
Civil servant o oscuro tecnocrate? Capo di un governo di impegno nazionale o servitore dei poteri forti? Si sono dette e scritte tante cose su Mario Monti, da quando è stato individuato dal Presidente Napolitano come premier incaricato di formare il nuovo esecutivo. Come quasi tutto quel che accade sotto il cielo della politica del bel paese, la sua designazione non ha mancato di dividere le forze politiche, tra chi considera il Professore nato a Varese sessantotto anni fa un economista di altissimo valore e prestigio internazionale votato esclusivamente a servire la nazione senza alcun interesse personale e chi lo ritiene la punta di diamante di un offensiva decisa dai colossi bancari e dalle lobby finanziarie internazionali per mettere le mani sull’Italia e i suoi “gioielli di famiglia”. Optiamo senza alcun dubbio per la prima ipotesi, ritenendo infondate le teorie cosiddette “complottiste” (i loro sostenitori per questo termine si arrabbieranno), data la mancanza di prove a sostegno ma soprattutto considerata la storia personale del Prof. Monti, apprezzato, oltre che per le competenze professionali, anche per la serietà, la fedeltà ai suoi principi e il disinteresse per ruoli politici di alto livello già rifiutati in passato. Certo, ricorrere a un governo formato da tecnici, significa ammettere la sconfitta della classe politica italiana, incapace di guidare con mano ferma il paese e in costante balia di veti e divisioni, ma in un momento di grave emergenza come questo appare la soluzione migliore, con buona pace di Giuliano Ferrara, Daniela Santanchè e compagnia bella.
Il lavoro che aspetta Mario Monti non è affatto semplice (“…difficilissimo, altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui…” ha ironizzato il Professore al discorso di insediamento in Senato[1]), a causa della drammatica situazione dell’economia italiana, in odore di recessione nel 2012 secondo i dati Ocse, e della scarsità di tempo a disposizione. Ridare credibilità all’Italia di fronte ai mercati è in ogni caso un imperativo categorico, in vista delle prossime sostanziose aste di titoli pubblici in programma nei primi mesi del prossimo anno, da emettere assolutamente a tassi sensibilmente più bassi di quelli di oggi. Se il governo non riuscisse in quest’intento diverrebbe terribilmente serio il rischio di non riuscire a rimborsare gli interessi sul debito o di veder invenduta parte dei titoli, che significherebbe crisi di liquidità per l’immediato e forse di insolvenza per il futuro. Ma le conseguenze degli spread elevati si sentono già anche nell’economia reale, dove le nostre banche, già piene dei nostri titoli di stato a rischio e bisognose di ricapitalizzarsi, scontano il rischio paese con crescenti difficoltà a ricorrere al prestito interbancario all’estero e scaricano i costi sui mutui offerti alle imprese mettendo in crisi tutto il ciclo economico. Con i Btp day del 28 novembre e del 12 dicembre il sistema bancario italiano si sgraverà un po’ di tale ingente mole, trasferendone il rischio alle famiglie senza costi di commissione e facendola passare per un’iniziativa di carattere patriottico, ma i problemi rimangono.
L’obiettivo è dunque ridurre il deficit di bilancio fino ad annullarlo stabilmente, tagliando spese e aumentando entrate, permettendo di fermare la crescita del debito pubblico, e contemporaneamente prendere provvedimenti per rilanciare l’economia, perché in una fase di recessione non si può intervenire solo con misure depressive. In altre parole il governo Monti dovrà da una parte prendere e dall’altra infondere denaro, cercando di mantenere l’equilibrio tra minacce dei partiti, pressioni dei poteri forti, vincoli europei e aspettative dell’opinione pubblica, pronta a sacrifici ma fino a un certo punto. In quest’ottica la madre di tutte le riforme dovrebbe essere un’adeguata riforma fiscale, da varare nel giro di pochi mesi, che sposti una parte del gettito da persone e imprese alle cose, nell’ottica di recuperare una quota maggiore dalle ricchezze possedute dagli italiani (patrimoni e consumi) e di permettere una maggior capacità di spesa alle fasce medio basse della popolazione. Chiaramente tale riforma dovrebbe essere supportata da norme più rigide contro l’evasione fiscale, dal restringimento dell’uso del contante al potenziamento di metodi induttivi per individuare gli evasori (entrambe le misure citate da Monti nel discorso programmatico), dall’inasprimento delle pene per i reati fiscali, in alcuni casi ridicole, alla possibilità per i consumatori di scaricare l’Iva in alcune tipologie di spesa. Accanto ad essa si dovrà inevitabilmente intervenire su pensioni, Ici, mercato del lavoro, contrattazione economica aziendale e ordini professionali con il contemporaneo obiettivo di risparmiare risorse, favorire la concorrenza nel mercato e nelle professioni e ridurre privilegi e diversità di trattamenti tra differenti categorie di cittadini, incentivando i lavoratori in età avanzata a non andare in pensione e garantendo maggiori tutele ai loro colleghi precari. In particolare, sul tema del lavoro, sarà molto probabilmente presa in considerazione l’ipotesi del contratto unico, proposta in diverse forme dal giuslavorista Pietro Ichino, da Tito Boeri e da altri economisti, ben diversa dalla semplice deroga all’articolo 18 tentata da Sacconi quest’estate, e comunque non destinata a pregiudicare i diritti acquisiti. Sono tutte riforme sostanziose, che andranno a toccare rendite e privilegi, e in alcuni casi anche a peggiorare le condizioni di parte della popolazione lavorativa, ma necessarie. Per essere accettate, però, dovranno essere accompagnate dai tagli più invocati dagli italiani, quelli nei confronti della casta partitocratica che siede in Parlamento (ci sarebbero anche i consigli regionali ma intervenire qui è più complicato), ormai non più rimandabili se si vuole imporre sacrifici agli italiani e mantenere l’unità del paese.

Nonostante l’enorme mole di provvedimenti da attuare, Monti è consapevole di come questi siano necessari ma non sufficienti a timonare la nave fuori dalla tempesta. La vera partita si gioca in Europa, tra Berlino e Bruxelles e l’avversario si chiama Germania. Migliorati i conti pubblici e ridotti rigidità e privilegi, l’Italia avrà le carte in regola per rientrare a pieno titolo nei processi decisionali europei, con tutto il suo peso di stato fondatore e terza economia della zona Euro, come già si è notato dall’immediato invito ottenuto dal premier per il vertice di Strasburgo del 24 novembre. Recuperata la credibilità persa da Berlusconi (che nessuno provi a dire che non l’aveva persa!), Monti dovrà cercare di convincere, insieme a Nicolas Sarkozy, la riottosa Angela Merkel ad accettare cambiamenti significativi nella gestione della moneta unica. E’ sempre più chiaro come l’Ue non sia in grado di guadagnare la fiducia dei mercati non a causa di debolezza economica e finanziaria, avendo l’Eurozona nel suo complesso conti pubblici migliori di quelli americani, ma per colpa di una struttura decisionale lenta e farraginosa, inadatta a governare una moneta. Ciò nonostante, la Cancelliera reagisce con malcelata irritazione e arroganza alle proposte della Commissione Europea in fatto di Eurobond e alle richieste che vengono un po’ da tutte le parti di modificare in senso più espansivo le prerogative della Bce, invocando piuttosto una revisione dei trattati con lo scopo di mettere la camicia di forza agli stati poco virtuosi nella tenuta dei bilanci, aprendo la strada a sanzioni automatiche e interventi pilotati da Bruxelles in caso di sforamenti.
