Sono passati vent’anni dall’inchiesta “Mani Pulite”. In un’Italia che aveva dovuto affrontare il pesante fardello della consapevolezza pubblica dell’omertà che regnava sulle tangenti e le mazzette, molti furono coloro che finirono in gattabuia, in caserma, ingiuriati e puniti per le loro malefatte.
Tralasciando la storia dell’inchiesta, che è comunque fondamentale per comprendere davvero come il tutto andò, mi chiedo cosa sia cambiato oggi, cosa il Paese abbia imparato da quel periodo oscuro.
La dicotomia “Craxi nemico – Di Pietro eroe” che si consumò in quegli anni assomiglia molto ad un altro atteggiamento manicheo che tutti noi abbiamo potuto osservare da un posto in prima fila: lo scontro di Berlusconi con la Magistratura.
Il nodo centrale è sempre lo stesso: una battaglia, una guerra tra questi due giganti dello Stato preposti a mansioni differenti. Non abbiamo fatto dei grossi passi avanti, ad essere onesti: quando Craxi ricevette il primo avviso di garanzia, l’Italia esultò, certa che giustizia sarebbe stata fatta, sicura che ormai il muro di silenzio era crollato e che gli uomini che agivano nell’ombra e nell’ingiuria sarebbero stati arrestati. Fu così, in parte, ma non si guardò al nucleo del problema: eliminare, estirpare, estinguere il cuore criminale che si annidava come una serpe nei luoghi di potere….e non.
Gli italiani, rispetto a tanti altri Paesi, hanno sempre arginato il problema, ma difficilmente hanno cercato di prevenirlo. Mani Pulite è stata una grande occasione: distruggere il male che già c’era e avviare un sistema nuovo, basato sul “mai più tangenti”. Invece no. Le inchieste fecero scalpore, nuovi partiti rampanti avanzarono in quegli anni, ma sfuggì la possibilità di educare i cittadini.
E’ accaduto sotto i nostri occhi: tutti volevano che fosse fatta giustizia, tutti volevano un Craxi in carcere, tutti gli tirarono le monetine addosso, ma nessuno (o comunque pochi) si resero conto del Craxi che era in loro.
Oggi guardiamo ad un Paese che lotta contro la corruzione e l’evasione, le infiltrazioni mafiose e le tangenti che creano motivo di sospetto perfino sulla Protezione Civile. Un Paese come il nostro, oggi, qualora si affacci ad un evento quale “Milano Expo” ha come principale obiettivo quello di condurre una gara d’appalto pulita, e non sempre ci riesce.
E allora appare chiaro come il 1992, l’anno chiave dell’inchiesta, abbia rappresentato un tsunami solo per la Prima Repubblica e non per le coscienze e il tessuto sociale. La furbizia e la mascalzoneria restano le armi primarie per avviare un’impresa. Appaiono quasi come virtù, anzichè essere condannate.
Sono passati dieci anni e leggendo l’articolo-cronaca di Goffredo Buccini (che trovate qui: http://www.corriere.it/cronache/12_febbraio_15/manipulite-da-chiesa-all-avviso-a-berlusconi-goffredo-buccini_d4f6f1c8-5807-11e1-8cd8-b2fbc2e45f9f.shtml ) penso: siamo davvero così immobili e prevedibili?
Il discorso pronunciato da Craxi il 29 aprile del 1993 ne richiama altri – molto più recenti – pronunciati nello stesso Parlamento durante i quali il potere politico pronunciava frasi forti contro un sistema giudiziario che veniva definito a tratti fazioso, a tratti persecutorio. E d’altra parte errori sono stati compiuti dagli stessi giornalisti (come lo stesso Buccini ben dice): non una ricerca su quali mali potessero serpeggiare tra le Toghe, ma solo la voglia di cercare un eroe, di realizzare titoloni che inneggiavano ora a questo, ora a quello.
La speranza di un cambiamento, tuttavia, rimane. Con commozione parlo con coloro che nel loro piccolo tentano ogni giorno di combattere l’evasione e con orgoglio penso ad un’Italia che vuole ripartire dal semplice scontrino fiscale per estirpare i parassiti della società. Forse non è diversa la nostra generazione da quella dei nostri padri, ma resta una certezza: abbiamo una grande opportunità, che non dovrebbe essere sprecata. Abbiamo la possibilità di guardare con occhi intelligenti agli errori commessi da coloro che sono venuti prima e, sviscerando tutto il male che ne è derivato, abbiamo la possibilità di migliorare.
Storia Magistra Vitae.
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Francesca Larosa – www.opennews.it
Sottotraccia, altalenante, inarrestabile come un fiume carsico della cronaca internazionale: la crisi siriana conquista le prime pagine dei giornali da più di un anno, con il suo carico avvelenato di sangue brutalmente versato e inchiostro cinicamente sprecato.
Riunioni al vertice, proposte, discussioni, richiami e smentite: mai come in questi casi, la politica e la diplomazia internazionali sembrano condannate all’irrilevanza e all’impotenza, costrette negli angusti steccati del “politicamente corretto”, dell’ “interesse strategico”, della “non opportunità”. Tali formule sembrano solamente meri slogan cristallizzati nell’abituale e cerimonioso lessico delle cancellerie o nell’ennesimo pensoso editoriale dei consueti “esperti”: pur evitando qualsiasi forma di retorica, sarebbe interessante rilevare qual è l’impressione al riguardo dell’”uomo della strada”, del cittadino comune che andando al lavoro ascolta alla radio l’ennesimo tragico bollettino sulla repressione. È proprio in questi casi che, a mio parere, viene “sfidata” spavaldamente la decisione (e la motivazione) di coloro che si occupano, per studio o per lavoro, di politica internazionale: cosa guida le relazioni internazionali? La forza oscillante degli ideali o il cinico tsunami del “realismo” opportunista? Il dibattito tra idealismo e realismo è lacerante e non è certo questa la sede per tentare di sbrogliare la matassa.
La portata della crisi siriana è però esplosiva, da tutti i punti di vista: la primavera araba fiorita nelle piazze tunisine, egiziane e yemenite più di un anno fa è destinata ad accartocciarsi in quella che molti osservatori hanno già denominato “autunno delle controrivoluzioni”? Il diritto di “ingerenza umanitaria” sancito dai bombardamenti su Belgrado del 1999 e dalla controversa defenestrazione di Gheddafi (favorita dall’alto della “no fly zone” dello sgambettante Sarkozy) si è già arenato nelle sabbie di Damasco? Gli Stati Uniti sono disposti all’ennesimo intervento in ambito mediorientale o il basso profilo tenuto durante la spedizione libica è un chiaro segnale che gli interessi strategici di Obama risiedono altrove? (è risaputo ormai: nel Pacifico?). L’endorsement (imbarazzante, secondo gli occidentali) assicurato da Mosca a Bashar al Assad va letto come anteposizione di economia e geopolitica alla tutela internazionale dei diritti umani o come patto di ferro tra “autocrazie” (sebbene questo sia un termine troppo radicale per la democrazia plebiscitaria del tandem Putin-Medvedev)?
Gli interrogativi sono numerosissimi e ognuno di essi richiederebbe centinaia di pagine per trovare una risposta soddisfacente. Quello che, a mio parere, salta davvero all’occhio è l’eterno, immarcescibile sospetto sintetizzato nella nota formula: “due pesi, due misure”: perché il qaid di Tripoli, l’autonominatosi colonnello e guida della Rivoluzione Muammar Gheddafi non è sopravissuto al suo (folle) tentativo di sterminare i “ratti” ribelli (come non ricordare il suo delirante discorso davanti alle rovine dell’edificio che venne distrutto dai bombardieri di Reagan?) mentre il medico Bashar al Assad, dittatore a tutti gli effetti della “grande Siria” ereditata dal padre Hafez, continua indisturbato a massacrare i dimostranti di Homs? Personalmente, mi riesce difficile cancellare dalla memoria il volto tumefatto e sanguinante del Colonnello, che finì solo pochi mesi fa su tutte le copertine e in apertura di tutti i notiziari. “Giustizia è stata fatta” proclamarono in tanti, dimenticando la lunga processione di “esperti” che già profetizzavano una riedizione dell’Afghanistan e un conflitto sanguinario diventato a tutti gli effetti “guerra civile”. Mi è capitato di rileggere, per motivi di studio, il brillante quaderno speciale che la rivista Limes pubblicò nella primavera del 2011 (“La guerra di Libia”) per fotografare gli eventi esplosi nel nostro “cortile mediterraneo”: la lettura è destabilizzante, perché densa di dubbi e scenari aperti che avrebbero già dovuto (oggi) trovare risposta.
