Negli ultimi quattro anni, l’inquinamento è aumentato facendosi sentire anche nella regione dell’Everest. Le particelle prodotte dalla combustione del black carbon che dal 2006 al 2010 sono aumentate del 300%, hanno raggiunto il tetto del mondo.
Gli studi effettuati partono dal progetto Share, il quale ha come obiettivo rilevare i maggiorni inquinanti attraverso la postazione di studio chiamata Laboratorio Piramide. La stazione si trova a 5.079 metri sul versante nepalese dell’Everest e permette a molti studiosi di osservare l’andamento degli inquinanti
nell’atmosfera.
Dai dati emersi dal progetto Share, coordinato dal professore Paolo Bonasoni (dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima), è emerso che gli inquinanti provengono dalla grande “nube marrone” che in inverno ed in primavera si estende dall’Oceano Indiano all’Himalaya a causa delle emissioni consistenti dell’Asia meridionale. Tutto ciò, ha già avuto delle conseguenze sulla popolazione.
In particolare, gli abitanti di alcune regioni del Nepal hanno visto inaridire le sorgenti con pesanti effetti nell’ambito dell’agricoltura e dell’allevamento. In altre zone, le fonti d’acqua destinate all’agricoltura e all’uso personale si sono ridotte del 70-80 % , tanto che gli abitanti si considerano dei “rifugiati ambientali” ed hanno chiesto alle autorità locali di essere ricollocati in zone più vivibili. Considerando la situazione in modo più generale, i dati rimangono comunque preoccupanti in quanto gli esperti prevedono: un aumento del gas Ozono che è ,di fatto, il responsabile maggiore dell’effetto serra e del particolato di carbonio che ha un’influenza diretta sulla luce solare e di conseguenza sullo scioglimento dei ghiacciai.
Martina Petacchi- www.opennews.it
11:26 | Incluso in
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Dopo aver fatto alcune ricerche che riguardano la così tanto dibattuta “questione ambientale”, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulle riflessioni dell’illustre scienziata Rita Levi Montalcini.
La professoressa afferma che l’inquinamento, nei nostri giorni, sta andando oltre. Per capire meglio, non si parla più del mondo fisico ma soprattutto della sfera dei sentimenti. L’inquinamento è ormai uno stato d’animo. I concetti che dovrebbero stare alla base della società quali amore, solidarietà, morale, cambiano e vengono modificati dallo stesso uomo giorno per giorno. Questo spiega come parte dell’umanità debba fare i conti con la fame e la povertà ancora oggi. Il genere umano è destinato ad essere sempre più in pericolo, ribadisce il premio Nobel.
E’ bene sottolineare l’importanza del pensare ed adempiere ai nostri doveri per riparare (o almeno limitare), i danni effettuati in nome del profitto. Come tutti sappiamo , continua la professoressa, il processo tecnologico è stato un continuo crescendo per cui l’uomo ha cercato di sfruttare TUTTO, il più possibile. Così facendo, ha dimenticato il buonsenso e le sue responsabilità.
A questo punto, sorge spontaneo chiedersi il perché e come si potrebbe migliorare nel nostro piccolo. Probabilmente potremmo trovare infinite risposte a questa domanda ma, Rita Levi Montalcini prosegue esponendo la sua personale risposta:
Generalmente, l’uomo non gestisce con mezzi adeguati la propria conoscenza scientifica e tecnologica. I desideri e le nostre capacità sono fondamentali nella gestione delle decisioni. Quindi avvicinandoci alla questione ambientale, se le scelte venissero fatte sulla base di sani principi e doveri, avremmo pressoché la certezza di non cadere nell’irreparabile. Non dimentichiamolo almeno noi, cittadini.
Martina Petacchi – www.opennews.it
16:18 | Incluso in
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Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un’artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell’area Marketing dell’ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: “Don’t stop thinking about tomorrow”.
Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione “ENI in the world” cerco NIGERIA. Devo ammetterlo, parto già prevenuta. Ho letto l’impensabile su quello che poi è diventato uno dei miei miti, Ken Saro-Wiwa, ucciso a causa della sua lotta contro la Shell. Anche lui era Nigeriano e il suolo sul quale ha camminato per anni si trovava in uno stato già di grande devastazione.
Apro la pagina, vi sono tante sezioni. Mi butto immediatamente su “Protezione Ambientale” e non mi aspetto di trovarvi ammissioni di colpa, ma quantomeno un accenno ai danni provocati alle falde acquifere, alla flora, alla fauna e anche alla popolazione locale. Invece no! Mi imbatto in qualcosa di molto diverso: “La Nigeria è tra i Paesi in cui eni sta sviluppando un importante programma di water injection . La reiniezione nel sottosuolo delle acque di produzione ha un doppio vantaggio: consente di mantenere la pressione nei giacimenti e riduce l’impatto sull’ambiente, diminuendo gli sprechi idrici, aspetto di fondamentale importanza in ambienti desertici. Nell’ambito della conservazione della biodiversità, eni NAOC è coinvolta nel progetto Lower Orashi Forest reserve in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e delle Risorse Naturali. Le attività sono previste per il 2011-2015.”
La water injection è sicuramente importante! E’ un aspetto fondamentale per le aree tropicali! Continuo a cercare per la rete e trovo questo video: http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A . In tutta franchezza non trovo alcun bisogno di una “water injection” di fronte a tutto questo.