Detto che una governance economica più omogenea della zona Euro è necessaria (Monti su questo concorda con Berlino ma ha fatto sottilmente notare in conferenza stampa come i primi a sfondare i parametri di Maastricht e a evitare le sanzioni siano stati Germania e Francia), la procedura per modificare il Trattato di Lisbona sarà degna di una tartaruga, senza dimenticare il rischio di mancate ratifiche, mentre il possibile collasso della moneta unica è un pericolo immediato la cui soluzione non è rinviabile. Anche le voci che si rincorrono su imminenti prestiti del FMI a Italia e Spagna (speriamo non ce ne sia bisogno) per trasformarsi in realtà avranno bisogno dell’assenso del governo Usa, maggior azionista del fondo, e Obama ha già chiesto più volte che l’Ue faccia di più per sostenere gli stati a rischio, che in concreto significa trasformare la Bce in vera prestatrice di ultima istanza e darle mandato di favorire la crescita permettendole così di abbassare i tassi d’interesse di riferimento. C’è da augurarsi che dal vertice europeo di metà dicembre esca un compromesso capace di scambiare vincoli più stretti per gli stati inadempienti con Eurobond e soprattutto immediata modifica dei poteri della Bce, con l’ipotesi di esclusione per chi non accetta o non ratifica il trattato. Finora Frau Merkel, su prestiti alla Grecia e fondo salva stati, dopo aver fatto la voce grossa per un pò alla fine si è mossa, anche se tardi: è possibile che accadda lo stesso anche questa volta, e che gli integralisti della stabilità dei prezzi alla fine se ne debbano fare una ragione, anche considerato il recente fallimento dell’asta di Bund tedeschi della scorsa settimana che ha provocato l’intervento, per altro di dubbia legittimità della Bundesbank. Altrimenti, si salvi chi può.
Per inciso, di fronte ai problemi di alta politica internazionale a cui deve far fronte il governo ci si aspetterebbe da una classe politica appena decente, se non una leale e piena collaborazione, almeno la non interferenza. Purtroppo, invece, già dalle dichiarazioni di fiducia in Parlamento non sono mancati i paletti posti dai partiti, soprattutto dal Pdl, su durata e programma, e quotidianamente esponenti di questo o quel partito minacciano le elezioni sui giornali sbraitando di sospensioni della democrazia e elargendo improbabili lezioni di legittimità costituzionale. Domenica 27 novembre, alla convention dei Popolari Liberali del Pdl (il movimento di Giovanardi… si anche lui è a capo di un movimento!) un Silvio Berlusconi con le sembianze di un androide appena rivitalizzato (ormai i continui lifting iniziano a fare un bruttissimo effetto sul suo viso) arringava la platea inveendo contro i soliti comunisti pronti a instaurare uno stato di polizia tributaria. I comunisti ovviamente sono il Pd, con cui il partito di Berlusconi condivide, se pur controvoglia, il sostegno parlamentare al governo Monti. Il rischio è che qualche partito si consideri già in campagna elettorale, pronto a “staccare la spina” al governo al momento più opportuno per se stesso, magari intestandosi i meriti e riversando su di esso le colpe. Si potrebbe ribattere che le forze politiche non si azzarderanno ad attuare una tale minaccia dalle conseguenze devastanti per il paese, anche se, come scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera, “…quanto poi alla razionalità e al senso di responsabilità nazionale i partiti ne dispongono come lo scorpione del famoso apologo sull’ attraversamento del fiume in groppa alla rana: è vero, se ti pungo affoghiamo entrambi, ma pungere è nella mia natura”[2]. Buon lavoro Professore…
Francesco Linari – www.opennews.it
[1] Mario Monti, cit. in L’humour del Professore nel giorno del fair play, Concita De Gregorio, La Repubblica, 19 novembre 2011, pag. 1-4
[2] Michele Salvati, Scomode verità, Il Corriere della Sera, 19 novembre 2011, pag. 1
L’angolo delle proposte – Niccolò Ferragamo – OpenNews.it
Nel flusso di articoli e parole che avvolgono la scena economica italiana dallo scorso Giugno, sono rimasto particolarmente colpito da quel “Fate presto” preso in prestito dal Sole 24 ore dal Mattino di trenta anni prima. Stesso panico, situazione molto diversa. Difficile dare la colpa a qualcuno quando, in catastrofi e cigni neri difficili da prevenire, il diavolo ci mette lo zampino. Situazioni come quella finanziaria attuale del nostro paese, invece, rendono un avviso del genere solo il campanello finale di una catastrofe annunciata. Una catastrofe che, per quanto in parte ancora in potenza, è stata coltivata, custodita, cresciuta con affetto da diverse generazioni di burocrati. Crisi e tensioni globali, con parallela recessione e crescita del deficit hanno offerto sicuramente la spinta finale a questa creatura chiamata debito sovrano, ma non sono la causa del problema.
Finito l’amore con Bankitalia nell’81, non potendo più contare su moneta fresca di stampa, i deficit strutturali sono andati a gonfiare il rapporto debito/pil dal 60 al 120%. Si saranno messi in mezzo anche tassi di interesse europei in crescita e recupero dagli shock degli anni 70, ma il problema di lungo periodo è stato politico. La storia è la stessa da sempre: perchè perdere voti nell’immediato con politiche impopolari quando i problemi si verificheranno con ogni probabilità ben oltre la fine del mandato? Perchè ridurre il deficit adesso quando la spirale di un debito che si auto-alimenta potrà essere sostenuta con le tasche di coloro che verranno? Il discorso è chiaro, ma evidentemente non abbastanza per cambiare programmi politici ed esiti delle elezioni: se l’avanzo primario non è sufficiente a coprire i costi per gli interessi, il debito sale. Se il debito sale più velocemente rispetto a quanto cresce il PIL, la sostenibilità finanziaria nel lungo periodo salta, i tassi aumentano, e così via.
Controllo del debito e crescita del PIL richiedono politiche strutturali di lungo periodo che sono mancate in Italia e che sono difficilmente compatibili con le ottiche a corto raggio delle campagne elettorali e degli elettori. Non si tratta solo di miopia, ma soprattutto di certo conflitto di interessi. Di breve in breve, tuttavia, passano gli anni e arriva un lungo periodo in cui -magari- non siamo ancora ”tutti morti”. Da qui la necessità di costruire istituti svincolati dalla politica ed in grado di preservare alcuni interessi comuni di ampio respiro. In ambito monetario l’indipendenza delle Banche Centrali è servita proprio a questo scopo: sottrarre il signoraggio ai governi per evitare che una occulta tassa da inflazione continuasse a minare la stabilità dei prezzi.
Se non è possibile impedire concretamente che i Paesi sforino i vincoli di deficit e debito imposti dall’Unione Europea, la domanda che possiamo porci è se è possibile, in qualche misura, svincolare in parte il perseguimento della crescita economica dalla politica. Alcune politiche strutturali -soprattutto nel mercato del lavoro-, certo non possono prescindere da un confronto democratico parlamentare. Per altre, tuttavia, c’è da chiedersi se il compito non possa essere con maggior efficacia da enti separati. La domanda che mi pongo è se è possibile e conveniente creare, analogamente a quanto fatto per il controllo monetario, istituzioni autonome che abbiano la crescita di un Paese come obiettivo.