In quest’epoca di “informazione selettiva” (mi si passi la concettualizzazione sbrigativa) siamo davvero sicuri di possedere tutti gli strumenti per un’analisi chiara degli eventi? Sorvolando sul noto caso della “fossa comune” di Gheddafi
scoperta dalle telecamere (che si rivelò poi una clamorosa bufala), i mass media internazionali possiedono effettivamente un debordante “potere di veto” sulle priorità globali: oggi come allora, non conosciamo gli esponenti del nuovo governo libico, non sappiamo se le promesse di democrazia sbandierate dai ribelli di Bengasi si sono tradotte in realtà (con quanta sollecitudine in molti si affrettarono a incoronare come “democratici” uomini che avevano lavorato e represso per lo stesso tiranno che ora combattevano!), se la “nuova Libia” a trazione bengasina è migliore della Jamāhīriyya (Repubblica delle Masse) del colonnello. “Non sappiamo cosa succede davvero” è un’altra frase ricorrente, che io stesso mi sorprendo a pronunciare spesso. È una spia di concreta impotenza, un tentativo andato a vuoto di inquadrare fenomeni che si prestano a interpretazioni divergenti, un possibile argomento (si perdoni l’intenzione dissacratoria!) da Bar Sport: solo che in questo caso non si discute di un rigore, ma del sangue e della vita di migliaia di civili inermi. Letto in un’autorevole rivista di politica internazionale o affermato davanti ad una tazzina di caffè, la sostanza non cambia: il sospetto è sempre in agguato, irremovibile. La liturgia dei vertici e la girandola di dichiarazioni non scalfiscono l’impressione che esista una”graduatoria della malvagità”, un punto di non ritorno sorpassato il quale l’utile alleato si trasforma improvvisamente in nemico pubblico numero uno. La parabola gheddafiana è tragicamente indicativa (ai posteri l’ardua sentenza): golpista contro una monarchia ritenuta troppo prona all’Occidente in nome del verbo nasseriano (padre carismatico del sogno naufragato dell’unità panaraba), leader spregiudicato e odiatissimo, organizzatore spietato di violenti attacchi terroristici ad ogni latitudine del pianeta, condannato alla “quarantena internazionale” dopo essere sfuggito al bombardamento di Reagan (in cui perì una sua figlioletta adottiva) e poi improvvisamente riabilitato al cambio di millennio, ottenendo il plauso dei leader occidentali e siglando lucrosi contratti di fornitura energetica. Non è mia intenzione indugiare nella martirizzazione del Colonnello né scagliarmi con toni censori contro l’ambiguità dei rapporti internazionali: costituirebbe un inutile sospiro da anime belle ritenere che la sicurezza e la tenuta di uno Stato vadano assicurate stilando fedine penali o dossier sulla moralità dei capi di Stato stranieri. Ciò non significa assolvere dubbi “scivoloni” in politica estera (l’Italia ne sa qualcosa) né dare immediata applicazione all’abusatissimo motto machiavelliano “il fine giustifica i mezzi”: si tratta di sano e salutare realismo, accompagnato a quell’indispensabile dose di disincanto che costituisce il presupposto fondamentale di ogni analisi.
Il bizzarro (e violento, non trasformiamolo in un personaggio da operetta) Colonnello ha oltrepassato quella “sottile linea d’ombra” ed è caduto sotto le bombe “umanitarie” dell’Odissea all’alba (Odissey Dawn era il nome codice della missione, diventato Unified Protector una volta che la Nato ha assunto le redini dell’operazione). Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Le ombre sono tante, insopprimibili, destinate a proiettarsi sui libri di storia ed ad agitare ulteriormente il dibattito.
Primo quesito: l’intervento libico è stata un’autentica “crociata” in nome dei diritti umani o un’utile parata per dare libero sfogo alla voglia di protagonismo internazionale dell’indebolito presidente francese Nicolas Sarkozy? Molti commentatori notarono che la Francia, da sempre nostalgica della perduta grandeur, stava combattendo su tre fronti contemporaneamente: in Afghanistan (conflitto ereditato), in Libia (il cui Consiglio Nazionale di transizione era stato riconosciuto all’istante da Parigi, con un inusuale scatto da centometrista) e in Costa d’Avorio (conflitto riposto nel sottoscala dell’”infotainment” globale, ma vitale per gli interessi francesi nell’area).
Iperattivismo bellico per rovesciare allo stesso tempo un dittatore inutile (era l’Italia ad avere fortissimi interessi economici in gioco) e il risultato deludente dei sondaggi? Il tiepido atteggiamento di Parigi nei confronti della rivolta dei gelsomini tunisina contro la “cariatide” Ben Ali (costato la testa al Ministro degli Esteri Michele Alliott-Marie, troppo contigua al regime) è indicativo.
Secondo quesito: esiste una classifica del misfatto, una “top ten dei crimini contro l’umanità”? Senza scomodare l’esempio d’antan del mancato intervento in Ruanda (troppo forte e scottante era il ricordo dei ranger inviati improvvidamente nel caos somalo), basti pensare alla rivolta sedata chirurgicamente in Bahrein. Lo staterello, sede della Quinta Flotta americana, in cui i tank inviati al momento giusto da “mamma Riyad” (l’Arabia Saudita, governata dai principi sunniti) hanno narcotizzato violentemente i dimostranti (la maggioranza sciita) contro la monarchia (sunnita, ovviamente). Il Bahrein è un tassello spesso (e volutamente) dimenticato della “primavera araba”: troppo imbarazzante ammettere che l’Occidente ha tacitamente avvallato la cloroformizzazione di una mini-versione di quella stessa “primavera”?
Terzo e ultimo quesito: Gheddafi è stato sfortunato? Sembrerebbe di sì. Per rispondere a questa domanda, pochi rapidi flash: le elezioni americane in pauroso avvicinamento (sarebbe conveniente per Obama lanciare un intervento in Siria con il rischio di affondare nelle sabbie mobili di un nuovo Afghanistan modello 2.0? Secondo il mio modesto parere, no); il supporto (sembra incondizionato) di Mosca (gli eredi di quell’URSS di cui la Siria costituiva la testa di ponte in Medio Oriente dopo la defezione dell’egiziano Sadat non hanno alcuna intenzione di perdere il lucroso business della fornitura di armamenti né l’utile base navale di Tartus), la mancanza di concrete alternative ad Assad (nel caso della Libia, il Cnt di Bengasi riuscì immediatamente ad accreditarsi come referente affidabile, cavalcando una martellante e abilissima campagna mediatica).
È la dura realtà dei fatti. Il mix avvelenato che rende la politica internazionale così simile ad una crudele partita di poker, le cui carte possono essere sparigliate in qualsiasi momento dal vento imprevedibile degli eventi. Intanto Homs brucia e soffoca nel sangue. “We need actions, not more declarations!” grida un medico siriano in un video. Verrà ascoltato?
