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	<title>Open news &#187; Economia</title>
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	<description>Giornalismo 2.0: pensiero libero, redazione aperta! Open News.it è il nuovo portale dell&#039;informazione indipendente: economia, sport, cultura, attualità, tecnologia, moda, finanza e tanto altro in tempo reale.</description>
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		<title>2012: la fine dell&#8217;Euro?</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 22:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco.lina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[euro monti merkel germania unione europea fiscal compact default debito]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ultimo numero del 2011 pubblicato dalla rivista Limes all’inizio di dicembre titola: “Alla guerra dell’Euro”[1]. L’Euro: dieci anni fa doveva unire gli Europei, oggi è il campo di battaglia sul quale gli stessi popoli del vecchio continente rischiano di mandare in fumo più di mezzo secolo di processo di integrazione economica e politica, sacrificandolo ai [...]]]></description>
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<a href='http://www.opennews.it/4362/2012-la-fine-delleuro/euro_crisis/' title='euro_crisis'><img width="150" height="150" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/euro_crisis-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="euro_crisis" title="euro_crisis" /></a>
<a href='http://www.opennews.it/4362/2012-la-fine-delleuro/crisi-euro-zona-638x425/' title='crisi-euro-zona-638x425'><img width="150" height="150" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2012/01/crisi-euro-zona-638x425-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="crisi-euro-zona-638x425" title="crisi-euro-zona-638x425" /></a>

<p>L’ultimo numero del 2011 pubblicato dalla rivista Limes all’inizio di dicembre titola: “Alla guerra dell’Euro”<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>. L’Euro: dieci anni fa doveva unire gli Europei, oggi è il campo di battaglia sul quale gli stessi popoli del vecchio continente rischiano di mandare in fumo più di mezzo secolo di processo di integrazione economica e politica, sacrificandolo ai propri interessi nazionali, e, soprattutto, ai propri portafogli. <strong>Sta palesemente venendo a mancare il fondamento basilare dell’istituzione UE, la solidarietà reciproca tra i paesi membri, senza la quale tutta la complessa sovrastruttura comunitaria rischia di degradare a puro e freddo tecnicismo, ed essere percepita ancora più distante dai cittadini</strong>. Nel giro di 2 anni si è passati dalla crisi di solvibilità di un piccolo paese periferico,la Grecia, ad una reazione a catena che ha minacciato l’esistenza stessa dell’unione monetaria, e chissà di quante altre cose, senza che gli altri paesi abbiano saputo mettere in atto una strategia in grado di convincere i mercati della solvibilità dei loro debiti sovrani. Evidentemente qualcosa nel funzionamento dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, non funziona.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Consiglio Europeo di dicembre doveva essere risolutivo, come peraltro sembra essere il destino di quasi ogni vertice di capi di governo da luglio ad oggi. Sono state gettate le basi per un nuovo patto intergovernativo, che prenderà la forma di una cooperazione rafforzata a ventisei invece che di un nuovo trattato comunitario, fuori dal quale rimane Londra, troppo affaccendata a salvaguardare gli affari della City e poco interessata ai guai del continente. Tuttavia, passati i primi giorni di tregua finanziaria, le borse hanno ricominciato a perdere, e gli spread a salire. Insomma, l’estremo rigore teutonico applicato agli altri venticinque a pena di sanzioni semi-automatiche non è bastato a convincere i mercati, i quali sono tornati in breve tempo col fiato sul collo di Italia e Spagna, e pure anche altri paesi non se la passano bene, Francia in testa. Angela Merkel di questo accordo zoppo è stata l’artefice assoluta (continuare a parlare di asse franco-tedesco è ormai ridicolo), e se (o sarebbe meglio dire quando?) salterà tutto per aria bisognerà farlo capire con forza che questa volta saranno stati i tedeschi ad aver trascinato l’Europa nel baratro. Perché noi italiani saremmo anche inaffidabili e spendaccioni ma, come va a ripetere il Prof. Monti in giro per il continente, i compiti a casa li abbiamo fatti, e anche abbastanza bene, eppure lo spread Btp-Bund è sempre lì, risalito oltre i 500 punti. Forse è l’insegnante a sbagliare qualcosa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Germania gioca col fuoco. E’ naturalmente il paese più forte in Europa, con i conti a posto (ma il debito pubblico è all’82% del PIL), le riforme già messe in cantiere all’epoca di Gerhard Schroeder e le esportazioni a mille che hanno finora garantito un’ottima crescita economica (ma i dati dell’ultimo trimestre 2011 sono negativi). <strong>Berlino si trova perciò in una posizione di estrema forza relativa rispetto ai partner di Eurolandia, e ne approfitta per dettare le condizioni dall’alto in basso</strong>, forte di un tasso d’interesse reale sui titoli del proprio debito praticamente nullo. Angela Merkel non intende dunque cedere neanche 1 Marco (pardòn, un Euro) per salvare l’unione monetaria e venire in soccorso dei paesi sotto attacco speculativo, poiché il <em>Wut</em><em>bürger</em><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2"><em><strong>[2]</strong></em></a> è stanco di pagare per i soliti italiani, greci e compagnia bella. <em>Che paghino loro la crisi, in fondo l’hanno creata con la loro finanza allegra e il loro lassismo fiscale, perché dobbiamo rimetterci noi che siamo virtuosi? </em>Da qui la condanna ad un futuro fatto di rigide manovre fiscali finalizzate al pareggio di bilancio e alla riduzione dei debiti pubblici, a costo di strangolare intere economie e causare fasi recessive, che a loro volta agiscono negativamente sui rapporti debito-PIL. In linea di principio la finanza pubblica virtuosa sarebbe positiva, ma solo se temperata da una decisa azione della BCE in veste di prestatrice di ultima istanza e magari dall’emissione di Eurobond, ma fino ad ora i “nein” di Berlino sono stati perentori. Così facendola Merkel ottiene un triplo risultato: evitare di tirar fuori il conio, imponendolo ad altri, risparmiando sulle emissioni dei propri Bund, giudicati molto più sicuri degli altri titoli e permettendo alla propria economia reale di beneficiare dell’indebolimento dei competitors europei (Italia in testa) in balia delle manovre restrittive. Certo, verrebbe da chiedersi chi comprerà i prodotti tedeschi quando in giro per l’Europa la gente non avrà più Euro in tasca, ma forse in Germania stanno pensando di fare a meno dell’Europa. Negli ultimi anni l’export made in Germany ha conquistato il mercato cinese, e non solo, la cui quota sul totale delle esportazioni è ora notevolmente cresciuta. La scommessa è azzardata, certo, ma, vista da Berlino, potrebbe anche funzionare. <strong>In ogni caso, se alla Germania conviene, in un quadro di rapporti di forza relativa, il prolungamento di questa situazione precaria, un’implosione del sistema Euro sarebbe deleteria per tutti, lei compresa</strong>. <strong>Un tale comportamento ricorda il gioco della roulette russa: prima o poi il proiettile và in canna e il colpo parte</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ha fatto comodo a molti in Europa un premier come Silvio Berlusconi. La sua inaffidabilità, il suo immobilismo politico, le sue patetiche uscite da “arcitaliano” sono state un alibi per trattare l’Italia intera come uno scolaretto da bacchettare e rieducare secondo i sani principi di gestione della cosa pubblica enunciati dai governi al di sopra delle Alpi. Poco importa che l’Italia avesse già nel 2011 un rapporto deficit/pil inferiore alla media europea, un discreto avanzo primario, un sistema pensionistico sostenibile ancorchè squilibrato già prima della riforma Fornero e un sistema bancario solido uscito praticamente indenne dalla crisi del 2008, se pur fortemente penalizzato dalla discutibile decisione presa dall’Eba di considerare i titoli di stato secondo l’attuale valore di mercato, manco fossero mutui subprime spazzatura, ai fini del calcolo del coefficiente patrimoniale. <strong>Con la manovra di dicembre è stato fatto tutto il possibile e oltre per disciplinare in modo virtuoso il bilancio pubblico: ora non tocca più all’Italia da sola riformarsi, tocca all’Europa intera.</strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>Eurobond, e soprattutto ampliamento dei poteri della BCE in fatto di acquisti illimitati di debito sovrano sono una priorità ormai non più procrastinabile, assolutamente vitale per gli interessi del nostro paese, e per ottenerli il governo dovrebbe usare tutte le armi a sua disposizione, valutando pragmaticamente le alleanze più opportune da stringere in sede europea</strong>. Gli altri PIIGS hanno infatti le stesse nostre priorità, ma è soprattutto a Parigi che Monti dovrebbe far capire i vantaggi di un solido fronte comune, alla lunga ben maggiori della precaria ed effimera intesa con la Germania, buona solo per l’immagine di Sarkozy in vista delle elezioni presidenziali. Sono obiettivi non facili da raggiungere, e sicuramente non lo saranno prima della firma del nuovo patto di bilancio, la cui firma dovrebbe arrivare il più presto possibile proprio per permettere l’entrata in vigore dell’European Stability Mechanism e l’adozione delle misure sopra ricordate. Nel frattempo, durante gli incontri tecnici settimanali destinati a redigere le nuove regole della disciplina finanziaria, l’imperativo categorico è evitare l’applicazione rigida dell’articolo 4, relativo alla riduzione del debito pubblico di un ventesimo l’anno per la parte eccedente il 60% del rapporto debito-pil, interpretandolo in funzione delle clausole di flessibilità già contenute nel <em>six pack</em> approvato a settembre e adottato dalla Commissione Europea tramite direttive comunitarie. Fortunatamente il lavoro della delegazione italiana in questo senso sta dando buoni frutti e, in particolare, Roma è riuscita ad ottenere il riconoscimento di criteri quali l’andamento del ciclo economico, elementi come la quota del risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico (in entrambi l’Italia è ben posizionata), e il rinvio della riduzione di qui a tre anni (ma la Germania su quest’ultimo punto potrebbe cercare di mettere i bastoni tra le ruote), indispensabili al fine di risparmiare al paese anni e anni di manovre deflattive finalizzate solo a  ridurre il debito pubblico<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo a queste condizioni Monti può accettare di firmare il nuovo <em>Fiscal Compact. </em><strong>In caso contrario il nostro governo non dovrebbe aver troppi scrupoli nel denunciare il patto come un tentativo di inaccettabile ingerenza permanente ai danni di uno stato sovrano e contemporaneamente prepararsi all’eventualità (sciagurata) di un ritorno alla Lira abbinato ad un default selettivo sul nostro debito in mani estere</strong>. Come scrive su Limes un importante diplomatico italiano sotto pseudonimo, “<em>questo meccanismo può essere corretto solo dall’interno della sua logica brutale. Incontrollate voci che a Roma marcino segretamente a pieno regime le stamperie della temuta liretta dovrebbero cominciare a circolare con un’insistenza pari al vigore delle nostre pubbliche smentite a uso dei mercati. Qualcuno, sempre da noi vivamente smentito, dovrebbe aggiungere un’ipotesi di default selettivo sulla sola quota di debito italiano detenuta da operatori stranieri. Si sa com’è: calunniate, calunniate, qualcosa resterà…</em>”<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a> Insomma, dovrà essere chiaro che, in caso di rottura del sistema, l’Italia ne uscirebbe alle proprie condizioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Speriamo non ci sia bisogno di arrivare a soluzioni estreme, ma gli eventi degli ultimi giorni non sono stati incoraggianti. Nonostante il buon lavoro del governo Monti e l’intelligente riconversione di parte del debito in titoli a breve termine a interesse sensibilmente più basso (ecco i primi frutti del nuovo esecutivo: Sui titoli a dieci anni il mercato ancora non si fida ma su quelli a breve scadenza ha rincominciato a investire), Standard &amp; Poor’s ha nuovamente bastonato il nostro paese, declassandolo di due livelli. Non siamo peraltro soli, abbiamo sulla barca con noi mezza Europa, Francia compresa, sintomo che la crisi è continentale, ma <strong>essere scesi nella fascia B del rating della principale agenzia mondiale significa non poter vendere i nostri titoli di stato a investitori, quali hedge funds e fondi pensione, che hanno l’obbligo di acquistare prodotti valutati con rating di fascia A</strong>. L’agenzia di rating americana non ha risparmiato neppure il fondo salva stati, che ha perso la tripla A, gettando un’ulteriore ombra (come se ce ne fosse bisogno) sulle capacità di intervento delle istituzioni europee. Immediatamente dopo il declassamento Mario Monti è volato a Londra (visita prevista), dove ha avuto il non facile compito di convincere gli ambienti finanziari della sicurezza dei conti italiani, dopo aver ripetuto tali rassicurazioni ai colleghi europei, portando in dote uno sforzo riformatore con pochi precedenti nella storia del nostro paese. Speriamo che basti, perché altre cure da cavallo per la nostra economia non sono proprio sopportabili.