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Golden Globe Awards: cosa c’è di nuovo nelle nostre tv?

Considerati il trampolino di lancio per gli Oscar, i Golden Globe Awards si sono svolti durante questo primo mese dell’anno. Ad essere premiate le produzioni del mondo del cinema e della televisione che si sono distinte nel 2011.
E’ una delle poche cerimonie che, oltre a mettere sotto i riflettori i grandi di Hollywood, come George Clooney, Meryl Streep, Martin Scorsese (che si sono aggiudicati rispettivamente i premi per miglior attore e attrice protagonisti di un film drammatico e miglior regista), dà rilievo anche ai protagonisti del piccolo schermo, sicuramente più familiari a tutti noi. Non tutti gli show candidati e premiati sono usciti o sono noti in Italia, ma molti sono quelli dal successo mondiale come Glee, serie televisiva di genere musical che quest’anno non si è aggiudicata nessun premio, o Modern Family, che ha vinto il premio come miglior serie televisiva comica.
Tra le serie, mini serie e film per la tv canditati, ampio spazio al genere giallo, horror o thriller (per
esempioAmerican Horror Story, la storia di una demoniaca famiglia americana), ma anche a storie che ci portano indietro nel tempo e raccontano vicende passate, tanto vicine ad oggi, come  Mildred Pierce, dove la premiata Kate Winslet interpreta una donna alle prese con le difficoltà della vita durante la grande depressione, o Boardwalk Empire, che porta sullo schermo la vita di Atlantic City nel proibizionismo.

Spionaggio, terrorismo e indagini sono alla base di quella che è stata giudicata la migliore serie drammatica, Homeland, per cui è stata premiata anche l’attrice protagonista Claire Danes.

30 rock, Luther, sono alcuni degli show ormai navigati ed affermati, ma spazio anche alle novità. Tra queste spicca “The killing”, serie tv prodotta da AMC. Il genere è quello thriller e poliziesco per questa serie che si sviluppa tutto attorno all’avvenimento fondamentale della puntata pilota : l’omicidio della diciassettenne Rosie Larsen. Le atmosfere cupe e uggiose di Seattle accompagnano le ricerche di due dectives particolari : lei, Sarah Linden , (Mireille Enos ) tipa tosta, mascolina, vive tra la passione per il lavoro e la difficoltà di crescere da sola un figlio adolescente; lui, Stephen Holder (Joel Kinnaman), poliziotto con metodi di indagine anticonvenzionali e con passato da tossicodipendente. Una coppia che esce dal clichè della bellissima poliziotta, che più modella sembra, e dell’agente senza macchina né paura, proposto in molte produzioni italiane e non. Apparentemente potrebbe sembrare poco interessante una serie tutta incentrata su un solo caso da risolvere, ma non è così, e si assiste con il fiato in sospeso alle 13 puntate che riproducono i 13 giorni d’ indagine per arrivare all’arresto del colpevole. Un’ indagine che porta non sempre a risultati immediati e corretti, ma che svela i segreti e le ombre che stanno dietro a tutti i protagonisti : la famiglia Larsen, composta da madre padre e due bambini, Belko, il losco socio in affari del padre di Rosie, la zia Terry, il politico Darren Richmond e il suo staff, l’insegnate di Rosie, Bennet Ahmed e la sua giovane moglie incinta. E quando tutti nascondono il loro passato e celano particolari del presente diventa sempre più difficile scoprire chi sia colpevole di aver ucciso la piccola Rosie e chi di non averla protetta da una fine così brutale. In Italia la serie, trasmessa su FoxCrime, sta giungendo al termine: giovedì arriverà sui nostri schermi l’atteso finale di stagione, che finalmente risponderà all’affannosa domanda che ci ha accompagnato fin dalla prima puntata : chi ha ucciso Rosie Larsen? Dalla pagina ufficiale di Facebook arrivano però notizie interessati per tutti quelli che hanno seguito la serie o si sono pentiti di non averlo fatto. E’ prevista l’uscita di un DVD con tutte le puntate della prima stagione, ed è stata annunciata la produzione della seconda stagione. Confermata l’attrice protagonista e quindi la presenza nella seconda serie della detective Linden. Resta ora la curiosità riguardo a quello che dovrà affrontare nei nuovi episodi : nuovi casi da risolvere o nuovi inaspettati sviluppi per l’indagine della prima serie?

Ai posteri l’ardua sentenza. E a chi dovesse obbiettare che riaprire il caso Larsen dopo 13 puntate/giornate di indagine sarebbe assurdo, rispondo che forse sarebbe drammaticamente molto realistico!

Malvina Podestà – www.opennews.it

L’uomo dell’anno

Nel precedente articolo “L’ex malato d’Europa scoppia di salute?” mi sono concentrato sull’“uomo nell’ombra” che ha costruito, da semisconosciuto professore universitario, l’impalcatura intellettuale e la giustificazione teorica del neo-ottomanismo in salsa islam-moderata alla base dell’irresistibile rilancio della Turchia sulla scena internazionale. Quell’Ahmet Davutoğlu occhialuto e dallo sguardo mite, autore di “Profondità strategica” (preziosissimo documento ancora da tradurre in inglese, ma indispensabile per decrittare le linee guida della politica estera di Ankara) e ministro degli Esteri dell’ardimentoso e popolarissimo Recep Tayyip Erdoğan. Proprio analizzando la figura più defilata e lontana dalle prime pagine dei nostri quotidiani avevo cercato di scandagliare con sguardo critico il sostrato ideologico- teorico che soggiace al rampante attivismo del primo ministro turco, sottolineando l’importanza e la vitalità (più volte richiamata non certo dal sottoscritto, ma da ben più autorevoli osservatori) di una visione, di un progetto geopolitico che pur esulando da suicidi richiami sciovinistici tracci almeno sommariamente una “rotta” nelle acque agitate del mare nostrum. L’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, come si è mossa di fronte all’improvviso collasso dei rais Ben Ali e Mubarak? Come ha reagito alla delirante repressione del colonnello Gheddafi o alla lotta senza quartiere ingaggiata in Siria tra Bashar al Assad e i dimostranti? Sono quesiti che non costituiscono l’argomento di questo mio intervento ma che delineano, nella rapida e imprevista successione di eventi, uno degli stress test più massicci ai quali sono state sottoposte le cancellerie di tutto il mondo. L’”Erdoğan’s style” (copyright del caustico Time) non ha avuto modo di dispiegarsi solo in politica estera, ma è continuamente messo alla prova anche sul piano interno: come reagiscono all’improvvisa e messianica popolarità del “re di Gaza” coloro che si oppongono al suo partito? È davvero posta a rischio l’anima più limpidamente laica della Repubblica di Atatürk, difesa a spada tratta dall’elite kemalista accusata a più ripetizioni di tramare alle spalle del “neo-sultano”?

