Nel precedente articolo “L’ex malato d’Europa scoppia di salute?” mi sono concentrato sull’“uomo nell’ombra” che ha costruito, da semisconosciuto professore universitario, l’impalcatura intellettuale e la giustificazione teorica del neo-ottomanismo in salsa islam-moderata alla base dell’irresistibile rilancio della Turchia sulla scena internazionale. Quell’Ahmet
Davutoğlu occhialuto e dallo sguardo mite, autore di “Profondità strategica” (preziosissimo documento ancora da tradurre in inglese, ma indispensabile per decrittare le linee guida della politica estera di Ankara) e ministro degli Esteri dell’ardimentoso e popolarissimo Recep Tayyip Erdoğan. Proprio analizzando la figura più defilata e lontana dalle prime pagine dei nostri quotidiani avevo cercato di scandagliare con sguardo critico il sostrato ideologico- teorico che soggiace al rampante attivismo del primo ministro turco, sottolineando l’importanza e la vitalità (più volte richiamata non certo dal sottoscritto, ma da ben più autorevoli osservatori) di una visione, di un progetto geopolitico che pur esulando da suicidi richiami sciovinistici tracci almeno sommariamente una “rotta” nelle acque agitate del mare nostrum. L’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, come si è mossa di fronte all’improvviso collasso dei rais Ben Ali e Mubarak? Come ha reagito alla delirante repressione del colonnello Gheddafi o alla lotta senza quartiere ingaggiata in Siria tra Bashar al Assad e i dimostranti? Sono quesiti che non costituiscono l’argomento di questo mio intervento ma che delineano, nella rapida e imprevista successione di eventi, uno degli stress test più massicci ai quali sono state sottoposte le cancellerie di tutto il mondo. L’”Erdoğan’s style” (copyright del caustico Time) non ha avuto modo di dispiegarsi solo in politica estera, ma è continuamente messo alla prova anche sul piano interno: come reagiscono all’improvvisa e messianica popolarità del “re di Gaza” coloro che si oppongono al suo partito? È davvero posta a rischio l’anima più limpidamente laica della Repubblica di Atatürk, difesa a spada tratta dall’elite kemalista accusata a più ripetizioni di tramare alle spalle del “neo-sultano”?
Why is the West kissing Erdoğan? “Non è democrazia, è una farsa”
La domanda sfrontata è il titolo di un articolo di Mehmet Ali Birand, pubblicato il 24 novembre del 2011.
Al centro della riflessione del giornalista turco la debordante attenzione riservata dai media occidentali al leader dell’AKP, in primis il sorprendente endorsement dell’autorevole Time, tramite sfavillante copertina cucita ad hoc. “Perché Erdoğan viene febbrilmente consultato da Obama come se fosse un novello Superman del Bosforo?” si chiede ironico. Non sono lontani i tempi in cui il carismatico Recep veniva velenosamente accusato di voler strappare la Turchia dal dolce alveo dell’Occidente, di avere intenzione di ribaltare il suo asse, soffiando col mantice della propaganda tra le braci non ancora del tutto spente degli antichi sogni ottomani. Ciò che l’articolista sottolinea è la presa d’atto del fatto che, se non sono cambiate le intenzioni e la forma mentis del primo ministro, sono le sue decisioni concrete ad averne delineato il mito e ad averne decretato il successo: la brillante performance durante la crisi libica, la pressione su Damasco, il rapporto fermo con l’Iraq. La “Erdoganmania”, chiosa Birand, è legata a doppio filo alla sua personale condotta, alla sua capacità di destreggiarsi (aggiungo io) tra due temibili iceberg: il congelamento dei rapporti con Israele e i proclami atomici di Teheran. “In short, it is in Erdoğan’s hands for this wind to continue or change direction” conclude. A margine, mi sembra interessante riportare un commento, postato sul forum del quotidiano turco Hurriyet da un lettore che si proclama “Kemalista” (quindi non certo un estimatore dell’AKP): “L’Occidente descrive Erdoğan come si augura che egli sia, ma i Turchi lo conoscono per come veramente è: un Islamista che parla con tutti e due gli angoli della bocca (espressione turca intraducibile?) per infervorare coloro che lo ascoltano. Più Islam nelle nostre vite e nel governo”.
Opinione partigiana sicuramente, ma da non trascurare se vogliamo comprendere criticamente le sfaccettature di un politico di razza, a capo di un partito imitato nei fluidi scenari post-primavera araba e autore di prodigiosi assist alla causa della democrazia laica (sistema di governo che ha permesso ad Ankara di cadere in piedi dopo lo sfaldamento dell’Impero, incastonandosi a pieno titolo nel “neo-impero” militare a trazione atlantica della NATO).
L’uomo accusato (a torto o a ragione?) di voler propiziare una lenta ma decisa inversione a U verso un rinnovato assetto islamico o islamizzante dello Stato, in un’intervista ad una TV egiziana, ha infatti affermato orgogliosamente: “Non temete il secolarismo, perché non significa essere nemici della religione!”. L’importanza di un’evoluzione politica coerente e senza strappi sanguinosi, di fronte all’eterna e strisciante paura del fondamentalismo islamico, è indiscutibile. Davutoğlu, da buon analista delle relazioni internazionali, ha fatto riferimento in un’intervista al mancato “scongelamento del blocco mediorientale”, paragonato all’ondata di democratizzazione seguita nell’Europa centro-orientale allo smottamento del Muro di Berlino e al collasso dell’URSS. I “regime changes” sono passaggi delicatissimi e incontrollabili, guidati da migliaia di variabili, affidati spesso al caos e all’improvvisazione (quale telegiornale parla in questi giorni del governo libico insediatosi dopo la brutale eliminazione di Gheddafi? Quale onesto osservatore è in grado di prevedere o almeno di azzardare un’ipotesi su un eventuale scenario post-Assad in Siria?). La stagione di rivolte alla quale abbiamo assistito è stata una parentesi straordinaria e acceleratissima, che ha spazzato via come una slavina la confortante certezza di tanti leader occidentali di poter contare su “uomini forti”, custodi ferrei dell’ordine, della disciplina e delle vie di guadagno. In Egitto si continua a protestare e a morire in Piazza Tahrir, l’esercito (potentissimo e inamovibile) presidia con pugno d’acciaio le leve del potere. Sull’altra sponda del Mediterraneo si assiste incerti alle prime consultazioni elettorali, si temono nuove scintille di radicalismo religioso, si spera con tutte le forze che il successo di gruppi ritenuti difficilmente controllabili sia il più contenuto possibile.
