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Intervista a una Iena: Pablo Trincia

Occhi neri, brizzolato tra beije e nero, agile. Così appare Pablo Trincia, ma soltanto nelle serate di diretta del programma che “lo ospita” attualmente e ormai da qualche anno: “Le Iene“. Per il resto del tempo, l’aspetto appare molto meno “ferino”.
Invidiabile, che a soli trentaquattro anni abbia già accumulato tanta fortuna. Ma non di quella di cui si tenta di appropriarsi con agguati notturni alle spalle, bensì qualcosa di molto meno materiale, oltre che più “difendibile”.
Comprare esperienza del mondo e lavorativa al supermercato non è possibile ancora, l’unica chance che rimane è prendere un cuscino, sedersi (magari nella giusta atmosfera come giovedì 13 ottobre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia) e tendere le orecchie a chi, di fatto, ne sa di più.
Giornalista freelance per le riviste più apprezzate internazionali, ora alle Iene, conoscitore di quelle 6 o 7 lingue che non fanno mai male (tra l’altro semplici come il giapponese o il wolof), viaggiatore del mondo, sentiamo cosa ha da dirci.

 -Per lavoro hai avuto la fortuna di girare più di mezzo mondo. Quale paese fra quelli che hai visitato ti ha più stupito, colpito?

Più di tutti lo Yemen. E’ un posto incredibile, sembra di tornare indietro nel tempo.
Purtroppo è un Paese che gode di una pessima fama a livello internazionale, ma secondo me è immeritata.
Ci ho trascorso quasi un mese e ho incontrato solo persone molto gentili e ospitali.

-Sinceramente, immaginati che un cittadino di media cultura si trovi di fronte a un televisore.
Quale genere di reportage pensi possa catturare più facilmente la sua attenzione?
Qualsiasi storia raccontata bene e con il giusto ritmo può catturare l’attenzione. L’importante è saper raccontare le cose.

 -Tuttavia un dato di fatto va riconosciuto.. Quando si tratta di una conferenza di storia, di un festival scientifico o di una mostra d’arte le teste non bianche nel pubblico si contano sulle dita di una mano.. Come lo spieghi?
Semplice! I giovani trovano di meglio da fare!

 -Nella tua pagina sul sito delle Iene scrivi di esserti fatto strada in alcuni campi, come il basket, “con discreto insuccesso”.. ma anche che parli correntemente inglese, tedesco,farsi.wolof,hindi e giapponese. é una cosa alla portata di tutti i mortali o quelli che giocano bene a basket ne sono esclusi? A parte gli scherzi, quanto credi sia importante conoscere più lingue straniere per i futuri lavoratori?
Conoscere le lingue è fondamentale, sempre e comunque. Ti apre porte che altrimenti resterebbero chiuse, ti permette di capire davvero un’altra cultura. Le persone, quando parli la loro lingua, ti parlano in modo diverso, sono più dirette, più “sincere”. Per me è una grande passione, passerei la vita solo a imparare lingue nuove. E consiglio a tutti i giovani di impararne bene almeno una.

-Dopo una fiorente attività da freelance( si ricordino anche solo Panorama,Vanity Fair, The Indipendent) sei approdato alle Iene.
 A posteriori, avresti preferito aprire un banchetto in Sierra Leone, magari a Bo?

Eheheh, buona questa. Chissà, magari mi sarebbe piaciuto anche quello! L’importante è stare bene con se stessi.

-C’è chi, come Kapuscinski, sostiene che quella del reporter e del giornalista sia “una missione”, chi invece vi vede al negativo un impiego come altri, nemmeno fra i più consigliabili. Cosa ne pensi tu?

Ci sono volte in cui il tuo mestiere è una missione, soprattutto quando tratti temi delicati e importanti.
A me è capitato tutte le volte che mi sono occupato di immigrazione.
Il mio obiettivo era quello di lasciare un messaggio positivo che riguardasse gli immigrati che arrivano da noi. E in più di un’occasione ci sono riuscito.
Ricordo che una volta, dopo aver mandato in onda un lungo reportage che raccontava il dramma dei migranti nel deserto del Sahara, un ragazzino di 13 anni di Bolzano mi si è avvicinato e mi ha detto: “Volevo ringraziarla. Prima avevo dei pregiudizi sugli immigrati, ma questo suo servizio mi ha fatto cambiare idea”. E’ stato il momento più bello della mia carriera di giornalista.

 -Insomma tutto liscio non potrà andare.. mai avuti incidenti durante le riprese di un servizio?


Capitano sempre, non dimenticarti che usiamo attrezzature elettroniche, come le telecamere nascoste.
A volte l’immagine salta, o salta l’audio, lo la persona che sto cercando sparisce, oppure semplicemente sbaglio io.
Una volta ho inseguito un signore pensando che fosse il sindaco di un paese, lui si è girato, mi ha preso a ceffoni e se n’è andato. Non era il sindaco.

Altro da aggiungere? Un atlante, qualche vocabolario impolverato trovato in un mercatino dell’usato (più è impolverato, più la lingua è inusuale, ergo voi originali) e tanta pazienza
vi siano d’aiuto, o voi che entrate in questo ambiente !