Simone Ros – www.opennews.it
Nel precedente articolo “L’ex malato d’Europa scoppia di salute?” mi sono concentrato sull’“uomo nell’ombra” che ha costruito, da semisconosciuto professore universitario, l’impalcatura intellettuale e la giustificazione teorica del neo-ottomanismo in salsa islam-moderata alla base dell’irresistibile rilancio della Turchia sulla scena internazionale. Quell’Ahmet
Davutoğlu occhialuto e dallo sguardo mite, autore di “Profondità strategica” (preziosissimo documento ancora da tradurre in inglese, ma indispensabile per decrittare le linee guida della politica estera di Ankara) e ministro degli Esteri dell’ardimentoso e popolarissimo Recep Tayyip Erdoğan. Proprio analizzando la figura più defilata e lontana dalle prime pagine dei nostri quotidiani avevo cercato di scandagliare con sguardo critico il sostrato ideologico- teorico che soggiace al rampante attivismo del primo ministro turco, sottolineando l’importanza e la vitalità (più volte richiamata non certo dal sottoscritto, ma da ben più autorevoli osservatori) di una visione, di un progetto geopolitico che pur esulando da suicidi richiami sciovinistici tracci almeno sommariamente una “rotta” nelle acque agitate del mare nostrum. L’Italia, paese mediterraneo per eccellenza, come si è mossa di fronte all’improvviso collasso dei rais Ben Ali e Mubarak? Come ha reagito alla delirante repressione del colonnello Gheddafi o alla lotta senza quartiere ingaggiata in Siria tra Bashar al Assad e i dimostranti? Sono quesiti che non costituiscono l’argomento di questo mio intervento ma che delineano, nella rapida e imprevista successione di eventi, uno degli stress test più massicci ai quali sono state sottoposte le cancellerie di tutto il mondo. L’”Erdoğan’s style” (copyright del caustico Time) non ha avuto modo di dispiegarsi solo in politica estera, ma è continuamente messo alla prova anche sul piano interno: come reagiscono all’improvvisa e messianica popolarità del “re di Gaza” coloro che si oppongono al suo partito? È davvero posta a rischio l’anima più limpidamente laica della Repubblica di Atatürk, difesa a spada tratta dall’elite kemalista accusata a più ripetizioni di tramare alle spalle del “neo-sultano”?
Why is the West kissing Erdoğan? “Non è democrazia, è una farsa”
La domanda sfrontata è il titolo di un articolo di Mehmet Ali Birand, pubblicato il 24 novembre del 2011.
Al centro della riflessione del giornalista turco la debordante attenzione riservata dai media occidentali al leader dell’AKP, in primis il sorprendente endorsement dell’autorevole Time, tramite sfavillante copertina cucita ad hoc. “Perché Erdoğan viene febbrilmente consultato da Obama come se fosse un novello Superman del Bosforo?” si chiede ironico. Non sono lontani i tempi in cui il carismatico Recep veniva velenosamente accusato di voler strappare la Turchia dal dolce alveo dell’Occidente, di avere intenzione di ribaltare il suo asse, soffiando col mantice della propaganda tra le braci non ancora del tutto spente degli antichi sogni ottomani. Ciò che l’articolista sottolinea è la presa d’atto del fatto che, se non sono cambiate le intenzioni e la forma mentis del primo ministro, sono le sue decisioni concrete ad averne delineato il mito e ad averne decretato il successo: la brillante performance durante la crisi libica, la pressione su Damasco, il rapporto fermo con l’Iraq. La “Erdoganmania”, chiosa Birand, è legata a doppio filo alla sua personale condotta, alla sua capacità di destreggiarsi (aggiungo io) tra due temibili iceberg: il congelamento dei rapporti con Israele e i proclami atomici di Teheran. “In short, it is in Erdoğan’s hands for this wind to continue or change direction” conclude. A margine, mi sembra interessante riportare un commento, postato sul forum del quotidiano turco Hurriyet da un lettore che si proclama “Kemalista” (quindi non certo un estimatore dell’AKP): “L’Occidente descrive Erdoğan come si augura che egli sia, ma i Turchi lo conoscono per come veramente è: un Islamista che parla con tutti e due gli angoli della bocca (espressione turca intraducibile?) per infervorare coloro che lo ascoltano. Più Islam nelle nostre vite e nel governo”.
Opinione partigiana sicuramente, ma da non trascurare se vogliamo comprendere criticamente le sfaccettature di un politico di razza, a capo di un partito imitato nei fluidi scenari post-primavera araba e autore di prodigiosi assist alla causa della democrazia laica (sistema di governo che ha permesso ad Ankara di cadere in piedi dopo lo sfaldamento dell’Impero, incastonandosi a pieno titolo nel “neo-impero” militare a trazione atlantica della NATO).
L’uomo accusato (a torto o a ragione?) di voler propiziare una lenta ma decisa inversione a U verso un rinnovato assetto islamico o islamizzante dello Stato, in un’intervista ad una TV egiziana, ha infatti affermato orgogliosamente: “Non temete il secolarismo, perché non significa essere nemici della religione!”. L’importanza di un’evoluzione politica coerente e senza strappi sanguinosi, di fronte all’eterna e strisciante paura del fondamentalismo islamico, è indiscutibile. Davutoğlu, da buon analista delle relazioni internazionali, ha fatto riferimento in un’intervista al mancato “scongelamento del blocco mediorientale”, paragonato all’ondata di democratizzazione seguita nell’Europa centro-orientale allo smottamento del Muro di Berlino e al collasso dell’URSS. I “regime changes” sono passaggi delicatissimi e incontrollabili, guidati da migliaia di variabili, affidati spesso al caos e all’improvvisazione (quale telegiornale parla in questi giorni del governo libico insediatosi dopo la brutale eliminazione di Gheddafi? Quale onesto osservatore è in grado di prevedere o almeno di azzardare un’ipotesi su un eventuale scenario post-Assad in Siria?). La stagione di rivolte alla quale abbiamo assistito è stata una parentesi straordinaria e acceleratissima, che ha spazzato via come una slavina la confortante certezza di tanti leader occidentali di poter contare su “uomini forti”, custodi ferrei dell’ordine, della disciplina e delle vie di guadagno. In Egitto si continua a protestare e a morire in Piazza Tahrir, l’esercito (potentissimo e inamovibile) presidia con pugno d’acciaio le leve del potere. Sull’altra sponda del Mediterraneo si assiste incerti alle prime consultazioni elettorali, si temono nuove scintille di radicalismo religioso, si spera con tutte le forze che il successo di gruppi ritenuti difficilmente controllabili sia il più contenuto possibile.
L’Islam è davvero costitutivamente incompatibile con l’istituto democratico che solo qualche anno fa si riteneva facilmente esportabile in tutto il globo, come l’ultimo modello di automobile di lusso da consegnare impacchettato ai festanti fortunati? Tale quesito è il titolo di un riuscitissimo libro dell’esperto Renzo Guolo e non è certo facilmente riassumibile. Ciò che conta è l’esistenza di modelli di riferimento, di esperimenti riusciti, di dimostrazioni concrete che la democrazia è conveniente, funziona, è carburante prezioso per il motore dello sviluppo e della proiezione strategica. La Turchia e il suo timoniere democraticamente eletto rappresentano un esempio compiuto e un modello riuscito? All’entusiasmo dei tanti estimatori dell’”Erdoğan’s style” risponde deciso dalle pagine di Limes (4/2010) il generale Edip Başer (“uno dei più alti esponenti delle Forze armate turche”, segnate da un rapporto conflittuale e tesissimo con lo spregiudicato leader dell’AKP): “Quando parliamo di valori, intendiamo i principi dello Stato laico, dello Stato di diritto, dello Stato sociale, nazionale e democratico(..). Credo si voglia creare un ambiente nel quale la religione sia più rilevante, dove la laicità non sia più considerata un principio da salvaguardare con cura, come si fa oggi(..). In Turchia c’è un sistema politico e istituzionale che ha le sue lacune, c’è una forma di democrazia buona o cattiva che sia. Non è insomma un regime dispotico … tuttavia, proprio di democrazia in senso pieno non si tratta”. Sono parole molto dure, che nel corso del lungo colloquio difendono appassionatamente il ruolo di salvaguardia dell’esercito ricoperto nelle fasi più convulse dello Stato di Mustafà Kemal.
È quell’eredità kemalista, laica e profondamente democratica, che il generale Başer vede messa in pericolo, sottovalutata, soffocata da un sistema politico basato sul privilegio e sull’immunità da cui è emerso proprio l’uomo di ferro del Bosforo. Sfogo tardivo di un appartenente ad un istituzione progressivamente messa ai margini dalla fermezza del potere civile scaturente da autentici meccanismi democratici o grido di allarme di un acuto osservatore, inquadrato per vocazione in quella forza d’urto che ha posto sotto tutela l’indimenticata lezione di colui che occidentalizzò e laicizzò la Turchia dei Sultani? È un quesito dilatato sul lungo periodo, ma che richiede una qualità immediata: la capacità di andare oltre le agiografie, di non piegare alla voglia irrefrenabile di “eroi” l’analisi spassionata e senza orpelli degli “uomini” del potere.