L’Islam è davvero costitutivamente incompatibile con l’istituto democratico che solo qualche anno fa si riteneva facilmente esportabile in tutto il globo, come l’ultimo modello di automobile di lusso da consegnare impacchettato ai festanti fortunati? Tale quesito è il titolo di un riuscitissimo libro dell’esperto Renzo Guolo e non è certo facilmente riassumibile. Ciò che conta è l’esistenza di modelli di riferimento, di esperimenti riusciti, di dimostrazioni concrete che la democrazia è conveniente, funziona, è carburante prezioso per il motore dello sviluppo e della proiezione strategica. La Turchia e il suo timoniere democraticamente eletto rappresentano un esempio compiuto e un modello riuscito? All’entusiasmo dei tanti estimatori dell’”Erdoğan’s style” risponde deciso dalle pagine di Limes (4/2010) il generale Edip Başer (“uno dei più alti esponenti delle Forze armate turche”, segnate da un rapporto conflittuale e tesissimo con lo spregiudicato leader dell’AKP): “Quando parliamo di valori, intendiamo i principi dello Stato laico, dello Stato di diritto, dello Stato sociale, nazionale e democratico(..). Credo si voglia creare un ambiente nel quale la religione sia più rilevante, dove la laicità non sia più considerata un principio da salvaguardare con cura, come si fa oggi(..). In Turchia c’è un sistema politico e istituzionale che ha le sue lacune, c’è una forma di democrazia buona o cattiva che sia. Non è insomma un regime dispotico … tuttavia, proprio di democrazia in senso pieno non si tratta”. Sono parole molto dure, che nel corso del lungo colloquio difendono appassionatamente il ruolo di salvaguardia dell’esercito ricoperto nelle fasi più convulse dello Stato di Mustafà Kemal.
È quell’eredità kemalista, laica e profondamente democratica, che il generale Başer vede messa in pericolo, sottovalutata, soffocata da un sistema politico basato sul privilegio e sull’immunità da cui è emerso proprio l’uomo di ferro del Bosforo. Sfogo tardivo di un appartenente ad un istituzione progressivamente messa ai margini dalla fermezza del potere civile scaturente da autentici meccanismi democratici o grido di allarme di un acuto osservatore, inquadrato per vocazione in quella forza d’urto che ha posto sotto tutela l’indimenticata lezione di colui che occidentalizzò e laicizzò la Turchia dei Sultani? È un quesito dilatato sul lungo periodo, ma che richiede una qualità immediata: la capacità di andare oltre le agiografie, di non piegare alla voglia irrefrenabile di “eroi” l’analisi spassionata e senza orpelli degli “uomini” del potere.
Simone Ros – www.opennews.it
Se ne è andato Steve Jobs, il mondo l’ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene “il più grande di tutti i tempi”, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di Osama Bin Laden, il “public enemy number one”, il ricercato, il mandante di quell’attentato che ha cambiato per sempre il termine “sicurezza”.
E’ stato lanciato un nuovo social network, Google+, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c’era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po’ di sana conversazione.
“Le proteste” sono il personaggio dell’anno secondo il TIME. Siamo diventati 7 Miliardi su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo iPad2 e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.
Le rivolte in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il terremoto giapponese ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall’altra parte del pianeta, il Brasile era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto. E’ nato un nuovo Stato: il Sud Sudan, mentre, da un’altra parte, un “gruppo etnico” aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la Palestina.
E’ morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E’ stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: #OccupyWallStreet è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.
Kate e William si sono sposati, il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L’Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. E’ caduto il Governo Berlusconi e un team di “tecnici” l’ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. Djokovic è il numero uno del tennis mondiale, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.
La sparatoria in Norvegia ha commosso e fatto arrabbiare; il termine “spread” è entrato per la prima volta nella nostra vita. E’ stato “costruito” un nuovo super tunnel: quello dei Neutrini
e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un’altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.
E’ un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell’Unità d’Italia.
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.
BUON ANNO
Francesca Larosa – www.opennews.it
Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un’artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell’area Marketing dell’ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: “Don’t stop thinking about tomorrow”.
Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione “ENI in the world” cerco NIGERIA. Devo ammetterlo, parto già prevenuta. Ho letto l’impensabile su quello che poi è diventato uno dei miei miti, Ken Saro-Wiwa, ucciso a causa della sua lotta contro la Shell. Anche lui era Nigeriano e il suolo sul quale ha camminato per anni si trovava in uno stato già di grande devastazione.
Apro la pagina, vi sono tante sezioni. Mi butto immediatamente su “Protezione Ambientale” e non mi aspetto di trovarvi ammissioni di colpa, ma quantomeno un accenno ai danni provocati alle falde acquifere, alla flora, alla fauna e anche alla popolazione locale. Invece no! Mi imbatto in qualcosa di molto diverso: “La Nigeria è tra i Paesi in cui eni sta sviluppando un importante programma di water injection . La reiniezione nel sottosuolo delle acque di produzione ha un doppio vantaggio: consente di mantenere la pressione nei giacimenti e riduce l’impatto sull’ambiente, diminuendo gli sprechi idrici, aspetto di fondamentale importanza in ambienti desertici. Nell’ambito della conservazione della biodiversità, eni NAOC è coinvolta nel progetto Lower Orashi Forest reserve in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e delle Risorse Naturali. Le attività sono previste per il 2011-2015.”
La water injection è sicuramente importante! E’ un aspetto fondamentale per le aree tropicali! Continuo a cercare per la rete e trovo questo video: http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A . In tutta franchezza non trovo alcun bisogno di una “water injection” di fronte a tutto questo.

La domanda che mi sorge spontanea riguarda gli organi di protezione: “chi dovrebbe intervenire in questo caso?” Ovviamente l’ONU, di cui la Nigeria fa parte, ma anche tutte le agenzie ambientaliste e di protezione del territorio.
Andiamo con ordine a partire dal 2011: il 17 Marzo 2011, il Corriere della Sera intitolava a chiare lettere “Nigeria, militanti del MEND fanno saltare un impianto dell’AGIP”. Venivano minate le stazioni di pompaggio ENI e gli assalti erano stati rivendicati dal Movement for the Emancipation of the Noger Delta. Il comunicato che era stato inviato alla redazione del giornale italiano più famoso incuteva paura e affermava esplicitamente che “la lotta è appena cominciata”.
Al Governo avrebbe fatto comodo una spaccatura all’interno di questo movimento. Sembrava fosse ormai avvenuta: alcuni dissidi interni stavano attentando alla sopravvivenza del MEND e invece ci si accorse presto che la battaglia era davvero appena cominciata. Il giorno 8 Giugno 2011, i leader del MEND inviano un ulteriore comunicato diretto all’ENI: “Distruggeremo tutti i vostri impianti”. La domanda che sorge spontanea è perchè tanto astio nei confronti del colosso italiano e non piuttosto verso Shell o altri. Il documento è in grado perfino di motivare questo: “Abbiamo osservato il disprezzo con cui il gruppo italiano è coinvolto nel massacro di cittadini innocenti in Libia. L’ENI asseconda il saccheggio delle risorse petrolifere realizzato dalle nazioni occidentali”.
Tutte menzogne? In primis, è necessario precisare che tutti gli ostaggi presi in consegna dal MEND non sono stati riscattati e sono stati rilasciati in buono stato psico-fisico. Secondariamente, percorrendo la storia della compagnia italiana, è possibile rilevare alcune tappe quantomeno ambigue. Un esempio? Nel 2004, l’indice di investimento socialmente responsabile FTSE4Good l’ha esclusa dalle sue quotazioni; al termine del 2005, l’Agip viene accusata di aver partecipato attivamente con incoraggiamenti cospicui, alla demolizione di una bidonville a Pourt Harcourt, ordinata dal Governo perchè le baracche erano troppo vicine alla stazione di estrazione ENI; il 24 Gennaio 2006, in un attacco polizia privata/militanti nigeriani ad una stazione ENI muoiono 9 persone, di cui 8 sicuramente locali.