La domanda che mi sorge spontanea riguarda gli organi di protezione: “chi dovrebbe intervenire in questo caso?” Ovviamente l’ONU, di cui la Nigeria fa parte, ma anche tutte le agenzie ambientaliste e di protezione del territorio.
Andiamo con ordine a partire dal 2011: il 17 Marzo 2011, il Corriere della Sera intitolava a chiare lettere “Nigeria, militanti del MEND fanno saltare un impianto dell’AGIP”. Venivano minate le stazioni di pompaggio ENI e gli assalti erano stati rivendicati dal Movement for the Emancipation of the Noger Delta. Il comunicato che era stato inviato alla redazione del giornale italiano più famoso incuteva paura e affermava esplicitamente che “la lotta è appena cominciata”.
Al Governo avrebbe fatto comodo una spaccatura all’interno di questo movimento. Sembrava fosse ormai avvenuta: alcuni dissidi interni stavano attentando alla sopravvivenza del MEND e invece ci si accorse presto che la battaglia era davvero appena cominciata. Il giorno 8 Giugno 2011, i leader del MEND inviano un ulteriore comunicato diretto all’ENI: “Distruggeremo tutti i vostri impianti”. La domanda che sorge spontanea è perchè tanto astio nei confronti del colosso italiano e non piuttosto verso Shell o altri. Il documento è in grado perfino di motivare questo: “Abbiamo osservato il disprezzo con cui il gruppo italiano è coinvolto nel massacro di cittadini innocenti in Libia. L’ENI asseconda il saccheggio delle risorse petrolifere realizzato dalle nazioni occidentali”.
Tutte menzogne? In primis, è necessario precisare che tutti gli ostaggi presi in consegna dal MEND non sono stati riscattati e sono stati rilasciati in buono stato psico-fisico. Secondariamente, percorrendo la storia della compagnia italiana, è possibile rilevare alcune tappe quantomeno ambigue. Un esempio? Nel 2004, l’indice di investimento socialmente responsabile FTSE4Good l’ha esclusa dalle sue quotazioni; al termine del 2005, l’Agip viene accusata di aver partecipato attivamente con incoraggiamenti cospicui, alla demolizione di una bidonville a Pourt Harcourt, ordinata dal Governo perchè le baracche erano troppo vicine alla stazione di estrazione ENI; il 24 Gennaio 2006, in un attacco polizia privata/militanti nigeriani ad una stazione ENI muoiono 9 persone, di cui 8 sicuramente locali.
Dal 2006, il MEND ha dichiarato la guerra totale a tutte le multinazionali del petrolio. Da allora si susseguono assalti continui e senza sosta.
Perchè un gruppo locale come il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger dovrebbe spingere i suoi stessi interessati alla morte? Perchè dovrebbero permettere alla popolazione locale di rischiare in prima persona? E’ possibile che tutto questo sia il risultato di pratiche tribali e prive di cognizione di causa?
No. Gli impatti dell’estrazione petrolifera hanno causato danni ambientali enormi e provocato decine di morti in una regione troppo lontana per essere considerata degna di nota dal mondo Occidentale: da un lato vi sono i terreni della regione, coperti interamente di petrolio, ma non solo! Il bacino idrico del Delta del Niger è uno dei più inquinati al mondo: 36 mila kmq di mangrovie, corsi d’acqua e lagune sono state consegnate alla marea nera per sempre. Si aggiunga a tutto questo che la popolazione locale non percepisce i profitti derivanti dall’attività estrattiva. Non una delle incredibili risorse naturali del Paese sono state messe a disposizione della comunità. Di chi è la colpa? Chi ha permesso tutto questo? Siamo tutti un po’ responsabili, nessuno escluso, nel momento in cui facciamo benzina. 
Abbiamo un unico dato certo: indipendentemente dalle responsabilità, l’ENI è stata messa sotto accusa per un procedimento di elargizione di tangenti a funzionari governativi in Nigeria nell’anno 2010. Il 7 Luglio di quell’anno esce la notizia del pagamento di una maximulta della multinazionale italiana agli Stati Uniti: il reato è “corruzione internazionale”, la cifra ammonta a 240 milioni di dollari.
Nel cervello continuo ad avere un motivetto ridondante: Don’t stop thinking about tomorrow.
La macchina del petrolio non si ferma mai, ma da oggi guardarò quei disegni sulla sabbia con occhio diverso, forse più arrabbiato, forse più consapevole.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Questo articolo riguarda specificatamente l’ENI in quanto società che procede indisturbata alla colonizzazione economica di un intero continente. Non assolve le altre aziende estrattrici, ma invita alla riflessione e alla ricerca, in forza di un futuro più trasparente e pulito: don’t stop thinking about tomorrow.
FONTI:
ENI, Corriere della Sera, Il fatto Quotidiano, Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Giornalettismo.com
Dopo aver ospitato alcune partite dei mondiali di calcio del Sudafrica nel 2010, dal 28 Novembre al 9 Dicembre 2011, Durban ha ospitato la diciassettesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico insieme alla settima Conferenza degli Stati partecipanti al protocollo di Kyoto. Si è aperta la seconda e decisiva settimana sul problema climatico e, nonostante gli scienziati si siano dati da fare per far comprendere la gravità della situazione e le conseguenze del surriscaldamento del pianeta , non sembrano esserci ancora note positive in merito alla riduzione dei “gas serra” nel nostro pianeta.