 

Chiara Piotto

 

ecco il link del suo ultimo servizio alle Iene, Il nuovo Iraq: ttp://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/228294/trincia-il-nuovo-iraq.html

Lisbon on tiles. Meeting Camilla Watson.

L'artista con una delle sue immagini stampata su una porta di legno

Lisbona regalami un tuo scorcio, permettimi almeno per un attimo di conoscerti, sotto e dietro I negozietti di souvenir e I ristoranti italiani. Complice l’aiuto di un’eccellente guida, proprio mentre sto ancora sperando, “il miracol s’è fatto”. Tutta Beco das Farinhas, dove mi trovo, è impreziosita da  anziane signore che, mentre stendono i panni o portan la spesa, passeggiano sulle pareti tutto il giorno, finchè la luce dorata le illumina. Sedute su mattonelle, le loro gambe disegnate dal bianco-nero di un ritratto appaiono con la delicatezza di una foto che si formi proprio sotto ai tuoi occhi nella camera oscura, lentamente.

Gioisco e ringrazio la città per avermi concesso quello scorcio tanto sperato e decido di non perder l’occasione di conoscere l’autrice di quelle originali opere d’arte tese fra antico e innovativo: il suo nome è Camilla Watson.

Colpisce come un’artista non portoghese sia stata capace così abilmente di interpretare lo spirito di quel paese, ci si chiede se sia stato amore a prima vista o se abbia dovuto cavarne fuori le informazioni con le pinze. Lei risponde che stava tornando da Sao Tomè, dove era arrivata dal Brasile per un lavoro come fotografa per l’Unicef, quando decise di fermarsi a Lisbona un mese per perfezionare il suo portoghese..” one month became two… and then three.. and I am still here. I instantly felt at home in Lisbon. I love the  people here, the light, the city, the food...”, spiega. Beh, la capisco, chi è stato anche solo una volta in questa  città sa come può avvolgerti immediatamente molto più di cento altre città ugualmente splendide. Le mattonelle qui regnano ovunque, azzurre, blu, verdi, caratteristiche, si sa, della città nei secoli… Ma l’idea di utilizzarle come base per le sue fotografie, beh, non è da tutti.

 Mi confessa che lo spunto le è stato dato da un’amica,  Carole Garton; le mattonelle vengono da Alentejo, prodotte a mano in una piccola fabbrica chiamata “Artevida”. Non sono piastrelle qualsiasi, ma sono definite “idrauliche” e sono perfette per questa lavorazione perché, essendo molto porose, lasciano che l’immagine sia ben assorbita.  Mi spiega poi  come abbia sperimentato diverse superfici, lavorando sempre con questa emulsione chiamata “liquid light”. Dopo averla messa a bagno maria, la applica con una spazzola sulla base scelta nella sua camera oscura; lasciato il tutto ad asciugare per una notte, può quindi procedere con la stampa delle immagini come si trattasse di una qualsiasi carta fotografica.   Detta così appare piuttosto semplice, sebbene immagino sia come per  i video su You Tube o su Art Attack (ecco che salta sempre fuori), in cui pare che tutto si possa fare in tre minuti quando poi tre ore regalano solo risultati disastrosi.

 Lasciando da parte momentaneamente i dubbi sulle mie capacità artistiche, chiedo come abbia scelto i suoi soggetti; lei mi dice che le piaceva l’idea di fotografare gli anziani della zona essendo la pittura delle piastrelle una della più antiche forme d’arte in Portogallo. Mi giro e noto poi che su una mattonella vi è proprio una dedica ai suoi “vicini di studio”, dato che il suo atelier si trova proprio qui in Beco das Farinhas. Camilla è inoltre una grande sperimentatrice, le piace stampare le sue immagini su numerose superfici diverse, come il legno marittimo, aiutandosi con un proiettore.

Arricchita di spunti e ancora stupita di aver avuto tanta fortuna, la ringrazio per la sua disponibilità chiedendomi se, burbero com’è, mio nonno apprezzerebbe la proposta di farsi stampare su una mattonella del giardino.

 

 Chiara Piotto

Stivali gialli a Nizza

Ti piacciono i colori. Lo so, ti sono sempre piaciuti. Quando eri più piccola dicevi sempre che gli uomini grigi ti mettevano tristezza, che le auto nere erano tutte uguali, che i marciapiedi sarebbero dovuti essere azzurri, a volte invece verdi, così per cambiare un po’. E infatti ti piace anche cambiare.      Ieri sera hai fatto zapping per un’ora di fila perchè nessun programma sapeva trattenere la tua attenzione, scommetto. Ridi perché ho fatto centro. Cambi anche spesso profumo, cambi spesso fidanzato, cambi spesso lavoro. Tu nella scatola della tua vita un po’ di ordine non vuoi proprio mettercelo, “sei sempre di fretta”, dici.