Simone Ros – www.opennews.it
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L’ultimo numero del 2011 pubblicato dalla rivista Limes all’inizio di dicembre titola: “Alla guerra dell’Euro”[1]. L’Euro: dieci anni fa doveva unire gli Europei, oggi è il campo di battaglia sul quale gli stessi popoli del vecchio continente rischiano di mandare in fumo più di mezzo secolo di processo di integrazione economica e politica, sacrificandolo ai propri interessi nazionali, e, soprattutto, ai propri portafogli. Sta palesemente venendo a mancare il fondamento basilare dell’istituzione UE, la solidarietà reciproca tra i paesi membri, senza la quale tutta la complessa sovrastruttura comunitaria rischia di degradare a puro e freddo tecnicismo, ed essere percepita ancora più distante dai cittadini. Nel giro di 2 anni si è passati dalla crisi di solvibilità di un piccolo paese periferico,la Grecia, ad una reazione a catena che ha minacciato l’esistenza stessa dell’unione monetaria, e chissà di quante altre cose, senza che gli altri paesi abbiano saputo mettere in atto una strategia in grado di convincere i mercati della solvibilità dei loro debiti sovrani. Evidentemente qualcosa nel funzionamento dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, non funziona.
Il Consiglio Europeo di dicembre doveva essere risolutivo, come peraltro sembra essere il destino di quasi ogni vertice di capi di governo da luglio ad oggi. Sono state gettate le basi per un nuovo patto intergovernativo, che prenderà la forma di una cooperazione rafforzata a ventisei invece che di un nuovo trattato comunitario, fuori dal quale rimane Londra, troppo affaccendata a salvaguardare gli affari della City e poco interessata ai guai del continente. Tuttavia, passati i primi giorni di tregua finanziaria, le borse hanno ricominciato a perdere, e gli spread a salire. Insomma, l’estremo rigore teutonico applicato agli altri venticinque a pena di sanzioni semi-automatiche non è bastato a convincere i mercati, i quali sono tornati in breve tempo col fiato sul collo di Italia e Spagna, e pure anche altri paesi non se la passano bene, Francia in testa. Angela Merkel di questo accordo zoppo è stata l’artefice assoluta (continuare a parlare di asse franco-tedesco è ormai ridicolo), e se (o sarebbe meglio dire quando?) salterà tutto per aria bisognerà farlo capire con forza che questa volta saranno stati i tedeschi ad aver trascinato l’Europa nel baratro. Perché noi italiani saremmo anche inaffidabili e spendaccioni ma, come va a ripetere il Prof. Monti in giro per il continente, i compiti a casa li abbiamo fatti, e anche abbastanza bene, eppure lo spread Btp-Bund è sempre lì, risalito oltre i 500 punti. Forse è l’insegnante a sbagliare qualcosa?
La Germania gioca col fuoco. E’ naturalmente il paese più forte in Europa, con i conti a posto (ma il debito pubblico è all’82% del PIL), le riforme già messe in cantiere all’epoca di Gerhard Schroeder e le esportazioni a mille che hanno finora garantito un’ottima crescita economica (ma i dati dell’ultimo trimestre 2011 sono negativi). Berlino si trova perciò in una posizione di estrema forza relativa rispetto ai partner di Eurolandia, e ne approfitta per dettare le condizioni dall’alto in basso, forte di un tasso d’interesse reale sui titoli del proprio debito praticamente nullo. Angela Merkel non intende dunque cedere neanche 1 Marco (pardòn, un Euro) per salvare l’unione monetaria e venire in soccorso dei paesi sotto attacco speculativo, poiché il Wutbürger[2] è stanco di pagare per i soliti italiani, greci e compagnia bella. Che paghino loro la crisi, in fondo l’hanno creata con la loro finanza allegra e il loro lassismo fiscale, perché dobbiamo rimetterci noi che siamo virtuosi? Da qui la condanna ad un futuro fatto di rigide manovre fiscali finalizzate al pareggio di bilancio e alla riduzione dei debiti pubblici, a costo di strangolare intere economie e causare fasi recessive, che a loro volta agiscono negativamente sui rapporti debito-PIL. In linea di principio la finanza pubblica virtuosa sarebbe positiva, ma solo se temperata da una decisa azione della BCE in veste di prestatrice di ultima istanza e magari dall’emissione di Eurobond, ma fino ad ora i “nein” di Berlino sono stati perentori. Così facendola Merkel ottiene un triplo risultato: evitare di tirar fuori il conio, imponendolo ad altri, risparmiando sulle emissioni dei propri Bund, giudicati molto più sicuri degli altri titoli e permettendo alla propria economia reale di beneficiare dell’indebolimento dei competitors europei (Italia in testa) in balia delle manovre restrittive. Certo, verrebbe da chiedersi chi comprerà i prodotti tedeschi quando in giro per l’Europa la gente non avrà più Euro in tasca, ma forse in Germania stanno pensando di fare a meno dell’Europa. Negli ultimi anni l’export made in Germany ha conquistato il mercato cinese, e non solo, la cui quota sul totale delle esportazioni è ora notevolmente cresciuta. La scommessa è azzardata, certo, ma, vista da Berlino, potrebbe anche funzionare. In ogni caso, se alla Germania conviene, in un quadro di rapporti di forza relativa, il prolungamento di questa situazione precaria, un’implosione del sistema Euro sarebbe deleteria per tutti, lei compresa. Un tale comportamento ricorda il gioco della roulette russa: prima o poi il proiettile và in canna e il colpo parte.
Ha fatto comodo a molti in Europa un premier come Silvio Berlusconi. La sua inaffidabilità, il suo immobilismo politico, le sue patetiche uscite da “arcitaliano” sono state un alibi per trattare l’Italia intera come uno scolaretto da bacchettare e rieducare secondo i sani principi di gestione della cosa pubblica enunciati dai governi al di sopra delle Alpi. Poco importa che l’Italia avesse già nel 2011 un rapporto deficit/pil inferiore alla media europea, un discreto avanzo primario, un sistema pensionistico sostenibile ancorchè squilibrato già prima della riforma Fornero e un sistema bancario solido uscito praticamente indenne dalla crisi del 2008, se pur fortemente penalizzato dalla discutibile decisione presa dall’Eba di considerare i titoli di stato secondo l’attuale valore di mercato, manco fossero mutui subprime spazzatura, ai fini del calcolo del coefficiente patrimoniale. Con la manovra di dicembre è stato fatto tutto il possibile e oltre per disciplinare in modo virtuoso il bilancio pubblico: ora non tocca più all’Italia da sola riformarsi, tocca all’Europa intera.
Eurobond, e soprattutto ampliamento dei poteri della BCE in fatto di acquisti illimitati di debito sovrano sono una priorità ormai non più procrastinabile, assolutamente vitale per gli interessi del nostro paese, e per ottenerli il governo dovrebbe usare tutte le armi a sua disposizione, valutando pragmaticamente le alleanze più opportune da stringere in sede europea. Gli altri PIIGS hanno infatti le stesse nostre priorità, ma è soprattutto a Parigi che Monti dovrebbe far capire i vantaggi di un solido fronte comune, alla lunga ben maggiori della precaria ed effimera intesa con la Germania, buona solo per l’immagine di Sarkozy in vista delle elezioni presidenziali. Sono obiettivi non facili da raggiungere, e sicuramente non lo saranno prima della firma del nuovo patto di bilancio, la cui firma dovrebbe arrivare il più presto possibile proprio per permettere l’entrata in vigore dell’European Stability Mechanism e l’adozione delle misure sopra ricordate. Nel frattempo, durante gli incontri tecnici settimanali destinati a redigere le nuove regole della disciplina finanziaria, l’imperativo categorico è evitare l’applicazione rigida dell’articolo 4, relativo alla riduzione del debito pubblico di un ventesimo l’anno per la parte eccedente il 60% del rapporto debito-pil, interpretandolo in funzione delle clausole di flessibilità già contenute nel six pack approvato a settembre e adottato dalla Commissione Europea tramite direttive comunitarie. Fortunatamente il lavoro della delegazione italiana in questo senso sta dando buoni frutti e, in particolare, Roma è riuscita ad ottenere il riconoscimento di criteri quali l’andamento del ciclo economico, elementi come la quota del risparmio privato e la sostenibilità del sistema pensionistico (in entrambi l’Italia è ben posizionata), e il rinvio della riduzione di qui a tre anni (ma la Germania su quest’ultimo punto potrebbe cercare di mettere i bastoni tra le ruote), indispensabili al fine di risparmiare al paese anni e anni di manovre deflattive finalizzate solo a ridurre il debito pubblico[3].