L’evento appena concluso a Durban potrebbe essere l’occasione per dar vita ad una spinta che porterà verso un nuovo modello di sviluppo che faccia dei temi ambientali e della risoluzione dei cosiddetti “eventi climatici estremi” una questione prioritaria nelle intenzioni politiche dei governi del mondo.
Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti estranei i Paesi principali responsabili delle maggiori emissioni di CO2. A partire da Stati Uniti, Russia, Cina e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile. Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta . Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.
Nel sud del mondo i cambiamenti climatici significano fame, distruzione, epidemie. Vari studi pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Le più grandi associazioni umanitarie e ambientaliste hanno lanciato un forte appello all’inizio della seconda settimana di lavori della Conferenza ONU a Durban. In una conferenza stampa congiunta, alla quale hanno preso parte: Oxfam, WWF, Greenpeace e la Confederazione Sindacale Internazionale, è stata espressa grande preoccupazione per le posizioni assunte dagli Stati Uniti. Non ci resta che subire passivamente le decisioni che “I Grandi dell’Economia mondiale” prenderanno nel 2012, ma non dimentichiamo che nel nostro piccolo tutti possiamo contribuire e, perché no, essere proprio noi cittadini a dare il buon esempio.
Salviamo il nostro domani, OGGI.
Monica Cancellieri -www.opennews.it
17:45 | Incluso in
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L’Etiopia ha l’intenzione di portare a termine un progetto da svariati miliardi di dollari che consisterà nella realizzazione di una diga sul fiume Nilo. Il fine del progetto sarà quello di produrre oltre 5mila megawatt di energia per l’Etiopia e per i vicini, compreso il Sud Sudan.
“Sarà una centrale idroelettrica alimentata dal Nilo Azzurro nella regione dei Benishangul e dei Gumus” ha dichiarato Meles Zenawi, primo ministro etiope. Il Nilo Azzurro ha origine in Etiopia, precisamente nel Lago Tana ed è uno dei due maggiori tributari del Nilo. “La Grande diga del millennio”, il cui completamento è previsto per il 2015 darà origine al più grande lago artificiale dell’Etiopia ed avrà una capacità di 63 miliardi cubi d’acqua.
Nonostante molte difficoltà nel reperire capitali stranieri da essere investiti nel progetto, il governo etiope ha dichiarato di impegnarsi nel finanziamento senza ricorrere agli aiuti internazionali. Grande è la partecipazione del popolo Etiope, il quale ha mostrato subito interesse nella costruzione della Grande Diga, tanto che i lavoratori saranno pronti a concedere un mese del loro salario.
Rimane comunque da capire chi comprerebbe l’energia elettrica prodotta, nell’eventualità il progetto venga portato a termine. Addis Abeba ha preventivamente stipulato accordi con Sudan, Gibuti e Kenya, ma un problema (non di poco conto) è legato al fatto che la maggior parte della popolazione africana non è allacciata alla rete elettrica. Anche il Sud Sudan potrebbe essere interessato a comprare energia dall’Etiopia, ma un trattato del 1929 stabilisce che tutti i diritti sull’acqua del Nilo vadano ai soli Sudan ed Egitto.
Le preoccupazioni maggiori non riguardano soltanto gli eventuali compratori di energia ma anche i costi umani quali il lavoro, ed in fine, quelli ambientali. Tenendo conto che Il costo della diga dovrebbe ammontare ai 4,7 miliardi di dollari, è di grande importanza non dimenticare i cambiamenti climatici che potrebbero variare i cicli idrologici dell’Etiopia. Secondo alcuni studi, le precipitazioni dell’Etiopia meridionale potrebbero diminuire del 20% nei prossimi dieci anni e sarà proprio l’Africa, ad essere il continente più colpito dal cambiamento climatico. Il progetto sembra essere molto ambizioso ed estremamente innovativo, resta il fatto che senza un’accurata valutazione del suo impatto ambientale sarà più difficile attrarre gli investimenti internazionali che darebbero un aiuto non indifferente al governo.
Martina Petacchi-www.opennews.it
15:44 | Incluso in
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A quanto pare presto (almeno in teoria) la magia dell’invisibilità potrebbe non essere più ad esclusivo appannaggio di Hobbit e Klingon. È infatti del mese scorso uno studio dell’Università di Dallas su quello che potremmo forse definire, prendendo in prestito il termine dalla fantascienza, un embrione di dispositivo di occultamento. Il principio alla base dell’apparecchio, funzionante al momento solo per corpi immersi in acqua, è chiamato “photo thermal deflection”, ma in realtà è qualcosa di ben noto a tutti noi: il miraggio.
Un miraggio, al contrario di quanto spesso si pensi, non è un fenomeno allucinatorio, ma un effetto ottico reale, dovuto alla deflessione dei raggi luminosi che passano attraverso strati d’aria a differente temperatura. Supponiamo di avere uno strato di aria estremamente calda a livello del suolo, dovuto per esempio all’alta temperatura del terreno (come nel deserto, o sull’asfalto in estate): chiaramente l’aria sovrastante andrà raffreddandosi sempre più man mano che si sale (per semplicità possiamo immaginare di avere numerosi sottilissimi strati a temperature decrescenti).