Why is the West kissing Erdoğan? “Non è democrazia, è una farsa”
La domanda sfrontata è il titolo di un articolo di Mehmet Ali Birand, pubblicato il 24 novembre del 2011. Al centro della riflessione del giornalista turco la debordante attenzione riservata dai media occidentali al leader dell’AKP, in primis il sorprendente endorsement dell’autorevole Time, tramite sfavillante copertina cucita ad hoc. “Perché Erdoğan viene febbrilmente consultato da Obama come se fosse un novello Superman del Bosforo?” si chiede ironico. Non sono lontani i tempi in cui il carismatico Recep veniva velenosamente accusato di voler strappare la Turchia dal dolce alveo dell’Occidente, di avere intenzione di ribaltare il suo asse, soffiando col mantice della propaganda tra le braci non ancora del tutto spente degli antichi sogni ottomani. Ciò che l’articolista sottolinea è la presa d’atto del fatto che, se non sono cambiate le intenzioni e la forma mentis del primo ministro, sono le sue decisioni concrete ad averne delineato il mito e ad averne decretato il successo: la brillante performance durante la crisi libica, la pressione su Damasco, il rapporto fermo con l’Iraq. La “Erdoganmania”, chiosa Birand, è legata a doppio filo alla sua personale condotta, alla sua capacità di destreggiarsi (aggiungo io) tra due temibili iceberg: il congelamento dei rapporti con Israele e i proclami atomici di Teheran. “In short, it is in Erdoğan’s hands for this wind to continue or change direction” conclude. A margine, mi sembra interessante riportare un commento, postato sul forum del quotidiano turco Hurriyet da un lettore che si proclama “Kemalista” (quindi non certo un estimatore dell’AKP): “L’Occidente descrive Erdoğan come si augura che egli sia, ma i Turchi lo conoscono per come veramente è: un Islamista che parla con tutti e due gli angoli della bocca (espressione turca intraducibile?) per infervorare coloro che lo ascoltano. Più Islam nelle nostre vite e nel governo”.
Opinione partigiana sicuramente, ma da non trascurare se vogliamo comprendere criticamente le sfaccettature di un politico di razza, a capo di un partito imitato nei fluidi scenari post-primavera araba e autore di prodigiosi assist alla causa della democrazia laica (sistema di governo che ha permesso ad Ankara di cadere in piedi dopo lo sfaldamento dell’Impero, incastonandosi a pieno titolo nel “neo-impero” militare a trazione atlantica della NATO).

L’uomo accusato (a torto o a ragione?) di voler propiziare una lenta ma decisa inversione a U verso un rinnovato assetto islamico o islamizzante dello Stato, in un’intervista ad una TV egiziana, ha infatti affermato orgogliosamente: “Non temete il secolarismo, perché non significa essere nemici della religione!”. L’importanza di un’evoluzione politica coerente e senza strappi sanguinosi, di fronte all’eterna e strisciante paura del fondamentalismo islamico, è indiscutibile. Davutoğlu, da buon analista delle relazioni internazionali, ha fatto riferimento in un’intervista al mancato “scongelamento del blocco mediorientale”, paragonato all’ondata di democratizzazione seguita nell’Europa centro-orientale allo smottamento del Muro di Berlino e al collasso dell’URSS. I “regime changes” sono passaggi delicatissimi e incontrollabili, guidati da migliaia di variabili, affidati spesso al caos e all’improvvisazione (quale telegiornale parla in questi giorni del governo libico insediatosi dopo la brutale eliminazione di Gheddafi? Quale onesto osservatore è in grado di prevedere o almeno di azzardare un’ipotesi su un eventuale scenario post-Assad in Siria?). La stagione di rivolte alla quale abbiamo assistito è stata una parentesi straordinaria e acceleratissima, che ha spazzato via come una slavina la confortante certezza di tanti leader occidentali di poter contare su “uomini forti”, custodi ferrei dell’ordine, della disciplina e delle vie di guadagno. In Egitto si continua a protestare e a morire in Piazza Tahrir, l’esercito (potentissimo e inamovibile) presidia con pugno d’acciaio le leve del potere. Sull’altra sponda del Mediterraneo si assiste incerti alle prime consultazioni elettorali, si temono nuove scintille di radicalismo religioso, si spera con tutte le forze che il successo di gruppi ritenuti difficilmente controllabili sia il più contenuto possibile.

L’Islam è davvero costitutivamente incompatibile con l’istituto democratico che solo qualche anno fa si riteneva facilmente esportabile in tutto il globo, come l’ultimo modello di automobile di lusso da consegnare impacchettato ai festanti fortunati? Tale quesito è il titolo di un riuscitissimo libro dell’esperto Renzo Guolo e non è certo facilmente riassumibile. Ciò che conta è l’esistenza di modelli di riferimento, di esperimenti riusciti, di dimostrazioni concrete che la democrazia è conveniente, funziona, è carburante prezioso per il motore dello sviluppo e della proiezione strategica. La Turchia e il suo timoniere democraticamente eletto rappresentano un esempio compiuto e un modello riuscito? All’entusiasmo dei tanti estimatori dell’”Erdoğan’s style” risponde deciso dalle pagine di Limes (4/2010) il generale Edip Başer (“uno dei più alti esponenti delle Forze armate turche”, segnate da un rapporto conflittuale e tesissimo con lo spregiudicato leader dell’AKP): “Quando parliamo di valori, intendiamo i principi dello Stato laico, dello Stato di diritto, dello Stato sociale, nazionale e democratico(..). Credo si voglia creare un ambiente nel quale la religione sia più rilevante, dove la laicità non sia più considerata un principio da salvaguardare con cura, come si fa oggi(..). In Turchia c’è un sistema politico e istituzionale che ha le sue lacune, c’è una forma di democrazia buona o cattiva che sia. Non è insomma un regime dispotico … tuttavia, proprio di democrazia in senso pieno non si tratta”. Sono parole molto dure, che nel corso del lungo colloquio difendono appassionatamente il ruolo di salvaguardia dell’esercito ricoperto nelle fasi più convulse dello Stato di Mustafà Kemal. È quell’eredità kemalista, laica e profondamente democratica, che il generale Başer vede messa in pericolo, sottovalutata, soffocata da un sistema politico basato sul privilegio e sull’immunità da cui è emerso proprio l’uomo di ferro del Bosforo. Sfogo tardivo di un appartenente ad un istituzione progressivamente messa ai margini dalla fermezza del potere civile scaturente da autentici meccanismi democratici o grido di allarme di un acuto osservatore, inquadrato per vocazione in quella forza d’urto che ha posto sotto tutela l’indimenticata lezione di colui che occidentalizzò e laicizzò la Turchia dei Sultani? È un quesito dilatato sul lungo periodo, ma che richiede una qualità immediata: la capacità di andare oltre le agiografie, di non piegare alla voglia irrefrenabile di “eroi” l’analisi spassionata e senza orpelli degli “uomini” del potere.

Simone Ros – www.opennews.it

Kepler: un telescopio a caccia di pianeti

La possibilità che il cosmo sia abitato da altre creature, senzienti o meno, esercita da sempre un grande fascino su tutti gli uomini: dalle “Storie Vere” di Luciano di Samosata alla moderna fantascienza, questo interrogativo ha stimolato la fantasia e la curiosità umane infinite volte. Tuttavia, con i mezzi offerti dalla scienza e dalla tecnologia moderne, i tentativi di rispondere a questa annosa questione si sono alquanto raffinati.