    Oggi hai deciso di non tornare a casa per pranzo e hai mangiato una baguette con il prosciutto e l’insalata proprio sui ciottoli umidi della spiaggia,lo dice il tuo cappotto un po’ bagnato, una macchia di salsedine. I capelli poi serpeggiano intorno alla riga non  regolare, il vento li ha sparsi di qua e di là e ti rendono un po’ disordinata, con quelle onde che ricadono sulle spalle. Gli arabeschi dei tuoi orecchini poi gli rendono la vita difficile e quelli ci rimangono attaccati, destinati a essere spezzati con un gesto maldestro. Hai scritto qualcosa sul tuo taccuino.         Quel taccuino rosso non mi è mai piaciuto molto, mi ricorda troppo quello che aveva la mia professoressa di matematica.   

Chissà come mai ora mi sono venuti in mente i tuoi stivali gialli. Sembrano troppo da pescatore ma non vuoi sentire ragioni, dici che si abbinano bene al colore di casa tua e alle primule che hai sul terrazzo, come se uno facendo shopping dovesse pensare agli abbinamenti cromatici di casa sua.    Ci pensi che assurdità, andare a fare shopping con un borsone e cambiarsi scarpe a seconda dei colori dei palazzi o delle vetrine? Sarebbe faticoso, oltre che stupido. È stato stupido anche pensarci.    Margherita la verità è che tu con quegli stivali gialli mi fai un po’ ridere, sembri uscita da un fumetto; diverso è il discorso per  la tua sciarpa a righe colorate. La trovo bella. Su di te sta bene poi, ti fa apparire meno grigia in mezzo a questa città grigia che non ha né i marciapiedi verdi, o blu, né gli stivali gialli di gomma. Ti vedo ora davanti a me con questa sciarpa e i capelli in disordine, cammini svelta. Hai deciso di venire al parco a camminare in questa bella giornata per svuotare la testa e riempirla di nuovi progetti. I tuoi capelli sono scompigliati ma tu no.

Giardini di Nizza- Capodanno 2010

Il bello di tutta questa storia è che “Margherita” non esiste. O meglio, le ho dato vita io, sulla base di due spalle, dei ricci disordinati e una sciarpa colorata visti nel parco di Nizza il primo di gennaio.  Il punto è questo. Le ho scattato una fotografia perché mi è piaciuta, in mezzo a tutti i cappotti neri, la sua sciarpa colorata, e come me chissà quante altre persone possono averlo fatto. La foto è stata un punto di partenza, è solo un’immagine eppure può nascondere così tante cose.  La fotografia è sempre uno splendido punto di partenza per una riflessione, è molto meglio dei marciapiedi verdi.

Chissà come ti chiami, Margherita? Scrivi, studi, fermi mai i passanti? Questo non lo so. Ma scommetto dieci euro che ti piacciono i colori.

Chiara Piotto

Visti da fuori: Bologna attraverso lo sguardo di una studentessa fuorisede

Vi è mai capitato di sentirvi osservatori privilegiati di una situazione o di un ambiente? A me si, provo questa sensazione da quando studio a Bologna. Ormai è due anni che ricopro il ruolo dello “studente fuorisede” e devo dire che non è male: ti apre la mente e fa crescere il tuo spirito di osservazione.

E’ bella questa vita. Si la vita dello studente fuorisede non è poi così male, ha i suoi pro e i suoi contro: non si mangia come in un ristorante consigliato dalla guida gastronomica ma qui da noi la cucina è sempre aperta e il tonno o la pasta all’olio non mancano mai. Si fanno tante nuove conoscenze che si uniscono alle vecchie e si finisce a dormire in 4 o più in un letto o a scoprire la mattina un ospite che sonnecchia in soggiorno. Si parla, si studia, si beve thé caldo; ci si prende in giro, ci si sfoga, si litiga e si cena tutti insieme. Si va a letto tardissimo, si prova a svegliarsi presto, si è disturbati dal vicino di casa amante del pop. Si guarda cadere la neve, si vede spuntare il sole come per magia, si osserva il cambiare e lo scorrere delle stagioni e del tempo. Si cammina moltissimo, qualcuno va in bici ascoltando la musica; si seguono e si saltano lezioni, si passano e si preparano esami; si pagano affitti e bollette, tutto ciò per avere dei ricordi e un bagaglio di vita più grande. A me è servito anche per fare dei raffronti tra la mia città-nido (La spezia) e la mia città-ospite (Bologna).

Dalla e Guccini hanno detto del cittadino padano: “Vero, aperto, finto, strano, chiuso, anarchico, verdiano, brutta razza l’emiliano”. Mi sento si concordare con il Maestrone e il suo amico meno che per l’ultimo appellativo: non ho mai trovato, sulla mia strada, persone scontrose in questi due anni bolognesi; forse solo i giovani sono un po’ selettivi nelle loro amicizie, non sembrano amare molto i “forestieri” e pensare che è dall’anno 1088 che ne sono praticamente “colonizzati”.

Noi spezzini” non potremmo resistere in un clima simile: la gente delle mia città non è abituata ad “estranei” che si fermano in pianta stabile nei luoghi autoctoni, a Spezia e dintorni si ha più a che fare col turista, il più delle volte straniero e il più delle volte alloggiante nelle zone limitrofe della città. E si può benissimo azzardare che non è visto di buon occhio: per quanto porti guadagno l’è sempre uno che rompa ‘e bale! Io questo proprio non lo capisco. Che ne è della “policultura”, della conoscenza di nuove usanze, dell’espandere i propri confini mentali? UFFA ma perché ragioniamo come dei vecchietti?