Una banca d’investimento nazionale, dotata di un capitale iniziale e, ogni anno, di risorse prefissate da includere nel budget delloStato, potrebbe concentrarsi su quelle politiche strutturali di lungo periodo che, facendo leva su ricerca pura e applicata, infrastrutture per trasporti e telecomunicazioni, incentivi all’imprenditoria nei settori più all’avanguardia, accumulazione di capitale ed altri strumenti possano creare un ambiente stimolante per il progresso tecnico e l’aumento della produttività del Paese. Requisiti dell’ente dovrebbero essere l’assoluta indipendenza istituzionale dalla politica, la sufficiente dotazione di risorse per il proprio mandato -i.e. indipendenza finanziaria- e logiche di avanzamento della carriera del proprio personale meritocratiche sul modello delle Banche Centrali. Una rivisitazione dell’IRI in chiave non dirigista? Per non sovrapporsi alla banca europea per gli investimenti, un ente nazionale del genere non si occuperebbe tanto di intermediare fondi per finanziare singoli progetti quanto, piuttosto, di investire fondi propri dello Stato, per conto dello Stato stesso, in opere di interesse nazionale ed in interventi mirati all’aumento di produttività. Un ente finalizzato alla modernizzazione del paese, con uno statuto indicante obiettivi (quali potrebbero essere una crescita del pil procapite, tenuto conto di indice di concentrazione della ricchezza e impatto ambientale) e strumenti utilizzabili.
I vantaggi di una tale struttura si esplicherebbero in primis nella possibilità di perseguire obiettivi di lungo periodo grazie all’autonomia e nella costanza delle risorse allocate per la crescita – soprattutto per ricerca ed infrastrutture – rispetto alle volubili necessità di finanziare le politiche di breve periodo del governo di turno. A questa considerazione, tuttavia, si potrebbe obiettare che una allocazione costante di risorse a certe voci del bilancio pubblico già esistenti potrebbe fungere allo stesso scopo (es, 3% annuo alla ricerca, 2% in grandi opere, etc). Rispetto alle strutture già esistenti, tuttavia, un ente autonomo accuratamente strutturato potrebbe porsi anche l’obiettivo di raggiungere un’efficienza gestionale ed una organicità maggiore rispetto all’attuale parziale decentramento con cui sono attuate le politiche per la crescita. Pensiamo alla realizzazione di una copertura wi-fi delle città italiane su scala Nazionale: se una simile opera fosse strutturata a livello centralizzato invece che a livello di singola provincia, come accade in questo momento, i vantaggi in termini di tempi, costi e organicità sarebbero probabilmente superiori.
Si tratta solamente di uno spunto di proposta, da analizzare con maggior dettaglio nei suoi costi e benefici e che, certo, non è esente da possibili critiche. Una banca del genere dovrebbe essere fondata, in primis, su accurati studi microeconomici per evitare distorsioni allocative ancora maggiori rispetto a quelle già provocate dal resto del settore pubblico.
Come giustamente è stato fatto notare da alcuni lettori, sussisterebbe in secondo luogo un certo problema “politico” interno alle scelte relative agli investimenti da effettuare o alle risorse da allocare. Qualsiasi investimento (ponte di Messina o traforo degli appennini? Ricerca sul tumore o ricerca energetica?) pone infatti dinnanzi a scelte soggettive di priorità. Compito di un tale ente, a questo punto, potrebbe essere anche l’elaborazioni di indici che rendano piu oggettive le scelte compiute. Indicatori sullo allo sviluppo delle singole regioni, o allo sviluppo relativo del Paese rispetto ad altri esteri potrebbero fungere allo scopo.
Sorge chiaramente, in ultima analisi, un problema di controllo di gestione. Assicurarsi che la governance di un simile ente non finisca ad intrecciarsi con interessi di singoli come spesso avviene a livello locale è tutt’altro che scontato. Gli indicatori potrebbero essere d’aiuto in questo senso, ma non è possibile comunque escludere una mancanza di trasparenza a certi livelli dell’ente. Per quanto si possa ritenere che un ente centralizzato sia meno soggetto alle pressioni locali rispetto a province e regioni, l’elaborazione di un accurato sistema di accountability, in questo senso, rappresenta un’ulteriore sfida per il tema. Dinamiche e problematiche complesse che rappresentano comunque uno stimolo interessante per cittadini e policy-makers del futuro.
Niccolò Ferragamo - OpenNews.it
n.ferragamo@gmail.com
A dodici anni dall’entrata in vigore dell’Euro e a diciannove dal Trattato di Maastricht, l’Unione Europea si trova ad affrontare la più grave crisi della sua breve storia, che per qualcuno potrebbe minarne addirittura la stessa esistenza. I paesi con i conti maggiormente a rischio all’interno dell’area Euro arrancano sotto i colpi della speculazione finanziaria sui titoli di stato e i timori di una catena di default dopo quello ormai certo (parziale o totale?) della Grecia crescono di settimana in settimana. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Incominciamo col dire che non è tutta colpa di Berlusconi, sebbene il nostro di responsabilità per la drammatica situazione italiana ne abbia parecchia. Certamente le politiche economiche attuate per anni dai governi dei PIIGS sono la causa principale delle crisi dei loro paesi, del rischio insolvenza e delle misure draconiane resesi necessarie a fronteggiarlo in collaborazione con i prestiti internazionali erogati da FMI e UE. In particolare, il popolo greco dovrebbe ricordarsi per almeno un ventennio della scellerata gestione del paese da parte del partito Nuova Democrazia, autore di falsificazioni contabili, oltre che responsabile di grave lassismo in materia fiscale e previdenziale, mentre altri paesi, come Spagna, Portogallo e Irlanda, pagano l’estrema gravità con cui la crisi originata dai mutui sub-prime americani ha colpito il loro sistema bancario e industriale, che ha appesantito deficit o debiti pubblici spesso già al limite del livello di guardia.
Osservando meglio la situazione italiana, emergono purtroppo tre fattori decisamente negativi che generano sfiducia nel nostro paese: due di questi sono economici e sfortunatamente strutturali ormai da anni, ovvero un debito pubblico altissimo, pari a circa il 120% del PIL e una crescita eccessivamente bassa, largamente inferiore all’1% secondo quanto riportato dalle previsioni per il 2012 (1), e comunque sempre tra le meno alte del continente. Il terzo fattore, sfortunatamente decisivo, è strettamente politico, e, questo sì, ha in questo momento un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. L’immobilità che contraddistingue il suo governo, stretto tra maggioranze risicate in Parlamento, profonde divergenze tra i partiti che lo sostengono e potenti interessi da salvaguardare, non può certo generare ottimismo nei mercati riguardo alla capacità del nostro paese di adottare le riforme necessarie a ridurre il debito e a promuovere la crescita (mercato del lavoro, sistema pensionistico, liberalizzazioni, redistribuzione fiscale, tagli di spesa e investimenti in ricerca e sviluppo). Sebbene anche l’opposizione di centro-sinistra appaia molto lontano dal garantire un chiaro programma per una politica economica virtuosa, l’influenza negativa delle dichiarazioni e degli atti di Berlusconi è innegabile e si può misurare sull’andamento degli ormai famosi spread tra BTP e Bund tedeschi, rispetto alla variazione del rapporto Bonos spagnoli-Bund, come evidenziato dallo studio pubblicato da Tito Boeri sul sito Lavoce.info (2), oltre che sulle improvvise altalene del già citato spread avvenute lunedì 7 novembre, in seguito alle voci filtrate di imminenti dimissioni del premier poi smentite. E’ un peccato che tale inadeguatezza politica vada a penalizzare un paese che rappresenta la seconda industria manifatturiera e la terza economia dell’area Euro, ma proprio la grandezza del paese e l’enorme mole del debito fanno dell’Italia il principale problema per l’UE, assieme alla Grecia, essendo Roma too big to fail, ma anche too big to save, almeno con gli strumenti finanziari predisposti fin ora dalle istituzioni internazionali.

Fatta giustizia dei PIIGS, però, occorre valutare mancanze ed errori in generale di tutto il sistema europeo e in particolare di un paese considerato a ragione la locomotiva del continente, la Germania, che evidentemente non riesce ad assumere in pieno la funzione di leadership dell’unione.