Solo a queste condizioni Monti può accettare di firmare il nuovo Fiscal Compact. In caso contrario il nostro governo non dovrebbe aver troppi scrupoli nel denunciare il patto come un tentativo di inaccettabile ingerenza permanente ai danni di uno stato sovrano e contemporaneamente prepararsi all’eventualità (sciagurata) di un ritorno alla Lira abbinato ad un default selettivo sul nostro debito in mani estere. Come scrive su Limes un importante diplomatico italiano sotto pseudonimo, “questo meccanismo può essere corretto solo dall’interno della sua logica brutale. Incontrollate voci che a Roma marcino segretamente a pieno regime le stamperie della temuta liretta dovrebbero cominciare a circolare con un’insistenza pari al vigore delle nostre pubbliche smentite a uso dei mercati. Qualcuno, sempre da noi vivamente smentito, dovrebbe aggiungere un’ipotesi di default selettivo sulla sola quota di debito italiano detenuta da operatori stranieri. Si sa com’è: calunniate, calunniate, qualcosa resterà…”[4] Insomma, dovrà essere chiaro che, in caso di rottura del sistema, l’Italia ne uscirebbe alle proprie condizioni.
Speriamo non ci sia bisogno di arrivare a soluzioni estreme, ma gli eventi degli ultimi giorni non sono stati incoraggianti. Nonostante il buon lavoro del governo Monti e l’intelligente riconversione di parte del debito in titoli a breve termine a interesse sensibilmente più basso (ecco i primi frutti del nuovo esecutivo: Sui titoli a dieci anni il mercato ancora non si fida ma su quelli a breve scadenza ha rincominciato a investire), Standard & Poor’s ha nuovamente bastonato il nostro paese, declassandolo di due livelli. Non siamo peraltro soli, abbiamo sulla barca con noi mezza Europa, Francia compresa, sintomo che la crisi è continentale, ma essere scesi nella fascia B del rating della principale agenzia mondiale significa non poter vendere i nostri titoli di stato a investitori, quali hedge funds e fondi pensione, che hanno l’obbligo di acquistare prodotti valutati con rating di fascia A. L’agenzia di rating americana non ha risparmiato neppure il fondo salva stati, che ha perso la tripla A, gettando un’ulteriore ombra (come se ce ne fosse bisogno) sulle capacità di intervento delle istituzioni europee. Immediatamente dopo il declassamento Mario Monti è volato a Londra (visita prevista), dove ha avuto il non facile compito di convincere gli ambienti finanziari della sicurezza dei conti italiani, dopo aver ripetuto tali rassicurazioni ai colleghi europei, portando in dote uno sforzo riformatore con pochi precedenti nella storia del nostro paese. Speriamo che basti, perché altre cure da cavallo per la nostra economia non sono proprio sopportabili.
Forse con l’Euro è stato fatto il passo più lungo della gamba, oppure troppo corto. Una moneta senza sovrano, o con diciassette pseudosovrani diversi, come scrive Lucio Caracciolo[5], con idee opposte su come gestirla. Certo, se non ci fosse stato ci saremmo scordati bassi tassi d’interesse e inflazione contenuta, il mercato interno europeo sarebbe cresciuto meno e la Lira sarebbe salita sulle montagne russe dei cambi con svalutazioni annesse, ma oggi tali benefici li paghiamo cari a causa di una crisi in cui la pessima gestione della moneta ha un peso determinante. Probabilmente i prossimi mesi saranno cruciali: si avvicina a grandi passi il default della Grecia (l’emissione di titoli di metà marzo potrebbe essere la certificazione dell’insolvenza), se non sarà trovato un accordo in brevissimo tempo tra Atene e il consorzio dei creditori privati, e l’UE non è ancora preparata a fronteggiare il pericolo di nuova reazione a catena. In ogni caso un immediato ravvedimento a Berlino non sembra essere in programma, e, senza il lasciapassare di Angela Merkel, l’Esm non sarà operativo prima dell’entrata in vigore del Fiscal Compact, con l’UE nuda davanti alla speculazione. L’Europa, i cui leader lunedì saranno riuniti al gran completo a Bruxelles per la firma dello storico patto fiscale, combatte come può contro il fallimento economico. Quello politico e morale, purtroppo, è già stato certificato.
Francesco Linari – www.opennews.it
[1] Limes 6/2011, Alla guerra dell’Euro, Gruppo l’Espresso, Roma
[2] Letteralmente “cittadino arrabbiato” (da wut: rabbia e bürger: cittadino), è stata votata la parola dell’anno2010 in Germania dalla giuria della Società perla Lingua Tedesca di Wiesbaden. Il neologismo sintetizza la rabbia del cittadino tedesco che si vede passare sopra la propria testa decisioni politiche senza essere consultato. Le polemiche riguardanti gli stanziamenti per soccorrerela Grecia hanno avuto un peso notevole.
[3] G. Sarcina, L’Europa apre all’Italia sull’abbattimento del debito, Il Corriere della Sera, 11 gennaio 2012, pag.9
[4] Iustinianus, Lettera aperta al Ministro degli Esteri, Limes 6/2011
[5] L. Caracciolo, Italia kaputt mundi (editoriale), ibidem
Se ne è andato Steve Jobs, il mondo l’ha pianto, si è nutrito delle sue frasi senza far tesoro dei veri insegnamenti, come giustamente si conviene ad un morto illustre: la memoria storica lo mantiene “il più grande di tutti i tempi”, ma il messaggio reale non passa se non attraverso coloro che vi hanno davvero collaborato. Un altro decesso, ma questa volta più atteso, da alcuni caldeggiato ed ostentato: quello di Osama Bin Laden, il “public enemy number one”, il ricercato, il mandante di quell’attentato che ha cambiato per sempre il termine “sicurezza”.
E’ stato lanciato un nuovo social network, Google+, che pareva destinato a cambiare le abitudini relazionali della gente. In realtà c’era bisogno semplicemente di più contatto diretto, ma nessuno si è accorto che non avremmo scambiato il nostro profilo di Facebook neppure per un po’ di sana conversazione.
“Le proteste” sono il personaggio dell’anno secondo il TIME. Siamo diventati 7 Miliardi su questo pianeta, consapevoli del troppo poco suolo sul quale i nostri piedi stanno poggiando, ma delle enormi possibilità che la società attuale ci offre. Ci siamo lasciati turlupinare dai video di presentazione del nuovo iPad2 e, quando è uscito, ne abbiamo sentito un bisogno frenetico e disperato, come di cibo o acqua per le nostre dita affamate di tecnologia, senza realizzare che sia cibo, che acqua, scarseggiano a dismisura.
Le rivolte in tutto il mondo hanno scosso lo status quo, sollevato dubbi, posto domande che restano tuttora senza risposta. Il terremoto giapponese ha sconvolto il globo e messo in ginocchio uno Stato che è riuscito a dimostrare la sua forza in urlo di assordante silenzio. Dall’altra parte del pianeta, il Brasile era devastato da una alluvione di cui pochi si sono resi conto. E’ nato un nuovo Stato: il Sud Sudan, mentre, da un’altra parte, un “gruppo etnico” aspetta un riconoscimento internazionale che dichiari ufficiale la Palestina.
E’ morta Elisabeth Taylor, amata dai più. E’ stato il momento di una gioventù con il desiderio sentito in corpo di smuovere un mondo che considera avido: #OccupyWallStreet è passata di bocca in bocca, ha attraversato le pi.
Kate e William si sono sposati, il mondo li ha guardati osservando e criticando le mosse di lei, annuendo con rispetto ai baci che la coppia si scambiava, invidiando il fisico atletico della sposa e un abito che faceva sognare. L’Inghilterra si è posta come protagonista anche nella crisi mondiale da vera dissidente. E’ caduto il Governo Berlusconi e un team di “tecnici” l’ha rimpiazzato, remando in favore di un Paese che ha come priorità la crescita. Djokovic è il numero uno del tennis mondiale, ma il match Federer-Nadal ha fatto trattenere il fiato agli amanti dello sport. Il calcio è stato investito dalla bufera delle scommesse, denunciando la propria sporcizia e la necessità di nuove e più restrittive regole.
