Rubriche archiviate per: Scienza

Perchè il biologico non è ecologico: luoghi comuni da sfatare sul cibo “sano e genuino”

Il cibo biologico sta conoscendo in questi anni e soprattutto in Italia, maggiore esportatore europeo del settore, un vero e proprio boom. Sempre più persone si sono convinte che il marchio “bio” sia sinonimo di più buono, più salutare e migliore per l’ambiente. Ma è davvero così? Pare proprio di no.

- Anzitutto la sicurezza: è ormai opinione diffusa che il cibo biologico sia da preferire rispetto a quello prodotto con tecniche tradizionali (come l’uso di fertilizzanti e antiparassitari artificiali per esempio) o ai prodotti OGM, perchè più salutare. Tuttavia, dopo il caso dei 40 morti per dei germogli di soia biologici in Germania (erano contaminati da un ceppo di E. Coli), alcuni studi hanno sollevato notevoli dubbi circa la sicurezza alimentare dei prodotti coltivati con i metodi “naturali”. “La vera tragedia nel caso di E.coli in Germania è che l’infezione si sarebbe potuta prevenire se l’azienda fosse stata disposta a trattare i prodotti con radiazioni ionizzanti”, afferma sul New Scientist Dominic Dyer – un tempo a capo del UK Food and Drink Federation Organic Food Manufacturers Group e oggi amministratore delegato della UK Crop Protection Association . “I germogli hanno bisogno di un ambiente caldo e umido per crescere, che aumenta il rischio di contaminazione da E. coli e e da altri batteri. L’unica certezza di ridurre il rischio è irradiare i semi, metodo che uccide il 99,99% di E.coli. Non ci sono prove che l’irradiazione sia pericolosa per i consumatori, né che alteri le qualità nutrizionali del cibo.

La voce di Dyer non è isolata: anche il direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Silvio Garattini, ha lanciato l’allarme: il cibo da agricoltura biologica non è più sicuro di quello coltivato con metodi tradizionali. Lo scienziato aggiunge: “Forse non è una coincidenza o un caso che il prodotto fosse ‘biologico’. Senza voler condannare nessuno, questi prodotti ‘biologici’, che si giovano solo di sostanze naturali, si arrogano meriti spesso indebiti. La contrapposizione tra prodotti biologici (per definizione buoni) e prodotti chimici (cattivi) non è basata su seri confronti ed evidenze scientifiche”.

Quella dell’agricoltura biologica è una vera mania ormai, tanto che alcune Regioni italiane hanno anche approvato leggi o regolamenti che impongono l’uso di prodotti derivanti da un’agricoltura biologica per preparare i pasti di particolari categorie di persone, primi fra tutti i bambini di materne ed elementari.  Tutto questo nella convinzione, tanto romantica quanto ignorante, che tutto ciò che è prodotto senza intervento umano, “lasciando agire la natura”, sia più sicuro ed ecologico. Si dimentica cioè come nell’ambiente siano presenti, naturalmente, microorganismi molto dannosi per l’uomo, come nel caso dei letali germogli di soia di cui sopra.
I fautori del bio sottolineano che la frutta e la verdura coltivata in modo naturale abbia assorbito meno sostanze chimiche, e che pertanto dovrebbe portare sulla superficie tracce minori delle stesse, risultando più sana. In verità, non usare antiparassitari non sempre è un bene: le suddette sostanze chimiche sono facilmente eliminabili con il lavaggio dei prodotti prima del consumo, e tengono al riparo il consumatore dall’assunzione di batteri o parassiti potenzialmente sconosciuti e pericolosi.
Ma, a fianco dei dubbi sulla sicurezza, non si sono trovate neppure prove che i cibi biologici siano più ricchi di nutrienti: secondo un importante studio della London School of hygiene & tropical medicine (pubblicato sull’American journal of clinical nutrition), “Sono state trovate poche differenze negli apporti nutritivi tra i cibi biologici e gli alimenti preparati tradizionalmente, e queste poche differenze non hanno alcuna rilevanza per la salute”.

Tralasciando per un attimo l’aspetto igienico, queste colture biologiche sono davvero ecologiche? Spesso si sente dire che il mancato utilizzo di prodotti chimici renda le colture biologiche a minor impatto ambientale. Tuttavia, secondo un recente articolo pubblicato su Nature, questa assunzione potrebbe dover essere rivista. Infatti, un problema essenziale per la sostenibilità è la resa: se per la stessa quantità di cibo devo coltivare, e quindi disboscare, trasformare, umanizzare, il doppio del terreno, è difficile dire che il biologico sia davvero più ecologicamente sostenibile.
I ricercatori autori dello studio, Verena Seufert, Navin Ramankutty e Jonathan Foley, della McGill University in Canada e dell’Università del Minnesota, hanno analizzato 66 diversi studi che raccolgono 316 confronti tra la resa dell’agricoltura biologica con quella convenzionale.
La conclusione è che, ad oggi, il biologico non può quasi mai competere con l’agricoltura convenzionale. La resa infatti è mediamente del 25% inferiore a quella convenzionale. Addirittura nei paesi in via di sviluppo (ovvero i più bisognosi di una solida ed efficiente agricoltura) una coltivazione biologica produce in media il 43% in meno, con picchi negativi proprio nelle coltivazioni più essenziali per sfamare la popolazione, quali cereali e verdure.

Il problema è principale è legato all’azoto, un nutriente essenziale per le piante. L’agricoltura convenzionale ha risolto il problema decenni fa, utilizzando i ben noti fertilizzanti azotati. L’agricoltura biologica cerca di ottenere il medesimo risultato utilizzando tecniche classiche come la rotazione delle colture, ma non è in grado di competere. Anche la qualità del terreno è di capitale importanza: l’agricoltura biologica ottiene buoni risultati su terreni a pH da leggermente acido a leggermente alcalino, ma diventa insostenibile altrove a causa delle difficoltà con un altro nutriente, il fosforo.
Esistono comunque alcune eccezioni: la resa delle piante da frutto spesso è paragonabile, e anche la soia presenta un’accettabile differenza (media) dell’11%. Inoltre secondo lo studio, applicare rigorosamente le migliori pratiche di agricoltura biologica può ridurre la differenza media tra le due tecniche, ma solo fino al 13%.

Come pensare allora che questo genere di colture possano soddisfare una popolazione in forte crescita a livello globale? Il massiccio aumento della produzione agricola ottenuto negli anni ’60 e ’70, per quanto criticato dagli ambientalisti, ha sfamato un miliardo di persone ed è stato ottenuto tramite nuove tecniche produttive che coinvolgevano, oltre alla meccanizzazione, anche e soprattutto l’uso di prodotti chimici e il miglioramento genetico delle piante.
Altro dato degno di menzione si trova in una nota al termine dello studio: nei paesi in via di sviluppo questo genere di produzione è generalmente orientato soltanto all’export, e dipende molto dalla volubilità del mercato occidentale. In sostanza, quando nei paesi in via di sviluppo coltivano biologico lo fanno per un nostro desiderio, non per loro bisogno.