Essendo l’indice di rifrazione di un mezzo intimamente legato alla sua densità (e dunque alla temperatura), la luce che attraversa il gradiente di temperatura viene deviata progressivamente dalla propria traiettoria di incidenza, fino ad essere riflessa del tutto verso l’alto. Questo fa sì che per esempio si veda una macchia azzurra sulla terra: è la luce proveniente dal cielo che viene deviata tanto da giungere ai nostri occhi dal basso, e il cervello ne ricostruisce l’immagine come se avesse seguito un percorso rettilineo. Nel caso del miraggio detto superiore, si verifica l’inverso: l’aria è più calda in alto, pertanto appaiono figure a mezz’aria, o sono visibili oggetti posti oltre l’orizzonte.
Per sfruttare questo risultato, i ricercatori hanno cercato un modo per scaldare rapidamente il fluido circostante, così da imitare il ripido gradiente di temperatura che si osserva nei miraggi. Il materiale prescelto sono stati i nanotubi di carbonio, fogli di carbonio dello spessore di un solo atomo arrotolati a formare un tubo cilindrico. Questa forma allotropica del carbonio, creata per la prima volta tra gli anni ’80 e ’90, ed oggi al centro di numerosissimi studi per varie applicazioni, è dotata di incredibile resistenza, oltre che particolari proprietà conduttive. Proprio la loro eccellente conducibilità termica li ha resi il candidato ideale per questo scopo: attraverso una corrente elettrica, il sottilissimo strato di nanotubi ben allineati può essere portato rapidamente ad alta temperatura, inducendo un repentino riscaldamento del fluido antistante: i raggi luminosi vengono così deviati, e l’oggetto che si trova dietro allo schermo appare invisibile.
Per quanto questo sia solo un prototipo dimostrativo di ridotte dimensioni, le sue potenzialità sono interessanti, e gli studi proseguiranno senza dubbio, complice anche il mai celato interesse militare per questo genere di applicazioni: sono molte le ricerche in corso che, percorrendo strade diverse, mirano alla realizzazione di dispositivi con il medesimo effetto. Si può capire il perché: a parte la “vera” invisibilità, cioè quella alla luce visibile, anche la più modesta trasparenza ai soli infrarossi, per esempio, potrebbe risultare in un notevole vantaggio tattico. In questo senso esistono già dei dispositivi dotati di telecamere e superfici di schermi capaci di confondere l’occhio e i sensori di calore. Ma non finisce qui: lo stesso principio potrebbe essere forse applicato anche alle onde sonore oltre che elettromagnetiche, permettendo magari di avere sottomarini invisibili ai sonar.
Tra gli altri progetti, un altro importante filone di studio è quello dei cosiddetti metamateriali, particolari materiali disegnati a livello microscopico appositamente per essere capaci di deviare le onde elettromagnetiche, che dunque vengono “guidate” attorno all’oggetto e lo oltrepassano senza effetti. Tuttavia, per adesso il processo funziona solo per particolari lunghezze d’onda (per esempio le microonde), e per oggetti di dimensioni microscopiche.
A conclusione, una precisazione per chi si fosse fatto prendere dall’entusiasmo di poter avere un mantello dell’invisibilità a breve: anche questo ultimo congegno ha molte limitazioni: funziona solo in acqua e, date le alte temperature che raggiunge, non si presta certo ad essere indossato.
Ma non disperate, forse quel momento è più vicino di quanto crediate.
Nota: Per chi volesse, la pubblicazione dettagliata è qui: http://iopscience.iop.org/0957-4484/22/43/435704
Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it
Su Opennews.it si era già parlato dell’ambizioso proclama dell’ingegner Andrea Rossi, che con la collaborazione del Prof. Sergio Focardi dell’Università di Bologna ha annunciato di aver messo a punto un dispositivo capace di produrre energia tramite un processo nucleare a bassa temperatura (LENR), più volte definito grossolanamente di “fusione fredda”.
Dopo vari mesi di annunci e smentite, di presunte conferme e critiche, ci paiono necessari un aggiornamento sull’ ”affaire fusione”, oltre che alcune precisazioni su quanto precedentemente avvenuto.
La storia comincia il 14 gennaio di quest’anno, quando Rossi, il fisico Focardi ed il prof. Levi dell’università di Bologna annunciano di aver ottenuto una produzione netta di energia tramite una reazione non ben specificata tra nickel, idrogeno ed un catalizzatore segreto. Si tratterebbe, stando all’analisi di Levi (presente in qualità di osservatore neutrale secondo quanto inizialmente affermato, ma poi rivelatosi stretto collaboratore di Rossi), di un processo capace di produrre più di 10kW con appena un grammo di nickel: questo enorme quantitativo di energia suggerirebbe pertanto una reazione nucleare, ma di tipo sconosciuto fino ad oggi: pare infatti che l’emissione di radiazioni sia minima. Un successivo test, eseguito dagli stessi soggetti il 10 febbraio, produce risultati ancora migliori, con la macchina che opera continuativamente per 18h producendo ben 15kW in uscita.
La notizia è sensazionale: secondo quando dichiarato da Rossi e collaboratori, all’interno del dispositivo (battezzato E-Cat) avverrebbe una sorta di fusione nucleare tra i nuclei di nickel e di idrogeno, che andrebbero così a formare un atomo di rame, liberando nel contempo molta energia (l’energia liberata per g di Nickel equivarrebbe a quella contenuta in circa 517kg di greggio!).