A Bologna invece l’equivalente del turista spezzino è lo studente che viene, per quanto mi riguarda, coccolato. Tanti servizi, tanti luoghi, tanti locali e tante cose da fare. Qui non ci si stanca mai e, come ho detto, si trova di tutto e si incontrano persone di ogni tipo: reduci del ’68 ancora in Clark’s,

Umarells che discutono sul crescentone, Cesarine, punkabestia che pascolano i cani in Largo Respighi, ragazzini adolescenti che hanno abbandonato la Vespa (Pazzi!) per un “trabiccolo” travestito da macchinina 50cc e poi tanti studenti che probabilmente sono qui per il mio stesso motivo: hanno rincorso un sogno, un’immagine della città poliedrica letta nei romanzi di Brizzi e Benni, un’idea della città “mai vinta, mai sazia, mai arresa, nemmanco la notte” (F.G.) ascoltata nelle canzoni o vista nei film.

Purtroppo queste aspettative ai nostri tempi sono destinate ad essere deluse, almeno in parte. Si perché infatti il clima del ’77, le manifestazioni rabbiose e tutta la voglia di mondo e di vita da Osteria delle dame non si vedono e non si sentono più così forti come una volta, come quarant’anni fa. E forse aveva ragione Monsieur Baudelaire :”la forma di una città cambia più in fretta del cuore di un umano”.

Però è anche vero che ci sono cose che non cambiano nel tempo: ci sono sempre le ville sui colli, le case di mattoni rossi, gli incontri davanti a feltrinelli, le sere di primavera in Piazza Santo Stefano, l’esplodere del sole al tramonto in Via Ugo Bassi,la vecchia e brulicante zona universitaria con biciclette con catene-antifurto sparse ovunque, le anatre dei Giardini Margherita, il cielo grigio-ghisa in inverno, l’aria tiepida di maggio, l’osteria del sole, il bar di Mauri e le sue consumazioni a 2 euro e 50 e così elencando. Si ok ora le persone “marittime” come me obbietteranno: “ma vuoi mettere il colore rosso del mare al tramonto, la vista che c’è da San Pietro a Portovenere, la focaccia, i panigacci, le Cinque Terre etc etc?” Beh io vi dico che questa è un’altra cosa. A Spezia ci sono nata e l’adoro ma Bologna si fa vivere come se leggessi la tua vita in un libro: è una sensazione strana che forse non tutti riusciranno a provare ma chi ci riesce si sentirà tipo (per usare un’espressione tanto in voga a Spezia) un eletto. E non importa se venendo qui non incontrerai ragazzi letti in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: amici alla Depression Tony, Helios Nardini, o come quel cranio fosforescente del Vecchio Hoge, conoscerai comunque gente diversa da te e di tutti i tipi, farai esperienze che la tua città-nido non sarebbe stata in grado di darti.

Agnese Maggiani – www.opennews.it

 

 

I casi della vita (di un fotografo)

Mi sento di raccontare, in questa sezione fotografia, un fatto che potrebbe rivelarsi interessante per tutti coloro che si sono trovati con una macchina fotografica al collo e una foto scattata per caso a qualche sconosciuto nella memory card. Non è da sottovalutare infatti che la foto, scattata a un soggetto non conosciuto x, possa non solo riuscir bene ma anche interessare a quello stesso x..! Non mi riferisco certamente a immagini mosse, marginali, secondarie, come le miliardi in cui saremo inconsapevolmente tutti finiti, per probabilità in Cina, immortalati mentre tranquillamente stavamo mangiando un panino vicino al Colosseo o alla Torre di Pisa quando non al Mc Donald. Mi riferisco piuttosto a quei “ritratti di strada” che possono riuscire durante il nostro peregrinare. Il perchè di questo pensiero è un fatto accaduto a me qualche giorno fa, a Praga. In un tipico sito turistico, il Castello, stavo aspettando di scattare la solita foto di rito ai miei compagni di classe con lo sfondo della città ecc ecc, quando da buona romanticona ho notato una coppia davvero bella proprio davanti a me. Sarò un’impicciona ma, complice la curiosità fotografica, ho scattato a loro una fotografia. Fattala vedere ai miei compagni, mi sono trovata ad esser da loro incitata a farla vedere proprio ai diretti interessati e a lasciar loro la mia mail perchè potessero poi richiedermela via pc.

Ieri ho ricevuto la mail e inviato loro la fotografia. Mi hanno detto che proprio in quel momento lui aveva chiesto a lei di sposarla e che quindi avevo, del tutto inconsapevolmente, fermato l’attimo del si per sempre. Inutile dire che il mio cuore da romanticona si è letteralmente sciolto.