La sparatoria in Norvegia ha commosso e fatto arrabbiare; il termine “spread” è entrato per la prima volta nella nostra vita. E’ stato “costruito” un nuovo super tunnel: quello dei Neutrini
e si è parlato in modo particolare della fusione a freddo. Il premio Nobel per la Pace è andato a tre donne africane e attivissime ed un’altra si è spenta dopo una vita al servizio del Continente nero: Wangari Maathai.
E’ un 2011 che ha segnato tutti in qualche modo: 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle, 150 anni dell’Unità d’Italia.
Si chiude con un sorriso sulle labbra (per qualcuno forse no) e si apre un nuovo capitolo. Tutto da scoprire.
BUON ANNO
Francesca Larosa – www.opennews.it
Donne lavoratrici, donne mamme, donne stanche, donne entusiaste, donne che preparano cene e resoconti finanziari. Donne con tante idee nella testa e pochi soldi nelle tasche, donne che non sanno di essere svantaggiate, donne che combattono per smettere di esserlo, ma, soprattutto, donne consapevoli d’essere donne.
Sono queste le numerose scese in piazza a Roma e in varie città d’Italia l’11 dicembre per l’ultimo appuntamento al femminile organizzato dal comitato “Se non ora, quando?”.
Questa volta la politica non c’entra davvero nulla, non c’entra l’esasperazione per gli harem di un premier decaduto, per le cariche politiche assegnate in base alla misura di reggiseno; questa piazza è una piazza pieni di cervelli e cuori coscienti del fatto che non è un uomo dalle dimensioni ridotte a poter privare la donna del suo ruolo, della sua parte all’interno della società. Ciò che imprigiona la donna nella sua gabbia “rosa” tutta fatta di tenerezza e sensibilità è un sistema in piedi da secoli, una cascata di stereotipi che si riflettono sì sulla realtà, ma in un rapporto di alimentazione reciproca.
Le donne in piazze gridano la loro voglia di essere riconosciute in completezza, come madri, come lavoratrici, come potenzialità per il nostro paese. Rivendicano il loro ruolo di straordinaria importanza nell’uscita dalla crisi, chiedono la possibilità equamente divisa tra madre e padre di accudire i figli. Parlano di incentivi al congedo di paternità, che è un diritto dell’uomo, non un modo per incastrarlo.
Sotto un cielo grigio ma con garbo, si susseguono interventi,buona musica, comizi accorati.
Sì,perché la questione femminile esiste ancora. E’ viva, agisce in silenzio senza che nessuno se ne accorga, se non gli addetti al settore. Lo stereotipo si insinua nella pubblicità, che a sua volta si insinua nella nostra mente, proponendoci immagini che nemmeno ci preoccupiamo di mettere in discussione. Basta accendere la televisione per vedere come quasi sempre i prodotti per la cura della casa siano pubblicizzati da figure femminili. Ciò infastidisce non perché, indignate, vogliamo rifiutarci di impugnare l’ aspirapolvere e pulire casa, ma perché questo tipo di marketing non si preoccupa di interpretare una realtà che sta cambiando; crede che il frullatore multifunzione possa interessare solo alle donne, a cui è da sempre affidata la cura della casa, e non ai numerosi uomini che altrettanto si dilettano in cucina!
Per non parlare poi di quelle pubblicità che offendono senza tanti peli sulla lingua la nostra femminilità, quei cartelloni che scelgono delle donna solo l’ eloquente culetto, tralasciandone gli occhi. Ci sono poi quei giornalisti che credono che la soluzione per l’aumento della natività in Italia risieda nel togliere i libri alle donne, ma questa è un’altra storia.
L’ultima pubblicità che ha scosso il mio spirito femminista promuove un prodotto di una nota marca di alimenti surgelati. In una reclame d’evocazione vintage si legge: “ATTENZIONE MOGLI! Volete uscire a cena? Non proponete mai a vostro marito questo piatto!” Questa pubblicità racchiude, a mio parere, stereotipi tra i più classici: la moglie cucina per il marito; il marito porta fuori la moglie a cena; ultimo e forse il più fantasioso, frutto del nostro secolo: il miglior piatto che si possa cucinare è un piatto surgelato, preparato da terzi.
Sebbene quindi la questione femminile appaia come superata, sebbene la “battaglia” delle donne sembri completamente vinta, non è così. Abbiamo sì ottenuto il diritto di voto dai tempi delle repubblica, possiamo sì studiare, diventare manager, entrare in politica, fare appello alle pari opportunità ma dobbiamo accettare il fatto che ciò susciti ancora scalpore, ecco il vero problema. Una donna con due figli ed un lavoro a tempo pieno è una specie di eroina da pellicola, un uomo con due figli ed un lavoro a tempo pieno, è semplicemente un padre di famiglia, poiché le possibilità che i ruoli offrono sono differenti.
Per far si che la società muti, bisogna che la nostra testa muti; questo può però succedere solo con uno sguardo attento e critico, uno sguardo che vada oltre numeri e statistiche, che sia in grado di fare i conti con la realtà e non solo sulla realtà. Il cambiamento non può essere dettato dall’alto di una norma, con la creazione di quote rosa; il cambiamento va costruito insieme,consapevolmente, parte dalla testa finisce nel cuore, per poi ricominciare il ciclo.
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
In ambito elettorale gli Stati Uniti sono sempre stati il paese in cui il sistema bipolare ha sempre dato ottimi risultati, il binomio democratici-repubblicani è sempre stato l’esempio più paradigmatico di perfetto bipolarismo. Due partiti, due candidati. Che vinca il migliore. Questo non vuol dire che non ci siano altri partiti negli Stati Uniti, anzi, proprio per la totale libertà di espressione che esiste nella nazione, ne è presente un bouquet, movimenti sempre snobbati dai quotidiani, tra cui un partito nazista – vi ricordate quelli dell’Illinois nel film The Blues Brothers? – ed uno per la rivoluzione maoista in America. Ma non sono questi i nemici veri del forte bipolarismo statunitense.
I veri possibili distruttori del solido binomio di sfidanti sono gli indipendenti. Spesso personaggi di rilievo, anche lontani dalla politica, ricchi e annoiati, che decidono di usare parte della fortuna personale per conquistare la poltrona vellutata della Casa Bianca. È successo nel 1992 e nel 1996 con Ross Perrault, ma addirittura il già Presidente Theodore Roosevelt aveva nel 1912 incrinato la vittoria repubblicana presentandosi da solo, e c’è chi tuttoggi incolpa Ralph Nader per aver fatto guadagnare a George W. Bush il suo primo mandato rubando quasi 3 milioni di voti al democratico Al Gore. Nessuno di questi ‘terzi incomodi’ è mai stato eletto presidente, e quasi sempre hanno smesso di far politica subito dopo le elezioni. L’unico non appartenente ad alcun partito a diventare Presidente degli Stati Uniti è uno solo, il primo, George Washington.
Già da tempo si sente parlare di una possibile discesa in campo di Michael Bloomberg, miliardario – forbes lo ha elencato al dodicesimo posto nella lista dei più ricchi d’America con un patrimonio calcolato a 19.5 miliardi di dollari – sindaco di New York dal 2002, filantropo ed estremamente progressista nel suo conservatorismo, si è pagato l’università facendo il parcheggiatore prima di fondare la Bllomberg L.P, azienda leader nel settore di informazione e software finanziari. Inizia a far politica con il partito democratico, si fa eleggere poi alla poltrona di sindaco della Grande Mela come repubblicano per poi lasciare il partito nel 2007 e fregiarsi del titolo di indipendente. Quest’ultima mossa è stata vista come una chiara intenzione di andare verso le elezioni presidenziali, ma dopo abbondanti speculazioni giornalistiche si è tirato fuori da ogni possibilità di correre.
La paura è poi tornata per le elezioni del 2012. Un Obama in bilico, il giudizio degli elettori non è chiarissimo, ed un gruppetto di clown islamofobici a contendersi le primarie repubblicane sarebbero elementi di grande interesse per un terzo candidato che per una volta potrebbe anche farcela e scardinare il perfetto bipartitismo statunitense. I giornalisti fremono, i candidati, timorosi, non commentano, e Mike aspetta prendendo la metropolitana per raggiungere l’ufficio. Chissà che tra un anno non possa semplicemente andare a piedi, come disse Kennedy appena eletto presidente: la paga non è male, e posso andare in ufficio camminando.