L’Unione Europea, fin dall’inizio della sua storia, è stata governata seguendo una dottrina liberista figlia delle eccessive fobie di Berlino per un’inflazione che infesta ancora gli incubi dei Tedeschi novant’anni dopo Weimar. I ferrei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita decisi a Maastricht hanno privilegiato di gran lunga la prima rispetto alla seconda e, sebbene controllare i conti pubblici sia fondamentale per un unione monetaria di diciassette paesi, la mancata distinzione tra spese correnti e spese per investimenti non aiuta affatto l’economia reale. Tutta l’architettura finanziaria europea ha poi inevitabilmente perso credibilità quando, nel 2003, l’Ecofin (Italia presidente di turno) non ha applicato le sanzioni previste dai trattati per la violazione dei suddetti parametri a Germania e Francia, i pesi massimi dell’UE, che pure ne erano stati i massimi promotori. L’Europa sconta inoltre un’azione della Banca Centrale Europea orientata per statuto unicamente alla stabilità dei prezzi e non al sostegno all’economia. Durante tutta la gestione Trichet, anche negli ultimi anni di crisi, i tassi d’interesse, seguendo una linea eccessivamente prudente, sono stati mantenuti alti in confronto a quanto è successo in USA, dove la Federal Reserve è stata decisamente più incline a dare ossigeno al sistema economico iniettando dollari e tenendo i tassi a zero, e solo pochi giorni fa il neo-governatore Mario Draghi ha invertito tale politica abbassandoli di un quarto di punto. La stessa scelta dell’Eurotower di comprare per la prima volta nella sua storia titoli del debito sovrano di paesi in difficoltà è un’azione di carattere straordinario, ma dovrebbe rientrare pienamente nelle prerogative di una banca centrale, e altre fuori dai confini dell’Eurozona altre istituzioni omologhe (Bank of England, Federal Reserve) in questi tre anni ne hanno acquistati in misura ben maggiore e in maniera costante. Tali comportamenti, se hanno contribuito a mantenere bassa l’inflazione, hanno penalizzato l’economia reale in fasi di scarsa crescita o recessione in cui, aumentando di poco o addirittura calando i PIL, i debiti pubblici sono inevitabilmente aumentati diventando oggetto delle mire della speculazione.
Ed ora la Germania (3). Dal Baltico alla Baviera i tedeschi danno ormai ampi segni di sfiducia verso l’UE e di fastidio verso i piani di salvataggio approntati per le cicale del continente. Non è difficile da comprendere se pensiamo che la Germania rappresenta di gran lunga la prima economia d’Europa, lo scorso anno ha visto crescere il suo PIL del 3,6% (4), è il secondo esportatore di merci al mondo, ha i conti in ordine e ha compiuto importanti riforme economiche nell’ultimo decennio. Tuttavia, la facile tentazione di abbandonare i partners e lasciar morire l’Euro (e con esso l’UE) per rifugiarsi nel solido vecchio adorato Marco o in un Euro ristretto sarebbe controproducente anche per Berlino. Le sue banche sono piene di titoli dei paesi indebitati e una loro ricapitalizzazione inevitabilmente comporterebbe un appesantimento del bilancio ben maggiore di quello generato dal finanziamento del fondo salva stati, mentre le sue aziende perderebbero quote di export nei confronti di concorrenti di paesi a valuta più debole generando probabili aumenti della disoccupazione in seguito a contrazioni della crescita produttiva. In realtà l’Euro ha largamente favorito l’economia tedesca, favorendone le esportazioni sia all’interno dell’unione monetaria a causa dei minori costi di transazione, sia al di fuori di essa per la minor concorrenza subita da aziende, come le nostre, che in passato sfruttavano le svalutazioni della moneta nazionale per accrescere la loro competitività sui mercati esteri. Questo dovrebbe essere in grado di far capire al proprio popolo uno statista degno di questo nome, prospettando rischi e opportunità dell’appartenenza al sistema europeo anche sul medio e lungo periodo, dimostrando convinzione e decisione nel prendere tutte le misure necessarie alla sua salvaguardia e non limitandosi ad assecondare le fobie dell’elettorato in prossimità di una qualsiasi elezione di Lander.

Non crediamo che Frau Merkel sia inconsapevole dell’enorme posta in gioco in questa difficile fase della storia europea, e, almeno a parole, la Cancelliera ha più volte ribadito la necessità di salvare l’Euro (5). Tuttavia, ove si è trattato di passare dalle parole ai fatti, l’azione del governo tedesco non è stata sufficientemente tempestiva e decisa al fine di tranquillizzare i mercati, in particolare quando si è trattato di affrontare il rischio default della Grecia nel 2010 e quando, la scorsa estate, si è finanziato, secondo molti analisti tardivamente e in misura insufficiente, il fondo salva-stati. Inoltre, le conclusioni del vertice dell’Eurogruppo di fine ottobre che, proprio su pressioni tedesche, hanno prospettato alle banche europee un taglio del 50% sui titoli del debito greco in loro possesso, lasciano perplessi perché esso appare prossimo al tasso di perdita medio in caso di default incontrollato, che è del 60%, ma che permetterebbe loro di far scattare i Credit Default Swap (6). Angela Merkel, spalleggiata da olandesi, austriaci e finlandesi, sta evidentemente cercando di salvare capra e cavoli, tirando fuori meno denaro possibile (basterà?), evitando di urtare gli umori profondi del suo popolo e puntando a scaricare quasi tutti i costi della crisi sui paesi sotto attacco finanziario, magari approfittando delle debolezze altrui per incrementare la competitività relativa della propria economia e il proprio peso politico all’interno dell’unione. Se le dinamiche dell’UE fossero interpretabili come un gioco a somma zero i Tedeschi dimostrerebbero indubbiamente di essere ottimi giocatori, ma così facendo abdicano al ruolo di leadership (l’asse con Parigi è più di facciata che reale) che ormai tutti o quasi riconoscono loro, e rischiano di far saltare il banco.
Che deve fare l’Italia in tutto questo? Innanzitutto deve attuare importanti riforme economiche, non perché ce lo chiede la BCE o l’asse franco-tedesco, ma perché sono indispensabili a ridare impulso all’economia e fiducia ai mercati, da cui dipende pur sempre il tasso d’interesse con cui rimborsiamo i titoli del nostro debito pubblico. Sul “quali” e sul “come” dobbiamo mantenere la nostra sovranità, ma è chiaro che tutte le forze politiche dovrebbero avere la lungimiranza di rinunciare a proteggere interessi particolari in contrasto con quelli generali. Ricordandoci che siamo un paese grande e ricco in grado di compiere questo passo, dobbiamo essere consapevoli che se non riusciamo a far questo diamo legittimità ai commissariamenti e ai sorrisini d’oltralpe. Solo dopo aver recuperato credibilità come stato possiamo tornare a influire sui processi decisionali europei, con l’obiettivo di convincere la riottosa Berlino (Sarkozy già è favorevole) a rivedere in senso più estensivo le funzioni della BCE sull’esempio di altre banche centrali, realmente prestatrici di ultima istanza verso governi sovrani e più espansive nella gestione dell’offerta monetaria, magari in cambio di controlli più attenti sui conti pubblici.
Novembre è iniziato con due segnali che infondono un moderato ottimismo: l’arrivo di Draghi a Francoforte, con immediato taglio dei tassi d’interesse, e l’annuncio di prossime dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Speriamo sia solo l’inizio.
Francesco Linari – www.opennews.it
- R. Petrini, “Vola lo spread, il governo taglia il Pil”, La Repubblica, 23.09.2011, pag. 4, sez. Imprese e mercati
- Tito Boeri, “La Papi’s tax”, La voce.info, 23.09.2011. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002570.html
- Per un interessante approfondimento sulla Germania e sul suo comportamento nel corso della crisi dei debiti sovrani si consiglia la lettura di Limes 4.2011, “La Germania tedesca nella crisi dell’Euro”, Gruppo L’Espresso, con riferimento in particolare all’editoriale, e agli articoli: H. Dieter, “Se due euro sono meglio di uno”, e M. De Cecco – F. Maronta, “Le ragioni tedesche e i conti della serva”.