Dal 2006, il MEND ha dichiarato la guerra totale a tutte le multinazionali del petrolio. Da allora si susseguono assalti continui e senza sosta.
Perchè un gruppo locale come il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger dovrebbe spingere i suoi stessi interessati alla morte? Perchè dovrebbero permettere alla popolazione locale di rischiare in prima persona? E’ possibile che tutto questo sia il risultato di pratiche tribali e prive di cognizione di causa?
No. Gli impatti dell’estrazione petrolifera hanno causato danni ambientali enormi e provocato decine di morti in una regione troppo lontana per essere considerata degna di nota dal mondo Occidentale: da un lato vi sono i terreni della regione, coperti interamente di petrolio, ma non solo! Il bacino idrico del Delta del Niger è uno dei più inquinati al mondo: 36 mila kmq di mangrovie, corsi d’acqua e lagune sono state consegnate alla marea nera per sempre. Si aggiunga a tutto questo che la popolazione locale non percepisce i profitti derivanti dall’attività estrattiva. Non una delle incredibili risorse naturali del Paese sono state messe a disposizione della comunità. Di chi è la colpa? Chi ha permesso tutto questo? Siamo tutti un po’ responsabili, nessuno escluso, nel momento in cui facciamo benzina. 
Abbiamo un unico dato certo: indipendentemente dalle responsabilità, l’ENI è stata messa sotto accusa per un procedimento di elargizione di tangenti a funzionari governativi in Nigeria nell’anno 2010. Il 7 Luglio di quell’anno esce la notizia del pagamento di una maximulta della multinazionale italiana agli Stati Uniti: il reato è “corruzione internazionale”, la cifra ammonta a 240 milioni di dollari.
Nel cervello continuo ad avere un motivetto ridondante: Don’t stop thinking about tomorrow.
La macchina del petrolio non si ferma mai, ma da oggi guardarò quei disegni sulla sabbia con occhio diverso, forse più arrabbiato, forse più consapevole.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Questo articolo riguarda specificatamente l’ENI in quanto società che procede indisturbata alla colonizzazione economica di un intero continente. Non assolve le altre aziende estrattrici, ma invita alla riflessione e alla ricerca, in forza di un futuro più trasparente e pulito: don’t stop thinking about tomorrow.
FONTI:
ENI, Corriere della Sera, Il fatto Quotidiano, Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Giornalettismo.com
Donne lavoratrici, donne mamme, donne stanche, donne entusiaste, donne che preparano cene e resoconti finanziari. Donne con tante idee nella testa e pochi soldi nelle tasche, donne che non sanno di essere svantaggiate, donne che combattono per smettere di esserlo, ma, soprattutto, donne consapevoli d’essere donne.
Sono queste le numerose scese in piazza a Roma e in varie città d’Italia l’11 dicembre per l’ultimo appuntamento al femminile organizzato dal comitato “Se non ora, quando?”.
Questa volta la politica non c’entra davvero nulla, non c’entra l’esasperazione per gli harem di un premier decaduto, per le cariche politiche assegnate in base alla misura di reggiseno; questa piazza è una piazza pieni di cervelli e cuori coscienti del fatto che non è un uomo dalle dimensioni ridotte a poter privare la donna del suo ruolo, della sua parte all’interno della società. Ciò che imprigiona la donna nella sua gabbia “rosa” tutta fatta di tenerezza e sensibilità è un sistema in piedi da secoli, una cascata di stereotipi che si riflettono sì sulla realtà, ma in un rapporto di alimentazione reciproca.
Le donne in piazze gridano la loro voglia di essere riconosciute in completezza, come madri, come lavoratrici, come potenzialità per il nostro paese. Rivendicano il loro ruolo di straordinaria importanza nell’uscita dalla crisi, chiedono la possibilità equamente divisa tra madre e padre di accudire i figli. Parlano di incentivi al congedo di paternità, che è un diritto dell’uomo, non un modo per incastrarlo.
Sotto un cielo grigio ma con garbo, si susseguono interventi,buona musica, comizi accorati.
Sì,perché la questione femminile esiste ancora. E’ viva, agisce in silenzio senza che nessuno se ne accorga, se non gli addetti al settore. Lo stereotipo si insinua nella pubblicità, che a sua volta si insinua nella nostra mente, proponendoci immagini che nemmeno ci preoccupiamo di mettere in discussione. Basta accendere la televisione per vedere come quasi sempre i prodotti per la cura della casa siano pubblicizzati da figure femminili. Ciò infastidisce non perché, indignate, vogliamo rifiutarci di impugnare l’ aspirapolvere e pulire casa, ma perché questo tipo di marketing non si preoccupa di interpretare una realtà che sta cambiando; crede che il frullatore multifunzione possa interessare solo alle donne, a cui è da sempre affidata la cura della casa, e non ai numerosi uomini che altrettanto si dilettano in cucina!
Per non parlare poi di quelle pubblicità che offendono senza tanti peli sulla lingua la nostra femminilità, quei cartelloni che scelgono delle donna solo l’ eloquente culetto, tralasciandone gli occhi. Ci sono poi quei giornalisti che credono che la soluzione per l’aumento della natività in Italia risieda nel togliere i libri alle donne, ma questa è un’altra storia.
L’ultima pubblicità che ha scosso il mio spirito femminista promuove un prodotto di una nota marca di alimenti surgelati. In una reclame d’evocazione vintage si legge: “ATTENZIONE MOGLI! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!” Questa pubblicità racchiude, a mio parere, stereotipi tra i più classici: la moglie cucina per il marito; il marito porta fuori la moglie a cena; ultimo e forse il più fantasioso, frutto del nostro secolo: il miglior piatto che si possa cucinare è un piatto surgelato, preparato da terzi.
Sebbene quindi la questione femminile appaia come superata, sebbene la “battaglia” delle donne sembri completamente vinta, non è così. Abbiamo sì ottenuto il diritto di voto dai tempi delle repubblica, possiamo sì studiare, diventare manager, entrare in politica, fare appello alle pari opportunità ma dobbiamo accettare il fatto che ciò susciti ancora scalpore, ecco il vero problema. Una donna con due figli ed un lavoro a tempo pieno è una specie di eroina da pellicola, un uomo con due figli ed un lavoro a tempo pieno, è semplicemente un padre di famiglia, poiché le possibilità che i ruoli offrono sono differenti.
Per far si che la società muti, bisogna che la nostra testa muti; questo può però succedere solo con uno sguardo attento e critico, uno sguardo che vada oltre numeri e statistiche, che sia in grado di fare i conti con la realtà e non solo sulla realtà. Il cambiamento non può essere dettato dall’alto di una norma, con la creazione di quote rosa; il cambiamento va costruito insieme,consapevolmente, parte dalla testa finisce nel cuore, per poi ricominciare il ciclo.
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
1 December was World AIDS Day. Instead of writing a piece about different events going on around the world, I wanted to give an in depth account of one project. There is no better way to do this than speak to someone delivering a HIV/AIDS project. I would like you to meet Mutsa, someone passionate about helping people and hoping to make a real difference. What struck me about Mutsa when reading this back was her passion, sacrifice, drive and determination. However what hit me the most was that this really is about helping people, she seems at her happiest when talking about her group succeed. Take a look and see what I mean…
Mutsa, could you introduce yourself and say a little bit about the great work you’re doing in Zambia?