Insomma, per quanto ad orecchie “ecologically correct” possano suonar male queste parole, il ruolo svolto dalle colture tradizionali non è rimpiazzabile, al momento. Questo vale sia soprattutto sul piano della sostenibilità ambientale, che invece è tradizionalmente il cavallo di battaglia del bio. Per finire, alcuni dubbi circa la sicurezza alimentare e la mancanza di significative differenze a livello di nutrienti sembrano smentire il mito del cibo sano e genuino.

La strada verso una produzione più sostenibile insomma, per ora non passa di qui: dovremo per questo convivere ancora a lungo con i vecchi sistemi, ed impegnarci a razionalizzare e migliorare il loro utilizzo.

 

Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it 

Kepler: un telescopio a caccia di pianeti

La possibilità che il cosmo sia abitato da altre creature, senzienti o meno, esercita da sempre un grande fascino su tutti gli uomini: dalle “Storie Vere” di Luciano di Samosata alla moderna fantascienza, questo interrogativo ha stimolato la fantasia e la curiosità umane infinite volte. Tuttavia, con i mezzi offerti dalla scienza e dalla tecnologia moderne, i tentativi di rispondere a questa annosa questione si sono alquanto raffinati.

- Zone abitabili nello spazio.
Nel linguaggio tecnico, si definisce Zona Abitabile una regione dello spazio che per varie ragioni è potenzialmente favorevole allo sviluppo di forme di vita. Il termine fu introdotto negli anni ’50 da Strughold e Shapley in due scritti sull’abitabilità di Marte ed altri pianeti: in sostanza, dall’analisi degli elementi essenziali alla vita come la conosciamo sulla Terra, sono state elaborate alcune linee guida per restringere la ricerca strumentale a porzioni specifiche della Galassia.
Uno dei criteri è anzitutto la distanza tra il pianeta ed il proprio sole, che deve consentire, data un’adeguata pressione atmosferica, la presenza di acqua allo stato liquido. Una distanza troppo piccola, infatti, vorrebbe dire un calore tale da avere solo acqua in forma gassosa, e viceversa un’eccessiva lontananza implicherebbe ghiacci perenni. In questo modo si individua una regione a forma di anello, tra le 0.725 e le 3 unità astronomiche dal sole (variabile a seconda del tipo di stella).
Inoltre si cercano pianeti con un orbita dall’eccentricità limitata, in modo che questi rimangano per tutto il moto di rivoluzione all’interno della zona abitabile. Da ultimo, poiché per pianeti orbitanti attorno a stelle più piccole del Sole la zona abitabile ha un raggio minimo ridotto, si considerano anche le forze di marea, che se eccessive possono alterare l’asse di rotazione ed in questo modo compromettere l’alternarsi delle stagioni.
Un ulteriore discriminante è infine la cosiddetta “Zona Abitabile Galattica”, vale a dire una distanza dal nucleo galattico sufficiente per la presenza di elementi pesanti (essenziali alla formazione di pianeti di tipo terrestre), ma abbastanza grande da impedire alle radiazioni provenienti dal centro della Galassia di danneggiare qualunque forma di vita a base di carbonio. Inoltre, nella parte più interna della Galassia sono presenti per lo più stelle antiche e instabili, e la presenza delle nebulose da cui si originano i pianeti e le stelle più giovani è limitata.
È opportuno rilevare come tutti questi criteri si basino sull’assunto che la vita, altrove, abbia basi simili a quelle che ha sul nostro pianeta. È stato osservato giustamente che questa supposizione è arbitraria: alcuni studiosi hanno ipotizzato organismi basati sul silicio anziché sul carbonio, o su azoto e fosforo. Allo stesso modo è stato suggerito che altre sostanze, come l’ammoniaca o il metano, potrebbero ricoprire il ruolo dell’acqua in queste esotiche forme di vita. Ad esempio, la probabile abbondanza di metano liquido e ammoniaca su Titano (una luna di Saturno) ha fatto suggerire che potrebbe ospitare organismi non basati sull’acqua, in superficie o negli oceani. Discorso simile per Europa, luna di Giove. Queste speculazioni si sono rafforzate dopo la recente scoperta di particolari batteri che vivono attorno a camini idrotermali, e che usano composti di zolfo, in particolare di acido solfidrico (prodotto chimico altamente tossico per gli altri organismi conosciuti), per la produzione di materiale organico attraverso il processo di chemiosintesi. Tuttavia, poiché la stragrande maggioranza delle forme di vita meglio comprese presenta fondamentali analogie, l’unico paradigma cui possiamo affidarci è quello modellato sul nostro ecosistema.

- La missione.
Ma come trovare, nella vastità della sfera celeste, pianeti corrispondenti a queste specifiche? Meglio ancora, in generale come trovare dei pianeti, corpi non luminosi lontani migliaia di anni luce da noi?
Proprio a questo scopo, nel 2009 la NASA ha lanciato Kepler, un telescopio spaziale progettato per svolgere questa e altre ricerche. La missione fa parte del progetto Discovery, un programma varato nel 1992 per il lancio di sonde a scopo di ricerca scientifica. L’idea, dell’allora amministratore della NASA Goldin, era quella di una serie di ricerche dal budget più contenuto, proposte ed in parte partecipate da università, industrie ed altre agenzie governative. Il programma conta al momento una decina di missioni di successo al proprio attivo, tra cui Mars Pathfinder, Deep Impact, Lunar Prospector e Stardust.
Dopo la scoperta, tramite osservazioni da terra negli ultimi anni, di pianeti in altri sistemi solari, la sfida attuale è individuare quelli più simili al nostro. Per fare ciò Kepler scandaglia una porzione della galassia, intorno ed all’interno della zona abitabile, per cercare stelle che possiedano pianeti di tale genere.
Più ampiamente, la missione si propone di determinare l’abbondanza di pianeti di tipo terreste nella zona abitabile o nelle sue vicinanze per stelle di vario tipo, studiando le dimensioni e la forma dell’orbita di ciascuno di questi pianeti e le proprietà delle stelle attorno cui ruotano.


- Come funziona.