Quello della fusione nucleare “calda”, ovvero la replica di quanto avviene nel nocciolo del nostro sole, è una sorta di Santo Graal della fisica da più di cinquant’anni: gli studi vanno avanti dagli anni ‘50, ma si è ancora ben lontani dalla realizzazione di un reattore stabile e conveniente. Tutti i progetti attivi in questo campo si scontrano con l’enorme difficoltà di ricreare le condizioni estreme dell’interno di una stella in maniera controllata e stabile. È’ in via di costruzione in Francia proprio per questo genere di ricerca il gigantesco reattore ITER, frutto di una collaborazione internazionale da 10 miliardi di euro, che comincerà ad operare alla fine di questo decennio.
Caso a parte è quello della fusione “fredda”, ovvero di un processo analogo ma a temperature vicine a quella ambiente: questa venne segnalata per la prima volta nell’ormai celebre esperimento compiuto da Pons e Fleischmann con palladio e deuterio nel 1989, ma non si riuscì mai a replicare quell’osservazione, che pertanto rimase avvolta da grande incredulità. Si può dunque capire come una scoperta del genere sarebbe tanto rilevante dal punto di vista economico (risolverebbe virtualmente qualunque problema di approvvigionamento energetico), che scientifico.
A parte quanto affermato dai tre personaggi già menzionati, poco si sa di come sia fatta questa macchina: interrogato in merito, Rossi asserisce di dover mantenere il più stretto riserbo perché ancora in attesa di un brevetto che preservi la sua creazione da possibili plagi. Sempre per questo motivo sarebbe stata rifiutata qualunque analisi da parte di terzi dell’apparato e del suo funzionamento. Anzi, stando a quanto afferma, il progetto avrebbe dovuto avanzare in gran segreto fino alla messa a punto definitiva: sarebbe stato Focardi a insistere per una dimostrazione pubblica. Di sicuro il macchinario contiene una camera della capienza di circa un litro (o meno nel caso di un modello recentemente mostrato) caricata con una sottile polvere di nickel purissimo, idrogeno alla pressione di qualche decina di bar ed un catalizzatore segreto. Dopo una fase di riscaldamento tramite una resistenza elettrica, la reazione sarebbe in grado di autosostentarsi, producendo energia in misura molto maggiore a quella immessa.
Nel corso dei mesi successivi alla notizia si succedono numerosi eventi: dopo le due dimostrazioni a porte chiuse, Rossi e soci fanno assistere anche due fisici svedesi, Hanno Essèn e Sven Kullander, all’esperimento (29 marzo). I due, intervistati in merito dal periodico scientifico svedese NyTeknik, si dimostrano cautamente ottimisti circa l’attendibilità dell’annuncio. Dicono di aver ispezionato l’apparato e misurato l’energia prodotta dalla variazione di temperatura di una certa quantità di acqua fatta vaporizzare all’interno della macchina, e di non aver riscontrato generatori nascosti o collegamenti sospetti, sebbene non sia stato loro permesso di aprire il reattore. Inoltre, avendo fatto analizzare due campioni forniti da Rossi della polvere di Nickel puro prima e dopo essere stata inserita nell’E-Cat, affermano di aver riscontrato la comparsa di un 10% di Rame (elemento successivo al Nickel nella tavola periodica) e di un 11% di Ferro, cosa che si spiegherebbe solo se fosse avvenuta una reazione nucleare di qualche genere. Aggiungono poi che Focardi è uno scienziato stimato, e che per tale ragione sono fiduciosi sulla correttezza dei dati forniti. Ed effettivamente ha un curriculum di tutto rispetto: nato a nell 1932 laureato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa in Fisica, è professore emerito in fisica generale all’università di Bologna dal 2004. Preside fino al 1990 della facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Alma Mater, ha poi diretto la sezione di Bologna dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.
Ha concentrato i suoi studi scientifici, tra gli altri argomenti, anche sulla fusione fredda con reattori Nichel-Idrogeno.
Detto questo, come ulteriore prova della credibilità di Rossi i due svedesi menzionano il successo che il progetto avrebbe riscosso presso vari partner commerciali, che già starebbero investendo nella commercializzazione dell’apparecchio, dopo averne valutate le potenzialità.
Già, perché Rossi annuncia di avere già alcuni investitori pronti a produrre e vendere sistemi basati sul suo rivoluzionario dispositivo. Entro ottobre, assicura, sarebbe pronto ad inaugurare un impianto da 1MW basato sull’E-Cat a Xanthi, in Grecia. Sua socia in questa impresa è la Defkalion Green Technologies, un consorzio greco dietro a cui si celano investitori internazionali restati anonimi (la sede è a Cipro) che avrebbe ottenuto l’esclusiva della produzione e distribuzione del prodotto in Grecia e nei Balcani, oltre che in Romania e Bulgaria.
L’accordo, secondo quanto affermato da Rossi, prevede un primo pagamento da parte della compagnia solo in caso di esito positivo dei test, per poi concludersi con un più sostanzioso emolumento, ma solo alla presentazione di un impianto pilota funzionante. Interrogato sui retroscena economici della sua fatica, Rossi sottolinea come egli non abbia mai ricevuto nessun finanziamento per lo sviluppo del sistema, e di crederci al punto da impegnare tutti i suoi averi nella riuscita del progetto (stando alle sue dichiarazioni avrebbe finanziato la ricerca tramite la vendita della EON, società produttrice di generatori a biodiesel, e gli introiti di un’altra sua azienda, la Leonardo Corporation di base a Miami). Successivamente sono emersi dettagli anche su altri due possibili partner statunitensi: la Ampenergo, società legata ad alcune agenzie governative, e la Quantum Technologies. Di recente Rossi ha infine affermato di essere in trattativa con la NASA per effettuare studi sul suo congegno. Per finire, sarebbe stato firmato, o almeno predisposto, un accordo con l’Università di Bologna del valore di 500.000 euro per proseguire gli studi.