I’m in Zambia volunteering with The Butterfly Tree who carry out most of their work in the Mukuni chiefdom, about 7,000 people live there. I’m working in the local basic and high school where I’ve been educating and training 15 young people as HIV prevention peer educators.
Can we talk a little bit about you before talking about your project? It is interesting you talk about education and training; maybe we could discuss some of your education…? What did you want to be when you “grew up?”
The first thing I remember wanting to be was a fashion designer, then I wanted to be a lawyer, music journalist and now…I’ve yet to find a title for what I want to be.
What was your favourite subject at school…?
English has always been a love of mine. I loved English: reading, studying different texts and discussing ideas. As I got older I was really drawn to the Social Sciences and Anthropology became my favourite subject. I studied that along with Sociology for my BA. 
Is there anything in particular which drew you to the social sciences?
People, simply speaking. I don’t know where my interest in human behaviour comes from but I like to understand what drives people, what our differences are but also how we’re all connected. When I went to Uni, I had no idea what kind of career I wanted to have but I knew that I loved travelling, meeting and learning about people so I chose Anthropology. It worked out for me. I enjoyed my course immensely and it really helped to steer the direction I want my life to take.
Speaking about your career can you tell us about how you began volunteering with the Butterfly Tree?
Sure. I returned home at the beginning of 2010 having studied abroad for a while. I got home and started to look for random positions in the international development sector but because I didn’t have any international working experience I was only eligible for entry level positions. I’d heard about the Vodafone World of Difference scheme which is when I first made contact with Jane (founder of The Butterfly Tree). I applied but wasn’t chosen, I wasn’t willing to settle and I thought that as I’m fortunate enough to be in a position where I don’t have to settle, why not create my own position? So I told Jane, that even though I wasn’t been chosen, I still wanted to carry out the project I would have done with Vodafone but would self-fund it. Fast forward one year and here I am.
Amazing! What was the first thing you did when you decided you wanted to self-fund the project?
There was a lot of to-ing and fro-ing. The first thing I did was write what I wanted to do and share it with Jane. The second thing I did was to save my tumblr blog address and Twitter name so that it wasn’t taken.
It seems like it would take a fair deal of planning? How much did you need to raise?
It took a lot of planning. I refused to apply for full time jobs because I didn’t want to get stuck there. My mentality was that, “as soon as I have money I needed, I would leave.” I needed that flexibility. In fact, I haven’t stopped planning! At the beginning I wanted to come out here for a year and I estimated I needed about $15,000 at the beginning of this year I think I had about $5,000 after 4 months of saving and I was starting to get stressed out as I really wanted to go out in 2011. I met someone who had been to Mukuni and he urged me to go back to the drawing board and see if I could do the work I wanted to do in less time and for less money.
What struck me when hearing your story was your dedication and determination, refusing to take full time jobs and going it solo! How did you raise the funds? There must have been hard times while you were fundraising?
Thank you. With things the way they are now, I understand that not everybody can afford to make the decision I made. There were definitely hard times. Like I said before, I was temping and I remember at the beginning of last year not working for a month or so I think it was. I had absolutely nothing coming in. That was not easy. But I had to get things done; I was adamant that I was coming out between June and August. Jane had already told the young people I was coming out and I didn’t want to keep them waiting for so long. Most of the funds came from me saving money and a good amount came from donations and funds raised from events I put together. It was really important that people felt they could contribute and affect change too. I think on the whole people want to affect change but may not be sure of how to go about it so I wanted to organise events that were a bit quirky where they would feel more in touch with knowing where their money/in-kind donations would end up.
Delivering change, that is extremely hard. Your project essentially seeks to provide young people with the tools to change themselves and their community. You mentioned earlier you are constantly planning! How have your initial plans changed and what have you learnt whilst delivering your programme?
Delivering change is hard and definitely challenging. The main thing that has changed with my initial plan has been the time frame. It was originally set to last for a year then I changed it to a last for a little less than four months. However, the aim of the project and how I intended to do it has largely stayed the same. What have I learnt? I’ve learnt that if you have an idea, not everyone will understand what you are doing or the way you intend to do it. You can’t sell your goals to everyone and that it’s really important to surround yourself with people who will push you forward. I’ve learnt to be that little bit more patient. I still need to work on my patience but you learn that you can’t force things…though I do still like to try. I’m sure I’ve learnt a lot more but it’s hard to see the water when you’re in it…and I’m still in it. One of the most important things I’ve learnt and which really helped me whenever I felt like what I was working towards was a waste of time is that, on the whole, people are good. It sounds so simple but I think we can get caught up in failures and all the negatives in the world.
What are the young people you work with like? What are the good things you see in them? The young people I work with are wonderful! I really enjoy gushing about them. Their sense of humour is wonderful; I really look forward to our sessions. There are times when I have to give them a stern speaking to but on the whole they just get on with things. They make up all of their own dramas, poems, speeches. The thing that continues to floor me is their desire to want to share what they have learnt. To be so young and care enough to want to share life-saving information, that is so incredible. I set the project up so that in the first two weeks I was giving lessons on basic HIV, exploring beliefs, attitudes, gender stereotyping etc. In these classes there were a lot of group and solo activities as well so that I could pick the people who I felt I could train as peer educators. In the second phase, we spent one month together where I delved deeper into the topics I introduced in the first two weeks. We’re now in the final phase, which is all about planning, rehearsing and delivering the project to peers, neighbouring villages as well as their own.
The final phase… so what happens next? I know the programme is to be self-sustaining? But when you leave what happens? Also, what are your personal plans?
Yes, the aim of the program is to be self-sustaining. I’m in talks with the headmaster and Jane to see how they can facilitate this. At the moment I’m proposing that this be the ‘go-to’ group when work is being done re: HIV awareness/prevention in the village. Just as they’ve been called upon to give a performance at the chief’s palace for World AIDS Day, I think it would be good if that continues. I’m aiming to come out at least once a year to see how things are going and brush up on delivery techniques etc. The downside (and a possible positive aspect) to a peer education program is that it requires regular recruitment.
Regular recruitment?
Yes. People out grow peer education and especially as I’ve trained people who are in high school there’s quite a fast turnover. Several of the young people will be leaving the village next year if they go forward to university. My personal plans – spend a month or so in Zimbabwe, after that, I have no idea. I really want to keep doing what I’m doing right now. I’m going to work towards making that happen.
Your project seems like a success, they will be performing for the Chief!
Yes performing at the palace is quite a big deal. Mukuni has almost 8,000 people in its chiefdom so to be invited to perform for World AIDS Day is great and the fact they hold a big event for this day is exactly the kind of action that is needed. On the whole the project has been met with open arms and people have really been supportive of the project. A lot of the people in Mukuni including the people in my group have seen first-hand how HIV has affected people. I’ve had a few young people pulled out of my class without any clear reasons but on the whole, I haven’t had any major obstacles to overcome.
The programme educates young people, how is this seen in the community, I imagine this must be quite an issue?
I’ve had a wonderful response from the community. They love that we’re going out to the smaller villages in the Mukuni Chiefdom. There haven’t been any issues regarding the age of the people sharing the information. Those I’ve spoken to really know first-hand, how critical the situation is. There are girls as young as 13 years getting pregnant. I had a girl tell me that she slept with a man because she didn’t have money to buy lotion. She got pregnant and miscarried. She was 15 at the time.