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"> Forse con l’Euro è stato fatto il passo più lungo della gamba, oppure troppo corto. <strong>Una moneta senza sovrano, o con diciassette pseudosovrani diversi, come scrive Lucio Caracciolo<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn5">[5]</a>, con idee opposte su come gestirla</strong>. Certo, se non ci fosse stato ci saremmo scordati bassi tassi d’interesse e inflazione contenuta, il mercato interno europeo sarebbe cresciuto meno e la Lira sarebbe salita sulle montagne russe dei cambi con svalutazioni annesse, ma oggi tali benefici li paghiamo cari a causa di una crisi in cui la pessima gestione della moneta ha un peso determinante. Probabilmente i prossimi mesi saranno cruciali: si avvicina a grandi passi il default della Grecia (l’emissione di titoli di metà marzo potrebbe essere la certificazione dell’insolvenza), se non sarà trovato un accordo in brevissimo tempo tra Atene e il consorzio dei creditori privati, e l’UE non è ancora preparata a fronteggiare il pericolo di nuova reazione a catena. In ogni caso un immediato ravvedimento a Berlino non sembra essere in programma, e, senza il lasciapassare di Angela Merkel, l’Esm non sarà operativo prima dell’entrata in vigore del Fiscal Compact, con l’UE nuda davanti alla speculazione. <strong>L’Europa, i cui leader lunedì saranno riuniti al gran completo a Bruxelles per la firma dello storico patto fiscale, combatte come può contro il fallimento economico. Quello politico e morale, purtroppo, è già stato certificato</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong>Francesco Linari – www.opennews.it</strong></p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Limes 6/2011, <em>Alla guerra dell’Euro</em>, Gruppo l’Espresso, Roma</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Letteralmente “cittadino arrabbiato” (da <em>wut</em>: rabbia e<em> bürger: </em>cittadino), è stata votata la parola dell’anno2010 in Germania dalla giuria della Società perla Lingua Tedesca di Wiesbaden. Il neologismo sintetizza la rabbia del cittadino tedesco che si vede passare sopra la propria testa decisioni politiche senza essere consultato. Le polemiche riguardanti gli stanziamenti per soccorrerela Grecia hanno avuto un peso notevole.</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> G. Sarcina, <em>L’Europa apre all’Italia sull’abbattimento del debito</em>, Il Corriere della Sera, 11 gennaio 2012, pag.9</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref4">[4]</a> Iustinianus, <em>Lettera aperta al Ministro degli Esteri, </em>Limes 6/2011</p>
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref5">[5]</a> L. Caracciolo, <em>Italia kaputt mundi</em> (editoriale), ibidem</p>
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		<title>Goodbye 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 22:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Larosa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se ne è andato <strong>Steve Jobs,</strong> il mondo l&#8217;ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene &#8220;il più grande di tutti i tempi&#8221;, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di<strong> Osama Bin Laden</strong>, il &#8220;public enemy number one&#8221;, il ricercato, il mandante di quell&#8217;attentato che ha cambiato per sempre il termine &#8220;sicurezza&#8221;.<img class="alignright size-medium wp-image-4270" title="5680724572_d4696d593d_z" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/5680724572_d4696d593d_z-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p>E&#8217; stato lanciato un nuovo social network,<strong> Google+</strong>, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c&#8217;era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po&#8217; di sana conversazione.<br />
<strong>&#8220;Le proteste&#8221;</strong> sono il personaggio dell&#8217;anno secondo il TIME. Siamo diventati <strong>7 Miliardi</strong> su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo <strong>iPad2</strong> e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.</p>
<p><strong>Le rivolte</strong> in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il <strong>terremoto giapponese</strong> ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall&#8217;altra parte del pianeta, il <strong>Brasile</strong> era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto.  E&#8217; nato un nuovo Stato: il <strong>Sud Sudan</strong>, mentre, da un&#8217;altra parte, un &#8220;gruppo etnico&#8221; aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la <strong>Palestina</strong>. <img class="alignleft size-medium wp-image-4271" title="occupy-wall-st-1" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/occupy-wall-st-1-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" />E&#8217; morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E&#8217; stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: <strong>#OccupyWallStreet</strong> è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.</p>
<p><strong>Kate e William si sono sposati,</strong> il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L&#8217;Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. <strong>E&#8217; caduto il Governo Berlusconi</strong> e un team di &#8220;tecnici&#8221; l&#8217;ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. <strong>Djokovic è il numero uno del tennis mondiale</strong>, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.<img class="alignright size-thumbnail wp-image-4272" title="834395-utoya" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/834395-utoya-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p>La <strong>sparatoria in Norvegia</strong> ha commosso e fatto arrabbiare;<strong> il termine &#8220;spread&#8221;</strong> è entrato per la prima volta nella nostra vita. E&#8217; stato &#8220;costruito&#8221; un nuovo super tunnel: quello dei <strong>Neutrini</strong>  <img src='http://www.opennews.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' />  e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un&#8217;altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.</p>
<p>E&#8217; un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: <strong>10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia.</strong><br />
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>BUON ANNO</strong></span></p>
<p><strong>Francesca Larosa</strong> &#8211; www.opennews.it</p>
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		<title>E tu vorresti bere petrolio? L&#8217;ENI in Nigeria: un&#8217;azienda sfacciata</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 11:07:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Larosa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un&#8217;artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell&#8217;area Marketing dell&#8217;ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: &#8220;Don&#8217;t stop thinking about tomorrow&#8221;. Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione &#8220;ENI in the world&#8221; cerco NIGERIA. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uscì questo spot bellissimo qualche tempo fa: un&#8217;artista di fama internazionale che disegnava placidamente con le mani immerse nella sabbia. Era una splendida trovata dell&#8217;area Marketing dell&#8217;ENI accompagnata da un motivetto che rimaneva nella testa: &#8220;Don&#8217;t stop thinking about tomorrow&#8221;.</p>
<p>Faccio un giro sulla pagina www.eni.com e, alla sezione &#8220;ENI in the world&#8221; cerco NIGERIA. Devo ammetterlo, parto già prevenuta. Ho letto l&#8217;impensabile su quello che poi è diventato uno dei miei miti, Ken Saro-Wiwa, ucciso a causa della sua lotta contro la Shell. Anche lui era Nigeriano e il suolo sul quale ha camminato per anni si trovava in uno stato già di grande devastazione.<img class="alignright size-medium wp-image-4243" title="34363_439723491638_265628161638_5703871_6120904_n" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/34363_439723491638_265628161638_5703871_6120904_n-300x300.jpg" alt="" width="210" height="210" /><br />
Apro la pagina, vi sono tante sezioni. Mi butto immediatamente su &#8220;Protezione Ambientale&#8221; e non mi aspetto di trovarvi ammissioni di colpa, ma quantomeno un accenno ai danni provocati alle falde acquifere, alla flora, alla fauna e anche alla popolazione locale.  Invece no! Mi imbatto in qualcosa di molto diverso: <em><strong>&#8220;La Nigeria è tra i Paesi in cui eni sta sviluppando un importante programma di <a href="http://www.eni.com/it_IT/sostenibilita/ambiente/acqua/acqua.shtml">water injection</a> . La reiniezione nel sottosuolo delle acque di produzione ha un doppio vantaggio: consente di mantenere la pressione nei giacimenti e riduce l&#8217;impatto sull&#8217;ambiente, diminuendo gli sprechi idrici, aspetto di fondamentale importanza in ambienti desertici. Nell&#8217;ambito della conservazione della biodiversità, eni NAOC è coinvolta nel progetto Lower Orashi Forest reserve in collaborazione con il Ministero dell&#8217;Agricoltura e delle Risorse Naturali. Le attività sono previste per il 2011-2015.&#8221;</strong></em></p>
<p>La water injection è sicuramente importante! E&#8217; un aspetto fondamentale per le aree tropicali! Continuo a cercare per la rete e trovo questo video: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A">http://www.youtube.com/watch?v=2YLzAnTB5-A</a> . In tutta franchezza non trovo alcun bisogno di una &#8220;water injection&#8221; di fronte a tutto questo.<br />
<p><a href="http://www.opennews.it/4241/e-tu-vorresti-bere-petrolio-leni-in-nigeria-unazienda-sfacciata/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p><br />
La domanda che mi sorge spontanea riguarda gli organi di protezione: &#8220;chi dovrebbe intervenire in questo caso?&#8221; Ovviamente l&#8217;ONU, di cui la Nigeria fa parte, ma anche tutte le agenzie ambientaliste e di protezione del territorio.</p>
<p>Andiamo con ordine a partire dal 2011: il <strong>17 Marzo 2011</strong>, il Corriere della Sera intitolava a chiare lettere &#8220;Nigeria, <strong>militanti del MEND fanno saltare un impianto dell&#8217;AGIP&#8221;</strong>. Venivano minate le stazioni di pompaggio ENI e gli assalti erano stati rivendicati dal Movement for the Emancipation of the Noger Delta. Il comunicato che era stato inviato alla redazione del giornale italiano più famoso incuteva paura e affermava esplicitamente che &#8220;la lotta è appena cominciata&#8221;.<br />
