francesca Larosa – www.opennews.it
Sottotraccia, altalenante, inarrestabile come un fiume carsico della cronaca internazionale: la crisi siriana conquista le prime pagine dei giornali da più di un anno, con il suo carico avvelenato di sangue brutalmente versato e inchiostro cinicamente sprecato.
Riunioni al vertice, proposte, discussioni, richiami e smentite: mai come in questi casi, la politica e la diplomazia internazionali sembrano condannate all’irrilevanza e all’impotenza, costrette negli angusti steccati del “politicamente corretto”, dell’ “interesse strategico”, della “non opportunità”. Tali formule sembrano solamente meri slogan cristallizzati nell’abituale e cerimonioso lessico delle cancellerie o nell’ennesimo pensoso editoriale dei consueti “esperti”: pur evitando qualsiasi forma di retorica, sarebbe interessante rilevare qual è l’impressione al riguardo dell’”uomo della strada”, del cittadino comune che andando al lavoro ascolta alla radio l’ennesimo tragico bollettino sulla repressione. È proprio in questi casi che, a mio parere, viene “sfidata” spavaldamente la decisione (e la motivazione) di coloro che si occupano, per studio o per lavoro, di politica internazionale: cosa guida le relazioni internazionali? La forza oscillante degli ideali o il cinico tsunami del “realismo” opportunista? Il dibattito tra idealismo e realismo è lacerante e non è certo questa la sede per tentare di sbrogliare la matassa.
La portata della crisi siriana è però esplosiva, da tutti i punti di vista: la primavera araba fiorita nelle piazze tunisine, egiziane e yemenite più di un anno fa è destinata ad accartocciarsi in quella che molti osservatori hanno già denominato “autunno delle controrivoluzioni”? Il diritto di “ingerenza umanitaria” sancito dai bombardamenti su Belgrado del 1999 e dalla controversa defenestrazione di Gheddafi (favorita dall’alto della “no fly zone” dello sgambettante Sarkozy) si è già arenato nelle sabbie di Damasco? Gli Stati Uniti sono disposti all’ennesimo intervento in ambito mediorientale o il basso profilo tenuto durante la spedizione libica è un chiaro segnale che gli interessi strategici di Obama risiedono altrove? (è risaputo ormai: nel Pacifico?). L’endorsement (imbarazzante, secondo gli occidentali) assicurato da Mosca a Bashar al Assad va letto come anteposizione di economia e geopolitica alla tutela internazionale dei diritti umani o come patto di ferro tra “autocrazie” (sebbene questo sia un termine troppo radicale per la democrazia plebiscitaria del tandem Putin-Medvedev)?
Gli interrogativi sono numerosissimi e ognuno di essi richiederebbe centinaia di pagine per trovare una risposta soddisfacente. Quello che, a mio parere, salta davvero all’occhio è l’eterno, immarcescibile sospetto sintetizzato nella nota formula: “due pesi, due misure”: perché il qaid di Tripoli, l’autonominatosi colonnello e guida della Rivoluzione Muammar Gheddafi non è sopravissuto al suo (folle) tentativo di sterminare i “ratti” ribelli (come non ricordare il suo delirante discorso davanti alle rovine dell’edificio che venne distrutto dai bombardieri di Reagan?) mentre il medico Bashar al Assad, dittatore a tutti gli effetti della “grande Siria” ereditata dal padre Hafez, continua indisturbato a massacrare i dimostranti di Homs? Personalmente, mi riesce difficile cancellare dalla memoria il volto tumefatto e sanguinante del Colonnello, che finì solo pochi mesi fa su tutte le copertine e in apertura di tutti i notiziari. “Giustizia è stata fatta” proclamarono in tanti, dimenticando la lunga processione di “esperti” che già profetizzavano una riedizione dell’Afghanistan e un conflitto sanguinario diventato a tutti gli effetti “guerra civile”. Mi è capitato di rileggere, per motivi di studio, il brillante quaderno speciale che la rivista Limes pubblicò nella primavera del 2011 (“La guerra di Libia”) per fotografare gli eventi esplosi nel nostro “cortile mediterraneo”: la lettura è destabilizzante, perché densa di dubbi e scenari aperti che avrebbero già dovuto (oggi) trovare risposta.