What is your view on the current methods to prevent the transmission of aids in countries such as Zambia?
I think that Zambia preaches a realistic message. I mean, it doesn’t just focus on one approach to combat HIV. I feel that there is a 360 approach. The posters I’ve seen, the adverts I’ve heard on the radio and seen on television inform people on the different ways they can have safer lives and the impact of their decisions. The fact that it is in the open, both in town and in the rural areas is something I applaud. I didn’t think it would be the case before I arrived. I did raise an eyebrow when I saw how much male circumcision was pushed as a preventative measure. At times I see this promoted as a sure fire way of prevention, which of course, it is not. I’m still questioning why I don’t see the same push for this approach in the UK. I am concerned about the role the church plays. Abstinence seems to be their main message, and whilst I understand any other message may conflict with certain beliefs I still think it’s important to equip people with practical and complete information. I’m a Christian myself and in my classes I make sure that all means of safer living are talked about and included in the showcases performed by the young people. I’m not of the school of thought that thinks that by providing information about sex, this will make them go out and try sex. I don’t think people are that simple and such thinking can be very dangerous. I believe in providing as much information as possible, being willing to answer all the questions that may be taboo, enabling others to make informed decisions.
What does World AIDS day mean to you, and what is your view on other initiatives which are being used to combat the transmission of AIDS?
World AIDS Day to me is the celebration of life and creating awareness. It’s to celebrate the lives that have passed on due to AIDS and in doing so push the fight against this virus so people realise we have something of worth and that we can protect and thus save. I’m really impressed with the CrowdsOutAIDS initiative set up by UNAIDS. I am all for working with young people to combat this pandemic. Especially with the generation coming up, I think that they’re so pivotal to the direction things will take. Young people are full of ideas, energetic and have sound knowledge of what happens at a grass root level. Their impact should not be under-estimated, ever!
Is World AIDS day known by young people you’re working with? Very much so! The other day, I was cutting up red ribbons for them to put together and hand out at the palace and they gathered round with excitement. They knew exactly what they were and what they represented. It was really wonderful to see.
What would be your message to anyone who wants to get involved in similar initiatives?
My message, from all I’ve learnt would be to research, plan and discuss ideas with people in the field. There are so many ways you can get involved, so many things to get involved in. Brainstorm and think of things that interest you. You’re interest needs to be central. I knew that I wanted to work with young people, in Southern Africa and with regards to HIV/AIDS. I typed these three topics into Google and went from there. Tell people about what you want to do! You’ll be so surprised about where help can come from.
How and where can people contact you?
Due to this project I made myself available on various social media platforms. People can contact me via email: meetmutsa@gmail.com, Twitter: @meetmutsa, facebook: www.facebook.com/meetmutsa and my blog: www.meetmutsa.tumblr.com
Daniel Idowu – www.opennews.it
In ambito elettorale gli Stati Uniti sono sempre stati il paese in cui il sistema bipolare ha sempre dato ottimi risultati, il binomio democratici-repubblicani è sempre stato l’esempio più paradigmatico di perfetto bipolarismo. Due partiti, due candidati. Che vinca il migliore. Questo non vuol dire che non ci siano altri partiti negli Stati Uniti, anzi, proprio per la totale libertà di espressione che esiste nella nazione, ne è presente un bouquet, movimenti sempre snobbati dai quotidiani, tra cui un partito nazista – vi ricordate quelli dell’Illinois nel film The Blues Brothers? – ed uno per la rivoluzione maoista in America. Ma non sono questi i nemici veri del forte bipolarismo statunitense.
I veri possibili distruttori del solido binomio di sfidanti sono gli indipendenti. Spesso personaggi di rilievo, anche lontani dalla politica, ricchi e annoiati, che decidono di usare parte della fortuna personale per conquistare la poltrona vellutata della Casa Bianca. È successo nel 1992 e nel 1996 con Ross Perrault, ma addirittura il già Presidente Theodore Roosevelt aveva nel 1912 incrinato la vittoria repubblicana presentandosi da solo, e c’è chi tuttoggi incolpa Ralph Nader per aver fatto guadagnare a George W. Bush il suo primo mandato rubando quasi 3 milioni di voti al democratico Al Gore. Nessuno di questi ‘terzi incomodi’ è mai stato eletto presidente, e quasi sempre hanno smesso di far politica subito dopo le elezioni. L’unico non appartenente ad alcun partito a diventare Presidente degli Stati Uniti è uno solo, il primo, George Washington.
Già da tempo si sente parlare di una possibile discesa in campo di Michael Bloomberg, miliardario – forbes lo ha elencato al dodicesimo posto nella lista dei più ricchi d’America con un patrimonio calcolato a 19.5 miliardi di dollari – sindaco di New York dal 2002, filantropo ed estremamente progressista nel suo conservatorismo, si è pagato l’università facendo il parcheggiatore prima di fondare la Bllomberg L.P, azienda leader nel settore di informazione e software finanziari. Inizia a far politica con il partito democratico, si fa eleggere poi alla poltrona di sindaco della Grande Mela come repubblicano per poi lasciare il partito nel 2007 e fregiarsi del titolo di indipendente. Quest’ultima mossa è stata vista come una chiara intenzione di andare verso le elezioni presidenziali, ma dopo abbondanti speculazioni giornalistiche si è tirato fuori da ogni possibilità di correre.
La paura è poi tornata per le elezioni del 2012. Un Obama in bilico, il giudizio degli elettori non è chiarissimo, ed un gruppetto di clown islamofobici a contendersi le primarie repubblicane sarebbero elementi di grande interesse per un terzo candidato che per una volta potrebbe anche farcela e scardinare il perfetto bipartitismo statunitense. I giornalisti fremono, i candidati, timorosi, non commentano, e Mike aspetta prendendo la metropolitana per raggiungere l’ufficio. Chissà che tra un anno non possa semplicemente andare a piedi, come disse Kennedy appena eletto presidente: la paga non è male, e posso andare in ufficio camminando.
Giulio Silvano
Arriva dall’Australia il nuovo spot, firmato GetUp (http://www.getup.org.au/), che ha come obiettivo la sensibilizzazione al matrimonio tra persone delle stesso sesso. Il video, che sta facendo impazzire la rete, racconta, in pochi minuti, una storia come tante altre, due persone innamorate che condividono le gioie e i dolori della vita; unica particolarità risiede nell’assortimento della coppia che viene rivelato solo a fine spot. Non è la prima volta che si tenta di introdurre il pubblico alla tematica “unione gay”; che questo avvenga con pubblicità direttamente mirate o con altre modalità, l’importante è che si arrivi al punto!
Numerosi infatti sono gli spot di prodotti di consumo che hanno come protagoniste coppie gay, un scelta etica importante e coraggiosa. Molto spesso questo tipo di pubblicità viene realizzato in chiave ironica, il tentativo è quello di smorzare i toni su una realtà che dovrebbe slegarsi dal concetto di normalità, che dovrebbe allontanarsi dal pesante tabù che annebbia la vista dei più diffidenti.