Al Governo avrebbe fatto comodo una spaccatura all&#8217;interno di questo movimento. Sembrava fosse ormai avvenuta: alcuni dissidi interni stavano attentando alla sopravvivenza del MEND e invece ci si accorse presto che la battaglia era davvero appena cominciata. Il giorno <strong>8 Giugno 2011</strong>, i leader del MEND inviano un ulteriore comunicato diretto all&#8217;ENI: &#8220;Distruggeremo tutti i vostri impianti&#8221;. La domanda che sorge spontanea è perchè tanto astio nei confronti del colosso italiano e non piuttosto verso Shell o altri.  Il documento è in grado perfino di motivare questo: <strong>&#8220;Abbiamo osservato il disprezzo con cui il gruppo italiano è coinvolto nel massacro di cittadini innocenti in Libia. L’ENI asseconda  il saccheggio delle risorse petrolifere realizzato dalle nazioni occidentali”.<img class="alignleft size-full wp-image-4244" title="MEND" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/MEND.jpg" alt="" width="259" height="194" /> </strong>Tutte menzogne? In primis, è necessario precisare che tutti gli ostaggi presi in consegna dal MEND non sono stati riscattati e sono stati rilasciati in buono stato psico-fisico. Secondariamente, percorrendo la storia della compagnia italiana, è possibile rilevare alcune tappe  quantomeno ambigue. Un esempio? <strong>Nel 2004</strong>, l&#8217;indice di investimento socialmente responsabile FTSE4Good l&#8217;ha esclusa dalle sue quotazioni; al <strong>termine del 2005</strong>, l&#8217;Agip viene accusata di aver partecipato attivamente con incoraggiamenti cospicui, alla demolizione di una bidonville a Pourt Harcourt, ordinata dal Governo perchè le baracche erano troppo vicine alla stazione di estrazione ENI; il 24 Gennaio 2006, in un attacco polizia privata/militanti nigeriani ad una stazione ENI muoiono 9 persone, di cui 8 sicuramente locali.<br />
<strong>Dal 2006,</strong> il MEND ha dichiarato la guerra totale a tutte le multinazionali del petrolio. Da allora si susseguono assalti continui e senza sosta.</p>
<p>Perchè un gruppo locale come il Movimento per l&#8217;Emancipazione del Delta del Niger dovrebbe spingere i suoi stessi interessati alla morte? Perchè dovrebbero permettere alla popolazione locale di rischiare in prima persona? E&#8217; possibile che tutto questo sia il risultato di pratiche tribali e prive di cognizione di causa?<br />
No. Gli impatti dell&#8217;estrazione petrolifera hanno causato<strong> danni ambientali enormi</strong> e provocato decine di morti in una regione troppo lontana per essere considerata degna di nota dal mondo Occidentale: da un lato vi sono<strong> i terreni della regione, coperti interamente di petrolio,</strong> ma non solo! Il bacino idrico del Delta del Niger è uno dei più inquinati al mondo: <strong>36 mila kmq di mangrovie, corsi d&#8217;acqua e lagune sono state consegnate alla marea nera per sempre.</strong> Si aggiunga a tutto questo che <strong>la popolazione locale non percepisce i profitti derivanti dall&#8217;attività estrattiva.</strong> Non una delle incredibili risorse naturali del Paese sono state messe a disposizione della comunità.  Di chi è la colpa? Chi ha permesso tutto questo? Siamo tutti un po&#8217; responsabili, nessuno escluso, nel momento in cui facciamo benzina. <img class="aligncenter size-medium wp-image-4245" title="36398_439723561638_265628161638_5703873_1006742_n" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/36398_439723561638_265628161638_5703873_1006742_n-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></p>
<p>Abbiamo un unico dato certo: indipendentemente dalle responsabilità, l&#8217;ENI è stata messa sotto accusa per un procedimento di elargizione di tangenti a funzionari governativi in Nigeria nell&#8217;anno 2010. Il 7 Luglio di quell&#8217;anno esce la notizia del pagamento di una maximulta della multinazionale italiana agli Stati Uniti: il reato è<strong> &#8220;corruzione internazionale&#8221;, la cifra ammonta a 240 milioni di dollari. </strong></p>
<p><strong></strong>Nel cervello continuo ad avere un motivetto ridondante: Don&#8217;t stop thinking about tomorrow.<br />
La macchina del petrolio non si ferma mai, ma da oggi guardarò quei disegni sulla sabbia con occhio diverso, forse più arrabbiato, forse più consapevole.</p>
<p><strong>Francesca Larosa &#8211; www.opennews.it</strong></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><em>Questo articolo riguarda specificatamente l&#8217;ENI in quanto società che procede indisturbata alla colonizzazione economica di un intero continente. Non assolve le altre aziende estrattrici, ma invita alla riflessione e alla ricerca, in forza di un futuro più trasparente e pulito: don&#8217;t stop thinking about tomorrow.</em></span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>FONTI:</strong></span><br />
ENI, Corriere della Sera, Il fatto Quotidiano, Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Giornalettismo.com</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Cina che rallenta: l&#8217;inizio di una nuova crisi?</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 11:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Larosa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era uscita senza un graffio dalla crisi che ha investito l&#8217;Occidente con tutta la sua forza. Un fiera potente che &#8211; almeno in apparenza &#8211; non aveva subito danni. Continuava a farsi strada tra i relitti di economie vecchie e con la sua produzione sbaragliava i mercati su scala globale. Nel Far East dominava senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><p><a href="http://www.opennews.it/4171/la-cina-che-rallenta-linizio-di-una-nuova-crisi/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>Era uscita senza un graffio dalla crisi che ha investito l&#8217;Occidente con tutta la sua forza. Un fiera potente che &#8211; almeno in apparenza &#8211; non aveva subito danni. Continuava a farsi strada tra i relitti di economie vecchie e con la sua produzione sbaragliava i mercati su scala globale. Nel Far East dominava senza accenni a preoccupazione e paura. <strong>Sto parlando della Cina,</strong> laddove il sole nasce. Oggi la ruota sta girando troppo rapidamente e qualche segno di cedimento sta, purtroppo, rigando i volti dei governanti e dei lavoratori asiatici. &#8220;Forte frenata per l&#8217;industria cinese&#8221;, titolava il 2Dic. 2011 il Sole24Ore. Un rischio che era stato messo in conto da tutti gli analisti, ma che, allo stesso tempo, sembrava evitato dal mancato contagio della crisi europea.</p>
<p>Il regime si è comportato in modo impeccabile: la precisione, lo spirito di sacrificio di questa cultura è sempre riuscito a trasparire dai volti di chi dichiarava: &#8220;siamo pronti a comprare i vostri titoli spazzatura&#8221;. Tuttavia i dati non permettono di dormire sonni così tranquilli. <img class="alignleft size-full wp-image-4172" title="cina" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/cina.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>Il PIL è sceso dal 10,4% dell&#8217;anno scorso al 9,7% del primo trimestre, al 9,5% del secondo e al 9,1% del terzo.</strong>  Il calo è rapido e riguarda tutti i settori. Anche l&#8217;immobiliare (che ricordiamo era stato il propulsore del crollo di Wall Street) ha registrato picchi negativi e, cosa ancor più preoccupante, risulta collegato ai flussi di credito. La reazione di Pechino non si è fatta attendere: un <strong>taglio dello 0,5% alle riserve bancarie obbligatorie;</strong> uno strumento semplice, di primo utilizzo per garantire più liquidità al mercato. Una sorta di Primo Soccorso che manda però un segnale: c&#8217;è bisogno di misure che contrastino questo trend.</p>
<p>Come nel gioco degli scacchi, è stata la Banca Centrale ad attaccare e, da questo momento, dovrebbero circolare fra i 350 e i 400 miliardi di renminbi in più. Troppo preoccupati per le loro sorti,<strong> i Governi Occidentali dimenticano di volgere lo sguardo ad una parte del mondo che non è caratterizzata dallo stesso modello economico.</strong> La Cina non si, infatti, mai dichiarata &#8220;economia di mercato&#8221; e il regime non permette una piena trasparenza d&#8217;informazione.</p>
<p>Girovagando per la rete e compiendo ricerche per questo articolo, mi sono imbattuta però in un sito a dir poco sconvolgente. E&#8217; la classica piattaforma per traders che dà consigli su quali titoli siano più fruttiferi e quali invece vadano considerati spazzatura. Un pezzo del loro blog mette in guardia gli investitori sui pericoli che si nascondono dietro al gigante cinese e fornisce tutta una serie di motivazioni validissime. Tra queste c&#8217;è <strong>l&#8217;intervento di Larry Lang, docente di Studi Finanziari all&#8217;Università cinese di Hong Kong.</strong> Non è un dissidente, nè un attivista, eppure &#8211; in una lezione a porte chiuse &#8211; apre il suo discorso con quanto segue: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Ed eccoci al cuore dell&#8217;intervento: <strong>l&#8217;economia cinese rischia un crollo imminente. Molte regioni dello Stato hanno economie deboli quanto quella Greca.<img class="alignright size-medium wp-image-4173" title="Economia_cinese" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/Economia_cinese-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /></strong></p>
<p>Secondo Lang,<strong> il regime mente sull&#8217;inflazione</strong> che si aggirerebbe intorno al 16% (le fonti invece governative la danno al 6,2%).  Ecco dunque spiegate le proteste cittadine contro il costo della vita troppo elevato. Oltre a questa variabile chiave, vi sarebbe un problema connesso alla <strong>discrepanza produzione/consumo</strong>: il cinese medio consuma solo il 30% dei prodotti interni. Si dà così l&#8217;avvio ad una recessione (che sarebbe già cominciata con i primi dati sul calo della produzione interna). Secondo Lang <strong>anche il dato sul PIL è falsificato:</strong> non corrisponde mediamente ad un 9%, ma è in seria diminuzione da tempo.<strong> La pressione fiscale è l&#8217;ultimo punto</strong> toccato dal professore: sarebbe fra le più alte al mondo. L&#8217;industria, infatti, vede i propri guadagni tassati per un 70%. Il privato ha un cuneo fiscale del 51,6% Che qualche problema si stia palesando all&#8217;orizzonte è, ormai, innegabile. L&#8217;Europa in primis non dovrebbe permettere un&#8217;ulteriore crisi proprio adesso. Nessuno è più al sicuro.</p>
<p><strong>Francesca Larosa &#8211; www.opennews.it </strong></p>
<p>Per ulteriori approfondimenti: <a href="http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino-manterr%C3%A0-le-limitazioni-sul-mercato-immobiliare-23299.html">http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino-manterr%C3%A0-le-limitazioni-sul-mercato-immobiliare-23299.html </a></p>
<p><a href="http://www.asianews.it/notizie-it/Cina,-la-tempesta-si-sposta-sulle-banche:-%E2%80%9CCostruite-sulla-sabbia%E2%80%9D-23266.html">http://www.asianews.it/notizie-it/Cina,-la-tempesta-si-sposta-sulle-banche:-%E2%80%9CCostruite-sulla-sabbia%E2%80%9D-23266.html</a></p>
<p><a href="http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino,-cala-il-settore-manifatturiero-e-rallenta-l%E2%80%99economia-23258.html">http://www.asianews.it/notizie-it/Pechino,-cala-il-settore-manifatturiero-e-rallenta-l%E2%80%99economia-23258.html </a></p>
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		<title>Certificates and Labels &#8211; A Proposal For a New Way of Including Social Responsibility in The Way we do Business</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 19:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>international</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[social responsability]]></category>