Per identificare i pianeti, Kepler utilizza un sistema ingegnoso, chiamato Transit Method: quando un pianeta, durante il suo moto di rivoluzione, si frappone tra noi che lo osserviamo ed il suo sole, lo oscura parzialmente per un breve periodo (come nelle eclissi di sole, quando la luna si frammette tra esso e la terra). Questo fenomeno, detto transito, può essere rilevato osservando la variazione della luminosità della stella durante il passaggio. Questo da solo non è però sufficiente: per poter essere causata dal transito di un pianeta, la variazione deve essere periodica e non cambiare intensità di volta in volta. Per i corpi di dimensioni fino a due volte la terra, questa variazione è stimata a circa lo 0.01%, per un tempo che varia tra una e sedici ore.
Una volta individuato il pianeta, la dimensione della sua orbita (per la precisione del suo semiasse maggiore) può essere calcolata dalla misura del periodo, conoscendo la massa della stella, come prescritto dalla terza legge di Keplero (“I quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti sono proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori delle loro orbite”).
Il raggio del pianeta invece viene stimato a partire dall’ampiezza della variazione di luminosità (Transit Depht) che il suo passaggio induce. Da queste informazioni, e dalla temperatura della stella (nota dall’osservazione del suo spettro), si può poi fare previsioni sulla temperatura superficiale del pianeta, elemento chiave per la sua abitabilità.
Tuttavia, non sempre un transito confermato si rivela essere un pianeta: potrebbe trattarsi di un’altra stella orbitante attorno a quella osservata in un sistema doppio, per esempio. Per eliminare queste incertezze, una volta trovato un potenziale pianeta, un gruppo di ricerca si occupa di studiarlo in dettaglio da terra. Il lavoro consiste dapprima nel raccogliere immagini ad alta risoluzione del punto desiderato, dopodiché con appositi telescopi si analizza lo spettro della luce emessa. Un sistema binario di stelle che si eclissano l’una con l’altra può così essere riconosciuto per la presenza di due spettri, sfasati tra loro.
L’analisi spettrometrica degli oggetti più promettenti (effettuata in collaborazione con il Keck Observatory) permette poi di stabilire la massa del pianeta: la stella risente infatti della forza di gravità del pianeta nel suo moto, e gli “spostamenti” dovuti ad essa determinano modificazioni nell’effetto doppler osservato. Così lo studio dell’effetto doppler consente di quantificare la forza di gravità esercitata tra il pianeta e la stella, e da essa, essendo noto il raggio dell’orbita (da quanto descritto sopra) si ottiene la massa.
Unendo questo risultato con la stima del raggio planetario fatta sulla base del Transit Depht, si ottiene infine la densità media, che consente di distinguere pianeti rocciosi come la Terra da quelli gassosi come Giove.
Per condurre tutte queste raffinate osservazioni, il telescopio di Kepler ha bisogno di un campo visivo costantemente sgombro, cosa possibile solo scrutando lo spazio fuori dal piano dell’eclittica (sopra o sotto), dove il sole o la luna non coprono periodicamente la visuale. Inoltre il telescopio doveva adattarsi ad entrare in un modulo di lancio standard Delta II, cosa che ha limitato le dimensioni dell’ottica e del suo parasole. Per conciliare la necessità di un campo visivo quanto più ampio possibile (per osservare più sistemi contemporaneamente) e costantemente sgombro da fonti di disturbo (come la luce solare) con le limitazioni di spazio imposte dal modulo, gli scienziati hanno scelto un’orbita eliocentrica, e puntato l’ottica a nord del piano dell’eclittica, verso le costellazioni Cygnus e Lyra. Da questa posizione più di 100.000 stelle sono visibili, garantendo un numero di eventi osservati statisticamente significativo anche se i pianeti delle dimensioni cercate osservabili fossero abbastanza rari. La probabilità di osservare un transito è legata infatti sia alla presenza o meno di pianeti del tipo cercato che all’allineamento della loro orbita con l’osservatore: chiaramente, solo se l’orbita del pianeta passa molto vicina alla linea congiungente telescopio e stella si può verificare il transito.
La durata della missione è stata fissata proprio in base alla necessità di osservare un numero minimo di transiti e certificare la loro periodicità. Al momento sono stati previsti quattro anni, che consentirebbero di rilevare almeno quattro passaggi per pianeti con periodo orbitale fino ad un anno, e tre per periodi di al più 1.33 anni. È stato già proposto un prolungamento di due anni, per estendere la capacità di osservare corpi più piccoli e dall’orbita più ampia (fino a due anni, come Marte).

- Dettagli tecnici e strumenti.
L’apparato di rilevazione di Kepler si compone essenzialmente di un fotometro, vale a dire di un Telescopio Schmidt di 0.95m di diametro e con un’ampiezza visiva di circa 12 gradi collegato a 42 sensori CCD, per una risoluzione complessiva di 95 megapixel. Il tutto all’interno di un velivolo di poco meno di cinque metri di lunghezza,  2,7 di diametro ed una tonnellata di peso.
La luce proveniente dalle stelle, dopo essere stata riflessa dallo specchio principale, viene convogliata sui sensori CCD (dispositivi a semiconduttore simili a quelli delle fotocamere digitali) che, rilevando i fotoni in arrivo, leggono punto per punto l’intensità luminosa. I dati sono inviati ogni sei secondi al computer di bordo, che opera una prima scrematura del materiale: i segnali provenienti dalle stelle oggetto di osservazione sono separati dagli altri, e memorizzati per essere inviati a terra, una volta al mese. Il download dei dati avviene tramite il Deep Space Network (DNS), una rete di antenne internazionali poste strategicamente sul globo per il supporto alle missioni spaziali. Al momento i tre nodi principali del sistema sono le stazioni, poste all’incirca a 120° l’una dall’altra sulla superficie, di Madrid, Canberra e Goldstone (California), che consentono di mantenere un canale di comunicazione costante durante la rotazione terrestre. Una volta a terra, tutti i dati sono analizzati da dei computer, che scansionano le rilevazioni alla ricerca di eventi. La mole di contenuti, infatti, rende impossibile la visualizzazione da parte dei ricercatori di tutto il materiale, che viene selezionato in modo automatico. Tuttavia, poiché l’occhio umano ha spiccate capacità di pattern recognition, le sequenze scartate vengono messe a disposizione in rete per una ulteriore verifica: sul sito http://www.planethunters.org/ qualunque astronomo dilettante può partecipare alla ricerca di pianeti alieni, scorrendo i grafici di Kepler e segnalando quelli che secondo l’utente sono degni di nota.