Concludiamo con l’ultimo aggiornamento sulla vicenda, risalente al 28 ottobre: Rossi afferma di aver effettuato con successo il test con l’impianto di prova da 1MW, e di averlo venduto ad un misterioso acquirente ad oggi anonimo che avrebbe mandato un proprio incaricato a presenziare alla prova.
Insomma, stando a tutte queste notizie sembrerebbero esserci molte ragioni per salutare i due italiani come degli innovatori di portata epocale. Ma quanto c’è di credibile in queste affermazioni? Quanto possiamo essere ottimisti sul fatto che questo apparecchio possa davvero rivoluzionare il mondo?
Molti scienziati, interessatisi della cosa, non hanno esitato a sollevare obiezioni teoriche a riguardo: anzitutto desta perplessità l’assenza di radiazioni, in particolare gamma, che di solito accompagnano questi fenomeni. Inoltre si ritiene che per avere una accelerazione delle particelle sufficiente a superare la repulsione tra i due nuclei carichi positivamente (la cosiddetta barriera di Coulomb) siano necessarie condizioni di altissima temperatura. È’ stato suggerito in merito che la reazione potrebbe consistere nella cattura di un neutrone e di un suo successivo decadimento beta, e che questo potrebbe essere verificato conducendo misure di una eventuale produzione di neutrini. Tuttavia non è questo il punto di maggiore rilevanza, dato che gli stessi autori della possibile scoperta affermano di non avere una valida teoria riguardo quanto avvenga nella loro “scatola delle meraviglie”. La vera domanda, prima ancora di scomodare elaborate costruzioni teoriche, è: “funziona veramente?”. Per quanti problemi teorici possano sussistere infatti, se venisse dimostrato da solide evidenze sperimentali che l’E-Cat funziona questo sarebbe un dato di fatto con cui confrontarsi, anche per rivedere nozioni date per assodate. Purtroppo, non è questa la situazione: per quanto se ne sia parlato in lungo ed in largo, c’è ancora una sostanziale carenza di prove schiaccianti.
Prima di tutto, i test che sono stati condotti a Bologna sono stati tutti preparati ed operati dagli stessi Rossi e Focardi, con la collaborazione del ben poco indipendente Levi. Si è trattato inoltre di prove soggette a moltissimi vincoli, in cui le uniche misure consentite erano quelle predisposte dagli stessi inventori. Fino a quando non sarà possibile ripetere le loro osservazioni con un esperimento del tutto neutrale, concepito e portato avanti da scienziati non legati al progetto, non si potranno ritenere affidabili i dati pubblicati sinora, dal momento che solo in questo modo si può escludere la possibilità di contraffazioni di vario genere o errori sistematici. Così non è stato e, per quanto sia legittimo il riserbo per ragioni economiche dovute all’assenza di un brevetto, questa mancanza di trasparenza impone alla comunità scientifica di non considerare seriamente i dati forniti. Così si spiega anche come mai nessuna delle principali testate di serio giornalismo scientifico si sia occupata della vicenda: in definitiva, l’unico fatto rilevante ad ora è una serie di dati fondati solo sulla buona fede degli autori.
Va poi segnalato che la richiesta di brevetto europeo è tutt’ora in sospeso, poiché sono state mosse varie obiezioni ai “claims” fatti. L’unico concesso finora è il brevetto italiano, che però non è stato oggetto di una valutazione di fattibilità tecnico-scientifica, ma solo burocratica.
Si potrebbe pensare che la partecipazione di due osservatori esterni quali Essèn e Kullander abbia dissipato questo dubbi ma, come fanno notare i detrattori della tesi di Rossi, la loro influenza ai fini della credibilità dell’esperimento è stata minima. I campioni di Nickel e Rame forniti come prova dell’avvenuta reazione sono stati forniti da Rossi, e non prelevati dalla macchina dopo il termine del ciclo operativo. Non è stato loro concesso di osservare l’interno dell’apparecchio, e tantomeno di operarlo direttamente o eseguire misure in modo autonomo. Inoltre desta qualche perplessità la fiducia alquanto poco scientifica nella bontà dei risultati dimostrata in particolare da Kullander, ancor prima di aver visionato l’esperimento (cfr intervista su NyTeknik 23/02/11), che lo ha esposto a numerose critiche da parte dei suoi colleghi.
A questo si aggiunga che le uniche pubblicazioni fatte in merito alla decantata invenzione sono comparse sul “Journal of Nuclear Physics” che, a dispetto del nome, altro non è che un blog gestito dallo stesso Rossi, su cui le “peer reviews” (così si chiamano le “recensioni tra pari”, ovvero il controllo da parte di altri scienziati della solidità di un paper prima della sua pubblicazione) sono fatte da lui medesimo ed alcuni collaboratori. Anche questa pratica di certo non getta una buona luce sul lavoro: se le argomentazioni sono così valide, perché non sottoporle ad una peer review davvero imparziale? Perché non permettere che l’E-Cat venga testato anche altrove, e non solo nelle proprie strutture?