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		<description><![CDATA[In the light of the debt crises, financial development assistance by western donor nations will likely face a stagnating future. In this context many claims for private sector inclusion in development issues have arisen. But still, concrete policy concepts with a predictable chance for impact have not yet appeared on the horizon. The following article [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>In the light of the debt crises</strong></em><em><strong>, financial development assistance by western donor nations will likely face a stagnating future. In this context many claims for private sector inclusion in development issues have arisen. But still, concrete policy concepts with a predictable chance for impact have not yet appeared on the horizon. The following article will contribute to the discussion by pointing out the chances of certificates and labels especially concerning socially responsible behavior of businesses.</strong></em></p>
<p>In view of the debt crisis in the USA and EU, the commitment of 0.7% of rich-countries gross national income (GNI) to Official Development Assistance (ODA) is more likely to stagnate than to increase. Already before the crisis it was often doubted that the industrialized countries would raise the promised financial contribution to achieve the Millennium Development Goals (MDGs) set by the United Nations. The MDGs which aim to halve the worldwide poverty by 2015 in comparison to 1990 are the main policy to which the development efforts of the international community can be held accountable. In 2009 only Sweden, Luxembourg, Norway, the Netherlands and Denmark met this international aid target.</p>
<p>Not only that, but also the <strong>uncertainty of inter-state development aid effectiveness</strong> has shifted the focus on alternative instruments to support the economies in developing countries. In this context the integration of the globalized business sector in development issues became very popular, and terms like Codes of Conduct (CoC), Corporate Social Responsibility (CSR), Public Private Partnerships (PPP) and so on were soon included in the political vocabulary. As promising as the ideas sounded, the concepts remained mostly very vague. While the private sector makes its influence felt, strong regulations remain on the sidelines and soft initiatives like Principles for Responsible Investment (PRI) or OECD Guidelines for Multinational Enterprises still need to prove their impact.</p>
<p>Don’t get me wrong. <strong>There is international law which is supposed to set minimum standards for the business sector, as for example the Core Labor Standards by the International Labor Organization (ILO),</strong> which encompasses freedom of association and the right to collective bargaining; the elimination of forced and compulsory labor; <img class="alignleft size-medium wp-image-4147" title="ILO-06" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/ILO-06-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" />the abolition of child labor; and the elimination of discrimination in the workplace. Such standards as well as general human rights are without any doubt highly respectable achievements of international law and very helpful for development even though they are very limited in scope and don’t encompass a comprehensive view including social, environmental and economic sustainable aspects of business. In any case the implementation is known to be the weak spot because of weak executive institutions, insignificant incorporation in national legislation or even political unwillingness to implement. <strong>This circumstance gives the business sector enough loopholes to bypass international law and as a consequence to hamper people to work their way out of poverty.</strong> A German textile discount shop for example can say in public that it is respecting the Core Labor Standards while actually employing another company &#8211; in a developing country with no such law or a weak executive &#8211; which abuses those standards to be competitive. The crux of the matter is that the German textile discount shop is right because it can only be held accountable for its own business and not for the whole supply chain.</p>
<p>Thus new instruments are demanded which on the one hand enforce the social responsibility of companies in the whole supply chain and on the other hand leave freedom for the companies to introduce socially responsible behavior in an ever changing business environment. <strong>This obviously is an enormous challenge which I don’t claim to solve,</strong> but for which I want to propose a policy model that takes both demands into account. It isn’t anything new but it’s worth spreading the idea and to describe a normative scenario.</p>
<p>Ten years ago, <strong>the International Organization for Standardization (ISO), a network of the national standards bodies of 157countries, launched a working group<sup><a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup> to define a standard for social responsibility for business,</strong> governments and civil society organizations regardless of their size or location. In late 2010, the working group published its results, known as an International Standard providing guidelines for social responsibility (SR) named ISO 26000 or simply ISO SR. The standard considers six core subjects for social responsibility of organizational governance. Those encompass human rights, labor practices, the environment, fair operating practices, consumer issues and community involvement and development. The aim of this standard, to provide guidance for social responsibility and not to be “(…) for certification purposes or regulatory or contractual use,”<sup> <a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup> reflects the stalemate between claims for voluntary SR initiatives and regulatory policy.<img class="alignright size-medium wp-image-4146" title="iso260001" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/12/iso260001-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></p>
<p lang="en-US">Although the ISO clearly states that ISO 26000 is not intended to be used for certification purposes we have to look beyond the simple refusal of the idea of an ISO 26000 certification. A certificate is by definition “a document serving as evidence or as written testimony, as of status, qualifications, privileges, or the truth of something,”<sup><a href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup> as for example the Fairtrade certificate by the Fairtrade Foundation, European organic label or one of the certificates based on the many ISO Standards like ISO 9001 (ISO 9001:2008 certification for organization&#8217;s quality management), ISO 14001 (ISO 14004:2004 certification for Environmental management) and ISO 50001 (certification for Energy Management System) just to name a few. Once an organization aims to become certified, an independent certification body would control the implementation of the demanded policies set by the standard on which the certificate is based and revise it regularly. If the organization meets the set target it will receive a certificate that demonstrates that the organization has been tested and approved. An effective certificate would be revised then on a frequent basis.</p>
<p lang="en-US"><strong>The question remains, why there is still no certificate based on SR behavior of business and other organizations in most industrialized countries?</strong> The reasons vary depending on who is being asked. While the business sector usually argues that SR has to be voluntary because of its highly dynamic character and that only companies know what works best, the civil sector points out the active lobbying of companies to prevent regulations on SR which would impact their profit. However, the national bodies for standardization from Mexico, Brazil, Portugal, Spain, the Netherlands and Denmark have published certifiable norms for SR. In Denmark, DS 49001 &#8211; the certifiable Danish SR standard &#8211; and DS 49004 &#8211; the guidance &#8211; are both based on ISO 26000 principles, core subjects and issues, and stakeholder engagement. Furthermore, even the ISO itself is willing to develop a certifiable version of ISO 26000 when the market is ready.<sup><a href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup> Technically the Danish SR standard is structured as a management system standard which allows it to be controlled and certified. As supply chain management takes already place within bigger companies, standards for SR can be included in existing structures.</p>
<p lang="en-US">In conclusion, the standardization of SR and its certification is possible! But if we would have such a certification on SR in most countries one would be naive to think that just a label could have an effective impact since it is not intended to be compulsory for a company and therefore defies the idea of strong regulation. The impact of such a certification will exert its effect only if companies see a competitive advantage in having such a label. A well-known German consultancy points out that according to the &#8220;green trend report&#8221; two-thirds of consumers are willing to pay a price premium for sustainable products. Whether this is enough is doubted by the consultant companies. That is why the demand for SR must be created in order to introduce it effectively to the market.</p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><strong>Tobias Straube &#8211; www.opennews.it</strong></p>
<p lang="en-US">
<div>
<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a> Working group participants: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_participation.htm#p-members</p>
</div>
<div>
<p><a href="#sdfootnote2anc">2</a> Outline of ISO 26000: http://www.iso.org/iso/iso_catalogue/management_and_leadership_standards/social_responsibility/sr_discovering_iso26000.htm#std-graph1</p>
</div>
<div>
<p><a href="#sdfootnote3anc">3</a> dictionary.reference.com : http://dictionary.reference.com/browse/certificate</p>
</div>
<div>
<p><a href="#sdfootnote4anc">4</a> Background conversation with the CSR consultant from the Danish Standards Foundation</p>
</div>
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		<item>
		<title>Le fatiche del Professore</title>
		<link>http://www.opennews.it/4100/le-fatiche-del-professore/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 21:44:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco.lina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Civil servant o oscuro tecnocrate? Capo di un governo di impegno nazionale o servitore dei poteri forti? Si sono dette e scritte tante cose su Mario Monti, da quando è stato individuato dal Presidente Napolitano come premier incaricato di formare il nuovo esecutivo. Come quasi tutto quel che accade sotto il cielo della politica del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/4100/le-fatiche-del-professore/italian-mario-monti-r-eu-competition-commission/" rel="attachment wp-att-4102"><img class="aligncenter size-full wp-image-4102" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/Monti-Mario.jpg" alt="" width="600" height="399" /></a></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Civil servant o oscuro tecnocrate? Capo di un governo di impegno nazionale o servitore dei poteri forti?</strong> Si sono dette e scritte tante cose su Mario Monti, da quando è stato individuato dal Presidente Napolitano come premier incaricato di formare il nuovo esecutivo. Come quasi tutto quel che accade sotto il cielo della politica del bel paese, la sua designazione non ha mancato di dividere le forze politiche, tra chi considera il Professore nato a Varese sessantotto anni fa un economista di altissimo valore e prestigio internazionale votato esclusivamente a servire la nazione senza alcun interesse personale e chi lo ritiene la punta di diamante di un offensiva decisa dai colossi bancari e dalle lobby finanziarie internazionali per mettere le mani sull’Italia e i suoi “gioielli di famiglia”. Optiamo senza alcun dubbio per la prima ipotesi, ritenendo infondate le teorie cosiddette “complottiste” (i loro sostenitori per questo termine si arrabbieranno), data la mancanza di prove a sostegno ma soprattutto considerata la storia personale del Prof. Monti, apprezzato, oltre che per le competenze professionali, anche per la serietà, la fedeltà ai suoi principi e il disinteresse per ruoli politici di alto livello già rifiutati in passato. Certo, ricorrere a un governo formato da tecnici, significa ammettere la sconfitta della classe politica italiana, incapace di guidare con mano ferma il paese e in costante balia di veti e divisioni, ma in un momento di grave emergenza come questo appare la soluzione migliore, con buona pace di Giuliano Ferrara, Daniela Santanchè e compagnia bella.