- I risultati, finora.
I risultati attesi dagli scienziati al termine della missione prevedevano la rilevazione di numerosi pianeti, in numero variabile secondo le loro dimensioni, ma compreso tra 50 e varie centinaia.
Solo pochi giorni fa, il 26 gennaio, la NASA ha annunciato di aver identificato 11 nuovi sistemi planetari, contenenti in tutto 26 pianeti. Con quest’ultimo risultato, il computo dei corpi celesti scoperti da Kepler in due anni arriva a 60 pianeti confermati, e circa 2300 potenziali. Inoltre esso ha fornito, a settembre dello scorso anno, la prima osservazione di un pianeta orbitante attorno a due stelle, Kepler-16b. La scoperta ha confermato che i pianeti del genere esistono, ed ha allargato il campo di ricerca per sistemi capaci di supportare la vita. Pochi mesi dopo, altri due sistemi doppi sono stati riconosciuti: Kepler-34 e 35.
In dicembre il team che guida il progetto ha annunciato la scoperta del primo pianeta terrestre all’interno di una zona abitabile, Kepler-22b. Distante 600 anni luce da noi, questo pianeta nella costellazione Cygnus ha un raggio 2,4 volte più grande di quello della terra, ed una massa di varie decine di volte quella terrestre. Pur non conoscendo esattamente la sua orbita, sappiamo che il suo semiasse maggiore è all’interno della zona abitabile, e che l’anno dura 290 giorni. La sua stella, Kepler-22, è meno luminosa del sole, e dista da esso il 15% in meno della terra dal sole. Queste condizioni, se l’orbita non fosse eccessivamente ellittica, si tradurrebbero in una temperatura superficiale media variabile tra i -11°C in assenza di atmosfera, e i 22°C con un effetto serra paragonabile a quello terrestre. Ma attenzione: se dovesse essere presente un’atmosfera simile a quella di Venere, con un effetto serra di proporzioni gigantesche, si sfiorerebbero i 460°C.
Infine, è degli ultimi giorni del 2011 la notizia della scoperta dei primi due pianeti orbitanti attorno ad una stella simile al sole per massa e luminosità, e delle stesse dimensioni della terra. Purtroppo nessuno dei due è un probabile candidato ad ospitare forme di vita: a loro estrema vicinanza al sole fa prevedere temperature tra i 400 e gli 800 gradi.

In ogni caso, a nemmeno metà del proprio ciclo di vita, i risultati di questo esperimento sono assai incoraggianti, oltre che utili per ampliare la porzione di spazio conosciuta. Infatti, oltre che alla scoperta di pianeti somiglianti al nostro, questi dati serviranno ad ampliare le nostre conoscenze sulla geografia e la storia della galassia, sul modo in cui i pianeti si sono formati e sulle loro caratteristiche.
Chissà, magari la scoperta di una “nuova terra” è dietro l’angolo, per quanto distante ed irraggiungibile. Di certo però, l’idea che esistano altri luoghi capaci di ospitare la vita continuerà ad affascinarci a lungo.

 

Qualche dettaglio tecnico in più su
http://kepler.nasa.gov/
http://kepler.nasa.gov/Science/about/
http://kepler.nasa.gov/Science/about/more/linksToOtherSites/

Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it

Invisibilità: una realtà grazie ad un miraggio

Immagine anteprima YouTubeA quanto pare presto (almeno in teoria) la magia dell’invisibilità potrebbe non essere più ad esclusivo appannaggio di Hobbit e Klingon. È infatti del mese scorso uno studio dell’Università di Dallas su quello che potremmo forse definire, prendendo in prestito il termine dalla fantascienza, un embrione di dispositivo di occultamento. Il principio alla base dell’apparecchio, funzionante al momento solo per corpi immersi in acqua, è chiamato “photo thermal deflection”, ma in realtà è qualcosa di ben noto a tutti noi: il miraggio.
Un miraggio, al contrario di quanto spesso si pensi, non è un fenomeno allucinatorio, ma un effetto ottico reale, dovuto alla deflessione dei raggi luminosi che passano attraverso strati d’aria a differente temperatura. Supponiamo di avere uno strato di aria estremamente calda a livello del suolo, dovuto per esempio all’alta temperatura del terreno (come nel deserto, o sull’asfalto in estate): chiaramente l’aria sovrastante andrà raffreddandosi sempre più man mano che si sale (per semplicità possiamo immaginare di avere numerosi sottilissimi strati a temperature decrescenti).

Essendo l’indice di rifrazione di un mezzo intimamente legato alla sua densità (e dunque alla temperatura), la luce che attraversa il gradiente di temperatura viene deviata progressivamente dalla propria traiettoria di incidenza, fino ad essere riflessa del tutto verso l’alto. Questo fa sì che per esempio si veda una macchia azzurra sulla terra: è la luce proveniente dal cielo che viene deviata tanto da giungere ai nostri occhi dal basso, e il cervello ne ricostruisce l’immagine come se avesse seguito un percorso rettilineo. Nel caso del miraggio detto superiore, si verifica l’inverso: l’aria è più calda in alto, pertanto appaiono figure a mezz’aria, o sono visibili oggetti posti oltre l’orizzonte.
Per sfruttare questo risultato, i ricercatori hanno cercato un modo per scaldare rapidamente il fluido circostante, così da imitare il ripido gradiente di temperatura che si osserva nei miraggi. Il materiale prescelto sono stati i nanotubi di carbonio, fogli di carbonio dello spessore di un solo atomo arrotolati a formare un tubo cilindrico. Questa forma allotropica del carbonio, creata per la prima volta tra gli anni ’80 e ’90, ed oggi al centro di numerosissimi studi per varie applicazioni, è dotata di incredibile resistenza, oltre che particolari proprietà conduttive. Proprio la loro eccellente conducibilità termica li ha resi il candidato ideale per questo scopo: attraverso una corrente elettrica, il sottilissimo strato di nanotubi ben allineati può essere portato rapidamente ad alta temperatura, inducendo un repentino riscaldamento del fluido antistante: i raggi luminosi vengono così deviati, e l’oggetto che si trova dietro allo schermo appare invisibile.

Per quanto questo sia solo un prototipo dimostrativo di ridotte dimensioni, le sue potenzialità sono interessanti, e gli studi proseguiranno senza dubbio, complice anche il mai celato interesse militare per questo genere di applicazioni: sono molte le ricerche in corso che, percorrendo strade diverse, mirano alla realizzazione di dispositivi con il medesimo effetto. Si può capire il perché: a parte la “vera” invisibilità, cioè quella alla luce visibile, anche la più modesta trasparenza ai soli infrarossi, per esempio, potrebbe risultare in un notevole vantaggio tattico. In questo senso esistono già dei dispositivi dotati di telecamere e superfici  di schermi capaci di confondere l’occhio e i sensori di calore. Ma non finisce qui: lo stesso principio potrebbe essere forse applicato anche alle onde sonore oltre che elettromagnetiche, permettendo magari di avere sottomarini invisibili ai sonar.

Tra gli altri progetti, un altro importante filone di studio è quello dei cosiddetti metamateriali, particolari materiali disegnati a livello microscopico appositamente per essere capaci di deviare le onde elettromagnetiche, che dunque vengono “guidate” attorno all’oggetto e lo oltrepassano senza effetti. Tuttavia, per adesso il processo funziona solo per particolari lunghezze d’onda (per esempio le microonde), e per oggetti di dimensioni microscopiche.

A conclusione, una precisazione per chi si fosse fatto prendere dall’entusiasmo di poter avere un mantello dell’invisibilità a breve: anche questo ultimo congegno ha molte limitazioni: funziona solo in acqua e, date le alte temperature che raggiunge, non si presta certo ad essere indossato.
Ma non disperate, forse quel momento è più vicino di quanto crediate.