Accade così che per pubblicizzare la nuova family car si scelga una coppia gay che, orgogliosa, sorride quando la vicina di casa cerca di nascondere lo stupore dovuto alla scoperta della loro unione. Un adolescente, deciso a rivelare ai propri cari la sua natura, sceglie di farlo con una coreografia degna dei più famosi stereotipi sull’omosessualità.
Ecco che arriva la nota dolente: tutti avrete notato che questo genere di spot tarda ad arrivare in Italia, ci prova ma con scarsi risultati, l’unico modo per reperire questo genere di promozione è la ricerca sul web. Non è questa la sede adatta per discutere i motivi che determinano questo ritardo, ad ognuno la propria riflessione.
Ricorderete però la “scandalosissima” pubblicità Ikea che recitava : “siamo aperti a tutte le famiglie” riferendosi all’immagine sottostante di due uomini mano nella mano, ricorderete anche i celeri interventi di una frangia della politica,per far sì che lo spot sparisse dalla circolazione. A detta di queste personalità tale tipo di promozione avrebbe minacciato quell’articolo della Costituzione Italiana in cui si definisce il termine “famiglia”.
Come sempre accade il miglior modo per auto sensibilizzarsi è guardare intorno, osservare i mille colori che circondano il grigio quotidiano: qualche giorno fa tra un semaforo rosso ed una coda di macchine ho potuto gustare sull’autobus una scena teneramente malinconica.
Due giovani donne palesemente innamorate tentavano di nascondere il proprio legame dietro qualche carezza camuffata. Le mani e la distanza obbligata potevano comunicare ai passeggeri del mezzo che il loro rapporto non fosse niente di diverso da un’ amicizia, i loro sguardi invece no. Un tacito patto con la comunità costringe loro a tener nascosto il proprio legame, una discriminazione permessa e tollerata poiché metterebbe in discussione la normalità che non è ancora pronta a cambiare i suoi parametri, un concetto di famiglia che rivendica la propria esistenza appellandosi ad una legge di inchiostro e carta. Questo tacito patto non è meno grave di una qualsiasi altra forma di discriminazione.
In quanto donne e uomini, siamo fatti di istinto,ognuno con desideri personali e particolari che potrebbero danneggiare il nostro “vicino di diritti”, abbiamo quindi bisogno di leggi che ci tutelino e garantiscano un giusto spazio per ognuno. In quanto donne e uomini, siamo fatti però anche di cuore e di cervello, un cervello che ci rende capaci di andare oltre la definizione, capaci di capire che un nucleo familiare non può essere formato esclusivamente dal binomio “uomo + donna” come se stessimo eseguendo un’operazione matematica.
Quest’addizione non assicura margini superiori di successo rispetto ad un’addizione tra parti diverse.
La soluzione a questo problema non si può imparare, non la si trova scritta in una massima filosofica, la soluzione risiede nello sconvolgimento delle coordinate che ci indicano la presunta normalità, nella rieducazione allo sguardo e all’amore, nel ritorno al legame più stretto con la terra che non ha bisogno di tutti gli schemi che abbiamo costruito in secoli e secoli di storia. L’evoluzione non è ancora terminata, non ha raggiunto il suo culmine con l’homo sapiens sapiens e la schiena dritta; forse per andare avanti bisogna fare un piccolo passo indietro verso il cuore delle cose, un ritorno all’infanzia primordiale in cui ‘normale/non normale’ non esiste, esiste solo ciò che possiamo vedere, in quanto tale.
Certo è difficile estirpare un credo radicato negli anni, una visione della vita infiltratasi fin sotto la pelle, ancora più sicuro però è che l’unica possibilità di cambiare le cose risiede nell’affrontarle, nell’analizzarle, nel chiamarle per nome.
Come Darwin insegna l’evoluzione ha i suoi tempi e le sue dinamiche, non vorremo mica essere noi i meno adatti e forti della specie, destinati all’estinzione?
L’amore non ha mai ucciso nessuno, la paura si.
Non abbiate paura dei colori!
Per una riflessione accompagnata da sorriso consiglio:
La pubblicità australiana: http://www.youtube.com/watch?v=a7BZ9dfiM1Q
Pubblicità dal mondo:http://www.youtube.com/watch?v=nPmIwM7xM70
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
Era uscita senza un graffio dalla crisi che ha investito l’Occidente con tutta la sua forza. Un fiera potente che – almeno in apparenza – non aveva subito danni. Continuava a farsi strada tra i relitti di economie vecchie e con la sua produzione sbaragliava i mercati su scala globale. Nel Far East dominava senza accenni a preoccupazione e paura. Sto parlando della Cina, laddove il sole nasce. Oggi la ruota sta girando troppo rapidamente e qualche segno di cedimento sta, purtroppo, rigando i volti dei governanti e dei lavoratori asiatici. “Forte frenata per l’industria cinese”, titolava il 2Dic. 2011 il Sole24Ore. Un rischio che era stato messo in conto da tutti gli analisti, ma che, allo stesso tempo, sembrava evitato dal mancato contagio della crisi europea.
Il regime si è comportato in modo impeccabile: la precisione, lo spirito di sacrificio di questa cultura è sempre riuscito a trasparire dai volti di chi dichiarava: “siamo pronti a comprare i vostri titoli spazzatura”. Tuttavia i dati non permettono di dormire sonni così tranquilli.
Il PIL è sceso dal 10,4% dell’anno scorso al 9,7% del primo trimestre, al 9,5% del secondo e al 9,1% del terzo. Il calo è rapido e riguarda tutti i settori. Anche l’immobiliare (che ricordiamo era stato il propulsore del crollo di Wall Street) ha registrato picchi negativi e, cosa ancor più preoccupante, risulta collegato ai flussi di credito. La reazione di Pechino non si è fatta attendere: un taglio dello 0,5% alle riserve bancarie obbligatorie; uno strumento semplice, di primo utilizzo per garantire più liquidità al mercato. Una sorta di Primo Soccorso che manda però un segnale: c’è bisogno di misure che contrastino questo trend.
Come nel gioco degli scacchi, è stata la Banca Centrale ad attaccare e, da questo momento, dovrebbero circolare fra i 350 e i 400 miliardi di renminbi in più. Troppo preoccupati per le loro sorti, i Governi Occidentali dimenticano di volgere lo sguardo ad una parte del mondo che non è caratterizzata dallo stesso modello economico. La Cina non si, infatti, mai dichiarata “economia di mercato” e il regime non permette una piena trasparenza d’informazione.
Girovagando per la rete e compiendo ricerche per questo articolo, mi sono imbattuta però in un sito a dir poco sconvolgente. E’ la classica piattaforma per traders che dà consigli su quali titoli siano più fruttiferi e quali invece vadano considerati spazzatura. Un pezzo del loro blog mette in guardia gli investitori sui pericoli che si nascondono dietro al gigante cinese e fornisce tutta una serie di motivazioni validissime. Tra queste c’è l’intervento di Larry Lang, docente di Studi Finanziari all’Università cinese di Hong Kong. Non è un dissidente, nè un attivista, eppure – in una lezione a porte chiuse – apre il suo discorso con quanto segue: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Ed eccoci al cuore dell’intervento: l’economia cinese rischia un crollo imminente. Molte regioni dello Stato hanno economie deboli quanto quella Greca.