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Il lavoro che aspetta Mario Monti non è affatto semplice (“…difficilissimo, altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui…” ha ironizzato il Professore al discorso di insediamento in Senato<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a>), a causa della drammatica situazione dell’economia italiana, in odore di recessione nel 2012 secondo i dati Ocse, e della scarsità di tempo a disposizione. <strong>Ridare credibilità all’Italia di fronte ai mercati è in ogni caso un imperativo categorico, in vista delle prossime sostanziose aste di titoli pubblici in programma nei primi mesi del prossimo anno, da emettere assolutamente a tassi sensibilmente più bassi di quelli di oggi</strong>. Se il governo non riuscisse in quest’intento diverrebbe terribilmente serio il rischio di non riuscire a rimborsare gli interessi sul debito o di veder invenduta parte dei titoli, che significherebbe crisi di liquidità per l’immediato e forse di insolvenza per il futuro. Ma le conseguenze degli spread elevati si sentono già anche nell’economia reale, dove le nostre banche, già piene dei nostri titoli di stato a rischio e bisognose di ricapitalizzarsi, scontano il rischio paese con crescenti difficoltà a ricorrere al prestito interbancario all’estero e scaricano i costi sui mutui offerti alle imprese mettendo in crisi tutto il ciclo economico. Con i Btp day del 28 novembre e del 12 dicembre il sistema bancario italiano si sgraverà un po’ di tale ingente mole, trasferendone il rischio alle famiglie senza costi di commissione e facendola passare per un’iniziativa di carattere patriottico, ma i problemi rimangono.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">L’obiettivo è dunque ridurre il deficit di bilancio fino ad annullarlo stabilmente, tagliando spese e aumentando entrate, permettendo di fermare la crescita del debito pubblico, e contemporaneamente prendere provvedimenti per rilanciare l’economia, perché in una fase di recessione non si può intervenire solo con misure depressive. In altre parole il governo Monti dovrà da una parte prendere e dall’altra infondere denaro, cercando di mantenere l’equilibrio tra minacce dei partiti, pressioni dei poteri forti, vincoli europei e aspettative dell’opinione pubblica, pronta a sacrifici ma fino a un certo punto. <strong>In quest’ottica la madre di tutte le riforme dovrebbe essere un’adeguata riforma fiscale</strong>, da varare nel giro di pochi mesi, che sposti una parte del gettito da persone e imprese alle cose, nell’ottica di recuperare una quota maggiore dalle ricchezze possedute dagli italiani (patrimoni e consumi) e di permettere una maggior capacità di spesa alle fasce medio basse della popolazione. Chiaramente tale riforma dovrebbe essere supportata da norme più rigide contro l’evasione fiscale, dal restringimento dell’uso del contante al potenziamento di metodi induttivi per individuare gli evasori (entrambe le misure citate da Monti nel discorso programmatico), dall’inasprimento delle pene per i reati fiscali, in alcuni casi ridicole, alla possibilità per i consumatori di scaricare l’Iva in alcune tipologie di spesa. <strong>Accanto ad essa si dovrà inevitabilmente intervenire su pensioni, Ici, mercato del lavoro, contrattazione economica aziendale e ordini professionali</strong> con il contemporaneo obiettivo di risparmiare risorse, favorire la concorrenza nel mercato e nelle professioni e ridurre privilegi e diversità di trattamenti tra differenti categorie di cittadini, incentivando i lavoratori in età avanzata a non andare in pensione e garantendo maggiori tutele ai loro colleghi precari. In particolare, sul tema del lavoro, sarà molto probabilmente presa in considerazione l’ipotesi del contratto unico, proposta in diverse forme dal giuslavorista Pietro Ichino, da Tito Boeri e da altri economisti, ben diversa dalla semplice deroga all’articolo 18 tentata da Sacconi quest’estate, e comunque non destinata a pregiudicare i diritti acquisiti. Sono tutte riforme sostanziose, che andranno a toccare rendite e privilegi, e in alcuni casi anche a peggiorare le condizioni di parte della popolazione lavorativa, ma necessarie. Per essere accettate, però, dovranno essere accompagnate dai <strong>tagli più invocati dagli italiani, quelli nei confronti della casta partitocratica che siede in Parlamento</strong> (ci sarebbero anche i consigli regionali ma intervenire qui è più complicato), <strong>ormai non più rimandabili se si vuole imporre sacrifici agli italiani e mantenere l’unità del paese</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/4100/le-fatiche-del-professore/mario-angy-sarko-2/" rel="attachment wp-att-4104"><img class="aligncenter size-full wp-image-4104" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/Mario-Angy-Sarkò1.jpg" alt="" width="602" height="400" /></a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Nonostante l’enorme mole di provvedimenti da attuare, Monti è consapevole di come questi siano <strong>necessari ma non sufficienti</strong> a timonare la nave fuori dalla tempesta. <strong>La vera partita si gioca in Europa, tra Berlino e Bruxelles e l’avversario si chiama Germania</strong>. Migliorati i conti pubblici e ridotti rigidità e privilegi, l’Italia avrà le carte in regola per rientrare a pieno titolo nei processi decisionali europei, con tutto il suo peso di stato fondatore e terza economia della zona Euro, come già si è notato dall’immediato invito ottenuto dal premier per il vertice di Strasburgo del 24 novembre. Recuperata la credibilità persa da Berlusconi (che nessuno provi a dire che non l’aveva persa!), Monti dovrà cercare di convincere, insieme a Nicolas Sarkozy, la riottosa Angela Merkel ad accettare cambiamenti significativi nella gestione della moneta unica. <strong>E’ sempre più chiaro come l’Ue non sia in grado di guadagnare la fiducia dei mercati non a causa di debolezza economica e finanziaria, avendo l’Eurozona nel suo complesso conti pubblici migliori di quelli americani, ma per colpa di una struttura decisionale lenta e farraginosa, inadatta a governare una moneta</strong>. Ciò nonostante, la Cancelliera reagisce con malcelata irritazione e arroganza alle proposte della Commissione Europea in fatto di Eurobond e alle richieste che vengono un po’ da tutte le parti di modificare in senso più espansivo le prerogative della Bce, invocando piuttosto una revisione dei trattati con lo scopo di mettere la camicia di forza agli stati poco virtuosi nella tenuta dei bilanci, aprendo la strada a sanzioni automatiche e interventi pilotati da Bruxelles in caso di sforamenti.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Detto che una governance economica più omogenea della zona Euro è necessaria (Monti su questo concorda con Berlino ma ha fatto sottilmente notare in conferenza stampa come i primi a sfondare i parametri di Maastricht e a evitare le sanzioni siano stati Germania e Francia), la procedura per modificare il Trattato di Lisbona sarà degna di una tartaruga, senza dimenticare il rischio di mancate ratifiche, mentre il possibile collasso della moneta unica è un pericolo immediato la cui soluzione non è rinviabile. Anche le voci che si rincorrono su imminenti prestiti del FMI a Italia e Spagna (speriamo non ce ne sia bisogno) per trasformarsi in realtà avranno bisogno dell’assenso del governo Usa, maggior azionista del fondo, e Obama ha già chiesto più volte che l’Ue faccia di più per sostenere gli stati a rischio, che in concreto significa trasformare la Bce in vera prestatrice di ultima istanza e darle mandato di favorire la crescita permettendole così di abbassare i tassi d’interesse di riferimento. C’è da augurarsi che dal vertice europeo di metà dicembre esca <strong>un compromesso capace di scambiare vincoli più stretti per gli stati inadempienti con Eurobond e soprattutto immediata modifica dei poteri della Bce</strong>, con l’ipotesi di esclusione per chi non accetta o non ratifica il trattato. Finora Frau Merkel, su prestiti alla Grecia e fondo salva stati, dopo aver fatto la voce grossa per un pò alla fine si è mossa, anche se tardi: è possibile che accadda lo stesso anche questa volta, e che gli integralisti della stabilità dei prezzi alla fine se ne debbano fare una ragione, anche considerato il recente fallimento dell’asta di Bund tedeschi della scorsa settimana che ha provocato l’intervento, per altro di dubbia legittimità della Bundesbank. Altrimenti, si salvi chi può.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Per inciso, di fronte ai problemi di alta politica internazionale a cui deve far fronte il governo ci si aspetterebbe da una classe politica appena decente, se non una leale e piena collaborazione, almeno la non interferenza. Purtroppo, invece, già dalle dichiarazioni di fiducia in Parlamento non sono mancati i paletti posti dai partiti, soprattutto dal Pdl, su durata e programma, e quotidianamente esponenti di questo o quel partito minacciano le elezioni sui giornali sbraitando di sospensioni della democrazia e elargendo improbabili lezioni di legittimità costituzionale. Domenica 27 novembre, alla convention dei Popolari Liberali del Pdl (il movimento di Giovanardi… si anche lui è a capo di un movimento!) un Silvio Berlusconi con le sembianze di un androide appena rivitalizzato (ormai i continui lifting iniziano a fare un bruttissimo effetto sul suo viso) arringava la platea inveendo contro i soliti comunisti pronti a instaurare uno stato di polizia tributaria. I comunisti ovviamente sono il Pd, con cui il partito di Berlusconi condivide, se pur controvoglia, il sostegno parlamentare al governo Monti. <strong>Il rischio è che qualche partito si consideri già in campagna elettorale, pronto a “staccare la spina” al governo al momento più opportuno per se stesso, magari intestandosi i meriti e riversando su di esso le colpe</strong>. Si potrebbe ribattere che le forze politiche non si azzarderanno ad attuare una tale minaccia dalle conseguenze devastanti per il paese, anche se, come scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera, “…quanto poi alla razionalità e al senso di responsabilità nazionale i partiti ne dispongono come lo scorpione del famoso apologo sull&#8217; attraversamento del fiume in groppa alla rana: è vero, se ti pungo affoghiamo entrambi, ma pungere è nella mia natura”<a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>. Buon lavoro Professore…</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><strong>Francesco Linari – www.opennews.it</strong></p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Mario Monti, cit. in <em>L’humour del Professore nel giorno del fair play, </em>Concita De Gregorio, La Repubblica, 19 novembre 2011, pag. 1-4</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: left;"><a title="" href="http://www.opennews.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> Michele Salvati, <em>Scomode verità</em>, Il Corriere della Sera, 19 novembre 2011, pag. 1</p>
</div>
</div>
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		<title>Politica e lungo periodo a nozze: una banca di investimento nazionale?</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 23:48:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>n.ferragamo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;angolo delle proposte &#8211; Niccolò Ferragamo &#8211; OpenNews.it Nel flusso di articoli e parole che avvolgono la scena economica italiana dallo scorso Giugno, sono rimasto particolarmente colpito da quel &#8220;Fate presto&#8221; preso in prestito dal Sole 24 ore dal Mattino di trenta anni prima. Stesso panico, situazione molto diversa. Difficile dare la colpa a qualcuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>L&#8217;angolo delle proposte &#8211; Niccolò Ferragamo &#8211; OpenNews.it</strong></em></p>