Chiara Piotto

ps:la prima foto è di Giulia Riccobaldi

Polonia che vai- Polonia che trovi

Polonia che vai- Polonia che trovi

Incastrata nel centro dell’Europa con un minimo sbocco sul mare duramente riacquisito, la Polonia è sicuramente fra gli stati europei meno conosciuti. Tutto fin dalle più banali caratteristiche rimane vago e incerto, cosa si mangia in Polonia, che moneta c’è, che clima ha? È forse tristemente nota più per la sua storia che per il folclore, per le bellezze artistiche o per la gastronomia(su questo non potrebbe esser diversamente).

vista su Varsavia in un grigio mattino d'Aprile

Dando uno sguardo rapido a Varsavia, pare che anche gli stessi polacchi siano convinti che di più ci sia poco altro, effettivamente. La prigionia di questo docile stato dell’Est ha scavato solchi profondi di contraddizioni e contrasti nelle già grigie vene della sua società, ha reso al suolo la sua identità per poi affibbiargliene una non ancora accettata.

Artista di strada a Varsavia

La sua capitale, Varsavia, è una città moderna: alti palazzi, condomini, vetrate si arrampicano nel cielo pacato; tuttavia par di poter ancora vedere i palazzi zoppicanti di ottant’anni far di contorno alle ampie strade. A Varsavia ci sono grandi parchi eppure nessuno si prende la briga di trovare un tipo di albero o fiore che sappia colorirli di verde o di rosso. Varsavia ha ben 75 università eppure non ha quell’aria frizzante della città studentesca. Varsavia è fondamentalmente una città fedele. Fedele alla sua storia, alle tradizioni, alla sua gente. Ha gli occhi opachi di chi ha visto troppo e la resistenza di un’ostrica attaccata allo scoglio.

Scorcio della campagna che collega Varsavia a Cracovia in un crepuscolo di Aprile

Anche la campagna polacca, vasta e povera, non vuole smentire quest’impressione. Lì il tempo pare essersi fermato su un filo steso fra due alberi secchi assieme ai panni stesi ad asciugarsi al sole. Lì le galline razzolano nei cortili, nei campi, sul ciglio della strada, regine di un contesto, orgoglio della loro rustica economia. Cracovia è stata invece più fortunata; ha ancora i suoi bei palazzi di sempre, il suo castello, il suo mercato. C’è l’Hard Rock adesso e ci sono i music pub.  Cracovia e Varsavia, sorelle di sorte differente, sono tenute strette soltanto dalla campagna che si interpone, origine condivisa e desiderata.Scende la nebbia all’orizzonte, dopo una giornata di sole. E intanto all’orecchio del visitatore i tram, i centri commerciali, le piazze dicono “Noi siamo nati orfani”. Allo sguardo del resto del mondo gli occhi delle persone dicono “Noi siamo nati orfani”. A sé stessa la Polonia dice “Io sono orfana”.

Chiara Piotto

periferia polacca

L’oro trasparente.

Che cosa hanno in comune una margherita, un tubo, un paio di stivali di gomma e una vita “snella”?

L’acqua.

Semplicissime immagini che non vogliono certo sminuirne la grande importanza ma al contrario sottolineare come essa sia alla base della vita fin dalle cose più sciocche. Serve a molto di più che a rendere la nostra pelle bella soda e a mantenere fiorente l’industria degli accessori waterproof. Ha determinato le sorti della nostra Terra fin dalla sua nascita, ne è causa necessaria, serve certamente più di tutto l’oro del pianeta, più del petrolio, più del grano. E non è abbastanza.

Si celebra il 22 marzo, come ricorrenza istituita dall’ONU nel 1992, la giornata mondiale dell’acqua. Decisa con il fine di sensibilizzare noi tutti sulle gravi difficoltà in cui si trovano alcune regioni del mondo con i loro abitanti a causa della sua scarsità e mal distribuzione, ma anche su come sia spesso sprecata e in un certo senso incompresa nella realtà di chi è abituato ad avere tutto e subito.

In questo periodo, con lo stesso scopo, sono aperti anche alcuni concorsi fotografici che cercano di unire l’interesse per questo argomento con la vivacità della passione, cercando di fondere le due componenti come è giusto che sia. Mi riferisco in particolare a “Natura N- Fotografare l’acqua per vivere un’esperienza da reporter“, un contest istituito dalla nota rivista a divulgazione scientifica Newton. Al vincitore, amatoriale o professionista che sia, andrà la splendida opportunità di una settimana di reportage naturalistico in Norvegia come inviato speciale con conseguente pubblicazione di un articolo e di una serie di scatti in un numero speciale interamente dedicato alla vera protagonista: l’H2O. Un solo tema, mille sfaccettature: la sua mancanza, la sua ricchezza, blu e profonda o chiara e cristallina, in una grondaia su un tetto o in una pozzanghera nell’asfalto, se non addirittura in un paio di stivali di gomma.

Info:www.naturallaenne.it

ps: per chi volesse porre il suo punto di ripresa direttamente in acqua segnalo l’uscita sul mercato di una agile e sorprendente macchinetta, la LUMIX DMC-FT3, praticamente indistruttibile. Esce indenne da cadute di 2m d’altezza, resiste al freddo fino a -10°C, alla polvere e… a 12 m di profondità.

Chiara Piotto – www.opennews.it

Animosa ONLUS: quando lo sport incontra la solidarietà

Si sono presentati umilmente, quasi impauriti dalla folla di giovani che gli stava dinnanzi. Loro, due campioni italiani, orgoglio del nostro Paese, hanno cominciato a spiegare con l’ausilio di filmati ed immagini, il nodo della loro associazione.