Secondo Lang, il regime mente sull’inflazione che si aggirerebbe intorno al 16% (le fonti invece governative la danno al 6,2%). Ecco dunque spiegate le proteste cittadine contro il costo della vita troppo elevato. Oltre a questa variabile chiave, vi sarebbe un problema connesso alla discrepanza produzione/consumo: il cinese medio consuma solo il 30% dei prodotti interni. Si dà così l’avvio ad una recessione (che sarebbe già cominciata con i primi dati sul calo della produzione interna). Secondo Lang anche il dato sul PIL è falsificato: non corrisponde mediamente ad un 9%, ma è in seria diminuzione da tempo. La pressione fiscale è l’ultimo punto toccato dal professore: sarebbe fra le più alte al mondo. L’industria, infatti, vede i propri guadagni tassati per un 70%. Il privato ha un cuneo fiscale del 51,6% Che qualche problema si stia palesando all’orizzonte è, ormai, innegabile. L’Europa in primis non dovrebbe permettere un’ulteriore crisi proprio adesso. Nessuno è più al sicuro.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Per ulteriori approfondimenti: http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino-manterr%C3%A0-le-limitazioni-sul-mercato-immobiliare-23299.html
http://www.asianews.it/notizie-it/Cina,-la-tempesta-si-sposta-sulle-banche:-%E2%80%9CCostruite-sulla-sabbia%E2%80%9D-23266.html
http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino,-cala-il-settore-manifatturiero-e-rallenta-l%E2%80%99economia-23258.html
Salgado: “Premier ha promesso provvedimenti a breve”, infatti, in arrivo una manovra da ben 20 miliardi di euro.
BRUXELLES –C’è da tirare la cinghia e stringere i denti, questo quanto emerso dal consiglio Ecofin e riassunto dal commissario agli Affari economici Olli Rehn con sentenza quanto mai lapidaria: “Siamo entrati nei dieci giorni critici per l’euro”.
Giorni difficili per tutta la zona Euro,quindi, ma particolarmente per il vecchio Scarpone italiano che è alle prese con la presentazione delle contromosse da applicare per saltare il fosso della crisi: “Monti ci ha illustrato le misure e ha promesso di approvarle prima del Consiglio europeo”: ha riferito il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado.
Nonostante la pessima congiuntura economica e il costante rallentamento del Pil italiano, l’Europa chiede all’Italia risposte e misure urgenti da almeno 11Miliardi (anche se la cifra è ancora oggetto di discussione e il suo valore potrebbe notevolmente lievitare arrivando addirittura a 20 Miliardi) per raggiungere nel 2013(fine del mondo permettendo) il tanto agognato pareggio di bilancio.
Al termine dell’eurogruppo i vertici Ue Jean Claude Juncker e Olli Rehn giudicano favorevolmente le misure presentate da Monti come “una buona base per le riforme”. “Si tratta di una misura essenziale per garantire stabilità finanziaria, fiducia degli operatori e per invertire la tendenza negativa del debito” dice Rehn.
Alla cena dell’Eurogruppo,poi, è stato presentato il tanto temuto rapporto sul nostro Paese in cui il vice presidente Olli Rehn ammonisce l’Italia che “tassi d’interesse elevati, in modo persistente, aumentano il rischio di una ‘fuga’ dai bond italiani” e l’insorgere di una crisi di liquidità. Il rapporto non preoccupa comunque Monti perché “non contiene sorprese”. Il professore che illustrerà ai colleghi le misure (senza tuttavia aggiungere dettagli a quelli presentati in Parlamento in Italia) ne terrà conto.
Monti ascolta, recepisce ma non parla, tuttavia da Roma arrivano voci di una manovra in lavorazione da 20 miliardi di euro e di una relativa sicurezza sulla possibilità di centrare il pareggio di bilancio nonostante il ciclo economico avverso. Nel rapporto Rehn si suggerisce di “spostare la tassazione dal lavoro ai consumi e all’immobiliare”, di una “legislazione sul lavoro che continua a offrire elevata protezione a chi è dentro, mentre a chi è fuori, soprattutto a donne e giovani, restano lavori precari e nessun sussidio di disoccupazione” e anche che “per ripristinare la fiducia nei mercati, per l’Italia, dipende in modo cruciale dal sostegno di partiti, parti sociali e cittadini alle riforme del governo”.
Oltre alla questione italiana, al vaglio dei ministri vi è un’altra patata bollente: il via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia: otto miliardi bloccati per la decisione di Atene, poi ritirata, di indire il referendum e il rafforzamento del fondo salva stati. Ma secondo Olanda, Belgio e Lussemburgo questo potrebbe non bastare e quindi la Bce, restia anche per l’opposizione della Germania a impegnarsi in maniera diretta, potrebbe prestare al Fondo Monetario le risorse necessarie ad aiutare i due Paesi.
Sansosti Alessio – www.opennews.it
Confesso di non essere un lettore abituale del Time. Ciò nonostante è stato impossibile sfuggire al fascino magnetico della copertina del 28 novembre 2011: lo sguardo assertivo e sicuro di sé, le braccia incrociate sul petto di una statuaria fotografia in bianco e nero (giacca, cravatta, spilletta con la bandierina turca) del premier Recep Tayyip Erdoğan.
Il titolo stesso è sfrontato, lapidario, accattivante (“Erdogan’s way”, tralasciando l’apparentemente inutile l’accento sulla “g” che invece è responsabile della sua scomparsa dalla pronuncia corretta; errore nel quale sono incorsi i “tifosi” egiziani che lo hanno acclamato durante l’ultima trionfale visita nel paese del fu Faraone Mubarak). Ma qual è la “Erdogan’s way”? Perché il primo ministro di una media potenza periferica conquista le copertine dei giornali di tutto il mondo e infiamma (in senso positivo) le piazze arabe? Come ha fatto l’ex sindaco di Istanbul ad ottenere la corona di “re di Gaza” (vedi Limes 4/2010)? Siamo in presenza di un furente ritorno sulle scene del collassato Impero Ottomano o degli innocui voli pindarici di un coltissimo ma troppo ottimista ministro degli Esteri (Ahmet Davutoğlu, già ribattezzato il Kissinger del Bosforo)? Dare una risposta esauriente a tali domande è impresa ardua e richiederebbe come minimo le trecento pagine del numero della rivista Limes interamente dedicato a questo tema (“Il ritorno del sultano”). È mia intenzione invece gettare qualche luce in più sull’”uomo nell’ombra” che ha disegnato le proiezioni geopolitiche della Turchia erdoganiana e sottoporre le sue ottimistiche teorie alla prova dei fatti (soprattutto gli ultimi eventi che stanno scuotendo il Medio Oriente).