Giulio Silvano
Salgado: “Premier ha promesso provvedimenti a breve”, infatti, in arrivo una manovra da ben 20 miliardi di euro.
BRUXELLES –C’è da tirare la cinghia e stringere i denti, questo quanto emerso dal consiglio Ecofin e riassunto dal commissario agli Affari economici Olli Rehn con sentenza quanto mai lapidaria: “Siamo entrati nei dieci giorni critici per l’euro”.
Giorni difficili per tutta la zona Euro,quindi, ma particolarmente per il vecchio Scarpone italiano che è alle prese con la presentazione delle contromosse da applicare per saltare il fosso della crisi: “Monti ci ha illustrato le misure e ha promesso di approvarle prima del Consiglio europeo”: ha riferito il ministro dell’Economia spagnolo, Elena Salgado.
Nonostante la pessima congiuntura economica e il costante rallentamento del Pil italiano, l’Europa chiede all’Italia risposte e misure urgenti da almeno 11Miliardi (anche se la cifra è ancora oggetto di discussione e il suo valore potrebbe notevolmente lievitare arrivando addirittura a 20 Miliardi) per raggiungere nel 2013(fine del mondo permettendo) il tanto agognato pareggio di bilancio.
Al termine dell’eurogruppo i vertici Ue Jean Claude Juncker e Olli Rehn giudicano favorevolmente le misure presentate da Monti come “una buona base per le riforme”. “Si tratta di una misura essenziale per garantire stabilità finanziaria, fiducia degli operatori e per invertire la tendenza negativa del debito” dice Rehn.
Alla cena dell’Eurogruppo,poi, è stato presentato il tanto temuto rapporto sul nostro Paese in cui il vice presidente Olli Rehn ammonisce l’Italia che “tassi d’interesse elevati, in modo persistente, aumentano il rischio di una ‘fuga’ dai bond italiani” e l’insorgere di una crisi di liquidità. Il rapporto non preoccupa comunque Monti perché “non contiene sorprese”. Il professore che illustrerà ai colleghi le misure (senza tuttavia aggiungere dettagli a quelli presentati in Parlamento in Italia) ne terrà conto.
Monti ascolta, recepisce ma non parla, tuttavia da Roma arrivano voci di una manovra in lavorazione da 20 miliardi di euro e di una relativa sicurezza sulla possibilità di centrare il pareggio di bilancio nonostante il ciclo economico avverso. Nel rapporto Rehn si suggerisce di “spostare la tassazione dal lavoro ai consumi e all’immobiliare”, di una “legislazione sul lavoro che continua a offrire elevata protezione a chi è dentro, mentre a chi è fuori, soprattutto a donne e giovani, restano lavori precari e nessun sussidio di disoccupazione” e anche che “per ripristinare la fiducia nei mercati, per l’Italia, dipende in modo cruciale dal sostegno di partiti, parti sociali e cittadini alle riforme del governo”.
Oltre alla questione italiana, al vaglio dei ministri vi è un’altra patata bollente: il via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia: otto miliardi bloccati per la decisione di Atene, poi ritirata, di indire il referendum e il rafforzamento del fondo salva stati. Ma secondo Olanda, Belgio e Lussemburgo questo potrebbe non bastare e quindi la Bce, restia anche per l’opposizione della Germania a impegnarsi in maniera diretta, potrebbe prestare al Fondo Monetario le risorse necessarie ad aiutare i due Paesi.
Sansosti Alessio – www.opennews.it
Confesso di non essere un lettore abituale del Time. Ciò nonostante è stato impossibile sfuggire al fascino magnetico della copertina del 28 novembre 2011: lo sguardo assertivo e sicuro di sé, le braccia incrociate sul petto di una statuaria fotografia in bianco e nero (giacca, cravatta, spilletta con la bandierina turca) del premier Recep Tayyip Erdoğan.
Il titolo stesso è sfrontato, lapidario, accattivante (“Erdogan’s way”, tralasciando l’apparentemente inutile l’accento sulla “g” che invece è responsabile della sua scomparsa dalla pronuncia corretta; errore nel quale sono incorsi i “tifosi” egiziani che lo hanno acclamato durante l’ultima trionfale visita nel paese del fu Faraone Mubarak). Ma qual è la “Erdogan’s way”? Perché il primo ministro di una media potenza periferica conquista le copertine dei giornali di tutto il mondo e infiamma (in senso positivo) le piazze arabe? Come ha fatto l’ex sindaco di Istanbul ad ottenere la corona di “re di Gaza” (vedi Limes 4/2010)? Siamo in presenza di un furente ritorno sulle scene del collassato Impero Ottomano o degli innocui voli pindarici di un coltissimo ma troppo ottimista ministro degli Esteri (Ahmet Davutoğlu, già ribattezzato il Kissinger del Bosforo)? Dare una risposta esauriente a tali domande è impresa ardua e richiederebbe come minimo le trecento pagine del numero della rivista Limes interamente dedicato a questo tema (“Il ritorno del sultano”). È mia intenzione invece gettare qualche luce in più sull’”uomo nell’ombra” che ha disegnato le proiezioni geopolitiche della Turchia erdoganiana e sottoporre le sue ottimistiche teorie alla prova dei fatti (soprattutto gli ultimi eventi che stanno scuotendo il Medio Oriente).
La “profondità strategica” di Ahmet
Quando Ahmet Davutoğlu, oscuro e semisconosciuto professore di Relazioni internazionali nato nel 1959 a Konya, dà alle stampe nel 2001 il volume “Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia” non immagina forse che un decennio più tardi, dalla poltrona di ministro degli Esteri della Repubblica fondata da Atatürk, avrà modo di mettere in pratica le sue dotte elucubrazioni sul necessario rilancio internazionale di Ankara, puntando tutto su quella preziosissima profondità strategica di cui essa è (inconsapevolmente o meno) dotata. Il termine “neo-ottomanismo” con cui viene frettolosamente etichettata l’ispirata visione dell’accademico prestato alla politica (come lui stesso ama definirsi) è banalizzante, poiché appiattisce il tutto colorandolo con le fosche tinte del revanscismo. È solo partendo da quelle seicento densissime pagine (c’è persino un’equazione della potenza e nessuna cartina, annota argutamente Lucio Caracciolo) che è possibile tentare una ricognizione di ciò che anima, dal punto di vista intellettuale, il “we are back!” prima sussurrato e poi sbandierato dal carismatico leader turco che ha soffiato la scena al delirante ex sindaco di Teheran e attirato su di sé gli obiettivi di tutto il mondo. Il libro di Davutoğlu non è stato ancora tradotto in inglese (nonostante le trecentomila copie vendute), se non in stralci.