- Zone abitabili nello spazio.
Nel linguaggio tecnico, si definisce Zona Abitabile una regione dello spazio che per varie ragioni è potenzialmente favorevole allo sviluppo di forme di vita. Il termine fu introdotto negli anni ’50 da Strughold e Shapley in due scritti sull’abitabilità di Marte ed altri pianeti: in sostanza, dall’analisi degli elementi essenziali alla vita come la conosciamo sulla Terra, sono state elaborate alcune linee guida per restringere la ricerca strumentale a porzioni specifiche della Galassia.
Uno dei criteri è anzitutto la distanza tra il pianeta ed il proprio sole, che deve consentire, data un’adeguata pressione atmosferica, la presenza di acqua allo stato liquido. Una distanza troppo piccola, infatti, vorrebbe dire un calore tale da avere solo acqua in forma gassosa, e viceversa un’eccessiva lontananza implicherebbe ghiacci perenni. In questo modo si individua una regione a forma di anello, tra le 0.725 e le 3 unità astronomiche dal sole (variabile a seconda del tipo di stella).
Inoltre si cercano pianeti con un orbita dall’eccentricità limitata, in modo che questi rimangano per tutto il moto di rivoluzione all’interno della zona abitabile. Da ultimo, poiché per pianeti orbitanti attorno a stelle più piccole del Sole la zona abitabile ha un raggio minimo ridotto, si considerano anche le forze di marea, che se eccessive possono alterare l’asse di rotazione ed in questo modo compromettere l’alternarsi delle stagioni.
Un ulteriore discriminante è infine la cosiddetta “Zona Abitabile Galattica”, vale a dire una distanza dal nucleo galattico sufficiente per la presenza di elementi pesanti (essenziali alla formazione di pianeti di tipo terrestre), ma abbastanza grande da impedire alle radiazioni provenienti dal centro della Galassia di danneggiare qualunque forma di vita a base di carbonio. Inoltre, nella parte più interna della Galassia sono presenti per lo più stelle antiche e instabili, e la presenza delle nebulose da cui si originano i pianeti e le stelle più giovani è limitata.
È opportuno rilevare come tutti questi criteri si basino sull’assunto che la vita, altrove, abbia basi simili a quelle che ha sul nostro pianeta. È stato osservato giustamente che questa supposizione è arbitraria: alcuni studiosi hanno ipotizzato organismi basati sul silicio anziché sul carbonio, o su azoto e fosforo. Allo stesso modo è stato suggerito che altre sostanze, come l’ammoniaca o il metano, potrebbero ricoprire il ruolo dell’acqua in queste esotiche forme di vita. Ad esempio, la probabile abbondanza di metano liquido e ammoniaca su Titano (una luna di Saturno) ha fatto suggerire che potrebbe ospitare organismi non basati sull’acqua, in superficie o negli oceani. Discorso simile per Europa, luna di Giove. Queste speculazioni si sono rafforzate dopo la recente scoperta di particolari batteri che vivono attorno a camini idrotermali, e che usano composti di zolfo, in particolare di acido solfidrico (prodotto chimico altamente tossico per gli altri organismi conosciuti), per la produzione di materiale organico attraverso il processo di chemiosintesi. Tuttavia, poiché la stragrande maggioranza delle forme di vita meglio comprese presenta fondamentali analogie, l’unico paradigma cui possiamo affidarci è quello modellato sul nostro ecosistema.

- La missione.
Ma come trovare, nella vastità della sfera celeste, pianeti corrispondenti a queste specifiche? Meglio ancora, in generale come trovare dei pianeti, corpi non luminosi lontani migliaia di anni luce da noi?
Proprio a questo scopo, nel 2009 la NASA ha lanciato Kepler, un telescopio spaziale progettato per svolgere questa e altre ricerche. La missione fa parte del progetto Discovery, un programma varato nel 1992 per il lancio di sonde a scopo di ricerca scientifica. L’idea, dell’allora amministratore della NASA Goldin, era quella di una serie di ricerche dal budget più contenuto, proposte ed in parte partecipate da università, industrie ed altre agenzie governative. Il programma conta al momento una decina di missioni di successo al proprio attivo, tra cui Mars Pathfinder, Deep Impact, Lunar Prospector e Stardust.
Dopo la scoperta, tramite osservazioni da terra negli ultimi anni, di pianeti in altri sistemi solari, la sfida attuale è individuare quelli più simili al nostro. Per fare ciò Kepler scandaglia una porzione della galassia, intorno ed all’interno della zona abitabile, per cercare stelle che possiedano pianeti di tale genere.
Più ampiamente, la missione si propone di determinare l’abbondanza di pianeti di tipo terreste nella zona abitabile o nelle sue vicinanze per stelle di vario tipo, studiando le dimensioni e la forma dell’orbita di ciascuno di questi pianeti e le proprietà delle stelle attorno cui ruotano.


- Come funziona.

Per identificare i pianeti, Kepler utilizza un sistema ingegnoso, chiamato Transit Method: quando un pianeta, durante il suo moto di rivoluzione, si frappone tra noi che lo osserviamo ed il suo sole, lo oscura parzialmente per un breve periodo (come nelle eclissi di sole, quando la luna si frammette tra esso e la terra). Questo fenomeno, detto transito, può essere rilevato osservando la variazione della luminosità della stella durante il passaggio. Questo da solo non è però sufficiente: per poter essere causata dal transito di un pianeta, la variazione deve essere periodica e non cambiare intensità di volta in volta. Per i corpi di dimensioni fino a due volte la terra, questa variazione è stimata a circa lo 0.01%, per un tempo che varia tra una e sedici ore.
Una volta individuato il pianeta, la dimensione della sua orbita (per la precisione del suo semiasse maggiore) può essere calcolata dalla misura del periodo, conoscendo la massa della stella, come prescritto dalla terza legge di Keplero (“I quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti sono proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori delle loro orbite”).
Il raggio del pianeta invece viene stimato a partire dall’ampiezza della variazione di luminosità (Transit Depht) che il suo passaggio induce. Da queste informazioni, e dalla temperatura della stella (nota dall’osservazione del suo spettro), si può poi fare previsioni sulla temperatura superficiale del pianeta, elemento chiave per la sua abitabilità.
Tuttavia, non sempre un transito confermato si rivela essere un pianeta: potrebbe trattarsi di un’altra stella orbitante attorno a quella osservata in un sistema doppio, per esempio. Per eliminare queste incertezze, una volta trovato un potenziale pianeta, un gruppo di ricerca si occupa di studiarlo in dettaglio da terra. Il lavoro consiste dapprima nel raccogliere immagini ad alta risoluzione del punto desiderato, dopodiché con appositi telescopi si analizza lo spettro della luce emessa. Un sistema binario di stelle che si eclissano l’una con l’altra può così essere riconosciuto per la presenza di due spettri, sfasati tra loro.
L’analisi spettrometrica degli oggetti più promettenti (effettuata in collaborazione con il Keck Observatory) permette poi di stabilire la massa del pianeta: la stella risente infatti della forza di gravità del pianeta nel suo moto, e gli “spostamenti” dovuti ad essa determinano modificazioni nell’effetto doppler osservato. Così lo studio dell’effetto doppler consente di quantificare la forza di gravità esercitata tra il pianeta e la stella, e da essa, essendo noto il raggio dell’orbita (da quanto descritto sopra) si ottiene la massa.
Unendo questo risultato con la stima del raggio planetario fatta sulla base del Transit Depht, si ottiene infine la densità media, che consente di distinguere pianeti rocciosi come la Terra da quelli gassosi come Giove.
Per condurre tutte queste raffinate osservazioni, il telescopio di Kepler ha bisogno di un campo visivo costantemente sgombro, cosa possibile solo scrutando lo spazio fuori dal piano dell’eclittica (sopra o sotto), dove il sole o la luna non coprono periodicamente la visuale. Inoltre il telescopio doveva adattarsi ad entrare in un modulo di lancio standard Delta II, cosa che ha limitato le dimensioni dell’ottica e del suo parasole. Per conciliare la necessità di un campo visivo quanto più ampio possibile (per osservare più sistemi contemporaneamente) e costantemente sgombro da fonti di disturbo (come la luce solare) con le limitazioni di spazio imposte dal modulo, gli scienziati hanno scelto un’orbita eliocentrica, e puntato l’ottica a nord del piano dell’eclittica, verso le costellazioni Cygnus e Lyra. Da questa posizione più di 100.000 stelle sono visibili, garantendo un numero di eventi osservati statisticamente significativo anche se i pianeti delle dimensioni cercate osservabili fossero abbastanza rari. La probabilità di osservare un transito è legata infatti sia alla presenza o meno di pianeti del tipo cercato che all’allineamento della loro orbita con l’osservatore: chiaramente, solo se l’orbita del pianeta passa molto vicina alla linea congiungente telescopio e stella si può verificare il transito.
La durata della missione è stata fissata proprio in base alla necessità di osservare un numero minimo di transiti e certificare la loro periodicità. Al momento sono stati previsti quattro anni, che consentirebbero di rilevare almeno quattro passaggi per pianeti con periodo orbitale fino ad un anno, e tre per periodi di al più 1.33 anni. È stato già proposto un prolungamento di due anni, per estendere la capacità di osservare corpi più piccoli e dall’orbita più ampia (fino a due anni, come Marte).