La “profondità strategica” di Ahmet
Quando Ahmet Davutoğlu, oscuro e semisconosciuto professore di Relazioni internazionali nato nel 1959 a Konya, dà alle stampe nel 2001 il volume “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia” non immagina forse che un decennio più tardi, dalla poltrona di ministro degli Esteri della Repubblica fondata da Atatürk, avrà modo di mettere in pratica le sue dotte elucubrazioni sul necessario rilancio internazionale di Ankara, puntando tutto su quella preziosissima profondità strategica di cui essa è (inconsapevolmente o meno) dotata. Il termine “neo-ottomanismo” con cui viene frettolosamente etichettata l’ispirata visione dell’accademico prestato alla politica (come lui stesso ama definirsi) è banalizzante, poiché appiattisce il tutto colorandolo con le fosche tinte del revanscismo. È solo partendo da quelle seicento densissime pagine (c’è persino un’equazione della potenza e nessuna cartina, annota argutamente Lucio Caracciolo) che è possibile tentare una ricognizione di ciò che anima, dal punto di vista intellettuale, il “we are back!” prima sussurrato e poi sbandierato dal carismatico leader turco che ha soffiato la scena al delirante ex sindaco di Teheran e attirato su di sé gli obiettivi di tutto il mondo. Il libro di Davutoğlu non è stato ancora tradotto in inglese (nonostante le trecentomila copie vendute), se non in stralci.
Ad Atene, dove le mosse turche passano raramente inosservate (le ragioni storiche di tale “sensibilità” sono note a tutti, partendo dai secoli di dominazione della Sublime Porta per arrivare alla rovente questione cipriota) ha fatto la sua comparsa in libreria “To stratighikò vathos” ed è proprio un rapporto esauriente ed equilibrato dello studioso ellenico Ioannis Grigoriadis (pubblicato dalla ELIAMEP, Fondazione ellenica di politica europea ed estera) che ci fornisce un quadro sommario delle teorie del professore di Konya. “La Turchia gode di identità regionali multiple ed ha perciò la capacità così come la responsabilità di seguire una politica estera integrata e multidimensionale” scrive Davutoğlu. Come può muoversi la propaggine anatolica di quello che fu un Impero continentale in un contesto internazionale in cui è venuto a mancare il condizionamento totale e ineludibile della Guerra Fredda? Ora che la cortina è caduta, che lo sfolgorante “momento unilaterale” vissuto da Washington si sta progressivamente arenando nelle gole dell’Afghanistan e tra le sabbie irachene, non è forse giunto il momento di ricalibrare la propria perifericità strumentale? La Turchia, testa di ponte passiva della Nato in Medio Oriente, è dotata di una dirompente “profondità” (sia storica che geografica) che va assolutamente capitalizzata, sprigionando le potenziali riserve di “soft power” da esse detenute e finora trascurate: superando il mero ruolo di “ponte” e di “onesto sensale” tra i due lati del Mediterraneo, tra Europa ed Asia, Ankara può espandere la propria influenza a livelli mai visti prima, assurgere al ruolo di potenza regionale egemone, inserirsi come un cuneo nella inevitabile riconfigurazione di potenza che sta già investendo il pianeta. Non solo nelle aree che hanno storicamente sperimentato il tallone di Costantinopoli, ma anche in quelle che sono legate alla penisola anatolica dall’immateriale legame di sangue della comune appartenenza etnica (facendo riferimento al panturanesimo affermato da Atatürk proprio in contrapposizione al tragico ricordo della Sublime Porta dei Sultani, in alternativa al quale edificò la Turchia moderna, laica, occidentalizzante che l’islamista moderato Erdoğan ha ereditato). Neo-ottomanismo, panturanesimo e richiamo all’Islam sono i tre cardini di quello che Caracciolo definisce efficacemente un “ellisse tricontinentale” che va da Gibilterra alla Cina turcofona. Una visione che appare a tratti esagerata, dove “spicca l’afflato utopico, da cui scaturiscono ossimori e slogan che svelerebbero una vena idealista, neokantiana” (è sempre Caracciolo che parla), che agli occhi di un lettore qualunque come il sottoscritto appaiono immagini dal fascino dirompente, prospettive destabilizzanti lanciate come una rete da pescatore nell’oceano tumultuoso di un mondo che cambia ad ogni battito di ciglia, polverizzando egemonie consolidate e gettando nella polvere gli autocrati di un “ieri”che è già passato, archiviato e obsoleto. A colpire è il sottofondo pacifico, l’assenza di richiami bellicistici o sciovinistici (“Profondità strategica” non è un “Mein Kampf” in salsa ottomana né teorizza il ritorno dei giannizzeri nei deserti maghrebini e nei Balcani), la “mistica concretezza scientifica” (mi si permetta questo ossimoro) di una visione geopolitica. I fatti sembrano dare ragione all’ex accademico dell’Università di Marmara: chi reggerà le sorti del Mediterraneo? Se gli Stati Uniti (come sembra dimostrare la svolta Pacifica di Obama, che ha incoronato l’Australia suo nuovo hub strategico a guardia del Dragone cinese) si ritirano in punta di piedi dalle nostre coste (l’intervento light nell’operazione libica sembra un ulteriore certificazione di quello che Germano Dottori ha definito il nuovo “smart power” statunitense) chi presiederà la sicurezza e scioglierà i nodi della regione? Lo scongelamento dei blocchi e il disimpegno americano dopo i rovesci della “global war on terror” non ci rendono solamente più soli e indifesi, ma lasciano liberi (a mio parere) nuovi, illimitati spazi di manovra. È questa consapevolezza che ha spinto il fortunato Davutoğlu (quanti teorici hanno avuto l’immenso dono di poter accedere alla stanza dei bottoni non da “consiglieri del Principe” machiavellicamente parlando, ma da esecutori diretti di un progetto strategico fino al quel momento delineato solo sulla carta?) a puntare tutto sulle potenzialità non solo economiche della Turchia (anche se i tassi di crescita cinesi e il fatto che il reddito pro capite sia triplicato negli ultimi otto anni parlano da soli).
L’eredità storica, disincrostata da suicidi richiami ad un Impero che non può più rinascere, di quel “malato d’Europa”al cui capezzale accorrevano le potenze europee di fine Ottocento (atterrite da una sorta di horror vacui geopolitico oppure rese fameliche dalle prospettive di un suo rapido sbriciolamento) diventa terreno fertile per un ripensamento delle dinamiche attuali, per un azzardo ottimistico che pur basandosi su presupposti difficili da realizzare (anche se l’egemone è “buono”, chi convince gli egemonizzati ad accorrere volontariamente sotto la sua ala?) è un seme gettato nel dibattito politico, una “direzione” da seguire nei meandri della politica estera, una “narrazione” da sottoporre alla prova del fuoco dei fatti. Proprio la messa in discussione di uno dei cardini della dottrina Davutoğlu (il confortante slogan “zero problemi con i vicini”) sarà il tema della prossima fotografia del consigliere di colui che lo SPIEGEL ha ironicamente battezzato il “sultano di Istancool”, alle prese con le dirompenti ripercussioni dell’esplosiva “primavera araba”. Intervistato dal settimanale tedesco nel giugno 2011 (alla vigilia delle elezioni rivinte trionfalmente da Erdogan) il coniatore della “profondità strategica” ha affermato (traduco liberamente dal tedesco): “Io stesso ho scritto dieci anni fa nei miei libri che il mondo arabo ha subito due anomalie: il colonialismo del ventesimo secolo che ha separato le società arabe. E la guerra fredda, che ha contribuito allo stabilirsi di regimi autocratici nella regione. Una trasformazione, come quella che ha vissuto il blocco orientale negli anni Novanta, non è mai avvenuta nel mondo arabo. Ma adesso siamo giunti al giro di boa”. Come si è mosso il nocchiero di Istanbul nelle acque agitate della rivolte popolari e della caduta degli “uomini forti”?
Simone Ros – www.opennews.it