In quest’epoca di “informazione selettiva” (mi si passi la concettualizzazione sbrigativa) siamo davvero sicuri di possedere tutti gli strumenti per un’analisi chiara degli eventi? Sorvolando sul noto caso della “fossa comune” di Gheddafi
scoperta dalle telecamere (che si rivelò poi una clamorosa bufala), i mass media internazionali possiedono effettivamente un debordante “potere di veto” sulle priorità globali: oggi come allora, non conosciamo gli esponenti del nuovo governo libico, non sappiamo se le promesse di democrazia sbandierate dai ribelli di Bengasi si sono tradotte in realtà (con quanta sollecitudine in molti si affrettarono a incoronare come “democratici” uomini che avevano lavorato e represso per lo stesso tiranno che ora combattevano!), se la “nuova Libia” a trazione bengasina è migliore della Jamāhīriyya (Repubblica delle Masse) del colonnello. “Non sappiamo cosa succede davvero” è un’altra frase ricorrente, che io stesso mi sorprendo a pronunciare spesso. È una spia di concreta impotenza, un tentativo andato a vuoto di inquadrare fenomeni che si prestano a interpretazioni divergenti, un possibile argomento (si perdoni l’intenzione dissacratoria!) da Bar Sport: solo che in questo caso non si discute di un rigore, ma del sangue e della vita di migliaia di civili inermi. Letto in un’autorevole rivista di politica internazionale o affermato davanti ad una tazzina di caffè, la sostanza non cambia: il sospetto è sempre in agguato, irremovibile. La liturgia dei vertici e la girandola di dichiarazioni non scalfiscono l’impressione che esista una”graduatoria della malvagità”, un punto di non ritorno sorpassato il quale l’utile alleato si trasforma improvvisamente in nemico pubblico numero uno. La parabola gheddafiana è tragicamente indicativa (ai posteri l’ardua sentenza): golpista contro una monarchia ritenuta troppo prona all’Occidente in nome del verbo nasseriano (padre carismatico del sogno naufragato dell’unità panaraba), leader spregiudicato e odiatissimo, organizzatore spietato di violenti attacchi terroristici ad ogni latitudine del pianeta, condannato alla “quarantena internazionale” dopo essere sfuggito al bombardamento di Reagan (in cui perì una sua figlioletta adottiva) e poi improvvisamente riabilitato al cambio di millennio, ottenendo il plauso dei leader occidentali e siglando lucrosi contratti di fornitura energetica. Non è mia intenzione indugiare nella martirizzazione del Colonnello né scagliarmi con toni censori contro l’ambiguità dei rapporti internazionali: costituirebbe un inutile sospiro da anime belle ritenere che la sicurezza e la tenuta di uno Stato vadano assicurate stilando fedine penali o dossier sulla moralità dei capi di Stato stranieri. Ciò non significa assolvere dubbi “scivoloni” in politica estera (l’Italia ne sa qualcosa) né dare immediata applicazione all’abusatissimo motto machiavelliano “il fine giustifica i mezzi”: si tratta di sano e salutare realismo, accompagnato a quell’indispensabile dose di disincanto che costituisce il presupposto fondamentale di ogni analisi.
Il bizzarro (e violento, non trasformiamolo in un personaggio da operetta) Colonnello ha oltrepassato quella “sottile linea d’ombra” ed è caduto sotto le bombe “umanitarie” dell’Odissea all’alba (Odissey Dawn era il nome codice della missione, diventato Unified Protector una volta che la Nato ha assunto le redini dell’operazione). Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Le ombre sono tante, insopprimibili, destinate a proiettarsi sui libri di storia ed ad agitare ulteriormente il dibattito.
Primo quesito: l’intervento libico è stata un’autentica “crociata” in nome dei diritti umani o un’utile parata per dare libero sfogo alla voglia di protagonismo internazionale dell’indebolito presidente francese Nicolas Sarkozy? Molti commentatori notarono che la Francia, da sempre nostalgica della perduta grandeur, stava combattendo su tre fronti contemporaneamente: in Afghanistan (conflitto ereditato), in Libia (il cui Consiglio Nazionale di transizione era stato riconosciuto all’istante da Parigi, con un inusuale scatto da centometrista) e in Costa d’Avorio (conflitto riposto nel sottoscala dell’”infotainment” globale, ma vitale per gli interessi francesi nell’area).
Iperattivismo bellico per rovesciare allo stesso tempo un dittatore inutile (era l’Italia ad avere fortissimi interessi economici in gioco) e il risultato deludente dei sondaggi? Il tiepido atteggiamento di Parigi nei confronti della rivolta dei gelsomini tunisina contro la “cariatide” Ben Ali (costato la testa al Ministro degli Esteri Michele Alliott-Marie, troppo contigua al regime) è indicativo.
Secondo quesito: esiste una classifica del misfatto, una “top ten dei crimini contro l’umanità”? Senza scomodare l’esempio d’antan del mancato intervento in Ruanda (troppo forte e scottante era il ricordo dei ranger inviati improvvidamente nel caos somalo), basti pensare alla rivolta sedata chirurgicamente in Bahrein. Lo staterello, sede della Quinta Flotta americana, in cui i tank inviati al momento giusto da “mamma Riyad” (l’Arabia Saudita, governata dai principi sunniti) hanno narcotizzato violentemente i dimostranti (la maggioranza sciita) contro la monarchia (sunnita, ovviamente). Il Bahrein è un tassello spesso (e volutamente) dimenticato della “primavera araba”: troppo imbarazzante ammettere che l’Occidente ha tacitamente avvallato la cloroformizzazione di una mini-versione di quella stessa “primavera”?
Terzo e ultimo quesito: Gheddafi è stato sfortunato? Sembrerebbe di sì. Per rispondere a questa domanda, pochi rapidi flash: le elezioni americane in pauroso avvicinamento (sarebbe conveniente per Obama lanciare un intervento in Siria con il rischio di affondare nelle sabbie mobili di un nuovo Afghanistan modello 2.0? Secondo il mio modesto parere, no); il supporto (sembra incondizionato) di Mosca (gli eredi di quell’URSS di cui la Siria costituiva la testa di ponte in Medio Oriente dopo la defezione dell’egiziano Sadat non hanno alcuna intenzione di perdere il lucroso business della fornitura di armamenti né l’utile base navale di Tartus), la mancanza di concrete alternative ad Assad (nel caso della Libia, il Cnt di Bengasi riuscì immediatamente ad accreditarsi come referente affidabile, cavalcando una martellante e abilissima campagna mediatica).
È la dura realtà dei fatti. Il mix avvelenato che rende la politica internazionale così simile ad una crudele partita di poker, le cui carte possono essere sparigliate in qualsiasi momento dal vento imprevedibile degli eventi. Intanto Homs brucia e soffoca nel sangue. “We need actions, not more declarations!” grida un medico siriano in un video. Verrà ascoltato?
Simone Ros – www.opennews.it