Nota: Per chi volesse, la pubblicazione dettagliata è qui: http://iopscience.iop.org/0957-4484/22/43/435704

Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it

 

 

Fusione fredda all’italiana: dubbi e conferme

Su Opennews.it si era già parlato dell’ambizioso proclama dell’ingegner Andrea Rossi, che con la collaborazione del Prof. Sergio Focardi dell’Università di Bologna ha annunciato di aver messo a punto un dispositivo capace di produrre energia tramite un processo nucleare a bassa temperatura (LENR), più volte definito grossolanamente di “fusione fredda”.

Dopo vari mesi di annunci e smentite, di presunte conferme e critiche, ci paiono necessari un aggiornamento sull’ ”affaire fusione”, oltre che alcune precisazioni su quanto precedentemente avvenuto.

La storia comincia il 14 gennaio di quest’anno, quando Rossi, il fisico Focardi ed il prof. Levi dell’università di Bologna annunciano di aver ottenuto una produzione netta di energia tramite una reazione non ben specificata tra nickel, idrogeno ed un catalizzatore segreto. Si tratterebbe, stando all’analisi di Levi (presente in qualità di osservatore neutrale secondo quanto inizialmente affermato, ma poi rivelatosi stretto collaboratore di Rossi), di un processo capace di produrre più di 10kW con appena un grammo di nickel: questo enorme quantitativo di energia suggerirebbe pertanto una reazione nucleare, ma di tipo sconosciuto fino ad oggi: pare infatti che l’emissione di radiazioni sia minima. Un successivo test, eseguito dagli stessi soggetti il 10 febbraio, produce risultati ancora migliori, con la macchina che opera continuativamente per 18h producendo ben 15kW in uscita. La notizia è sensazionale: secondo quando dichiarato da Rossi e collaboratori, all’interno del dispositivo (battezzato E-Cat) avverrebbe una sorta di fusione nucleare tra i nuclei di nickel e di idrogeno, che andrebbero così a formare un atomo di rame, liberando nel contempo molta energia (l’energia liberata per g di Nickel equivarrebbe a quella contenuta in circa 517kg di greggio!).

Quello della fusione nucleare “calda”, ovvero la replica di quanto avviene nel nocciolo del nostro sole, è una sorta di Santo Graal della fisica da più di cinquant’anni: gli studi vanno avanti dagli anni ‘50, ma si è ancora ben lontani dalla realizzazione di un reattore stabile e conveniente. Tutti i progetti attivi in questo campo si scontrano con l’enorme difficoltà di ricreare le condizioni estreme dell’interno di una stella in maniera controllata e stabile. È’ in via di costruzione in Francia proprio per questo genere di ricerca il gigantesco reattore ITER, frutto di una collaborazione internazionale da 10 miliardi di euro, che comincerà ad operare alla fine di questo decennio.
Caso a parte è quello della fusione “fredda”, ovvero di un processo analogo ma a temperature vicine a quella ambiente: questa venne segnalata per la prima volta nell’ormai celebre esperimento compiuto da Pons e Fleischmann con palladio e deuterio nel 1989, ma non si riuscì mai a replicare quell’osservazione, che pertanto rimase avvolta da grande incredulità. Si può dunque capire come una scoperta del genere sarebbe tanto rilevante dal punto di vista economico (risolverebbe virtualmente qualunque problema di approvvigionamento energetico), che scientifico.

A parte quanto affermato dai tre personaggi già menzionati, poco si sa di come sia fatta questa macchina: interrogato in merito, Rossi asserisce di dover mantenere il più stretto riserbo perché ancora in attesa di un brevetto che preservi la sua creazione da possibili plagi. Sempre per questo motivo sarebbe stata rifiutata qualunque analisi da parte di terzi dell’apparato e del suo funzionamento. Anzi, stando a quanto afferma, il progetto avrebbe dovuto avanzare in gran segreto fino alla messa a punto definitiva: sarebbe stato Focardi a insistere per una dimostrazione pubblica. Di sicuro il macchinario contiene una camera della capienza di circa un litro (o meno nel caso di un modello recentemente mostrato) caricata con una sottile polvere di nickel purissimo, idrogeno alla pressione di qualche decina di bar ed un catalizzatore segreto. Dopo una fase di riscaldamento tramite una resistenza elettrica, la reazione sarebbe in grado di autosostentarsi, producendo energia in misura molto maggiore a quella immessa.

Nel corso dei mesi successivi alla notizia si succedono numerosi eventi: dopo le due dimostrazioni a porte chiuse, Rossi e soci fanno assistere anche due fisici svedesi, Hanno Essèn e Sven Kullander, all’esperimento (29 marzo). I due, intervistati in merito dal periodico scientifico svedese NyTeknik, si dimostrano cautamente ottimisti circa l’attendibilità dell’annuncio. Dicono di aver ispezionato l’apparato e misurato l’energia prodotta dalla variazione di temperatura di una certa quantità di acqua fatta vaporizzare all’interno della macchina, e di non aver riscontrato generatori nascosti o collegamenti sospetti, sebbene non sia stato loro permesso di aprire il reattore. Inoltre, avendo fatto analizzare due campioni forniti da Rossi della polvere di Nickel puro prima e dopo essere stata inserita nell’E-Cat, affermano di aver riscontrato la comparsa di un 10% di Rame (elemento successivo al Nickel nella tavola periodica) e di un 11% di Ferro, cosa che si spiegherebbe solo se fosse avvenuta una reazione nucleare di qualche genere. Aggiungono poi che Focardi è uno scienziato stimato, e che per tale ragione sono fiduciosi sulla correttezza dei dati forniti. Ed effettivamente ha un curriculum di tutto rispetto: nato a nell 1932 laureato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa in Fisica, è professore emerito in fisica generale all’università di Bologna dal 2004. Preside fino al 1990 della facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Alma Mater, ha poi diretto la sezione di Bologna dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.
Ha concentrato i suoi studi scientifici, tra gli altri argomenti, anche sulla
fusione fredda con reattori Nichel-Idrogeno.
Detto questo, come ulteriore prova della credibilità di Rossi i due svedesi menzionano il successo che il progetto avrebbe riscosso presso vari partner commerciali, che già starebbero investendo nella commercializzazione dell’apparecchio, dopo averne valutate le potenzialità.
Già, perché
Rossi annuncia di avere già alcuni investitori pronti a produrre e vendere sistemi basati sul suo rivoluzionario dispositivo. Entro ottobre, assicura, sarebbe pronto ad inaugurare un impianto da 1MW basato sull’E-Cat a Xanthi, in Grecia. Sua socia in questa impresa è la Defkalion Green Technologies, un consorzio greco dietro a cui si celano investitori internazionali restati anonimi (la sede è a Cipro) che avrebbe ottenuto l’esclusiva della produzione e distribuzione del prodotto in Grecia e nei Balcani, oltre che in Romania e Bulgaria. L’accordo, secondo quanto affermato da Rossi, prevede un primo pagamento da parte della compagnia solo in caso di esito positivo dei test, per poi concludersi con un più sostanzioso emolumento, ma solo alla presentazione di un impianto pilota funzionante. Interrogato sui retroscena economici della sua fatica, Rossi sottolinea come egli non abbia mai ricevuto nessun finanziamento per lo sviluppo del sistema, e di crederci al punto da impegnare tutti i suoi averi nella riuscita del progetto (stando alle sue dichiarazioni avrebbe finanziato la ricerca tramite la vendita della EON, società produttrice di generatori a biodiesel, e gli introiti di un’altra sua azienda, la Leonardo Corporation di base a Miami). Successivamente sono emersi dettagli anche su altri due possibili partner statunitensi: la Ampenergo, società legata ad alcune agenzie governative, e la Quantum Technologies. Di recente Rossi ha infine affermato di essere in trattativa con la NASA per effettuare studi sul suo congegno. Per finire, sarebbe stato firmato, o almeno predisposto, un accordo con l’Università di Bologna del valore di 500.000 euro per proseguire gli studi.
Concludiamo con l’ultimo aggiornamento sulla vicenda, risalente al 28 ottobre: Rossi afferma di aver effettuato con successo il test con l’impianto di prova da 1MW, e di averlo venduto ad un misterioso acquirente ad oggi anonimo che avrebbe mandato un proprio incaricato a presenziare alla prova.