- World Economic Outlook Database, September 2011, International Monetary Fund, http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/weorept.aspx?sy=2009&ey=2016&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=122%2C136%2C124%2C137%2C423%2C181%2C939%2C138%2C172%2C182%2C132%2C936%2C134%2C961%2C174%2C184%2C178&s=NGDP_RPCH&grp=0&a=&pr.x=65&pr.y=14
- P. Lepri, “L’avvertimento della Merkel ai Tedeschi: se crolla la moneta unica, Europa a rischio”. Il Corriere della Sera, 20.09.2011, pag. 3
- A. Baglioni, “I mercati brindano, ma i problemi restano”. Lavoce.info, 28.10.2011. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002623.html
L’obiettivo dell’Europa era quello – stando al Trattato di Roma del 1957 – quello di salvaguardare la pace, vista come risultato di intense e buone trattative economiche.
Stando a questo incipit, il futuro riserva solo conflitti e transazioni poco proficue. Stiamo attraversando, è indubbio e palese, una vera e propria tempesta della quale non si scorge la fine. Il dubbio è come uscirne. E’ la domanda che tutti si pongono mentre si svolge un G20 senza risposte e mentre un’Europa autoritaria come mai prima, invita gli Stati sotto osservazione a rimettersi in riga.
Possiamo noi, in quanto paese sovrano, assecondare così beatamente gli strepiti franco-germanici? E’ proprio così vero che siamo “commissariati” e assoggettati ad una politica ostile e che guarda unicamente ad interessi nazionali? Direi di si. In primis, questa fantomatica sudditanza decantata da gruppi più isolati che altro in un periodo come questo, è mal posta. Non si tratta di obbedienza, bensì di regole che NOI stessi (come Italia) abbiamo contribuito a formare e promuovere e che ci siamo impegnati a rispettare. Secondariamente, il vero nodo del problema sta nella determinazione delle responsabilità: chi ha colpa? Chi ha agito in modo scorretto provocando questo rischio-catastrofe?
Non sono solo le banche o le agenzie di rating, ma anche la politica, la quale si è prodigata in ridicole manovrine e manovrette che servono ben poco perfino nel breve periodo.
Lo scenario che si sta aprendo è desolante: un’Europa che aiuta e si comporta da madre perseverando nell’acquisto di titoli che rendono troppo per essere considerati sicuri, ma che alza la voce bacchettando il gruppo degli ultimi; la prima azione di Mario Draghi che taglia i tassi di interesse permettendo ai mercati di respirare, ma palesando tutta la gravità della situazione presente; uno spread altalenante e un pericolo default (ormai certezza) per la Grecia che – inscenando un bluff clamoroso – propone un referendum.
L’Italia reale in tutto questo dove si trova? Attende che il Governo si dimetta, come è accaduto in Spagna. ha aspettato una manovra che si è ben presto rivelata inefficace, troppo timida e debole, non all’altezza di quella famosa “letterina d’intenti” spedita alla UE.
Ci vuole il coraggio di tagliare con un atteggiamento che palesa visioni di breve periodo; è necessario elaborare sistemi che tocchino nel profondo i problemi che ci assillano. La speculazione non tarderà a bussare alla nostra porta e non sarà cantando slogan come “noi la crisi non la paghiamo”. E’ il momento di tirare la cinghia, perchè LA CRISI LA PAGHIAMO NOI.
E’ questa la condizione per non finire come il Titanic: un relitto che ricorda periodi di grande splendore, lusso, confort e una vita….troppo lontana.
Per approfondire queste tematiche, consigliamo una delle puntate del format “Economicamente” di RadioEco, l’emittente dell’Università di Pisa. Il Prof. Della Posta parla senza fronzoli del perchè conviene restare in Europa e di quelli che sono i nostri diritti-doveri all’indomani del primo shock di queste settimane. Un’ora piacevole, tra musica e serietà: http://www.mixcloud.com/radioeco/economicamente-conversazioni-sulleuro-col-prof-della-posta/#utm_source=widget&utm_medium=web&utm_campaign=base_links&utm_term=resource_link
Francesca Larosa – www.opennews.it
Pregate se volete, ma soprattutto Pagate, versate denaro nelle tasche della Chiesa. Perché è questo ciò di cui ha più bisogno. ” Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”. Parole Sante. Magari no; a pensarci bene la nota dichiarazione di Paul Marcinkus poco si presta a tale definizione.
Certamente le affermazioni dell’ormai defunto arcivescovo originario della violenta Chicago di Al Capone trovano concreta rispondenza nelle carte dell’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, reso pubblico solo dopo la sua (2003) e contenente circa 4000 documenti riservati della Santa Sede, testimonianza e prova incontrovertibile di una vera e profonda devozione verso il denaro. Sì, perché basterebbe osservare con attenzione Piazza San Pietro, con il suo imponente colonnato architravato, o la basilica stessa, per comprendere la vera natura di un’istituzione la cui spada di Damocle è divenuta nel tempo garante di imprese e gesta contraddittorie ed ambigue espressioni della divina responsabilità di cui si fa portatrice. Ciò che di realmente interessante emerge dalle carte curate da colui che per più di vent’anni fu uno delle figure più importanti nella storia dello IOR è che, non solo la Santa Sede possiede un apparato finanziario molto attivo, ma che addirittura le sollecitazioni che questo riceve discendono da una intricata rete di operazioni dalla sospetta forma e sostanza.
Proprio il caso Marcinkus racconta la storia di uno degli uomini più importanti nella storia della finanza vaticana, storia che lo vede protagonista assoluto di spregiudicate movimentazioni finanziarie e di alleanze con Banchieri Corrotti come Roberto Calvi e uomini di mafia come Michele Sindona.
Nell’anno 1971, infatti, successivamente alla nomina di presidente dello IOR dell’americano, il trio Marcinkus – Sindona – Calvi, arriva a manipolare gli andamenti della borsa di Milano.
Nello stesso anno Michele Sindona, colui che porta i capitali della mafia, riesce ad aggiudicarsi la Franklin, ventesimo istituto bancario nella graduatoria U.S.A. La crisi economica del 1973 porta però cattive notizie alla truffaldina triade che nell’anno successivo vede il suo castello di sabbia inabissarsi sotto l’onda catastrofica del crac Franklin, con perdite di due miliardi di dollari (nel 1980 Sindona verrà condannato a 25 anni di reclusione). La chiesa perde dai 50 ai 250 milioni di dollari. Un Caso?
È il momento di Calvi, che subentra all’ormai ex-alleato Sindona, a cui viene affidato l’onere di creare un potente polo bancario cattolico. Nel 1978 però sarà lo stesso Sindona a determinare un’ispezione della Banca D’Italia all’Ambrosiano (la banca di Calvi), dalla quale emergeranno crediti senza coperture ed alti rischi di liquidità. La pericolosa situazione invita Marcinkus e Calvi ad incontrarsi per firmare un accordo a fronte del quale il banchiere si sarebbe assunto la totale responsabilità per le operazioni passate e future; d’altra parte lo IOR offre all’Ambrosiano delle lettere di Gradimento in grado di garantire i debiti esteri sino al 30 giugno 1982, con conclusiva consegna di 300 milioni allo IOR.( il piano fallirà e Roberto Calvi verrà trovato morto, impiccato, sotto il Black Friars Bridge di Londra il 18 giugno 1982)
Molti penseranno che queste siano fandonie o semplicemente speculazioni, altri probabilmente potranno pensare che si tratti di un caso, perché come è ovvio che sia, il male si insidia ovunque, ed anche coloro i quali appartengono ad un mondo così “vicino alla luce divina” possono cadere in tentazione.