- Dettagli tecnici e strumenti.
L’apparato di rilevazione di Kepler si compone essenzialmente di un fotometro, vale a dire di un Telescopio Schmidt di 0.95m di diametro e con un’ampiezza visiva di circa 12 gradi collegato a 42 sensori CCD, per una risoluzione complessiva di 95 megapixel. Il tutto all’interno di un velivolo di poco meno di cinque metri di lunghezza,  2,7 di diametro ed una tonnellata di peso.
La luce proveniente dalle stelle, dopo essere stata riflessa dallo specchio principale, viene convogliata sui sensori CCD (dispositivi a semiconduttore simili a quelli delle fotocamere digitali) che, rilevando i fotoni in arrivo, leggono punto per punto l’intensità luminosa. I dati sono inviati ogni sei secondi al computer di bordo, che opera una prima scrematura del materiale: i segnali provenienti dalle stelle oggetto di osservazione sono separati dagli altri, e memorizzati per essere inviati a terra, una volta al mese. Il download dei dati avviene tramite il Deep Space Network (DNS), una rete di antenne internazionali poste strategicamente sul globo per il supporto alle missioni spaziali. Al momento i tre nodi principali del sistema sono le stazioni, poste all’incirca a 120° l’una dall’altra sulla superficie, di Madrid, Canberra e Goldstone (California), che consentono di mantenere un canale di comunicazione costante durante la rotazione terrestre. Una volta a terra, tutti i dati sono analizzati da dei computer, che scansionano le rilevazioni alla ricerca di eventi. La mole di contenuti, infatti, rende impossibile la visualizzazione da parte dei ricercatori di tutto il materiale, che viene selezionato in modo automatico. Tuttavia, poiché l’occhio umano ha spiccate capacità di pattern recognition, le sequenze scartate vengono messe a disposizione in rete per una ulteriore verifica: sul sito http://www.planethunters.org/ qualunque astronomo dilettante può partecipare alla ricerca di pianeti alieni, scorrendo i grafici di Kepler e segnalando quelli che secondo l’utente sono degni di nota.

- I risultati, finora.
I risultati attesi dagli scienziati al termine della missione prevedevano la rilevazione di numerosi pianeti, in numero variabile secondo le loro dimensioni, ma compreso tra 50 e varie centinaia.
Solo pochi giorni fa, il 26 gennaio, la NASA ha annunciato di aver identificato 11 nuovi sistemi planetari, contenenti in tutto 26 pianeti. Con quest’ultimo risultato, il computo dei corpi celesti scoperti da Kepler in due anni arriva a 60 pianeti confermati, e circa 2300 potenziali. Inoltre esso ha fornito, a settembre dello scorso anno, la prima osservazione di un pianeta orbitante attorno a due stelle, Kepler-16b. La scoperta ha confermato che i pianeti del genere esistono, ed ha allargato il campo di ricerca per sistemi capaci di supportare la vita. Pochi mesi dopo, altri due sistemi doppi sono stati riconosciuti: Kepler-34 e 35.
In dicembre il team che guida il progetto ha annunciato la scoperta del primo pianeta terrestre all’interno di una zona abitabile, Kepler-22b. Distante 600 anni luce da noi, questo pianeta nella costellazione Cygnus ha un raggio 2,4 volte più grande di quello della terra, ed una massa di varie decine di volte quella terrestre. Pur non conoscendo esattamente la sua orbita, sappiamo che il suo semiasse maggiore è all’interno della zona abitabile, e che l’anno dura 290 giorni. La sua stella, Kepler-22, è meno luminosa del sole, e dista da esso il 15% in meno della terra dal sole. Queste condizioni, se l’orbita non fosse eccessivamente ellittica, si tradurrebbero in una temperatura superficiale media variabile tra i -11°C in assenza di atmosfera, e i 22°C con un effetto serra paragonabile a quello terrestre. Ma attenzione: se dovesse essere presente un’atmosfera simile a quella di Venere, con un effetto serra di proporzioni gigantesche, si sfiorerebbero i 460°C.
Infine, è degli ultimi giorni del 2011 la notizia della scoperta dei primi due pianeti orbitanti attorno ad una stella simile al sole per massa e luminosità, e delle stesse dimensioni della terra. Purtroppo nessuno dei due è un probabile candidato ad ospitare forme di vita: a loro estrema vicinanza al sole fa prevedere temperature tra i 400 e gli 800 gradi.

In ogni caso, a nemmeno metà del proprio ciclo di vita, i risultati di questo esperimento sono assai incoraggianti, oltre che utili per ampliare la porzione di spazio conosciuta. Infatti, oltre che alla scoperta di pianeti somiglianti al nostro, questi dati serviranno ad ampliare le nostre conoscenze sulla geografia e la storia della galassia, sul modo in cui i pianeti si sono formati e sulle loro caratteristiche.
Chissà, magari la scoperta di una “nuova terra” è dietro l’angolo, per quanto distante ed irraggiungibile. Di certo però, l’idea che esistano altri luoghi capaci di ospitare la vita continuerà ad affascinarci a lungo.

 

Qualche dettaglio tecnico in più su
http://kepler.nasa.gov/
http://kepler.nasa.gov/Science/about/
http://kepler.nasa.gov/Science/about/more/linksToOtherSites/

Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it

UNHATE: un concetto moderno?

1991- Benetton lancia una campagna spinosa sotto l’audace talento di Oliviero Toscani. Un prete e una suora si baciano su cartelloni, riviste di moda e non, lasciando un segno calcato tra le critiche e gli stupori.

2011- Ben venti anni dopo è sempre Benetton a portare allo scoperto una campagna pubblicitaria provocatoria che stavolta mette però in gioco non soltanto i fanti , ma anche le principali pedine della scacchiera: torri, re, regine, bianchi e neri senza distinzioni.