Ad Atene, dove le mosse turche passano raramente inosservate (le ragioni storiche di tale “sensibilità” sono note a tutti, partendo dai secoli di dominazione della Sublime Porta per arrivare alla rovente questione cipriota) ha fatto la sua comparsa in libreria “To stratighikò vathos” ed è proprio un rapporto esauriente ed equilibrato dello studioso ellenico Ioannis Grigoriadis (pubblicato dalla ELIAMEP, Fondazione ellenica di politica europea ed estera) che ci fornisce un quadro sommario delle teorie del professore di Konya. “La Turchia gode di identità regionali multiple ed ha perciò la capacità così come la responsabilità di seguire una politica estera integrata e multidimensionale” scrive Davutoğlu. Come può muoversi la propaggine anatolica di quello che fu un Impero continentale in un contesto internazionale in cui è venuto a mancare il condizionamento totale e ineludibile della Guerra Fredda? Ora che la cortina è caduta, che lo sfolgorante “momento unilaterale” vissuto da Washington si sta progressivamente arenando nelle gole dell’Afghanistan e tra le sabbie irachene, non è forse giunto il momento di ricalibrare la propria perifericità strumentale? La Turchia, testa di ponte passiva della Nato in Medio Oriente, è dotata di una dirompente “profondità” (sia storica che geografica) che va assolutamente capitalizzata, sprigionando le potenziali riserve di “soft power” da esse detenute e finora trascurate: superando il mero ruolo di “ponte” e di “onesto sensale” tra i due lati del Mediterraneo, tra Europa ed Asia, Ankara può espandere la propria influenza a livelli mai visti prima, assurgere al ruolo di potenza regionale egemone, inserirsi come un cuneo nella inevitabile riconfigurazione di potenza che sta già investendo il pianeta. Non solo nelle aree che hanno storicamente sperimentato il tallone di Costantinopoli, ma anche in quelle che sono legate alla penisola anatolica dall’immateriale legame di sangue della comune appartenenza etnica (facendo riferimento al panturanesimo affermato da Atatürk proprio in contrapposizione al tragico ricordo della Sublime Porta dei Sultani, in alternativa al quale edificò la Turchia moderna, laica, occidentalizzante che l’islamista moderato Erdoğan ha ereditato). Neo-ottomanismo, panturanesimo e richiamo all’Islam sono i tre cardini di quello che Caracciolo definisce efficacemente un “ellisse tricontinentale” che va da Gibilterra alla Cina turcofona. Una visione che appare a tratti esagerata, dove “spicca l’afflato utopico, da cui scaturiscono ossimori e slogan che svelerebbero una vena idealista, neokantiana” (è sempre Caracciolo che parla), che agli occhi di un lettore qualunque come il sottoscritto appaiono immagini dal fascino dirompente, prospettive destabilizzanti lanciate come una rete da pescatore nell’oceano tumultuoso di un mondo che cambia ad ogni battito di ciglia, polverizzando egemonie consolidate e gettando nella polvere gli autocrati di un “ieri”che è già passato, archiviato e obsoleto. A colpire è il sottofondo pacifico, l’assenza di richiami bellicistici o sciovinistici (“Profondità strategica” non è un “Mein Kampf” in salsa ottomana né teorizza il ritorno dei giannizzeri nei deserti maghrebini e nei Balcani), la “mistica concretezza scientifica” (mi si permetta questo ossimoro) di una visione geopolitica. I fatti sembrano dare ragione all’ex accademico dell’Università di Marmara: chi reggerà le sorti del Mediterraneo? Se gli Stati Uniti (come sembra dimostrare la svolta Pacifica di Obama, che ha incoronato l’Australia suo nuovo hub strategico a guardia del Dragone cinese) si ritirano in punta di piedi dalle nostre coste (l’intervento light nell’operazione libica sembra un ulteriore certificazione di quello che Germano Dottori ha definito il nuovo “smart power” statunitense) chi presiederà la sicurezza e scioglierà i nodi della regione? Lo scongelamento dei blocchi e il disimpegno americano dopo i rovesci della “global war on terror” non ci rendono solamente più soli e indifesi, ma lasciano liberi (a mio parere) nuovi, illimitati spazi di manovra. È questa consapevolezza che ha spinto il fortunato Davutoğlu (quanti teorici hanno avuto l’immenso dono di poter accedere alla stanza dei bottoni non da “consiglieri del Principe” machiavellicamente parlando, ma da esecutori diretti di un progetto strategico fino al quel momento delineato solo sulla carta?) a puntare tutto sulle potenzialità non solo economiche della Turchia (anche se i tassi di crescita cinesi e il fatto che il reddito pro capite sia triplicato negli ultimi otto anni parlano da soli).
L’eredità storica, disincrostata da suicidi richiami ad un Impero che non può più rinascere, di quel “malato d’Europa”al cui capezzale accorrevano le potenze europee di fine Ottocento (atterrite da una sorta di horror vacui geopolitico oppure rese fameliche dalle prospettive di un suo rapido sbriciolamento) diventa terreno fertile per un ripensamento delle dinamiche attuali, per un azzardo ottimistico che pur basandosi su presupposti difficili da realizzare (anche se l’egemone è “buono”, chi convince gli egemonizzati ad accorrere volontariamente sotto la sua ala?) è un seme gettato nel dibattito politico, una “direzione” da seguire nei meandri della politica estera, una “narrazione” da sottoporre alla prova del fuoco dei fatti. Proprio la messa in discussione di uno dei cardini della dottrina Davutoğlu (il confortante slogan “zero problemi con i vicini”) sarà il tema della prossima fotografia del consigliere di colui che lo SPIEGEL ha ironicamente battezzato il “sultano di Istancool”, alle prese con le dirompenti ripercussioni dell’esplosiva “primavera araba”. Intervistato dal settimanale tedesco nel giugno 2011 (alla vigilia delle elezioni rivinte trionfalmente da Erdogan) il coniatore della “profondità strategica” ha affermato (traduco liberamente dal tedesco): “Io stesso ho scritto dieci anni fa nei miei libri che il mondo arabo ha subito due anomalie: il colonialismo del ventesimo secolo che ha separato le società arabe. E la guerra fredda, che ha contribuito allo stabilirsi di regimi autocratici nella regione. Una trasformazione, come quella che ha vissuto il blocco orientale negli anni Novanta, non è mai avvenuta nel mondo arabo. Ma adesso siamo giunti al giro di boa”. Come si è mosso il nocchiero di Istanbul nelle acque agitate della rivolte popolari e della caduta degli “uomini forti”?
Simone Ros – www.opennews.it
Dimenticatevi Sarah Palin.
C’è una nuova donna in città: Michele Bachmann. Bella, provocante, intelligente, generosa, carismatica e soprattutto, agguerrita. Un po’ strega di Biancaneve un po’ Desperate Houswife. Con le sue gonne mozzafiato e i grandi occhi di ghiaccio da cartone animato illumina la platea ogni volta che si scontra con i suoi colleghi alla corsa per la Casa Bianca.
Deputato dal 2007 per il Minnesota ha raccontato di essere diventata Repubblicana così, da un giorno all’altro, leggendo un libro di Gore Vidal, dove venivano presi in giro i padri fondatori. Non è solo l’essere l’unica donna nella corsa a renderla diversa dai suoi colleghi, è sicuramente il fatto di essere la più arrabbiata. La sua campagna è stata annunciata con una frase ad effetto in un video su youtube: riprendiamoci il nostro paese! I suoi supporters sono gli ormai celebri membri del Tea Party, un movimento estremamente populista e conservatore nato nel 2009 in contrasto con le politiche ‘socialiste’ – così le chiamano loro – del presidente Obama. Non vogliono le tasse, non vogliono immigrati, non vogliono il piano sanitario gratuito, vogliono solo riprendersi il loro paese, vogliono che il governo lasci tutti in pace, anzi, che non esista proprio. Se Ron Paul è l’ideologo non autorizzato di questo movimento, Michele Bachmann è la sua matrigna, la sua bandiera, la Regina del Tea Party, ha titolato il Weekly Standard. Il nome del movimento riprende l’evento che diede vita alla guerra d’indipendenza americana quando nel 1773 un gruppo di patrioti vestiti da nativi si mise a lanciare casse di the nel porto di Boston. Ma se i nemici erano gli inglesi, ora sono i Democratici, e soprattutto Barack Hussein Obama. Per le sue azioni politiche e soprattutto per le sue visioni, considerate da questi fanatici ‘anti-americane’, e poi quel nome, Hussein, lì in mezzo, proprio non aiuta.
Se Michele dovesse vincere le primarie – gli ultimi sondaggi della CNN la danno al 5° posto –quali sarebbero le sue politiche per ‘riprendersi’ l’America? Basti sapere che lei, luterana, ha ammesso di voler introdurre, accanto alla teoria dell’evoluzione, l’insegnamento del creazionismo (in poche parole il mondo esiste da circa 6.000 anni e i dinosauri sono un’invenzione di Spielberg). Speriamo solo che non ci creda davvero e lo faccia per attirarsi una fetta dell’elettorato repubblicano extra-conservatore. Come i suoi colleghi di partito anche Mrs Bachmann si dichiara fedele supporter di Israele, ma è tra le poche che invita al dialogo diplomatico con l’Iran, ma precisa, se non dovesse funzionare, la guerra potrebbe essere la soluzione.
Non conosciamo troppo dei gusti musicali della candidata Bachmann, ma sappiamo con sicurezza di non trovare Elton John nel suo iPod. Lei stessa ha criticato il film d’animazione della Disney, Il Re Leone, che in questi giorni sta tornando nelle sale in versione 3D, per la partecipazione del cantautore omosessuale nella colonna sonora, proprio per le sue preferenze considerate deviate. Spero solo che Paul McCartney possa tornare alla Casa Bianca a suonare Michelle, ma di nuovo come fece nel 2010 per Michelle Obama.
Giulio Silvano – www.opennews.it