Del resto la Chiesa ci insegna che il nostro stesso mondo sarebbe figlio della tentazione (Che sia una mela o qualche milione di dollari la non fa differenza).
Tanto per essere franchi, gli uomini corrotti tra le mura leonine non sono esattamente quella che si suole dire una rarità. Dopo la caduta dell’”Impero Marcinkus” la situazione non cambia. Il suo successore, Monsignore Donato de Bonis, sedicente” fautore della moralizzazione”, uomo dal Low Profile, coinvolge la finanza vaticana in operazioni degne della precedente gestione.
Negli anni novanta il vescovo potentino costruirà un sistema di offshore volte a riciclare denaro entro le mura vaticane con conti criptati.
Il conto n. 001 – 3 – 14774-C, appartenente ad una fantomatica Fondazione Spellman, diviene oggetto di movimenti come un deposito di 494.400.000 lire ad un tasso d’interesse garantito del 9% annuo, ed è proprio il conto la cui titolarità sarebbe dovuta passare, alla morte del vescovo, a Giulio Andreotti, per “opere di assistenza e carità”.
A questo punto risulta innegabile il rapporto che lega lo IOR a personaggi politici di grande rilievo, a loro volta chiaramente collusi.
Tra il 1987 ed il 1992 lo stesso conto riceve poi, sempre per opera di de Bonis, accrediti per 26 miliardi di lire, conto che vive anche movimenti in uscita, come il miliardo e 536 milioni donati all’altrettanto fantomatico Comitato Spellman, o come il milione di dollari versato nelle tasche del cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves.
Nuovamente Giulio Andreotti, alias Julius, appare tra i documenti di un bonifico di ventisettemila dollari per il tedesco Alexandre Michel. Ovviamente la storia non finisce qui, ma credo che da queste vicende si evinca chiaramente la natura compromessa dell’istituzione che più di tutte gode dell’incondizionato amore dei suoi seguaci e di cui mai, i seguaci stessi, sarebbero disposti a mettere indubbio l’integrità.
Ma i fatti parlano chiaro.
Tra il 2005 ed il 2007 la chiesa ha venduto immobili per un valore di 50 milioni di euro, che vanno ad incrementare un patrimonio di circa 6.000.000.000 di euro. In Italia i posti letto gestiti da religiosi sono circa 200.000.
Il costo medio di un ospedale distrettuale africano (medicina e chirurgia generali, pediatria,
ostetricia, attività ambulatoriali e preventive) è intorno ai 400-500.000 euro per anno.
Fate la vostra offerta.
Leonardo Pierri – www.opennews.it
La moneta UNICA, così viene definita. Dal momento della sua introduzione ha dovuto subire contraccolpi durissimi e momenti che l’hanno messa a dura prova. Questo periodo è analogo: vi sono coloro che ritengono che sia stata e sia tuttora un vero e proprio fallimento. Vi sono coloro che, invece e più timidamente, la considerano la “meno peggio” tra le alternative possibili.
Non sono d’accordo con quanti ritengono che la soluzione per uscire dalla crisi e tentare una strada “alternativa” sia quella di abbandonare l’Euro. Quali sarebbero le conseguenze per una tale mossa? Pensiamo per un attimo alla situazione attuale: le prime pagine dei giornali sono occupate dall’espressione “spread record” o “paura per i debiti sovrani”, ma non tutti comprendono davvero ciò che si nasconde dietro a tutto questo. Oserei dire che solo coloro che muovono ingenti capitali dietro le quinte sono unici depositari di un quadro d’insieme. Per rendere la cosa più semplice, dunque, è necessario riportare l’analisi alla vita quotidiana: cosa sarebbe oggi la popolazione italiana SENZA l’Euro? Un disastro. L’entrata nella moneta unica rappresenta, oggi più che mai, una fortuna. Il nostro potere d’acquisto sarebbe (per usare un eufemismo) ridicolo, per non parlare del fatto che l’uscita dalla competizione internazionale in un mondo così globalizzato, è sempre e solo un limite per uno Stato. L’Italia non ha subito le conseguenze di un fallimento, di un default, perchè si è trovata immersa in un sistema unificato: l’Unione Europea.
Il tema è tornato di grande attualità proprio nei giorni scorsi: davanti ad alcune Borse Europee, Piazza Affari compresa, si è svolto l‘AntiBanks Day: una vera e propria manifestazione contro i poteri forti, i poteri “occulti” e il “signoraggio bancario”. Vorrei, in primis, fare una premessa: il sistema finanziario attuale ha delle falle considerevoli e ha compiuto degli errori enormi soprattutto perchè le conseguenze le ha pagate l’economia reale; tuttavia la sensazione che si percepisce da iniziative di questo genere è quella di idee un po’ retrò, di nostalgia per un passato privo di senso in un mondo come il nostro. La crisi economica non deve dare vita ad un nuovo ’68. Altro era quel momento storico, altre erano le rivendicazioni propugnate da chi c’era. Oggi è auspicabile unire le forze e i cervelli per elaborare una riforma del sistema, non la sua distruzione. E’ più facile cambiare ciò che già c’è, piuttosto che abbattere e ricostruire da zero: i problemi restano, magari mascherandosi. 
I manifestanti elogiavano il modello islandese: una dichiarazione di fallimento da prendere ad esempio, secondo i più. Ebbene, mi riservo di non essere d’accordo. L’Islanda non è l’Italia, ergo un paragone non è possibile, nè tantomeno agevole. L’uscita, come già detto, dai mercati internazionali garantirebbe un enorme limite per la nostra economia. In un mercato interconnesso, quale quello attuale, espressione finanziaria di un mondo reale che vive su una serie di relazioni interdipendenti, l’exit strategy non è contemplabile. In più, dichiarare default è l’equivalente di un urlo: “non onoriamo i nostri debiti!”. Che differenza c’è allora tra gli speculatori finanziari (che per i più rubano soltanto) e coloro che si rifiutano di restituire il denaro a chi glielo ha prestato? Nessuna. Senza contare che l’inaffidabilità diverrebbe la primaria caratteristica del Paese. E che fine farebbero, poi, tutte quelle famiglie che hanno investito nei titoli di Stato? Quante sono? Tantissime e tutte senza più risparmi. A quale pro? Coloro che guardano all’Islanda come modello, mi sembrano, troppo lontani dalla percezione di quello che è il sistema Italia. La conseguenza certe ed immediate sarebbero una disoccupazione con indici altissimi, inimmaginabili. E, ammettendo poi un’uscita dal momento di difficoltà, come sarebbe possibile tornare ad avere un saldo commerciale positivo e un rapporto di cambio vantaggioso in una competizione impari Lira/Marco, Lira/Dollaro?
Che si debba intraprendere un cammino differente, è ipotesi ormai accettata da tutti, ma l’Unione Monetaria rappresenta un unico blocco di vantaggi nella nostra situazione. L’idea di fondo deve essere quella di perseguire un’Europa che sia realmente una Confederazione di Stati, ma non è guardando a modelli troppo lontani da noi e ad idee romantiche che riusciremo a vedere la luce in fondo al tunnel.
E tu? Che ne pensi?
Francesca Larosa – www.opennews.it

La lunga estate 2011 sta per finire. E’ stata un’estate difficile per l’Europa, e non solo. A tre anni di distanza dall’inizio della crisi dei mutui subprime, ad essere sotto osservazione sono gli stati sovrani, e non si tratta più solo delle relativamente piccole Grecia, Irlanda e Portogallo. Questa volta lo spettro del default, oltre che sulla Spagna, si aggira su di noi, l’Italia, paese fondatore della CEE-CE-UE, composto da 60 milioni di abitanti, seconda potenza in Europa per produzione industriale, responsabile dell’11,3% del PIL dell’UE (dati 2010). Too big to fail, si dice in questi casi, ma anche too big to save.