Insomma, stando a tutte queste notizie sembrerebbero esserci molte ragioni per salutare i due italiani come degli innovatori di portata epocale. Ma quanto c’è di credibile in queste affermazioni? Quanto possiamo essere ottimisti sul fatto che questo apparecchio possa davvero rivoluzionare il mondo?
Molti scienziati, interessatisi della cosa, non hanno esitato a sollevare obiezioni teoriche a riguardo: anzitutto desta perplessità l’assenza di radiazioni, in particolare gamma, che di solito accompagnano questi fenomeni. Inoltre si ritiene che per avere una accelerazione delle particelle sufficiente a superare la repulsione tra i due nuclei carichi positivamente (la cosiddetta barriera di Coulomb) siano necessarie condizioni di altissima temperatura. È’ stato suggerito in merito che la reazione potrebbe consistere nella cattura di un neutrone e di un suo successivo decadimento beta, e che questo potrebbe essere verificato conducendo misure di una eventuale produzione di neutrini. Tuttavia non è questo il punto di maggiore rilevanza, dato che gli stessi autori della possibile scoperta affermano di non avere una valida teoria riguardo quanto avvenga nella loro “scatola delle meraviglie”. La vera domanda, prima ancora di scomodare elaborate costruzioni teoriche, è: “funziona veramente?”. Per quanti problemi teorici possano sussistere infatti, se venisse dimostrato da solide evidenze sperimentali che l’E-Cat funziona questo sarebbe un dato di fatto con cui confrontarsi, anche per rivedere nozioni date per assodate. Purtroppo, non è questa la situazione: per quanto se ne sia parlato in lungo ed in largo, c’è ancora una sostanziale
carenza di prove schiaccianti.
Prima di tutto, i test che sono stati condotti a Bologna sono stati tutti preparati ed operati dagli stessi Rossi e Focardi, con la collaborazione del ben poco indipendente Levi. Si è trattato inoltre di prove soggette a moltissimi vincoli, in cui le uniche misure consentite erano quelle predisposte dagli stessi inventori. Fino a quando non sarà possibile ripetere le loro osservazioni con un esperimento del tutto neutrale, concepito e portato avanti da scienziati non legati al progetto, non si potranno ritenere affidabili i dati pubblicati sinora, dal momento che solo in questo modo si può escludere la possibilità di contraffazioni di vario genere o errori sistematici. Così non è stato e, per quanto sia legittimo il riserbo per ragioni economiche dovute all’assenza di un brevetto, questa mancanza di trasparenza impone alla comunità scientifica di non considerare seriamente i dati forniti. Così si spiega anche come mai nessuna delle principali testate di serio giornalismo scientifico si sia occupata della vicenda: in definitiva,
l’unico fatto rilevante ad ora è una serie di dati fondati solo sulla buona fede degli autori.
Va poi segnalato che la richiesta di brevetto europeo è tutt’ora in sospeso, poiché sono state mosse varie obiezioni ai “claims” fatti. L’unico concesso finora è il brevetto italiano, che però non è stato oggetto di una valutazione di fattibilità tecnico-scientifica, ma solo burocratica.
Si potrebbe pensare che la partecipazione di due osservatori esterni quali Essèn e Kullander abbia dissipato questo dubbi ma, come fanno notare i detrattori della tesi di Rossi, la loro influenza ai fini della credibilità dell’esperimento è stata minima. I campioni di Nickel e Rame forniti come prova dell’avvenuta reazione sono stati forniti da Rossi, e non prelevati dalla macchina dopo il termine del ciclo operativo. Non è stato loro concesso di osservare l’interno dell’apparecchio, e tantomeno di operarlo direttamente o eseguire misure in modo autonomo. Inoltre desta qualche perplessità la fiducia alquanto poco scientifica nella bontà dei risultati dimostrata in particolare da Kullander, ancor prima di aver visionato l’esperimento (cfr intervista su NyTeknik 23/02/11), che lo ha esposto a numerose critiche da parte dei suoi colleghi.
A questo si aggiunga che le uniche pubblicazioni fatte in merito alla decantata invenzione sono comparse sul “Journal of Nuclear Physics” che, a dispetto del nome, altro non è che un blog gestito dallo stesso Rossi, su cui le “peer reviews” (così si chiamano le “recensioni tra pari”, ovvero il controllo da parte di altri scienziati della solidità di un paper prima della sua pubblicazione) sono fatte da lui medesimo ed alcuni collaboratori. Anche questa pratica di certo non getta una buona luce sul lavoro: se le argomentazioni sono così valide, perché non sottoporle ad una peer review davvero imparziale? Perché non permettere che l’E-Cat venga testato anche altrove, e non solo nelle proprie strutture?
Altro elemento che non depone in favore di una visione ottimistica è la sostanziale vaghezza di tutte le affermazioni fatte circa i “clienti” interessati all’apparecchio. La Defkalion infatti ha annunciato di aver rotto l’accordo con Rossi in agosto, per ragioni “finanziarie e non scientifiche” (secondo quanto detto da Rossi), mentre degli investitori americani non si è più saputo niente dopo il primo annuncio. Infine, il tanto pubblicizzato test alla NASA
non è stato confermato da fonti ufficiali interrogate in merito. Che dire poi riguardo all’ultimo annuncio della vendita ad un fantomatico cliente in incognito? Sono in molti, a questo punto, a ritenere che non sia nient’altro che un modo di farsi pubblicità, nella speranza di trovare incauti finanziatori: di certo anche il fatto che la diretta video del test, promessa nei giorni scorsi, sia stata cancellata, non aumenta la nostra fiducia in proposito.
Per finire, per quanto si voglia essere imparziali e privi di pregiudizi, non si può trascurare che in materia di “scoperte sensazionali” Rossi abbia già qualche esperienza. Qualcuno forse ricorderà la vicenda della Omar-Petroldragon, ma per chi non l’avesse presente ne faremo un breve sunto. L’ing. Andrea Rossi (Milano, 1950) si laurea in filosofia a Milano, ed ottiene il suo titolo di Ingegnere Chimico presso la
Kensington University in California (istituzione poi dimostratasi priva di accreditamento come ente educativo da parte del governo USA, e costretta a chiudere i battenti nel 2003 dalle autorità federali.
Negli anni settanta fonda la Petroldragon, società per il trattamento dei rifiuti solidi urbani al fine di trasformarli in combustibile fossile, per sfruttare un processo da lui brevettato. La proposta suscita grande entusiasmo ed attenzione da parte dell’opinione pubblica e dei media (siamo negli anni della crisi petrolifera), fruttandogli il soprannome di “Sceicco della Brianza”. Tuttavia, l’intera questione si rivela un flop colossale: l’attività viene interrotta quando la società e Rossi vengono processati per aver stoccato ingenti quantità di rifiuti altamente tossici, mai diventati petrolio, senza le dovute precauzioni ed autorizzazioni nell’area di Lacchiarello e zone limitrofe. Altre indagini vedranno Rossi coinvolto in processi (ancora in corso) per bancarotta fraudolenta (per aver sottratto denaro alla compagnia e truccato i bilanci) e frode fiscale per aver dirottato denaro all’estero. Nel corso di questi sarà assolto da numerose accuse, ma condannato 5 volte per reati fiscali. Alla fine della storia, la Omar-Petroldragon ha lasciato in eredità alla regione Lombardia
57mila tonnellate di liquami velenosi, la cui bonifica è costata più di 30 miliardi e durata decenni.
Rossi non ha partecipato al risarcimento ordinato dal tribunale, essendosi dichiarato nullatenente al termine del processo, mentre le aziende che a lui si erano affidate per lo smaltimento hanno contribuito, con l’ultimo accordo nel 2001, per 11 miliardi. Come non dare almeno un po’ di peso a questi trascorsi, se per ora abbiamo poco più che comunicati stampa?