Altro elemento che non depone in favore di una visione ottimistica è la sostanziale vaghezza di tutte le affermazioni fatte circa i “clienti” interessati all’apparecchio. La Defkalion infatti ha annunciato di aver rotto l’accordo con Rossi in agosto, per ragioni “finanziarie e non scientifiche” (secondo quanto detto da Rossi), mentre degli investitori americani non si è più saputo niente dopo il primo annuncio. Infine, il tanto pubblicizzato test alla NASA non è stato confermato da fonti ufficiali interrogate in merito. Che dire poi riguardo all’ultimo annuncio della vendita ad un fantomatico cliente in incognito? Sono in molti, a questo punto, a ritenere che non sia nient’altro che un modo di farsi pubblicità, nella speranza di trovare incauti finanziatori: di certo anche il fatto che la diretta video del test, promessa nei giorni scorsi, sia stata cancellata, non aumenta la nostra fiducia in proposito.
Per finire, per quanto si voglia essere imparziali e privi di pregiudizi, non si può trascurare che in materia di “scoperte sensazionali” Rossi abbia già qualche esperienza. Qualcuno forse ricorderà la vicenda della Omar-Petroldragon, ma per chi non l’avesse presente ne faremo un breve sunto. L’ing. Andrea Rossi (Milano, 1950) si laurea in filosofia a Milano, ed ottiene il suo titolo di Ingegnere Chimico presso la Kensington University in California (istituzione poi dimostratasi priva di accreditamento come ente educativo da parte del governo USA, e costretta a chiudere i battenti nel 2003 dalle autorità federali.
Negli anni settanta fonda la Petroldragon, società per il trattamento dei rifiuti solidi urbani al fine di trasformarli in combustibile fossile, per sfruttare un processo da lui brevettato. La proposta suscita grande entusiasmo ed attenzione da parte dell’opinione pubblica e dei media (siamo negli anni della crisi petrolifera), fruttandogli il soprannome di “Sceicco della Brianza”. Tuttavia, l’intera questione si rivela un flop colossale: l’attività viene interrotta quando la società e Rossi vengono processati per aver stoccato ingenti quantità di rifiuti altamente tossici, mai diventati petrolio, senza le dovute precauzioni ed autorizzazioni nell’area di Lacchiarello e zone limitrofe. Altre indagini vedranno Rossi coinvolto in processi (ancora in corso) per bancarotta fraudolenta (per aver sottratto denaro alla compagnia e truccato i bilanci) e frode fiscale per aver dirottato denaro all’estero. Nel corso di questi sarà assolto da numerose accuse, ma condannato 5 volte per reati fiscali. Alla fine della storia, la Omar-Petroldragon ha lasciato in eredità alla regione Lombardia 57mila tonnellate di liquami velenosi, la cui bonifica è costata più di 30 miliardi e durata decenni.
Rossi non ha partecipato al risarcimento ordinato dal tribunale, essendosi dichiarato nullatenente al termine del processo, mentre le aziende che a lui si erano affidate per lo smaltimento hanno contribuito, con l’ultimo accordo nel 2001, per 11 miliardi. Come non dare almeno un po’ di peso a questi trascorsi, se per ora abbiamo poco più che comunicati stampa?
Cosa concludere, da questi elementi? Chiaramente ciascuno è libero di sperare, anche al di là dei dati di fatto che ha (o non ha, come in questo caso) ma, tutto considerato, per ora sono più le ragioni per essere scettici che non quelle per nutrire speranze: “extraordinary claims require extraordinary evidence” si suole dire, ma qui di prove, per ora, non ve ne sono.
Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it
Abbiamo sempre sentito parlare di “fusione fredda” come una sorta di utopia, per non dire una vera e propria follia.
La storia della fusione fredda risale al 1989, quando due chimici mostrarono al mondo la loro scoperta. Essa dimostrò come una provetta, contenente 2 elettrodi (di cui uno di palladio) ed acqua “pesante” (nella quale gli atomi di idrogeno sono sostituiti da un isotopo, il deuterio) e sottoposta ad un po’ di elettricità, potesse generare circa il quadruplo dell’energia inizialmente immessa. Il britannico Martin Fleischmann e lo statunitense Stanley Pons capirono che non si trattava di una reazione chimica, bensì nucleare. Nonostante ciò, la reazione non produceva scorie o radiazioni pericolose. Il problema principale era però la riuscita dell’esperimento, il quale non sempre si verificava.
Dopo più di 20 anni, seppur con finanziamenti ridotti, gli esperimenti della fusione fredda sono proseguiti e due ricercatori italiani rilanciano ora l’ipotesi di un’energia pulita ed a basso costo. Precisamente, un piccolo gruppo di ricercatori dell’università di Bologna, sotto la guida del fisico Sergio Focardi e dell’imprenditore Andrea Rossi hanno creato una “centrale atomica” chiamata E-Cat, in grado di moltiplicare per decine l’energia immessa in partenza.
Lo scienziato Sergio Focardi dichiara: ” Ero ormai in pensione, quando Andrea Rossi mi ha chiamato, sapendo degli studi che avevo intrapreso a Siena a riguardo della fusione fredda. Avevo sperimentato il nichel al posto del palladio nella reazione. Abbiamo lavorato insieme ed in poco tempo abbiamo avuto i primi risultati. In 3 anni abbiamo realizzato il dispositivo per la reazione che l’imprenditore Rossi sta già producendo negli Usa per poi presentarlo ad Ottobre in Italia, a Bologna.”