L’Italia è in bilico, è un acrobata che cammina sul filo, sotto di sé per ora ha la rete di protezione della BCE, e del fondo salva stati, quando questo sarà operativo, ma nessuno può essere certo che essa sarà sufficiente a salvarci se e quando sarà necessario. In una situazione così grave l’attuale governo ondeggia pericolosamente da una parte all’altra, in balia delle convulsioni di una maggioranza parlamentare schizofrenica, divisa in gruppi detentori di fette di potere da mantenere a tutti i costi, terrorizzati dall’idea di far perdere ai propri elettori privilegi consolidati, e di dover quindi rinunciare ai loro voti. Passata l’emergenza di Ferragosto, dopo che la BCE ci ha fornito l’ossigeno per poter respirare, nei palazzi romani (o almeno in alcuni di essi) si sono rapidamente dimenticati la gravità della situazione, nonché gli impegni presi con l’Eurotower. Ecco che spariscono contributi di solidarietà, tagli di province, tagli alla politica con annessi quelli alla retribuzione dei parlamentari naturalmente, e allora i saldi non sono più sicuri e per farli tornare si dice che si combatterà con maggior decisione l’evasione fiscale, non prima ovviamente di aver criminosamente provato a cancellare il riscatto della laurea e del militare a fini pensionistici per chi l’aveva già pagato. Detto da Berlusconi che l’evasione fiscale l’ha sempre moralmente giustificata, nonché praticata, non c’è proprio da stare tranquilli e fiduciosi. Ma il nostro Silvio stappa lo champagne dopo il vertice di Arcore di fine agosto con Bossi e Tremonti, perché non deve mettere più le mani nelle tasche degli italiani, che guadagnino 100 mila euro annui o siano poveracci non fa differenza ovviamente. Pare il Titanic.
Nel giro di pochi mesi siamo passati da promesse di abbassamenti di tasse (giugno 2011!) e rassicurazioni sull’ottima salute dello stato dei conti italiani alla proclamazione di aver salvato il paese e il risparmio dei suoi cittadini. Ma intanto gli spread sui bund tedeschi continuano a crescere, superando i 400 punti il 13 settembre, nonostante gli acquisti di BTP da parte della BCE che vanno avanti dall’8 agosto, e non potranno andare avanti per sempre. Spread alti significa ovviamente più spesa per conto interessi ai detentori del nostro debito pubblico, che a sua volta richiede maggiori entrate per lo stato, ovvero nuove manovre di tasse o tagli. Un cane che si morde la coda, in una spirale perversa che non si sa quando e se si fermerà. Intanto c’è da sperare che a Francoforte non si irritino troppo di fronte alle nostre manfrine provincialotte, e che non decidano di bloccare l’acquisto di BTP. Sarebbe un disastro sia per noi che per l’UE, ma di fronte alle inadempienze italiche non è un’eventualità da escludere, e le dimissioni del membro del direttivo Jurgen Stark stanno a ricordare che non tutti son d’accordo a proseguire. In ogni caso non è ammissibile che un paese come l’Italia debba dipendere dalla pazienza della BCE (e dei tedeschi), e di conseguenza diventarne quasi vassallo.
Eppure nel nostro paese la ricchezza delle famiglie è relativamente alta (Tremonti lo dice sempre), oltre che iniquamente distribuita, per cui pensare all’utilizzo di un’imposta patrimoniale una tantum che abbatta in un sol colpo non dovrebbe essere un’eresia. Pietro Modiano, presidente di Nomisma, a L’Infedele del 5 settembre scorso ha ipotizzato una patrimoniale riguardante il 20% più ricco della popolazione, che ridurrebbe il moloch del debito pubblico italiano dal 120% del PIL al 100% in una botta sola. Non sarebbe un intervento strutturale, certo, ma servirebbe a dare un segnale di fiducia chiaro e preciso ai mercati, e cambierebbe radicalmente la percezione della nostra situazione finanziaria, oltre a farci risparmiare alcuni miliardi di euro all’anno in interessi sul debito. D’altra parte in paesi come la Francia e la Svezia, che non sono certo nelle nostre condizioni esiste ed è accettata per cui non si vede perché da noi debba essere considerata il diavolo. Allo stesso modo non dovrebbe essere un tabù l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni, che per i tedeschi è addirittura fissata a 67. Forse siamo un paese irriformabile, con troppi interessi particolaristici e opachi da difendere. C’è stato il ’92, che sembrava aver inaugurato una fase politica che facesse pulizia di molte ingiustizie e di molti privilegi, ma è stato un attimo, dopo di che quello che è venuto dopo è stato ancora peggio. Probabilmente continueremo a vivacchiare così come abbiamo fatto fin ora, fino alla prossima manovra naturalmente.
Francesco Linari – www.opennews.it
E’ il panico che permette le oscillazioni paurose che colpiscono i Paesi più deboli.
E’ il caso di ieri della Grecia, colpita da indiscrezioni uscite sul Der Spiegel Online. Una nuova bufera si abbatte su un Paese con un debito di 325 miliardi di Euro. Troppo da prendere in carico, ma impossibile da non considerare in prospettiva di un’Europa un futuro più forte ed unita.
E’ sempre il panico il principale responsabile delle crisi economiche. Fenomeni ciclici, forse, ma comunque devastanti. Accadde così già nel 2008: un leggero calo dell’impennata dei prezzi immobiliari e ogni acquirente, spaventato per il proprio patrimonio, ha cominciato a vendere e rivendere. Un meccanismo che, se fatto da tutti in contemporanea, fa collassare il sistema.
Un sentimento forte, originario, insito nella natura dell’uomo che si aggira seminando terrore in tutte le sedi delle Borse. E’ la riprova di quanto incontrollabile possa essere un settore come quello economico e di come la tanto decantata fiducia non sia qualcosa di meramente utopico, ma reale e fondamentale.
“Rispetteremo i nostri impegni” – ha dichiarato Papacostantinou, primo ministro greco. Eppure, nonostante i 30 miliardi di euro già erogati dal salvagente europeo per venire in soccorso di una situazione che pareva catastroficamente epocale, la nube nera che si è abbattuta sullo stato che ha creato l’Europa, pare non dissolversi. Entro la seconda metà del 2012, gli Ellenici dovranno reperire 25 miliardi di Euro. Un’impresa non facile date le già condizioni di austerity che stanno dipingendo la tela di uno Stato che ha rischiato il fallimento.
E nonostante i modelli che gli economisti usano per spiegare, anticipare e correggere i fenomeni della realtà, la situazione sembra non migliorare. Quando la paura entra nelle menti degli operatori economici o, ancor peggio, dei politici rastrella ciò che era stato seminato precedentemente. Non è solo la deregulation ad aver affossato l’economia, ma anche la scarsa fiducia di cui il sistema gode, in Italia come in America.
E adesso un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il fallimento greco, da cui molti Paesi avrebbero solo che da guadagnare. Le anticipazioni dei giornali non aiutano e la sola frase “il Governo annuncerà il ritorno alla dracma”, causa in pochi minuti una discesa dell’Euro da 1,45 a 1,43 sul dollaro. Per ora le smentite sortiscono l’effetto sperato: la calma almeno apparente sembra essere tornata, ma in serata vi sarà un meeting di portata enorme e solo allora sarà possibile discutere più approfonditamente. La speranza resta comunque sempre la stessa: nessuna indiscrezione, nessuna fuga di informazioni (governative o non) che possano provare destabilizzazioni pericolose. Pare incredibile, ma l’irrazionalità che nulla ha di casuale, l’incontrollabile sentimento umano della paura, può cambiare, da un momento all’altro, le sorti di interi Stati e situazioni ad alto grado di rischio.