Sto parlando di due canottieri normalmente speciali: Davide Riccardi (campione mondiale nell’otto pesi leggeri nel 2009) e Fabrizio Borghesi (campione italiano assoluto nel 2007). Vogare è sempre stata la loro passione e su quelle barche hanno faticato per ottenere dei riconoscimenti. E’ mediante lo sport che sono riusciti a costruire “Animosa ONLUS”, un’associazione senza scopo di lucro con l’obiettivo di sostenere le realtà più disagiate del sud del mondo.

Il core della loro missione è rappresentato dalla Colombia, un paese gravato dal dramma dei desplazados: individui che sono stati costretti ad abbandonare la loro quotidianità per effetto delle minacce, dirette o meno, delle forze paramilitari. Essi non scappano all’estero, ma finiscono per costruirsi una vita al confine, da rifugiati interni. Sono circa 4 milioni (“è come dire un colombiano su dieci”) e la loro terribile vicenda è completamente sconosciuta ai media, rendendoli un problema inesistente.

La presentazione si svolge nel palazzo dell’IFAD (International Fund of Agriculture Development) di fronte a più di quattrocento studenti, “delegati” di Paesi facenti parte dell’Assemblea generale dell’ONU in occasione del RomeMUN, la più grande simulazione d’Italia di una seduta delle Nazioni Unite. Colpisce l’unione a doppio filo sport-solidarietà. Lo staff di Animosa è composta quasi interamente da campioni di canottaggio che dedicano il loro tempo libero e non solo ad un villaggio prima sconosciuto: Arjona, vicino a Cartagena de Indias.

Tutti i valori che l’attività sportiva racchiude in sé appaiono come trasferiti in un’opera di aiuto e sviluppo umanitario. I progetti spaziano nei più svariati campi: si comincia con lo sfamare la popolazione. Il progetto Kilombos, infatti, ha come scopo la distribuzione di un pasto nutriente, a base di riso, tonno, lenticchie, banane e panela ai bimbi e alle loro famiglie. Quando lo stomaco è pieno, si sa, si ragiona meglio. Non può mancare di certo l’aspetto sanitario; ecco perchè Animosa ha concepito un ambulatorio ad Arjona per la cura della popolazione, sia preventiva che di intervento. La domanda che sorge spontanea a questo punto è come avviare un percorso di sviluppo nel senso più profondo del termine. E’ qui che interviene lo sport, visto come diritto inalienabile di tutti. Il villaggio di Maria la Baja, molto caro ad Animosa e nel quale vivono numerosi desplazados, vedrà la costruzione di un centro polifunzionale sportivo, una chance enorme per tutti i ragazzi che vi si recheranno. L’azione dei canottieri quindi arriva anche sulla terra ferma e il video proiettato in ocasione del RomeMUN, seppur amatoriale e realizzato con un telefonino, è in grado di svegliare le coscienze di ognuno dei presenti. Non è beneficenza fine a se stessa, ma, come dicono Davide e Fabrizio, è “Animosa è cambiare il mondo un sorriso alla volta”.

Come la passione che unisce gli sportivi e dà la possibilità di godere al termine di un percorso fatto di sacrifici e delusioni, così Animosa dona una speranza ai desplazados colombiani dal 2005, anno della sua fondazione. Ogni singolo centesimo donato, inoltre, arriva direttamente nelle tasche dei destinatari reali senza passare per milioni di stadi burocratici o altro ed ogni anno è possibile partire con Davide e Fabrizio per un periodo di 20 giorni ed incrociare gli occhi dei bambini di Arjona.

Sono emozionati i due campioni nel parlare di fronte a noi. Li capisco: parlano per i desplazados. Mi pare quasi di vederli, di fronte a noi. Adesso hanno voce.

Guarda il video su: http://www.youtube.com/user/animosaonlus#p/a/u/0/R8ih3iQ0ka0

Visita www.animosa.it


Francesca Larosa – www.opennews.it


Un’opportunita’ per ridurre il divario tra nord e sud Italia: il turismo culturale

L’analisi della New Entry Rossana Miaschi: un articolo da leggere e commentare!

OpenNews riparte alla grande: una settimana intensa e tanta voglia di informare.


Lavoro da anni su vari progetti che riguardano le politiche per lo sviluppo delle aree in crisi del centro nord e negli ultimi anni del centro sud.

Nelle regioni meridionali c’e’ sicuramente un approccio al lavoro, alle strutture produttive diverso, e anche un ritmo operativo diverso. Ma la comunita’meridionale non ha niente da invidiare al nord. Le grandi imprese, come la Fiat e le multinazionali, perche’ vanno ad aprire importanti stabilimenti in queste regioni? Forse per gli incentivi nazionali e europei, forse per le allettanti agevolazioni fiscali e i costi di produzione inferiori…ma credo anche per la disponibilita’ operativa e il livello di formazione della classe impiegatizia e dirigente. Ricordiamo che la maggior parte degli avvocati, giudici e docenti provengono da queste regioni o comunque aprono collaborazioni al centro nord viste le loro capacita’ professionali.