<p>Nel flusso di articoli e parole che avvolgono la scena economica italiana dallo scorso Giugno, sono rimasto particolarmente colpito da quel <strong>&#8220;Fate presto&#8221;</strong> preso in prestito dal <em>Sole 24 ore</em> dal <em>Mattino</em> di trenta anni prima. Stesso panico, situazione molto diversa. Difficile dare la colpa a qualcuno quando, in catastrofi e cigni neri difficili da prevenire, il diavolo ci mette lo zampino. Situazioni come quella finanziaria attuale del nostro paese, invece, rendono un avviso del genere solo il campanello finale di una catastrofe annunciata. Una catastrofe che, per quanto in parte ancora in potenza, è stata coltivata, custodita, cresciuta con affetto da diverse generazioni di burocrati.<strong> Crisi e tensioni globali,</strong> con parallela recessione e crescita del deficit hanno offerto sicuramente la spinta finale a questa creatura chiamata debito sovrano, ma <strong>non sono la causa del problema.</strong></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/4028/politica-e-lungo-periodo-a-nozze-una-banca-di-investimento-nazionale/478-2/" rel="attachment wp-att-4044"><img class="alignleft size-full wp-image-4044" title="478" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/4781.jpg" alt="" width="200" height="287" /></a>Finito l&#8217;amore con Bankitalia nell&#8217;81, non potendo più contare su moneta fresca di stampa, i deficit strutturali sono andati a gonfiare il rapporto debito/pil dal 60 al 120%.  Si saranno messi in mezzo anche tassi di interesse europei in crescita e recupero dagli shock degli anni 70, ma il problema di lungo periodo è stato politico. La storia è la stessa da sempre: perchè perdere voti nell&#8217;immediato con politiche impopolari quando i problemi si verificheranno con ogni probabilità ben oltre la fine del mandato? Perchè ridurre il deficit adesso quando la spirale di un <strong>debito che si auto-alimenta</strong> potrà essere sostenuta con le tasche di coloro che verranno? Il discorso è chiaro, ma evidentemente non abbastanza per cambiare programmi politici ed esiti delle elezioni: se l&#8217;avanzo primario non è sufficiente a coprire i costi per gli interessi, il debito sale. Se il debito sale più velocemente rispetto a quanto cresce il PIL, la sostenibilità finanziaria nel lungo periodo salta, i tassi aumentano, e così via.</p>
<p>Controllo del debito e crescita del PIL richiedono <strong>politiche strutturali di lungo periodo</strong> che sono mancate in Italia e che sono <strong>difficilmente compatibili con le ottiche </strong>a corto raggio<strong> delle campagne elettorali</strong> e degli elettori. Non si tratta solo di miopia, ma soprattutto di certo conflitto di interessi.  Di breve in breve, tuttavia, passano gli anni e arriva un lungo periodo in cui -magari- non siamo ancora<em> &#8221;tutti morti&#8221;</em>. Da qui la necessità di costruire istituti svincolati dalla politica ed in grado di preservare alcuni interessi comuni di ampio respiro. In ambito monetario <strong>l&#8217;indipendenza delle Banche Centrali</strong> è servita proprio a questo scopo: sottrarre il signoraggio ai governi per evitare che una occulta tassa da inflazione continuasse a minare la stabilità dei prezzi.</p>
<p>Se non è possibile impedire concretamente che i Paesi sforino i vincoli di deficit e debito imposti dall&#8217;Unione Europea, la domanda che possiamo porci è se è possibile, in qualche misura, <strong>svincolare in parte il perseguimento della crescita economica dalla politica</strong>. Alcune politiche strutturali -soprattutto nel mercato del lavoro-, certo non possono prescindere da un confronto democratico parlamentare. Per altre, tuttavia, c&#8217;è da chiedersi se il compito non possa essere con maggior efficacia da enti separati. La domanda che mi pongo è se è possibile e conveniente creare, analogamente a quanto fatto per il controllo monetario, istituzioni autonome che abbiano la crescita di un Paese come obiettivo.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-4042" title="ricerca" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/ricerca-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Una <strong>banca d&#8217;investimento nazionale</strong>, dotata di un capitale iniziale e, ogni anno, di risorse prefissate da includere nel budget delloStato, potrebbe <strong>concentrarsi su quelle politiche strutturali di lungo periodo</strong> che, facendo leva su ricerca pura e applicata, infrastrutture per trasporti e telecomunicazioni, incentivi all&#8217;imprenditoria nei settori più all&#8217;avanguardia, accumulazione di capitale ed altri strumenti possano <strong>creare un ambiente stimolante per il progresso tecnico e l&#8217;aumento della produttività del Paese.</strong> Requisiti dell&#8217;ente dovrebbero essere l&#8217;assoluta indipendenza istituzionale dalla politica, la sufficiente dotazione di risorse per il proprio mandato -i.e. indipendenza finanziaria- e logiche di avanzamento della carriera del proprio personale meritocratiche sul modello delle Banche Centrali. Una rivisitazione dell&#8217;IRI in chiave non dirigista? Per non sovrapporsi alla banca europea per gli investimenti, un ente nazionale del genere non si occuperebbe tanto di intermediare fondi per finanziare singoli progetti quanto, piuttosto, di investire<strong> fondi propri dello Stato, per conto dello Stato stesso, in opere di interesse nazionale </strong>ed in interventi mirati all&#8217;aumento di produttività. Un ente finalizzato alla modernizzazione del paese, con uno statuto indicante obiettivi (quali potrebbero essere una crescita del pil procapite, tenuto conto di indice di concentrazione della ricchezza e impatto ambientale) e strumenti utilizzabili.</p>
<p>I vantaggi di una tale struttura si esplicherebbero in primis nella <strong>possibilità di perseguire obiettivi di lungo periodo grazie all&#8217;autonomia e nella costanza delle risorse allocate per la crescita</strong> &#8211; soprattutto per ricerca ed infrastrutture &#8211; rispetto alle volubili necessità di finanziare le politiche di breve periodo del governo di turno. A questa considerazione, tuttavia, si potrebbe obiettare che una allocazione costante di risorse a certe voci del bilancio pubblico già esistenti potrebbe fungere allo stesso scopo (es, 3% annuo alla ricerca, 2% in grandi opere, etc). Rispetto alle strutture già esistenti, tuttavia, un ente autonomo accuratamente strutturato potrebbe porsi anche l&#8217;obiettivo di raggiungere un&#8217;efficienza gestionale ed una organicità maggiore rispetto all&#8217;attuale parziale decentramento con cui sono attuate le politiche per la crescita. Pensiamo alla realizzazione di una copertura wi-fi delle città italiane su scala Nazionale: se una simile opera fosse strutturata a livello centralizzato invece che a livello di singola provincia, come accade in questo momento, i vantaggi in termini di tempi, costi e organicità sarebbero probabilmente superiori.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.opennews.it/4028/politica-e-lungo-periodo-a-nozze-una-banca-di-investimento-nazionale/2827261352_6983436c83/" rel="attachment wp-att-4040"><img class="alignleft size-medium wp-image-4040" title="2827261352_6983436c83" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/2827261352_6983436c83-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a>Si tratta solamente di uno spunto di proposta</strong>, da analizzare con maggior dettaglio nei suoi costi e benefici e che, certo, <strong>non è esente da possibili critiche</strong>. Una banca del genere dovrebbe essere fondata, in primis, su accurati studi microeconomici per evitare distorsioni allocative ancora maggiori rispetto a quelle già provocate dal resto del settore pubblico.</p>
<p>Come giustamente è stato fatto notare da alcuni lettori, sussisterebbe in secondo luogo un certo problema &#8220;politico&#8221; interno alle scelte relative agli investimenti da effettuare o alle risorse da allocare. Qualsiasi investimento (ponte di Messina o traforo degli appennini? Ricerca sul tumore o ricerca energetica?) pone infatti dinnanzi a scelte soggettive di priorità. Compito di un tale ente, a questo punto, potrebbe essere anche l&#8217;elaborazioni di indici che rendano piu oggettive le scelte compiute. Indicatori sullo allo sviluppo delle singole regioni, o allo sviluppo relativo del Paese rispetto ad altri esteri potrebbero fungere allo scopo.</p>
<p>Sorge chiaramente, in ultima analisi, un<strong> problema di controllo di gestione.</strong> Assicurarsi che la governance di un simile ente non finisca ad intrecciarsi con interessi di singoli come spesso avviene a livello locale è tutt&#8217;altro che scontato. Gli indicatori potrebbero essere d&#8217;aiuto in questo senso, ma non è possibile comunque escludere una mancanza di trasparenza a certi livelli dell&#8217;ente. Per quanto si possa ritenere che un ente centralizzato sia meno soggetto alle pressioni locali rispetto a province e regioni, l&#8217;elaborazione di un accurato sistema di <strong>accountability</strong>, in questo senso, rappresenta un&#8217;ulteriore sfida per il tema. Dinamiche e problematiche complesse che rappresentano comunque uno stimolo interessante per cittadini e policy-makers del futuro.</p>
<p>Niccolò Ferragamo - OpenNews.it<br />
n.ferragamo@gmail.com</p>
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		<title>L’Euro sul filo del rasoio. Di chi è la colpa?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 00:51:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco.lina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
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		<description><![CDATA[A dodici anni dall’entrata in vigore dell’Euro e a diciannove dal Trattato di Maastricht, l’Unione Europea si trova ad affrontare la più grave crisi della sua breve storia, che per qualcuno potrebbe minarne addirittura la stessa esistenza. I paesi con i conti maggiormente a rischio all’interno dell’area Euro arrancano sotto i colpi della speculazione finanziaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">A dodici anni dall’entrata in vigore dell’Euro e a diciannove dal Trattato di Maastricht, l’Unione Europea si trova ad affrontare la più grave crisi della sua breve storia, che per qualcuno potrebbe minarne addirittura la stessa esistenza. I paesi con i conti maggiormente a rischio all’interno dell’area Euro arrancano sotto i colpi della speculazione finanziaria sui titoli di stato e i timori di una catena di default dopo quello ormai certo (parziale o totale?) della Grecia crescono di settimana in settimana. Ma come si è arrivati a tutto questo?</p>
<p style="text-align: left;"> Incominciamo col dire che non è tutta colpa di Berlusconi, sebbene il nostro di responsabilità per la drammatica situazione italiana ne abbia parecchia. <strong>Certamente le politiche economiche attuate per anni dai governi dei PIIGS sono la causa principale delle crisi dei loro paesi</strong>, del rischio insolvenza e delle misure draconiane resesi necessarie a fronteggiarlo in collaborazione con i prestiti internazionali erogati da FMI e UE. In particolare, il popolo greco dovrebbe ricordarsi per almeno un ventennio della scellerata gestione del paese da parte del partito Nuova Democrazia, autore di falsificazioni contabili, oltre che responsabile di grave lassismo in materia fiscale e previdenziale, mentre altri paesi, come Spagna, Portogallo e Irlanda, pagano l’estrema gravità con cui la crisi originata dai mutui sub-prime americani ha colpito il loro sistema bancario e industriale, che ha appesantito deficit o debiti pubblici spesso già al limite del livello di guardia.</p>