Il dispositivo sarebbe un contenitore di acciaio di 50 centimetri cubi, nel quale si immette polvere di nichel, idrogeno in pressione ed un catalizzatore (sostanza che accelera lo sviluppo delle reazioni). In pratica, esso funzionerebbe facendo reagire nichel ed idrogeno. Dalle parole di Focardi, sappiamo che il nichel si trasforma in rame assorbendo l’idrogeno ma, questo fenomeno dovrebbe verificarsi in condizioni di pressione e temperatura proibitive, ovvero, come quelle delle stelle. Questo è proprio il punto, ancora inspiegabile, ma comunque molto promettente per il futuro della scienza che nei prossimi anni sarà improntata nello studio di questi fenomeni. Sicuramente, se un giorno la fusione fredda fosse possibile da realizzare, avremmo soluzioni riguardanti problemi economici, energetici, ambientali e dei trasporti.
Martina Petacchi- www.opennews.it
14:16 | Incluso in
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La Francia trema a causa di una esplosione nel sito di Marcoule (a 30 Km da Avignone), che ha provocato un morto e quattro feriti. Il Commissariato dell’energia atomica (CEA) ha dichiarato che per il momento non vi è pericolo di una fuga radioattiva all’esterno. Non è ancora nota la ragione ti tale incidente, probabilmente si è trattato di un’anomalia all’interno di un forno oppure un errore di gestione da parte dell’uomo. Precisamente, l’incidente non è avvenuto all’interno della centrale nucleare ma riguarda l’impianto adibito per il trattamento del materiale nucleare.

” Si tratta di un’esplosione di una fornace per la fusione di scorie radioattive metalliche di attività debole e molto debole”: lo scrive in una nota l’ASN, l’autorità per la sicurezza nucleare francese; confermando che l’incidente non ha causato alcuna fuga raioattivà o chimica all’esterno dell’impianto. In seguito all’incidente, l’ASN ha attivato il suo centro di urgenza. Secondo un portavoce di EDF, la cui filiale, la Socodei, gestisce il centro in cui è avvenuto l’incidente , “é un incidente industriale, non è un incidente nucleare”. “In questo tipo di giorni ci sono due tipi di scorie: scorie metalliche e scorie combustibili ” . “L’incendio scattato dopo l’esplosione è sotto controllo”, aggiunge EDF. Il centro è situato nel comune di Codolet ma dipende dal sito nucleare di Marcoule.”
Automaticamente la paura dilaga anche in Italia. Dalle ultime notizie emesse dall’ANSA, si evince che Il Dipartimento della Protezione civile è in contatto con l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e con i vigili del fuoco per monitorare e verificare gli eventuali rischi per l’Italia dopo l’esplosione che si è verificata nel centro di trattamento delle scorie nucleari del sito di Marcoule, nel sud della Francia. Per ora, fanno sapere al Dipartimento, le informazioni arrivate dalla Francia non parlano di dispersioni radioattive. I vigili del fuoco hanno una rete di rilevamento della radioattività attiva sul territorio nazionale, pronta a segnalare anomalie.
Martina Petacchi- www.opennews.it
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Dagli ultimi studi elaborati dal progetto “Previeni” dell’ Istituto Superiore Sanità si evince che l’inquinamento ambientale può avere ripercussioni negative sulla fertilità umana ed animale. In particolare, le sostanze responsabili dell’infertilità dette interferenti endocrini, non solo ci “contaminano” quotidianamente attraverso l’alimentazione o il contatto con tessuti, oggetti, plastiche e detergenti ma sono anche in grado di superare la barriera, un tempo ritenuta invalicabile, della placenta, tanto che otto bambini su dieci nascono già affetti da infertilità (o predisposti ad averla in futuro) seppur apparentemente sani. Tutto ciò evidenzia come alti livelli di interferenti endocrini aumentano i disturbi della fertilità, della gravidanza e dello sviluppo infantile.

“La contaminazione dell’ambiente è un nemico nascosto, che oltre a minacciare gli ecosistemi terrestri e marini, passa attraverso il cibo e gli oggetti che usiamo ogni giorno ed ha conseguenze anche gravi sulla nostra salute” dichiara Donatella Caserta, ordinario di ginecologia e ostetricia dell’Università La Sapienza di Roma – “Per ridurre i rischi, dobbiamo limitare la nostra esposizione a queste sostanze, attraverso stili di vita e scelte alimentari consapevoli ed anche la realizzazione di adeguati programmi di controllo, sulla base di un sano principio di prevenzione.”
Eva Alessi, responsabile sostenibilità del WWF Italia afferma: “ La presenza di boschi e vegetazione acquatica migliora la capacità dell’ambiente di rispondere alla contaminazione. La produzione di queste aree è quindi una risorsa positiva anche per la salute umana, capace di migliorare le condizioni di vita ed aumentare il benessere. Purtroppo nell’ultimo ventennio, la forte industrializzazione ha determinato un inquinamento ambientale senza alcun precedente. Mai come oggi, la normativa in materia di sostanze chimiche deve diventare più efficace e restrittiva, nell’ottica di poter salvaguardare la salute dell’uomo e dell’ambiente.”
Monica Cancellieri-www.opennews.it
17:21 | Incluso in
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