UNHATE  fa sfilare, tutti debitamente photoshoppati, baci fra coppie improbabili come Merkel- Sarkozy, Barack Obama e Hu Jintao, Benedetto xvi e l’Imam Al Azhar; ma se gli abbinamenti Germania-Francia e Stati Uniti-Cina possono richiamare i più agguerriti mondiali di calcio, è sull’ultimo binomio che si gioca veramente la finale.

Chiedendo la prima impressione a riguardo ad un target tra i 15 e i 58 anni tuttavia i risultati sono stati sorprendenti:

il 33% ha trovato l’idea geniale;

un altro 33% invece poco originale, uno sbiadito richiamo al ventennio scorso;

il 17% non si è detto colpito in alcun modo particolare;

altro 17% quello che ha tiepidamente “apprezzato l’idea”;

ma ciò che colpisce sono i due 0% su “dissacrante” e “sconcertante”; nessuna critica negativa, nessuno shock..

Eppure, c’è qualcuno che sicuramente la pensa diversamente. Il 17 novembre 2011 il Vaticano chiede e ottiene il ritiro dell’immagine riguardante il Papa. Benetton ripiega immediatamente, abbassa le orecchie e si spegne con un sommesso riferimento al “solo intento del nostro marchio di combattere la cultura dell’odio in ogni sua forma“.

Non tutte le storie d’amore durano per sempre; neanche con le magie del computer.

Menomale però che almeno la Merkel e Sarkozy, nella loro dolce finzione, sembrano davvero felici.

 

Chiara Piotto

La questione ambientale secondo Rita Levi Montalcini

Dopo aver fatto alcune ricerche che riguardano la così tanto dibattuta “questione ambientale”, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sulle riflessioni dell’illustre scienziata Rita Levi Montalcini.

La professoressa afferma che l’inquinamento, nei nostri giorni, sta andando oltre. Per capire meglio, non si parla più del mondo fisico ma soprattutto della sfera dei sentimenti. L’inquinamento è ormai uno stato d’animo. I concetti che dovrebbero stare alla base della società quali amore, solidarietà, morale, cambiano e vengono modificati dallo stesso uomo giorno per giorno. Questo spiega come parte dell’umanità debba fare i conti con la fame e la povertà ancora oggi. Il genere umano è destinato ad essere sempre più in pericolo, ribadisce il premio Nobel.

E’ bene sottolineare l’importanza del pensare ed adempiere ai nostri doveri per riparare (o almeno limitare), i danni effettuati in nome del profitto. Come tutti sappiamo , continua la professoressa, il processo tecnologico è stato un continuo crescendo per cui l’uomo ha cercato di sfruttare TUTTO, il più possibile. Così facendo, ha dimenticato il buonsenso e le sue responsabilità.

A questo punto, sorge spontaneo chiedersi il perché e come si potrebbe migliorare nel nostro piccolo. Probabilmente potremmo trovare infinite risposte a questa domanda ma, Rita Levi Montalcini prosegue esponendo la sua personale risposta:

Generalmente, l’uomo non gestisce con mezzi adeguati la propria conoscenza scientifica e tecnologica. I desideri e le nostre capacità sono fondamentali nella gestione delle decisioni. Quindi avvicinandoci alla questione ambientale, se le scelte venissero fatte sulla base di sani principi e doveri, avremmo pressoché la certezza di non cadere nell’irreparabile. Non dimentichiamolo almeno noi, cittadini.

 

Martina Petacchi – www.opennews.it

 

Goodbye 2011

Se ne è andato Steve Jobs, il mondo l’ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene “il più grande di tutti i tempi”, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di Osama Bin Laden, il “public enemy number one”, il ricercato, il mandante di quell’attentato che ha cambiato per sempre il termine “sicurezza”.

E’ stato lanciato un nuovo social network, Google+, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c’era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po’ di sana conversazione.
“Le proteste” sono il personaggio dell’anno secondo il TIME. Siamo diventati 7 Miliardi su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo iPad2 e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.

Le rivolte in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il terremoto giapponese ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall’altra parte del pianeta, il Brasile era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto.  E’ nato un nuovo Stato: il Sud Sudan, mentre, da un’altra parte, un “gruppo etnico” aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la Palestina. E’ morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E’ stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: #OccupyWallStreet è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.

Kate e William si sono sposati, il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L’Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. E’ caduto il Governo Berlusconi e un team di “tecnici” l’ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. Djokovic è il numero uno del tennis mondiale, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.

La sparatoria in Norvegia ha commosso e fatto arrabbiare; il termine “spread” è entrato per la prima volta nella nostra vita. E’ stato “costruito” un nuovo super tunnel: quello dei Neutrini  ;-) e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un’altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.

E’ un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell’Unità d’Italia.
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.

BUON ANNO

Francesca Larosa – www.opennews.it

E tu vorresti bere petrolio? L’ENI in Nigeria: un’azienda sfacciata

Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un’artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell’area Marketing dell’ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: “Don’t stop thinking about tomorrow”.

Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione “ENI in the world” cerco NIGERIA. Devo ammetterlo, parto già prevenuta. Ho letto l’impensabile su quello che poi è diventato uno dei miei miti, Ken Saro-Wiwa, ucciso a causa della sua lotta contro la Shell. Anche lui era Nigeriano e il suolo sul quale ha camminato per anni si trovava in uno stato già di grande devastazione.
Apro la pagina, vi sono tante sezioni. Mi butto immediatamente su “Protezione Ambientale” e non mi aspetto di trovarvi ammissioni di colpa, ma quantomeno un accenno ai danni provocati alle falde acquifere, alla flora, alla fauna e anche alla popolazione locale.  Invece no! Mi imbatto in qualcosa di molto diverso: “La Nigeria è tra i Paesi in cui eni sta sviluppando un importante programma di water injection . La reiniezione nel sottosuolo delle acque di produzione ha un doppio vantaggio: consente di mantenere la pressione nei giacimenti e riduce l’impatto sull’ambiente, diminuendo gli sprechi idrici, aspetto di fondamentale importanza in ambienti desertici. Nell’ambito della conservazione della biodiversità, eni NAOC è coinvolta nel progetto Lower Orashi Forest reserve in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e delle Risorse Naturali. Le attività sono previste per il 2011-2015.”

La water injection è sicuramente importante! E’ un aspetto fondamentale per le aree tropicali! Continuo a cercare per la rete e trovo questo video: http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A . In tutta franchezza non trovo alcun bisogno di una “water injection” di fronte a tutto questo.
Immagine anteprima YouTube
La domanda che mi sorge spontanea riguarda gli organi di protezione: “chi dovrebbe intervenire in questo caso?” Ovviamente l’ONU, di cui la Nigeria fa parte, ma anche tutte le agenzie ambientaliste e di protezione del territorio.