<p style="text-align: left;"> Osservando meglio la situazione italiana, emergono purtroppo tre fattori decisamente negativi che generano sfiducia nel nostro paese: due di questi sono economici e sfortunatamente strutturali ormai da anni, ovvero un <strong>debito pubblico altissimo</strong>, pari a circa il 120% del PIL e una <strong>crescita eccessivamente bassa</strong>, largamente inferiore all’1% secondo quanto riportato dalle previsioni per il 2012 (<em>1)</em>, e comunque sempre tra le meno alte del continente. Il terzo fattore, sfortunatamente decisivo, è strettamente politico, e, questo sì, ha in questo momento un nome e un cognome: <strong>Silvio Berlusconi</strong>. L’immobilità che contraddistingue il suo governo, stretto tra maggioranze risicate in Parlamento, profonde divergenze tra i partiti che lo sostengono e potenti interessi da salvaguardare, non può certo generare ottimismo nei mercati riguardo alla capacità del nostro paese di adottare le riforme necessarie a ridurre il debito e a promuovere la crescita (mercato del lavoro, sistema pensionistico, liberalizzazioni, redistribuzione fiscale, tagli di spesa e investimenti in ricerca e sviluppo). Sebbene anche l’opposizione di centro-sinistra appaia molto lontano dal garantire un chiaro programma per una politica economica virtuosa, l’influenza negativa delle dichiarazioni e degli atti di Berlusconi è innegabile e si può misurare sull’andamento degli ormai famosi spread tra BTP e Bund tedeschi, rispetto alla variazione del rapporto Bonos spagnoli-Bund, come evidenziato dallo studio pubblicato da Tito Boeri sul sito Lavoce.info (<em>2)</em>, oltre che sulle improvvise altalene del già citato spread avvenute lunedì 7 novembre, in seguito alle voci filtrate di imminenti dimissioni del premier poi smentite. <strong>E’ un peccato che tale inadeguatezza politica vada a penalizzare un paese che rappresenta la seconda industria manifatturiera e la terza economia dell’area Euro, ma proprio la grandezza del paese e l’enorme mole del debito fanno dell’Italia il principale problema per l’UE, assieme alla Grecia, essendo Roma too big to fail, ma anche too big to save</strong>, almeno con gli strumenti finanziari predisposti fin ora dalle istituzioni internazionali.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/3894/l%e2%80%99euro-sul-filo-del-rasoio-di-chi-e-la-colpa/crisi-euro-berlusconi-copia-450x300-2/" rel="attachment wp-att-3898"><img class="aligncenter size-full wp-image-3898" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/crisi-euro-berlusconi-copia-450x3001.jpg" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Fatta giustizia dei PIIGS, però, occorre valutare mancanze ed errori in generale di tutto il sistema europeo e in particolare di un paese considerato a ragione la locomotiva del continente, la Germania, che evidentemente non riesce ad assumere in pieno la funzione di leadership dell’unione.</p>
<p style="text-align: left;">L’Unione Europea, fin dall’inizio della sua storia, è stata governata seguendo una dottrina liberista figlia delle eccessive fobie di Berlino per un’inflazione che infesta ancora gli incubi dei Tedeschi novant’anni dopo Weimar. <strong>I ferrei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita decisi a Maastricht hanno privilegiato di gran lunga la prima rispetto alla seconda</strong> e, sebbene controllare i conti pubblici sia fondamentale per un unione monetaria di diciassette paesi, la mancata distinzione tra spese correnti e spese per investimenti non aiuta affatto l’economia reale. Tutta l’architettura finanziaria europea ha poi inevitabilmente perso credibilità quando, nel 2003, l’Ecofin (Italia presidente di turno) non ha applicato le sanzioni previste dai trattati per la violazione dei suddetti parametri a Germania e Francia, i pesi massimi dell’UE, che pure ne erano stati i massimi promotori. <strong>L’Europa sconta inoltre un’azione della Banca Centrale Europea orientata per statuto unicamente alla stabilità dei prezzi e non al sostegno all’economia</strong>. Durante tutta la gestione Trichet, anche negli ultimi anni di crisi, i tassi d’interesse, seguendo una linea eccessivamente prudente, sono stati mantenuti alti in confronto a quanto è successo in USA, dove la Federal Reserve è stata decisamente più incline a dare ossigeno al sistema economico iniettando dollari e tenendo i tassi a zero, e solo pochi giorni fa il neo-governatore Mario Draghi ha invertito tale politica abbassandoli di un quarto di punto. La stessa scelta dell’Eurotower di comprare per la prima volta nella sua storia titoli del debito sovrano di paesi in difficoltà è un’azione di carattere straordinario, ma dovrebbe rientrare pienamente nelle prerogative di una banca centrale, e altre fuori dai confini dell’Eurozona altre istituzioni omologhe (Bank of England, Federal Reserve) in questi tre anni ne hanno acquistati in misura ben maggiore e in maniera costante. <strong>Tali comportamenti, se hanno contribuito a mantenere bassa l’inflazione, hanno penalizzato l’economia reale in fasi di scarsa crescita o recessione in cui, aumentando di poco o addirittura calando i PIL, i debiti pubblici sono inevitabilmente aumentati diventando oggetto delle mire della speculazione</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">Ed ora la Germania (<em>3)</em>. Dal Baltico alla Baviera i tedeschi danno ormai ampi segni di sfiducia verso l’UE e di fastidio verso i piani di salvataggio approntati per le cicale del continente. Non è difficile da comprendere se pensiamo che la Germania rappresenta di gran lunga la prima economia d’Europa, lo scorso anno ha visto crescere il suo PIL del 3,6%  (<em>4)</em>, è il secondo esportatore di merci al mondo, ha i conti in ordine e ha compiuto importanti riforme economiche nell’ultimo decennio. Tuttavia, <strong>la facile tentazione di abbandonare i partners e lasciar morire l’Euro (e con esso l’UE) per rifugiarsi nel solido vecchio adorato Marco o in un Euro ristretto sarebbe controproducente anche per Berlino</strong>. Le sue banche sono piene di titoli dei paesi indebitati e una loro ricapitalizzazione inevitabilmente comporterebbe un appesantimento del bilancio ben maggiore di quello generato dal finanziamento del fondo salva stati, mentre le sue aziende perderebbero quote di export nei confronti di concorrenti di paesi a valuta più debole generando probabili aumenti della disoccupazione in seguito a contrazioni della crescita produttiva. In realtà l’Euro ha largamente favorito l’economia tedesca, favorendone le esportazioni sia all’interno dell’unione monetaria a causa dei minori costi di transazione, sia al di fuori di essa per la minor concorrenza subita da aziende, come le nostre, che in passato sfruttavano le svalutazioni della moneta nazionale per accrescere la loro competitività sui mercati esteri. <strong>Questo dovrebbe essere in grado di far capire al proprio popolo uno statista degno di questo nome, prospettando rischi e opportunità dell’appartenenza al sistema europeo anche sul medio e lungo periodo, dimostrando convinzione e decisione nel prendere tutte le misure necessarie alla sua salvaguardia e non limitandosi ad assecondare le fobie dell’elettorato in prossimità di una qualsiasi elezione di Lander</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">
<blockquote><p><a class="highslide" href="http://www.opennews.it/3894/l%e2%80%99euro-sul-filo-del-rasoio-di-chi-e-la-colpa/bce/" rel="attachment wp-att-3899"><img class="aligncenter size-full wp-image-3899" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/BCE.jpg" alt="" width="500" height="331" /></a></p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Non crediamo che Frau Merkel sia inconsapevole dell’enorme posta in gioco in questa difficile fase della storia europea, e, almeno a parole, la Cancelliera ha più volte ribadito la necessità di salvare l’Euro (<em>5)</em>. Tuttavia, ove si è trattato di passare dalle parole ai fatti, l’azione del governo tedesco non è stata sufficientemente tempestiva e decisa al fine di tranquillizzare i mercati, in particolare quando si è trattato di affrontare il rischio default della Grecia nel 2010 e quando, la scorsa estate, si è finanziato, secondo molti analisti tardivamente e in misura insufficiente, il fondo salva-stati. Inoltre, le conclusioni del vertice dell’Eurogruppo di fine ottobre che, proprio su pressioni tedesche, hanno prospettato alle banche europee un taglio del 50% sui titoli del debito greco in loro possesso, lasciano perplessi perché esso appare prossimo al tasso di perdita medio in caso di default incontrollato, che è del 60%, ma che permetterebbe loro di far scattare i Credit Default Swap (<em>6)</em>. <strong>Angela Merkel, spalleggiata da olandesi, austriaci e finlandesi, sta evidentemente cercando di salvare capra e cavoli, tirando fuori meno denaro possibile (basterà?), evitando di urtare gli umori profondi del suo popolo e puntando a scaricare quasi tutti i costi della crisi sui paesi sotto attacco finanziario, magari approfittando delle debolezze altrui per incrementare la competitività relativa della propria economia e il proprio peso politico all’interno dell’unione</strong>. Se le dinamiche dell’UE fossero interpretabili come un gioco a somma zero i Tedeschi dimostrerebbero indubbiamente di essere ottimi giocatori, ma così facendo <strong>abdicano al ruolo di leadership</strong> (l’asse con Parigi è più di facciata che reale) che ormai tutti o quasi riconoscono loro, e rischiano di far saltare il banco.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Che deve fare l’Italia in tutto questo? Innanzitutto deve attuare importanti riforme economiche</strong>, non perché ce lo chiede la BCE o l’asse franco-tedesco, ma perché sono indispensabili a ridare impulso all’economia e fiducia ai mercati, da cui dipende pur sempre il tasso d’interesse con cui rimborsiamo i titoli del nostro debito pubblico. Sul “quali” e sul “come” dobbiamo mantenere la nostra sovranità, ma è chiaro che tutte le forze politiche dovrebbero avere la lungimiranza di rinunciare a proteggere interessi particolari in contrasto con quelli generali. Ricordandoci che siamo un paese grande e ricco in grado di compiere questo passo, dobbiamo essere consapevoli che se non riusciamo a far questo diamo legittimità ai commissariamenti e ai sorrisini d’oltralpe. <strong>Solo dopo aver recuperato credibilità come stato possiamo tornare a influire sui processi decisionali europei, con l’obiettivo di convincere la riottosa Berlino (Sarkozy già è favorevole) a rivedere in senso più estensivo le funzioni della BCE</strong> sull’esempio di altre banche centrali, realmente prestatrici di ultima istanza verso governi sovrani e più espansive nella gestione dell’offerta monetaria, magari in cambio di controlli più attenti sui conti pubblici.</p>
<p style="text-align: left;">Novembre è iniziato con due segnali che infondono un moderato ottimismo: l’arrivo di Draghi a Francoforte, con immediato taglio dei tassi d’interesse, e l’annuncio di prossime dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Speriamo sia solo l’inizio.</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><strong>Francesco Linari – www.opennews.it</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<ol>
<li>R. Petrini, “<em>Vola lo spread, il governo taglia il Pil</em>”, La Repubblica, 23.09.2011, pag. 4, sez. Imprese e mercati</li>
<li>Tito Boeri, “<em>La Papi’s tax”, </em>La voce.info, 23.09.2011. <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002570.html">http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002570.html</a></li>
<li>Per un interessante approfondimento sulla Germania e sul suo comportamento nel corso della crisi dei debiti sovrani si consiglia la lettura di Limes 4.2011, “<em>La Germania tedesca nella crisi dell’Euro”, </em>Gruppo L’Espresso, con riferimento in particolare all’editoriale, e agli articoli: H. Dieter, “<em>Se due euro sono meglio di uno”, </em>e M. De Cecco – F. Maronta, “<em>Le ragioni tedesche e i conti della serva”. </em></li>
<li><em>World Economic Outlook Database, </em>September 2011, International Monetary Fund, <em><a href="http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/weorept.aspx?sy=2009&amp;ey=2016&amp;scsm=1&amp;ssd=1&amp;sort=country&amp;ds=.&amp;br=1&amp;c=122%2C136%2C124%2C137%2C423%2C181%2C939%2C138%2C172%2C182%2C132%2C936%2C134%2C961%2C174%2C184%2C178&amp;s=NGDP_RPCH&amp;grp=0&amp;a=&amp;pr.x=65&amp;pr.y=14">http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/weorept.aspx?sy=2009&amp;ey=2016&amp;scsm=1&amp;ssd=1&amp;sort=country&amp;ds=.&amp;br=1&amp;c=122%2C136%2C124%2C137%2C423%2C181%2C939%2C138%2C172%2C182%2C132%2C936%2C134%2C961%2C174%2C184%2C178&amp;s=NGDP_RPCH&amp;grp=0&amp;a=&amp;pr.x=65&amp;pr.y=14</a></em></li>