E’ una lotta impari, ma la Grecia può riuscirne vincitrice. Solo una politica volta al riformismo più sfrenato (come già si sta verificando) e uno sforzo considerevole da parte dell’Europa, può portarla ad aspirare alla gloria perduta.
Francesca Larosa – www.opennews.it
Non è a carico degli immigrati, come il nome potrebbe far supporre, ma si parla di una vera e propria clausula vessatoria per coloro che decidano di trascorrere le vacanze in una località turistica. Stiamo parlando della “tassa di soggiorno”, fortemente voluta dalla Lega di Umberto Bossi. La prevede il dlgs portato all’attenzione delle Camere dal Ministro per la Semplificazione Calderoli. Il suo incarico all’interno della compagine di Governo appare, è bizzarro, quantomeno in contrasto con la realtà della proposta, la quale rischia di creare notevoli problemi e disagi in un settore portante della nostra economia. 
Tanto per fare un paragone (estremo ovviamente) è come se si applicasse una tassa sulle esportazioni ad un Paese come la Cina. Ma cosa prevede esattamente? Prima di tutto l’imposizione è variabile e non costante: potrà andare da 0,50 centesimi a 5 euro, ma in molte città sono già stati fissati scaglioni precisi. La Capitale, ad esempio, vede fin dall’introduzione del “contributo”, 2 Euro a notte in bed and breakfast e per tutti gli alberghi fino a 3 stelle e 3 Euro per gli hotel a quattro e cinque stelle. Certo, tale situazione, non grava su tutte le città: il decreto, infatti, prevede che sia applicata la tassa solo ai capoluoghi di provincia, lasciando alle province la decisione per i comuni non capoluogo.
La domanda da porsi è una sola: perchè un tale provvedimento? Ebbene, l’obiettivo è quello di raccogliere risorse che permettano investimenti nel settore turistico, come sottolineato dal Decreto. Il problema, però, sta tutto in quante entrate si teme di mandare in fumo, ovvero il gioco vale davvero la candela? Già i turisti stranieri si lamentano ed è più che comprensibile: una famiglia con figli in età adolescenziale in un hotel a quattro o cinque stelle ormai spende circa 85 euro in più per soggiornare una settimana a Roma. Dato il difficile momento di crisi che costringe tutti a fare i conti alla fine del mese, non si può certo dire che il tempismo sia la qualità migliore del Ministro.
Un comunicato recentemente giunto alla redazione di OpenNews e firmato dal presidente della Federalberghi La Spezia, punta i riflettori anche sul disappunto della Federazione che il settore lo conosce alla perfezione e che “si è battuta duramente per contrastare l’adozione di questo provvedimento vessatorio sia per le imprese che per il turista che, con il suo soggiorno, aiuta a sviluppare l’economia e la produzione del territorio visitato”. Scorrendo il comunicato è possibile, anche, acquisire un dato citato troppo poco dai media: la Tassa in oggetto esisteva già ed è stata abolita nel lontano 1989. Non si può quindi affermare che abbia avuto un successo che l’ha portata a resistere attraverso i decenni!
La soluzione è già stata proposta da Federalberghi: applicare sgravi fiscali al fine di incentivare le imprese ad occupare dipendenti con progetti volti alla salvaguardia e allo sviluppo territoriale o artistico. La conclusione migliore al momento è utilizzare una recenta perla del Senatur: tassa di soggiorno, “fora da i ball”.
Francesca Larosa – www.opennews.it
13:47 | Incluso in
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Un Paese in ginocchio? Macchè! Nonostante sia stato colpito dal quarto terremoto più forte dal 1900, di grado 9,0 magnitudo, sia stato investito da un tsunami potentissimo subito dopo e rischi una catastrofe nucleare, trova in se stesso la forza per risollevarsi.
Sono stati impiegati solo sei giorni per ricostruire un tratto di autostrada completamente devastata. Un segnale positivo, di speranza. Una luce flebile in questo tunnel vuoto ed oscuro che contrasta con forza le psicosi e l’ondata di terrore che si propaga per il mondo. Il 13 Marzo, a due giorni dalla scossa, il primo ministro Naoto Kan aveva dichiarato che il Paese si trovava di fronte “alla crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale” e non si sbagliava. Le stime parlano di almeno 220 miliardi di euro per risorgere da tale devastazione.
Lo scenario è diventato ancora più cupo, dal punto di vista economico, per l’arresto di tutte le attività economiche in seguito alla mancanza di elettricità. Arresto che è stato ben presto incassato dalla borsa di Tokyo che solo il 15 marzo ha registrato un ribasso record di ben 10,55 punti percentuali. Nonostante questo, però, procedendo con il solito fare tranquillo, il popolo ha saputo trovare un appiglio. “Ricostruiremo il Paese dalle fondamenta” aveva detto Kan e così sta accadendo. Per i catastrofisti sembrerà un evento di scarsa rilevanza, ma non è affatto così. La devastazione che rendeva quel tratto autostradale inaccessibile ha e avrebbe ancora in futuro provocato disagi inimmaginabili. Nessuna deviazione, dunque, nessun nascondiglio, solo duro lavoro per garantire una spinta propulsiva e un’aria di cambiamento positiva.
Mentre l’esercito continua l’incessante opera di aiuto nelle zone cancellate dalle scosse e dall’ondata di morte, i vertici del potere studiano un piano per porre l’accento sulle priorità. Da dove partire? Cosa considerare più importante e cosa demandare a periodi migliori? Gli interrogativi sono molti e nel frattempo la produzione è rallentata e il sistema economico giapponese continua a subire le conseguenze di quel giorno fatale.
Un’economia in picchiata, insomma e momenti terribili gravano sulla popolazione. Aziende come Sony, Panasonic e Toshiba hanno già dovuto chiudere diverse fabbriche, ma anche la produzione dell’automobile risulta fortemente danneggiata con apparati interi bloccati e a rischio. Si aggiunga a tutto questo la necessità da parte degli istituti di credito nazionali di accedere in misura maggiore al credito. La Banca del Giappone (Boj) dovrà fare i conti con prelevamenti da record volti a far fronte a situazioni difficili. La soluzione è quella di vendere azioni, ma il fermento sul mercato dei titoli provoca niente se non un aumento della moneta e quindi una perdita di competitività nelle esportazioni. Ognuno di noi conti quanti oggetti di produzione giapponese trovano posto nella sua casa: una diminuzione dell’export per un Paese che ha costruito la sua fortuna su quello è, palesemente, una condanna a morte.
La via d’uscita tracciata dalle intenzioni di Tokyo pare quella di puntare su infrastrutture e trasporti e quindi sull’aumento di spesa pubblica. Una manovra intelligente che dovrebbe portare ad un aumento dei tassi di crescita e al contrasto dell’aumento del debito pubblico che già prima dell’11 marzo si aggirava intorno al 200% del PIL.
La cosa certa è che ogni valutazione risulta subordinata alla centrale di Fukushima, una spada di Damocle che pare pendere sopra il collo di un popolo che ha dimostrato un temperamento senza pari. E già “uno spettro si aggira per l’Europa” (per citare un grande autore): la nube atomica è arrivata ieri anche in Italia e il dolore per le perdite umane affligge il mondo intero.
Alla vigilia (italiana) del voto sul nucleare è giunto il momento di analizzare con coscienza vantaggi e svantaggi di una tecnologica così potente. Il popolo giapponese dà una grande lezione, sta a noi trarne beneficio e sperare che tutto vada verso la giusta direzione.
Francesca Larosa – www.opennews.it
16:50 | Incluso in
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