Andiamo con ordine a partire dal 2011: il 17 Marzo 2011, il Corriere della Sera intitolava a chiare lettere “Nigeria, militanti del MEND fanno saltare un impianto dell’AGIP”. Venivano minate le stazioni di pompaggio ENI e gli assalti erano stati rivendicati dal Movement for the Emancipation of the Noger Delta. Il comunicato che era stato inviato alla redazione del giornale italiano più famoso incuteva paura e affermava esplicitamente che “la lotta è appena cominciata”.
Al Governo avrebbe fatto comodo una spaccatura all’interno di questo movimento. Sembrava fosse ormai avvenuta: alcuni dissidi interni stavano attentando alla sopravvivenza del MEND e invece ci si accorse presto che la battaglia era davvero appena cominciata. Il giorno 8 Giugno 2011, i leader del MEND inviano un ulteriore comunicato diretto all’ENI: “Distruggeremo tutti i vostri impianti”. La domanda che sorge spontanea è perchè tanto astio nei confronti del colosso italiano e non piuttosto verso Shell o altri.  Il documento è in grado perfino di motivare questo: “Abbiamo osservato il disprezzo con cui il gruppo italiano è coinvolto nel massacro di cittadini innocenti in Libia. L’ENI asseconda  il saccheggio delle risorse petrolifere realizzato dalle nazioni occidentali”. Tutte menzogne? In primis, è necessario precisare che tutti gli ostaggi presi in consegna dal MEND non sono stati riscattati e sono stati rilasciati in buono stato psico-fisico. Secondariamente, percorrendo la storia della compagnia italiana, è possibile rilevare alcune tappe  quantomeno ambigue. Un esempio? Nel 2004, l’indice di investimento socialmente responsabile FTSE4Good l’ha esclusa dalle sue quotazioni; al termine del 2005, l’Agip viene accusata di aver partecipato attivamente con incoraggiamenti cospicui, alla demolizione di una bidonville a Pourt Harcourt, ordinata dal Governo perchè le baracche erano troppo vicine alla stazione di estrazione ENI; il 24 Gennaio 2006, in un attacco polizia privata/militanti nigeriani ad una stazione ENI muoiono 9 persone, di cui 8 sicuramente locali.
Dal 2006, il MEND ha dichiarato la guerra totale a tutte le multinazionali del petrolio. Da allora si susseguono assalti continui e senza sosta.

Perchè un gruppo locale come il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger dovrebbe spingere i suoi stessi interessati alla morte? Perchè dovrebbero permettere alla popolazione locale di rischiare in prima persona? E’ possibile che tutto questo sia il risultato di pratiche tribali e prive di cognizione di causa?
No. Gli impatti dell’estrazione petrolifera hanno causato danni ambientali enormi e provocato decine di morti in una regione troppo lontana per essere considerata degna di nota dal mondo Occidentale: da un lato vi sono i terreni della regione, coperti interamente di petrolio, ma non solo! Il bacino idrico del Delta del Niger è uno dei più inquinati al mondo: 36 mila kmq di mangrovie, corsi d’acqua e lagune sono state consegnate alla marea nera per sempre. Si aggiunga a tutto questo che la popolazione locale non percepisce i profitti derivanti dall’attività estrattiva. Non una delle incredibili risorse naturali del Paese sono state messe a disposizione della comunità.  Di chi è la colpa? Chi ha permesso tutto questo? Siamo tutti un po’ responsabili, nessuno escluso, nel momento in cui facciamo benzina. 

Abbiamo un unico dato certo: indipendentemente dalle responsabilità, l’ENI è stata messa sotto accusa per un procedimento di elargizione di tangenti a funzionari governativi in Nigeria nell’anno 2010. Il 7 Luglio di quell’anno esce la notizia del pagamento di una maximulta della multinazionale italiana agli Stati Uniti: il reato è “corruzione internazionale”, la cifra ammonta a 240 milioni di dollari. 

Nel cervello continuo ad avere un motivetto ridondante: Don’t stop thinking about tomorrow.
La macchina del petrolio non si ferma mai, ma da oggi guardarò quei disegni sulla sabbia con occhio diverso, forse più arrabbiato, forse più consapevole.

Francesca Larosa – www.opennews.it

Questo articolo riguarda specificatamente l’ENI in quanto società che procede indisturbata alla colonizzazione economica di un intero continente. Non assolve le altre aziende estrattrici, ma invita alla riflessione e alla ricerca, in forza di un futuro più trasparente e pulito: don’t stop thinking about tomorrow.

FONTI:
ENI, Corriere della Sera, Il fatto Quotidiano, Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Giornalettismo.com

Il femminismo a portata di sguardo

Donne lavoratrici, donne mamme, donne stanche, donne entusiaste, donne che preparano cene e resoconti finanziari. Donne con tante idee nella testa e pochi soldi nelle tasche, donne che non sanno di essere svantaggiate, donne che combattono per smettere di esserlo, ma, soprattutto, donne consapevoli d’essere donne.

Sono queste le numerose scese in piazza a Roma e in varie città d’Italia l’11 dicembre per l’ultimo appuntamento al femminile organizzato dal comitato “Se non ora, quando?”.

Questa volta la politica non c’entra davvero nulla, non c’entra l’esasperazione per gli harem di un premier decaduto, per le cariche politiche assegnate in base alla misura di reggiseno; questa piazza è una piazza pieni di cervelli e cuori coscienti del fatto che non è un uomo dalle dimensioni ridotte a poter privare la donna del suo ruolo, della sua parte all’interno della società. Ciò che imprigiona la donna nella sua gabbia “rosa” tutta fatta di tenerezza e sensibilità è un sistema in piedi da secoli, una cascata di stereotipi che si riflettono sì sulla realtà, ma in un rapporto di alimentazione reciproca.

Le donne in piazze gridano la loro voglia di essere riconosciute in completezza, come madri, come lavoratrici, come potenzialità per il nostro paese. Rivendicano il loro ruolo di straordinaria importanza nell’uscita dalla crisi, chiedono la possibilità equamente divisa tra madre e padre di accudire i figli. Parlano di incentivi al congedo di paternità, che è un diritto dell’uomo, non un modo per incastrarlo.

Sotto un cielo grigio ma con garbo, si susseguono interventi,buona musica, comizi accorati.

Sì,perché la questione femminile esiste ancora. E’ viva, agisce in silenzio senza che nessuno se ne accorga, se non gli addetti al settore. Lo stereotipo si insinua nella pubblicità, che a sua volta si insinua nella nostra mente, proponendoci immagini che nemmeno ci preoccupiamo di mettere in discussione. Basta accendere la televisione per vedere come quasi sempre i prodotti per la cura della casa siano pubblicizzati da figure femminili. Ciò infastidisce non perché, indignate, vogliamo rifiutarci di impugnare l’ aspirapolvere e pulire casa, ma perché questo tipo di marketing non si preoccupa di interpretare una realtà che sta cambiando; crede che il frullatore multifunzione possa interessare solo alle donne, a cui è da sempre affidata la cura della casa, e non ai numerosi uomini che altrettanto si dilettano in cucina!

Per non parlare poi di quelle pubblicità che offendono senza tanti peli sulla lingua la nostra femminilità, quei cartelloni che scelgono delle donna solo l’ eloquente culetto, tralasciandone gli occhi. Ci sono poi quei giornalisti che credono che la soluzione per l’aumento della natività in Italia risieda nel togliere i libri alle donne, ma questa è un’altra storia.

L’ultima pubblicità che ha scosso il mio spirito femminista promuove un prodotto di una nota marca di alimenti surgelati. In una reclame d’evocazione vintage si legge: “ATTENZIONE MOGLI! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!” Questa pubblicità racchiude, a mio parere, stereotipi tra i più classici: la moglie cucina per il marito; il marito porta fuori la moglie a cena; ultimo e forse il più fantasioso, frutto del nostro secolo: il miglior piatto che si possa cucinare è un piatto surgelato, preparato da terzi.