<li><em></em>P. Lepri, “<em>L’avvertimento della Merkel ai Tedeschi: se crolla la moneta unica, Europa a rischio”. </em>Il Corriere della Sera, 20.09.2011, pag. 3</li>
<li>A. Baglioni, “<em>I mercati brindano, ma i problemi restano”. </em>Lavoce.info, 28.10.2011. <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002623.html">http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002623.html</a></li>
</ol>
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		<title>L&#8217;editoriale: into the storm</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 20:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Larosa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;obiettivo dell&#8217;Europa era quello &#8211; stando al Trattato di Roma del 1957 &#8211; quello di salvaguardare la pace, vista come risultato di intense e buone trattative economiche.<br />
Stando a questo incipit, il futuro riserva solo conflitti e transazioni poco proficue.  Stiamo attraversando, è indubbio e palese, una vera e propria tempesta della quale non si scorge la fine. Il dubbio è come uscirne. E&#8217; la domanda che tutti si pongono mentre si svolge un G20 senza risposte e mentre un&#8217;Europa autoritaria come mai prima, invita gli Stati sotto osservazione a rimettersi in riga.<img class="aligncenter size-medium wp-image-3818" title="sorrisi_big" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/11/sorrisi_big-300x130.jpg" alt="" width="300" height="130" /></p>
<p><strong>Possiamo noi, in quanto paese sovrano, assecondare così beatamente gli strepiti franco-germanici? E&#8217; proprio così vero che siamo &#8220;commissariati&#8221; e assoggettati ad una politica ostile e che guarda unicamente ad interessi nazionali?</strong> Direi di si. In primis, questa fantomatica sudditanza decantata da gruppi più isolati che altro in un periodo come questo, è mal posta. Non si tratta di obbedienza, bensì di regole che NOI stessi (come Italia) abbiamo contribuito a formare e promuovere e che ci siamo impegnati a rispettare. Secondariamente, il vero nodo del problema sta nella determinazione delle responsabilità: chi ha colpa? Chi ha agito in modo scorretto provocando questo rischio-catastrofe?<br />
Non sono solo le banche o le agenzie di rating, ma anche la politica, la quale si è prodigata in ridicole manovrine e manovrette che servono ben poco perfino nel breve periodo.</p>
<p><strong>Lo scenario che si sta aprendo è desolante:</strong> un&#8217;Europa che aiuta e si comporta da madre perseverando nell&#8217;acquisto di titoli che rendono troppo per essere considerati sicuri, ma che alza la voce bacchettando il gruppo degli ultimi; la prima azione di Mario Draghi che taglia i tassi di interesse permettendo ai mercati di respirare, ma palesando tutta la gravità della situazione presente; uno spread altalenante e un pericolo default (ormai certezza) per la Grecia che &#8211; inscenando un bluff clamoroso &#8211; propone un referendum.</p>
<p>L&#8217;Italia reale in tutto questo dove si trova?  <strong>Attende che il Governo si dimetta</strong>, come è accaduto in Spagna. ha aspettato una manovra che si è ben presto rivelata inefficace, troppo timida e debole, non all&#8217;altezza di quella famosa &#8220;letterina d&#8217;intenti&#8221; spedita alla UE.<br />
Ci vuole il coraggio di tagliare con un atteggiamento che palesa visioni di breve periodo; è necessario elaborare sistemi che tocchino nel profondo i problemi che ci assillano. La speculazione non tarderà a bussare alla nostra porta e non sarà cantando slogan come &#8220;noi la crisi non la paghiamo&#8221;. E&#8217; il momento di tirare la cinghia, perchè LA CRISI LA PAGHIAMO NOI.</p>
<p><strong>E&#8217; questa la condizione per non finire come il Titanic: un relitto che ricorda periodi di grande splendore, lusso, confort e una vita&#8230;.troppo lontana.  </strong></p>
<p><strong></strong>Per approfondire queste tematiche, consigliamo una delle puntate del format &#8220;Economicamente&#8221; di RadioEco, l&#8217;emittente dell&#8217;Università di Pisa. Il Prof. Della Posta parla senza fronzoli del perchè conviene restare in Europa e di quelli che sono i nostri diritti-doveri all&#8217;indomani del primo shock di queste settimane. Un&#8217;ora piacevole, tra musica e serietà: <a href="http://www.mixcloud.com/radioeco/economicamente-conversazioni-sulleuro-col-prof-della-posta/#utm_source=widget&amp;utm_medium=web&amp;utm_campaign=base_links&amp;utm_term=resource_link">http://www.mixcloud.com/radioeco/economicamente-conversazioni-sulleuro-col-prof-della-posta/#utm_source=widget&amp;amp;utm_medium=web&amp;amp;utm_campaign=base_links&amp;amp;utm_term=resource_link</a></p>
<p><strong>Francesca Larosa &#8211; www.opennews.it </strong></p>
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		<title>Fate la vostra offerta</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 20:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Larosa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pregate se volete, ma soprattutto Pagate, versate denaro nelle tasche della Chiesa. Perché è questo ciò di cui ha più bisogno. ” Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”. Parole Sante. Magari no; a pensarci bene la nota dichiarazione di Paul Marcinkus poco si presta a tale definizione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pregate se volete, ma soprattutto Pagate, versate denaro nelle tasche della Chiesa.</strong> Perché è questo ciò di cui ha più bisogno. ” Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”. Parole Sante. Magari no; a pensarci bene la nota dichiarazione di Paul Marcinkus poco si presta a tale definizione.</p>
<p>Certamente le affermazioni dell’ormai defunto arcivescovo originario della violenta Chicago di Al Capone trovano concreta rispondenza nelle carte dell’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, reso pubblico solo dopo la sua (2003) e contenente circa 4000 documenti riservati della Santa Sede, testimonianza e prova incontrovertibile di una vera e profonda devozione verso il denaro. Sì, perché <strong>basterebbe osservare con attenzione Piazza San Pietro, con il suo imponente colonnato architravato, o la basilica stessa, per comprendere la vera natura di un’istituzione la cui spada di Damocle è divenuta nel tempo garante di imprese e gesta contraddittorie ed ambigue espressioni della divina responsabilità di cui si fa portatrice. </strong>Ciò che di realmente interessante emerge dalle carte curate da colui che per più di vent’anni fu uno delle figure più importanti nella storia dello IOR è che, non solo la Santa Sede possiede un apparato finanziario molto attivo, ma che addirittura le sollecitazioni che questo riceve discendono da una intricata rete di operazioni dalla sospetta forma e sostanza.</p>
<p>Proprio il caso Marcinkus racconta la storia di <strong>uno degli uomini più importanti nella storia della finanza vaticana, storia che lo vede protagonista assoluto di spregiudicate movimentazioni finanziarie e di alleanze con Banchieri Corrotti come Roberto Calvi e uomini di mafia come Michele Sindona.</strong><br />
Nell’anno 1971, infatti, successivamente alla nomina di presidente dello IOR dell’americano, il trio Marcinkus – Sindona – Calvi, arriva a manipolare gli andamenti della borsa di Milano.<br />
Nello stesso anno Michele Sindona, colui che porta i capitali della mafia, riesce ad aggiudicarsi la Franklin, ventesimo istituto bancario nella graduatoria U.S.A. La crisi economica del 1973 porta però cattive notizie alla truffaldina triade che nell’anno successivo vede il suo castello di sabbia inabissarsi sotto l’onda catastrofica del crac Franklin, con perdite di due miliardi di dollari (nel 1980 Sindona verrà condannato a 25 anni di reclusione). La chiesa perde dai 50 ai 250 milioni di dollari. Un Caso?<img class="aligncenter size-medium wp-image-3585" title="piazza_san_pietro" src="http://www.opennews.it/wp-content/uploads/2011/09/piazza_san_pietro-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></p>
<p>È il momento di Calvi, che subentra all’ormai ex-alleato Sindona, a cui viene affidato l’onere di creare un potente polo bancario cattolico. Nel 1978 però sarà lo stesso Sindona a determinare un’ispezione della Banca D’Italia all’Ambrosiano (la banca di Calvi), dalla quale emergeranno crediti senza coperture ed alti rischi di liquidità. La pericolosa situazione invita Marcinkus e Calvi ad incontrarsi per firmare un accordo a fronte del quale il banchiere si sarebbe assunto la totale responsabilità per le operazioni passate e future; d’altra parte lo IOR offre all’Ambrosiano delle lettere di Gradimento in grado di garantire i debiti esteri sino al 30 giugno 1982, con conclusiva consegna di 300 milioni allo IOR.( il piano fallirà e Roberto Calvi verrà trovato morto, impiccato, sotto il Black Friars Bridge di Londra il 18 giugno 1982)<br />
<strong>Molti penseranno che queste siano fandonie o semplicemente speculazioni, altri probabilmente potranno pensare che si tratti di un caso, perché come è ovvio che sia, il male si insidia ovunque,</strong> ed anche coloro i quali appartengono ad un mondo così “vicino alla luce divina” possono cadere in tentazione.<br />
Del resto la Chiesa ci insegna che il nostro stesso mondo sarebbe figlio della tentazione (Che sia una mela o qualche milione di dollari la non fa differenza).</p>
<p><strong>Tanto per essere franchi, gli uomini corrotti tra le mura leonine non sono esattamente quella che si suole dire una rarità.</strong>  Dopo la caduta dell’”Impero Marcinkus” la situazione non cambia. Il suo successore, Monsignore Donato de Bonis, sedicente” fautore della moralizzazione”, uomo dal Low Profile, coinvolge la finanza vaticana in operazioni degne della precedente gestione.<br />
Negli anni novanta il vescovo potentino costruirà un sistema di offshore volte a riciclare denaro entro le mura vaticane con conti criptati.<br />
Il conto n. 001 – 3 – 14774-C, appartenente ad una fantomatica Fondazione Spellman, diviene oggetto di movimenti come un deposito di 494.400.000 lire ad un tasso d’interesse garantito del 9% annuo, ed è proprio il conto la cui titolarità sarebbe dovuta passare, alla morte del vescovo, a Giulio Andreotti, per <strong>“opere di assistenza e carità”.</strong><br />
A questo punto risulta innegabile il rapporto che lega lo IOR a personaggi politici di grande rilievo, a loro volta chiaramente collusi.<br />
<strong>Tra il 1987 ed il 1992 lo stesso conto riceve poi, sempre per opera di de Bonis, accrediti per 26 miliardi di lire,</strong> conto che vive anche movimenti in uscita, come il miliardo e 536 milioni donati all’altrettanto fantomatico Comitato Spellman, o come il milione di dollari versato nelle tasche del cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves.<br />
<strong>Nuovamente Giulio Andreotti, alias Julius, appare tra i documenti di un bonifico di ventisettemila dollari per il tedesco Alexandre Michel. </strong>Ovviamente la storia non finisce qui, ma credo che da queste vicende si evinca chiaramente la natura compromessa dell’istituzione che più di tutte gode dell’incondizionato amore dei suoi seguaci e di cui mai, i seguaci stessi, sarebbero disposti a mettere indubbio l’integrità.<br />
Ma i fatti parlano chiaro.<br />
Tra il 2005 ed il 2007 la chiesa ha venduto immobili per un valore di 50 milioni di euro, che vanno ad incrementare un patrimonio di circa 6.000.000.000 di euro. In Italia i posti letto gestiti da religiosi sono circa 200.000.</p>
<p><strong>Il costo medio di un ospedale distrettuale africano</strong> (medicina e chirurgia generali, pediatria,<br />
ostetricia, attività ambulatoriali e preventive) <strong>è intorno ai 400-500.000 euro per anno.</strong><br />
Fate la vostra offerta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Leonardo Pierri</strong> &#8211; www.opennews.it</p>
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