Il sud ha un patrimonio culturale e radici storiche piu’ profonde rispetto al nord: e ai cittadini piace ancora rievocare i fatti storici e descrivere i luoghi dove sono avvenuti. I nuovi mestieri nascono spesso per continuare tradizioni o per ricordare storie antiche. Al nord invece non e’ piu’ cosi: nonostante le cerimonie per rievocare il passato, si avverte comunque un distacco tra la storia, le nostre origini e il progresso, le nuove costruzioni, l’imprenditoria che corre piu’ dei concorrenti.

La crisi economica ha acuito ancora di piu’ questa corsa contro il tempo, per superare le innumerevoli difficolta’ dei mercati globali. La fattibilita’ economica dei progetti, i tempi per le autorizzazioni spesso vanno a distruggere aree , templii di una storia che e’ stata spazzata via dal cemento. Quando si entra negli uffici delle Sovrintendenze dei beni storici ed architettonici, si respira immediatamente lo spirito, la cultura di centinaia di anni prima…si rimane inebriati dal patrimonio culturale custodito dai funzionari che tentano di proteggere le pagine di storia dalle esigenze di sviluppo. Il patrimonio storico, architettonico, culturale e paesaggistico e’ in realta’ il principale collettore tra le regioni del nord e del sud e che a differenza di altri stati europei e mondiali , non e’ mai stato valorizzato e fruito in modo ottimale.

E’ encomiabile lo sforzo di chi ha inventato e coniato gli itinerari turistici, le carte dei sentieri e dei musei, i calendari delle attivita’ ludico culturali nelle mete turistiche , come chi del resto ha inventato nuove tipologie ricettive per poter accontentare ogni tipo di esigenza dei turisti. Ma tutte queste strategie commerciali nonostante abbiano creato opportunita’ di reddito e di lavoro, non hanno mai raggiunto i risultati raggiunti in altri paesi europei. Forse perche’ il turista quando arriva a destinazione si sente abbandonato, deve organizzarsi, e magari deve cercare da solo tutte le emergenze storiche e architettoniche. E’ chiaro che non tutti in vacanza hanno voglia di fare gli esploratori e quindi dopo poco si rassegnano e si godono pigramente il relax della localita’ turistica prescelta. Le guide cartacee spesso sono complesse e difficili da consultare per visitare monumenti e musei , se non si ha una personale preparazione storica.

Se si sceglie di andare in vacanza a Firenze, Roma, Venezia, Milano, Napoli, Palermo ecc, ci si rende conto di aver visitato proprio le classiche mete turistiche e di percorrere tanti chilometri con l’incertezza di aver trascurato tante emergenze culturali. E forse e’ questa limitata chiarezza descrittiva che blocca il turista e lo porta a soggiornare in mete meno complesse? Oppure perche’ per tante attrazioni turistiche ci sono barriere architettoniche e non solo per i disabili propriamente detti, ma anche per i turisti pigri, per gli anziani, per i malati cronici, per le mamme con i bimbi piccoli ecc.

Credo che la strategia del Ministero del turismo che incita gli albergatori ad ospitare i turisti unitamente ai loro “ animali a 4 zampe” vada proprio in questa direzione. Eliminare gli ostacoli alle famiglie durante il soggiorno , equivale a rendere il pernottamento come se si fosse a casa propria. Questa strategia di marketing dovrebbe essere davvero analizzata con attenzione in quanto potrebbe consentire agli esperti di individuare nuove priorita’ e bisogni collettivi, ma anche nuovi targets di mercato al fine di poter soddisfare meglio il cliente personalizzando il servizio offerto.

Non e’ possibile che citta’ da sogno come Napoli abbia limitati flussi turistici e una stagione turistica ridotta a pochi mesi. E non e’ certo il tasso di criminalita’ che spaventa i turisti. Ma soprattutto per i cittadini stranieri c’e’ il timore di non poter visitare tutte le principali emergenze storiche. Se guardiamo il viaggio di alcuni tour operator per i cittadini Usa: il percorso e’ simile a quello di una gara ciclistica a tappe . Un giorno in ogni città e chilometri e chilometri in treno. In questo modo il turista ha difficolta’ ad immergersi nelle radici e nella storia del nostro paese. E poi se incontra disservizi, difficolta’ a vivere in modo quotidiano (alimentazione, comprensione sue esigenze e problemi per la lingua ecc)… e’ chiaro che non tornera’ piu’ in Italia. Eppure soprattutto in Europa esistono milioni di cittadini che se rassicurati , potrebbero trascorrere diverse vacanze nel dolce paese e soprattutto nelle nostre belle localita’ marine che registrano temperature miti. Io sto studiando questo target europeo di turisti che supera i 170 milioni di cittadini e che vanta tra le categorie, anziani, cittadini europei con malattie croniche, madri o padri soli con figli, persone che viaggiano da soli, turisti che per vari motivi non partono nemmeno sicuri di trovare barriere architettoniche e di standards di vita insormontabili.

Speriamo che il 150° anniversario dell’Unita’ d’Italia sia lo stimolo per riunire l’Italia almeno per promuovere tutte le emergenze architettoniche e culturali al fine di accogliere tutti questi nuovi targets di turisti e per diffondere la conoscenza di un grande Popolo, il Popolo Italiano, che da secoli si distingue per la cultura, per l’eleganza, per la qualita’ dei prodotti e delle tecnologie ma anche per i cibi e per la qualita’ della vita

E in questo il meridione ha tanto da insegnare a tutto il mondo.