Cosa concludere, da questi elementi? Chiaramente ciascuno è libero di sperare, anche al di là dei dati di fatto che ha (o non ha, come in questo caso) ma, tutto considerato, per ora sono più le ragioni per essere scettici che non quelle per nutrire speranze: “extraordinary claims require extraordinary evidence” si suole dire, ma qui di prove, per ora, non ve ne sono.

 

Alberto Ciarrocchi – www.opennews.it

 

Lo spegnimento del Tevatron: tramonto o nuova alba per la Fisica Made in USA?

Apre i battenti la rubrica di Scienze di OpenNews. Dalla Fisica alla Matematica, anche i numeri e le leve possono avere il loro fascino! Non perdete il prossimo appuntamento: si parlerà di Neutrini….proprio quelli del Tunnel, sì :) !
Stay Tuned

Quasi tre decadi di successi scientifici – È di pochi giorni fa la notizia che infine sia stato spento, nonostante le voci di un posticipo fino al 2014, il celebre sincrotrone del Fermi National Accelerator Laboratory (o Fermilab), il Tevatron.

La poderosa macchina acceleratrice, dopo 28 anni di onorato servizio ed un ruolo di primo piano nelle principali scoperte nel campo della fisica delle particelle degli ultimi venti anni, è stata disattivata il 30 settembre e verrà smantellata non solo perché tecnologicamente superata dal nuovo ed avanzatissimo LHC del CERN, ma anche per ragioni di bilancio: il suo budget operativo di 35 milioni di dollari all’anno è stato valutato troppo elevato dalla National Science Foundation.
Tra i suoi numerosi successi vi è la scoperta della più pesante tra le particelle elementari, il top quark (esperimenti CDF e Dzero), in accordo con quanto previsto dal Modello Standard che ne prevedeva sei tipi: up, down, strange, charmed, top e bottom (anche questo scoperto proprio qui nel ’77). Ma ricordiamo anche il grande contributo dato nella ricerca dell’inafferrabile Bosone di Higgs (la particella che sarebbe responsabile della massa di tutte le altre), la rilevazione del Neutrino Tau nel 2000, o lo studio di nuove terapie antitumorali di medicina nucleare basate sui neutroni.
L’apparecchio, costruito nel 1983 a Batavia (Chicago, Illinois) e progettato per accelerare fasci di protoni ed antiprotoni lungo un anello di 6.3Km di circonferenza fino ad un TeV di energia, è stato regolarmente oggetto di upgrade che gli hanno permesso di rimanere all’avanguardia nel settore, almeno fino ad oggi.

Chiusura del progetto, luci ed ombre – Ma ormai è LHC, con i suoi 27 Km e la capacità di raggiungere i 7 Tev (specifiche decisamente fuori della portata di qualunque ammodernamento) ad essere universalmente riconosciuto come il più promettente strumento a disposizione nell’indagine del mondo delle particelle. In origine era stata prevista, già pochi anni dopo il completamento del Tevatron, la costruzione di un successivo e più potente dispositivo, il faraonico “Superconductive Supercollider”, un acceleratore da 50 miglia che sarebbe dovuto sorgere in Texas. Tuttavia, i costi proibitivi del progetto lo cancellarono ben presto dall’agenda. In questo senso si potrebbe trattare di un giorno amaro per i fisici americani: si ritrovano privi di uno strumento dimostratosi così versatile, vittime di una riduzione dei fondi (beh, a quanto pare non accade solo da noi purtroppo) e sprovvisti di un valido sostituto. Non solo: la chiusura del progetto determinerà un drastico calo dell’altrimenti copioso flusso di brillanti ricercatori che da mezzo mondo convergevano qui, in un settore dove è fondamentale un costante apporto di nuove idee. In merito ironizza il “China Daily”, sostenendo che oramai si sia giunti al tramonto dell’epoca d’oro della ricerca americana. Una posizione dettata probabilmente più da acrimonia che dalla realtà dei fatti però, visto che il prestigioso centro di ricerca ha in mente di proseguire il proprio lavoro, sia inaugurando un nuovo corso di ricerche focalizzato sullo studio dei neutrini, sia tramite un’intensa collaborazione con LHC. È appunto di questi giorni la notizia che è al vaglio la realizzazione di quattro nuovi esperimenti di grande rilievo a questo proposito: MINOS, MINERvA (interazioni deboli tra neutrini), MiniBooNE (caccia alle masse dei neutrini), NOvA (che partirà non prima di qualche anno). Si tratta di un campo di ricerca che pare essere molto promettente, specie dopo i risultati che l’esperimento OPERA tra il CERN e l’INFN del Gran Sasso degli ultimi tempi ha prodotto. Infatti proprio il primo di questi impianti, MINOS, potrà verificare o smentire l’ipotesi di una velocità “ultraluminare” dei neutrini sparandone un fascio verso un altro laboratorio a 800 Km di distanza.