Sebbene quindi la questione femminile appaia come superata, sebbene la “battaglia” delle donne sembri completamente vinta, non è così. Abbiamo sì ottenuto il diritto di voto dai tempi delle repubblica, possiamo sì studiare, diventare manager, entrare in politica, fare appello alle pari opportunità ma dobbiamo accettare il fatto che ciò susciti ancora scalpore, ecco il vero problema. Una donna con due figli ed un lavoro a tempo pieno è una specie di eroina da pellicola, un uomo con due figli ed un lavoro a tempo pieno, è semplicemente un padre di famiglia, poiché le possibilità che i ruoli offrono sono differenti.

Per far si che la società muti, bisogna che la nostra testa muti; questo può però succedere solo con uno sguardo attento e critico, uno sguardo che vada oltre numeri e statistiche, che sia in grado di fare i conti con la realtà e non solo sulla realtà. Il cambiamento non può essere dettato dall’alto di una norma, con la creazione di quote rosa; il cambiamento va costruito insieme,consapevolmente, parte dalla testa finisce nel cuore, per poi ricominciare il ciclo.

Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it 

DURBAN: E’ tempo di decisioni importanti

Dopo aver ospitato alcune partite dei mondiali di calcio del Sudafrica nel 2010, dal 28 Novembre al 9 Dicembre 2011, Durban ha ospitato la diciassettesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico insieme alla settima Conferenza degli Stati partecipanti al protocollo di Kyoto. Si è aperta la seconda e decisiva settimana sul problema climatico e, nonostante gli scienziati si siano dati da fare per far comprendere la gravità della situazione e le conseguenze del surriscaldamento del pianeta , non sembrano esserci ancora note positive in merito alla riduzione dei “gas serra” nel nostro pianeta.

L’evento appena concluso a Durban potrebbe essere l’occasione per dar vita ad una spinta che porterà verso un nuovo modello di sviluppo che faccia dei temi ambientali e della risoluzione dei cosiddetti “eventi climatici estremi” una questione prioritaria nelle intenzioni politiche dei governi del mondo.

Nel 2012 termina il periodo degli impegni del Protocollo di Kyoto, al quale sono rimasti estranei i Paesi principali responsabili delle maggiori emissioni di CO2. A partire da Stati Uniti, Russia, Cina e ancora si aspetta un segnale chiaro circa le azioni che i Governi intendono intraprendere per sottrarre il pianeta a un degrado che già minaccia di diventare irreversibile. Di fatto, saranno soprattutto Stati Uniti e Cina a decidere su una questione vitale per l’intero pianeta . Tutti gli studi internazionali confermano che l’Africa, le isole del Pacifico e l’Asia meridionale sono le zone del pianeta maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici, mentre i principali responsabili dell’inquinamento saranno relativamente protetti dalle sue conseguenze, almeno nel breve periodo di uno o due decenni.

Nel sud del mondo i cambiamenti climatici significano fame, distruzione, epidemie. Vari studi pongono ben 22 Paesi africani tra i 28 catalogati come a rischio estremo. Le più grandi associazioni umanitarie e ambientaliste hanno lanciato un forte appello all’inizio della seconda settimana di lavori della Conferenza ONU a Durban. In una conferenza stampa congiunta, alla quale hanno preso parte: Oxfam, WWF, Greenpeace e la Confederazione Sindacale Internazionale, è stata espressa grande preoccupazione per le posizioni assunte dagli Stati Uniti. Non ci resta che subire passivamente le decisioni che “I Grandi dell’Economia mondiale” prenderanno nel 2012, ma non dimentichiamo che nel nostro piccolo tutti possiamo contribuire e, perché no, essere proprio noi cittadini a dare il buon esempio.

Salviamo il nostro domani, OGGI.

Monica Cancellieri -www.opennews.it

Meeting Mutsa on World AIDS Day

1 December was World AIDS Day. Instead of writing a piece about different events going on around the world, I wanted to give an in depth account of one project. There is no better way to do this than speak to someone delivering a HIV/AIDS project. I would like you to meet Mutsa, someone passionate about helping people and hoping to make a real difference. What struck me about Mutsa when reading this back was her passion, sacrifice, drive and determination. However what hit me the most was that this really is about helping people, she seems at her happiest when talking about her group succeed. Take a look and see what I mean…

Mutsa, could you introduce yourself and say a little bit about the great work you’re doing in Zambia?

I’m in Zambia volunteering with The Butterfly Tree who carry out most of their work in the Mukuni chiefdom, about 7,000 people live there. I’m working in the local basic and high school where I’ve been educating and training 15 young people as HIV prevention peer educators.

Can we talk a little bit about you before talking about your project? It is interesting you talk about education and training; maybe we could discuss some of your education…? What did you want to be when you “grew up?”
The first thing I remember wanting to be was a fashion designer, then I wanted to be a lawyer, music journalist and now…I’ve yet to find a title for what I want to be.

What was your favourite subject at school…?
English has always been a love of mine. I loved English: reading, studying different texts and discussing ideas. As I got older I was really drawn to the Social Sciences and Anthropology became my favourite subject. I studied that along with Sociology for my BA. 

Is there anything in particular which drew you to the social sciences?
People, simply speaking. I don’t know where my interest in human behaviour comes from but I like to understand what drives people, what our differences are but also how we’re all connected. When I went to Uni, I had no idea what kind of career I wanted to have but I knew that I loved travelling, meeting and learning about people so I chose Anthropology. It worked out for me. I enjoyed my course immensely and it really helped to steer the direction I want my life to take.

Speaking about your career can you tell us about how you began volunteering with the Butterfly Tree?
Sure. I returned home at the beginning of 2010 having studied abroad for a while. I got home and started to look for random positions in the international development sector but because I didn’t have any international working experience I was only eligible for entry level positions. I’d heard about the Vodafone World of Difference scheme which is when I first made contact with Jane (founder of The Butterfly Tree). I applied but wasn’t chosen, I wasn’t willing to settle and I thought that as I’m fortunate enough to be in a position where I don’t have to settle, why not create my own position? So I told Jane, that even though I wasn’t been chosen, I still wanted to carry out the project I would have done with Vodafone but would self-fund it. Fast forward one year and here I am.

Amazing! What was the first thing you did when you decided you wanted to self-fund the project?
There was a lot of to-ing and fro-ing. The first thing I did was write what I wanted to do and share it with Jane. The second thing I did was to save my tumblr blog address and Twitter name so that it wasn’t taken.

It seems like it would take a fair deal of planning? How much did you need to raise?
It took a lot of planning. I refused to apply for full time jobs because I didn’t want to get stuck there. My mentality was that, “as soon as I have money I needed, I would leave.” I needed that flexibility. In fact, I haven’t stopped planning! At the beginning I wanted to come out here for a year and I estimated I needed about $15,000 at the beginning of this year I think I had about $5,000 after 4 months of saving and I was starting to get stressed out as I really wanted to go out in 2011. I met someone who had been to Mukuni and he urged me to go back to the drawing board and see if I could do the work I wanted to do in less time and for less money.

What struck me when hearing your story was your dedication and determination, refusing to take full time jobs and going it solo! How did you raise the funds? There must have been hard times while you were fundraising?