Rossana Miaschi – www.opennews.it

Le Corbusier: il fallimento della ragione a Ronchamp

contro i vecchi pilotis, un masso straripante e squarciato; contro la facciata indipendente e le finestre a nastro, muraglie da fortificazioni trafitte da strombi sghembi e flussi arcani di colore; contro velleità cartesiane, una brama virulenta di contaminazione e di kitsch; contro una tecnologia esatta e raffinati dettagli, disprezzo per i canoni della bellezza rinascimentale e quindi recupero del brutto e dell’angoscioso nell’arte; contro le figure geometriche e stereometriche elementari, l’empito di fracassarle e sbranarle, dissacrando ogni a priori, compresi quelli le corbuseriani del passato…“

Con queste parole, il grande architetto e storico Bruno Zevi, descrive la meraviglia realizzata da uno dei più grandi maestri dell’architettura moderna. Charles-Edouard Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. Si tratta della cappella a Notre Dame Du Haut a Ronchamp, chiesa costruita dagli anni 1950, fino alla consacrazione del 1955.

Quello che seguirà non sarà un’analisi dell’opera, se ne trovano facilmente a centinaia, ma piuttosto una riflessione sul cambiamento di linguaggio di colui il quale viene considerato il padre del movimento moderno. La sua personalità risulta abbastanza controversa. Definito da molti come scontroso ed egocentrico, aveva a cuore i temi sociali del vivere, non tanto per reale coinvolgimento personale, quanto per la convinzione di arrivare, attraverso una ricerca approfondita, a descrivere una soluzione sistematica e algebrica dell’abitare. Quanto di più logico e razionale ci possa essere.

all’individualismo, frutto di delirio, preferiamo il banale, il comune, la regola piuttosto che l’eccezione. Il comune, la regola, sono basi strategiche del cammino verso il bello…..” questa è la concezione ossessiva di Le Corbusier. La sua idea era quella di trasportare tutto entro certi schemi, da cui si potessero creare anche intere città, tutte a misura d’uomo. Egli credeva nelle forme pure, sosteneva che esse erano belle perché semplici, e la bravura dell’architetto sta nel giostrarsi con queste. Celebre è la sua frase “ l’architettura è il gioco sapiente dei volumi assemblati sotto la luce”. Secondo lui costruire sta nell’idea non nella forma.

Maturando nel corso della sua vita, fondò il movimento purista con l’amico Ozenfànt, stabilì i 5 punti dell’architettura (pilotis,tetto giardino, facciata libera, finestre a nastro e pianta libera) e realizzò i suoi capolavori, rivolgendo attenzione anche in campo urbanistico, sempre tenendo fede alle sue idee e al suo linguaggio.

Nel 1950 si reca a Ronchamp, piccolo comune francese. Siamo negli anni post bellici; quelli ancora poco lontani dal conflitto per non avere stampati nella mente gli orrori compiuti dall’uomo, e troppo vicini per avere fiducia nel futuro. In questo momento storico, il maestro dell’architettura moderna, quell’architettura rigorosa, legata alla ragione e ancorata su idee ben salde, concepisce questa meraviglia. Avviene un cambio di linguaggio come mai era avvenuto nella carriera di Le Corbusier e mai avverrà in seguito. Decide di spogliarsi dei 5 principi e di lasciarsi andare ad una forma originale e unica. Forse l’unico tra i maestri di questo periodo ad avere il coraggio di fermarsi, e di registrare il fallimento della ragione davanti ad una realtà troppo complessa che è quella del vivere umano. Su questa collina abbandona la speranza di ordinare il mondo con le regole della ragione, tutto è caduto con i genocidi degli anni precedenti. Dopo quello che ha visto, rifiuta di far finta di niente e si pone delle domande. Qui sta la grandezza di Le Corbusier. Avvenimenti come questo fanno intendere quanto egli fosse in contatto con la società; il suo mestiere è strettamente legato con essa, ma la sua coscienza lo porta ad immergervisi totalmente, al di la del comune dovere da architetto.

Quello che viene creato è quasi metafisico, la prevedibilità degli edifici moderni è sostituita da una pianta irregolare, da muri inclinati, da finestre quasi soprannaturali che fanno filtrare una luce divina all’interno della chiesa… e il tetto, il tetto è un elemento fondamentale, non è ne piano ne inclinato secondo i canoni delle costruzioni, ma si pone come un guscio naturale che sovrasta il tutto, senza schiacciarlo. Costruita in cima ad una collina, in mezzo alla natura, si pone come un malinconico squarcio nella realtà, un urlo al fallimento della ragione. Ciò che qui governa non è più la razionalità e le misure prefissate, ma le sensazioni. Quel legame mistico con noi stessi e con la natura, che troppo spesso si addormenta e lascia spazio all’egoismo, all’avidità e alle guerre. Le Corbusier morirà nel 1965, ma attraverso le sue opere continua a parlare, e in questa chiesa sembra ricordare proprio questo.

Honolulu – www.opennews.it

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