Progetti a lungo termine e l’incognita dei finanziamenti – Tuttavia, seppure il nuovo cammino pare delineato e foriero di novità entusiasmanti, una certa apprensione permane tra i ricercatori: se inizialmente il Fermilab potrà fare affidamento sulle attuali infrastrutture (che includono il main injector, l’acceleratore già usato per il Tevatron, la fonte di protoni più intensa attualmente esistente al mondo) già alla fine di questo decennio ne serviranno di nuove, il che significa ancora bisogno di ingenti finanziamenti. Alcuni di questi ampliamenti sono già parzialmente approvati ed in via di realizzazione. Il più importante è sicuramente il “Long baseline neutrino experiment” (Lbne). “ È il più ambizioso, approfondito e complesso esperimento al mondo sulla natura dei neutrini: saranno prodotti e lanciati fasci di neutrini e muoni ad alta intensità per studiarne proprietà, interazioni e trasformazioni. Questo esperimento prenderà in considerazione anche i neutrini osservati nelle supernovae e il decadimento dei protoni, cercando di svelare alcuni dei misteri ancora insoluti nella fisica delle particelle”, illustra il direttore del Fermilab Piermaria Oddone. Inoltre al Fermilab c’è l’intenzione di usare Lbne come progetto pilota per lo sviluppo di un centro sotterraneo nell’ex miniera d’oro di Homestake in Sud Dakota (un luogo naturalmente dotato di tutti i requisiti per l’ottimale svolgimento degli esperimenti): il “Deep Underground Science and Engeneering Laboratory”. Sarebbe un centro all’avanguardia, vitale per non essere sorpassati da programmi paralleli di altri paesi. Unico problema il costo: il progetto richiede circa 1,2 miliardi di dollari solo per partire, e a Washington non tutti sono disposti a investire una tale somma se non in un progetto ritenuto di importanza strategica per lo stato. È dunque dalla lungimiranza dell’attuale e futura amministrazione che sul lungo termine dipenderanno le sorti del settore.

Discorso analogo per un’altra struttura fondamentale per i futuri esperimenti, l’acceleratore di protoni ad alta intensità, il cosiddetto “Project X”. Il costo previsto è di 2 miliardi di dollari – teoricamente messi a disposizione dal Department of Energy – e la costruzione dovrebbe cominciare nel 2016. Si tratta di un nuovo acceleratore di protoni, in grado di produrre un fascio continuo ideale per gli esperimenti del Lbne ma anche per svolgere ricerca indipendente e complementare a quella del CERN.

Per finire, un’ultima nota: nonostante ora tutti guardino a Ginevra per quanto concerne la ricerca di frontiera, ed in particolare per la caccia all’elusiva “particella di Dio”, non è escluso che il defunto Tevatron ci riservi delle sorprese postume: solo il 70-80% dei dati raccolti in questi anni di esperimenti è stato analizzato, e ci sono ancora ben 20 milioni di Gigabyte di dati da studiare…chissà che ancora una volta una risposta non giunga proprio da qui.

 

The Scientist – www.opennews.it

 

 

L’ago nel pagliaio e l’ago della bilancia

La ricerca di esopianeti (cioè pianeti facenti parte di un altro sistema solare) ha compiuto, negli ultimi anni, notevoli passi in avanti. Centinaia di pianeti (precisamente 573) , per lo più Gioviani, sono stati scoperti da team di scienziati ed astronomi i quali sono stati costretti a ridefinire le teorie vigenti concernenti la formazione dei sistemi solari. Alcuni di questi giganti gassosi, infatti, si trovano collocati su orbite che risulterebbero anomale se confrontate con quelle dei nostri Giove e Saturno. Le strane caratteristiche e strutture dei sistemi extrasolari osservati fino ad ora hanno sorpreso i ricercatori, contribuendo a svelare l’imprevedibilità dell’universo e delle sue creazioni.

Forse la scoperta di corpi celesti simili a Giove non ha direttamente entusiasmato i curiosi e gli appassionati che speravano nell’individuazione di pianeti rocciosi di tipo terrestre ma, in realtà, queste prime scoperte hanno fornito agli addetti ai lavori i mezzi giusti per arrivare a quella che potrebbe essere la più importante rivelazione scientifica di tutti i tempi. Cercare un pianeta simile al nostro, anche con le più avanzate tecnologie, risulta un’impresa a tutti gli effetti.

Occorrono anni di studi ed osservazioni che talvolta possono rivelarsi inefficaci. Un po’ come cercare un ago in un pagliaio. E se l’ago fosse allo stesso tempo l’ago della bilancia? Se fosse proprio quest’ago a determinare il peso del lavoro di ricercatori e scienziati che da sempre dedicano la loro vita alla ricerca di una Terra versione 2.0? Il pianeta in questione, vuole il destino, sarebbe collocato proprio all’interno della costellazione della bilancia. Il suo nome è Gliese 581g, dall’omonima stella, una nana rossa invisibile ad occhio nudo. Gliese 581.g avrebbe una massa da 3,1 a 4,3 volte quella terrestre e, proprio come il nostro pianeta, sarebbe situato all’interno della Goldielock zone, la nota fascia abitabile, i cui margini determinano la porzione di spazio entro cui l’acqua può resistere allo stato liquido. La scoperta è stata effettuata nel 2010 da un team di astronomi che partecipava al Lick-Carnegie Exoplanet Survey, capeggiata dal ricercatore Steven Vogt, professore di astronomia ed astrofisica presso l’università della California. Il pianeta è stato individuato utilizzando il metodo della Velocità Radiale, che misura i cambiamenti Doppler nello spettro di una stella attorno alla quale orbita un pianeta. In sostanza misura l’oscillazione di una stella attorno al proprio asse, generata dall’interazione gravitazionale con un secondo corpo celeste. Quanto più il pianeta osservato è piccolo, tanto minore sarà l’influenza che questo ha sulla propria stella.

Ecco perché osservare pianeti piccoli come il nostro è così difficile.

A quanto pare è ancora presto per dire se Gliese 581g possa effettivamente ospitare la vita, ma alcuni dati interessanti sono già emersi. Sembra che il pianeta mostri sempre la solita faccia alla sua stella, a causa dell’accoppiamento mareale, lo stesso fenomeno che interessa la nostra Luna. La massa indica che il pianeta potrebbe realmente essere di tipo roccioso con un’accelerazione di gravità sufficiente a trattenere un’atmosfera, probabilmente più densa di quella terrestre.

Insomma, un piccolo passo è stato compiuto nel cammino che condurrà l’uomo a comprendere il suo ruolo nell’universo. E in questo caso che l’ago della bilancia penda verso la scoperta di un gemello della Terra o meno, sappiamo che potrebbero esistere infiniti mondi nell’universo, pronti ad essere scoperti.

 

Leonardo Pierri – www.opennews.it

Galleria fotografica

Collegati | Disegnato da Gabfire themes
thomas davisthomas davis