Thank you. With things the way they are now, I understand that not everybody can afford to make the decision I made. There were definitely hard times. Like I said before, I was temping and I remember at the beginning of last year not working for a month or so I think it was. I had absolutely nothing coming in. That was not easy. But I had to get things done; I was adamant that I was coming out between June and August. Jane had already told the young people I was coming out and I didn’t want to keep them waiting for so long. Most of the funds came from me saving money and a good amount came from donations and funds raised from events I put together. It was really important that people felt they could contribute and affect change too. I think on the whole people want to affect change but may not be sure of how to go about it so I wanted to organise events that were a bit quirky where they would feel more in touch with knowing where their money/in-kind donations would end up.

Delivering change, that is extremely hard. Your project essentially seeks to provide young people with the tools to change themselves and their community. You mentioned earlier you are constantly planning! How have your initial plans changed and what have you learnt whilst delivering your programme?
Delivering change is hard and definitely challenging. The main thing that has changed with my initial plan has been the time frame. It was originally set to last for a year then I changed it to a last for a little less than four months. However, the aim of the project and how I intended to do it has largely stayed the same. What have I learnt? I’ve learnt that if you have an idea, not everyone will understand what you are doing or the way you intend to do it. You can’t sell your goals to everyone and that it’s really important to surround yourself with people who will push you forward. I’ve learnt to be that little bit more patient. I still need to work on my patience but you learn that you can’t force things…though I do still like to try. I’m sure I’ve learnt a lot more but it’s hard to see the water when you’re in it…and I’m still in it. One of the most important things I’ve learnt and which really helped me whenever I felt like what I was working towards was a waste of time is that, on the whole, people are good. It sounds so simple but I think we can get caught up in failures and all the negatives in the world.

What are the young people you work with like? What are the good things you see in them? The young people I work with are wonderful! I really enjoy gushing about them. Their sense of humour is wonderful; I really look forward to our sessions. There are times when I have to give them a stern speaking to but on the whole they just get on with things. They make up all of their own dramas, poems, speeches. The thing that continues to floor me is their desire to want to share what they have learnt. To be so young and care enough to want to share life-saving information, that is so incredible. I set the project up so that in the first two weeks I was giving lessons on basic HIV, exploring beliefs, attitudes, gender stereotyping etc. In these classes there were a lot of group and solo activities as well so that I could pick the people who I felt I could train as peer educators. In the second phase, we spent one month together where I delved deeper into the topics I introduced in the first two weeks. We’re now in the final phase, which is all about planning, rehearsing and delivering the project to peers, neighbouring villages as well as their own.

The final phase… so what happens next? I know the programme is to be self-sustaining? But when you leave what happens? Also, what are your personal plans?
Yes, the aim of the program is to be self-sustaining. I’m in talks with the headmaster and Jane to see how they can facilitate this. At the moment I’m proposing that this be the ‘go-to’ group when work is being done re: HIV awareness/prevention in the village. Just as they’ve been called upon to give a performance at the chief’s palace for World AIDS Day, I think it would be good if that continues. I’m aiming to come out at least once a year to see how things are going and brush up on delivery techniques etc. The downside (and a possible positive aspect) to a peer education program is that it requires regular recruitment.

Regular recruitment?
Yes. People out grow peer education and especially as I’ve trained people who are in high school there’s quite a fast turnover. Several of the young people will be leaving the village next year if they go forward to university. My personal plans – spend a month or so in Zimbabwe, after that, I have no idea. I really want to keep doing what I’m doing right now. I’m going to work towards making that happen.

Your project seems like a success, they will be performing for the Chief!
Yes performing at the palace is quite a big deal. Mukuni has almost 8,000 people in its chiefdom so to be invited to perform for World AIDS Day is great and the fact they hold a big event for this day is exactly the kind of action that is needed. On the whole the project has been met with open arms and people have really been supportive of the project. A lot of the people in Mukuni including the people in my group have seen first-hand how HIV has affected people. I’ve had a few young people pulled out of my class without any clear reasons but on the whole, I haven’t had any major obstacles to overcome.

The programme educates young people, how is this seen in the community, I imagine this must be quite an issue?
I’ve had a wonderful response from the community. They love that we’re going out to the smaller villages in the Mukuni Chiefdom. There haven’t been any issues regarding the age of the people sharing the information. Those I’ve spoken to really know first-hand, how critical the situation is. There are girls as young as 13 years getting pregnant. I had a girl tell me that she slept with a man because she didn’t have money to buy lotion. She got pregnant and miscarried. She was 15 at the time.

What is your view on the current methods to prevent the transmission of aids in countries such as Zambia?
I think that Zambia preaches a realistic message. I mean, it doesn’t just focus on one approach to combat HIV. I feel that there is a 360 approach. The posters I’ve seen, the adverts I’ve heard on the radio and seen on television inform people on the different ways they can have safer lives and the impact of their decisions. The fact that it is in the open, both in town and in the rural areas is something I applaud. I didn’t think it would be the case before I arrived. I did raise an eyebrow when I saw how much male circumcision was pushed as a preventative measure. At times I see this promoted as a sure fire way of prevention, which of course, it is not. I’m still questioning why I don’t see the same push for this approach in the UK. I am concerned about the role the church plays. Abstinence seems to be their main message, and whilst I understand any other message may conflict with certain beliefs I still think it’s important to equip people with practical and complete information. I’m a Christian myself and in my classes I make sure that all means of safer living are talked about and included in the showcases performed by the young people. I’m not of the school of thought that thinks that by providing information about sex, this will make them go out and try sex. I don’t think people are that simple and such thinking can be very dangerous. I believe in providing as much information as possible, being willing to answer all the questions that may be taboo, enabling others to make informed decisions.

What does World AIDS day mean to you, and what is your view on other initiatives which are being used to combat the transmission of AIDS?
World AIDS Day to me is the celebration of life and creating awareness. It’s to celebrate the lives that have passed on due to AIDS and in doing so push the fight against this virus so people realise we have something of worth and that we can protect and thus save. I’m really impressed with the CrowdsOutAIDS initiative set up by UNAIDS. I am all for working with young people to combat this pandemic. Especially with the generation coming up, I think that they’re so pivotal to the direction things will take. Young people are full of ideas, energetic and have sound knowledge of what happens at a grass root level. Their impact should not be under-estimated, ever!

Is World AIDS day known by young people you’re working with? Very much so! The other day, I was cutting up red ribbons for them to put together and hand out at the palace and they gathered round with excitement. They knew exactly what they were and what they represented. It was really wonderful to see.

What would be your message to anyone who wants to get involved in similar initiatives?
My message, from all I’ve learnt would be to research, plan and discuss ideas with people in the field. There are so many ways you can get involved, so many things to get involved in. Brainstorm and think of things that interest you. You’re interest needs to be central. I knew that I wanted to work with young people, in Southern Africa and with regards to HIV/AIDS. I typed these three topics into Google and went from there. Tell people about what you want to do! You’ll be so surprised about where help can come from.

How and where can people contact you?

Due to this project I made myself available on various social media platforms. People can contact me via email: meetmutsa@gmail.com, Twitter: @meetmutsa, facebook: www.facebook.com/meetmutsa and my blog: www.meetmutsa.tumblr.com

 

Daniel Idowu – www.opennews.it

 

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