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Tra Tagore, Beethoven e l’America Latina: Incontro con Maurizio Melis Roman

Capito a Genova, che sembra una delle città invisibili di Calvino: è tutto un brulicare di stradine che

si intersecano, si mangiano, si rigurgitano, muoiono in vicoli. E’ una città fatta di dettagli, un quadro

di Escher a colori. Mi volto, tiro dritto, mi rivolto, alzo il naso per aria in questo labirinto di colori,

nella città di mare in cui non si sente il profumo del mare. E capito in una stanza piena di quadri: la

galleria d’arte Immagine e Colore, un gioiellino incastonato tra gli scogli. C’è un’atmosfera

familiare, che sa di genuinità, di autenticità. Mi accoglie il proprietario della galleria, Maurizio

Melis Roman, artista italo-cileno. Intessiamo un colloquio sull’arte, sulle opere esposte, sulla

contemporaneità in arte ma anche nella quotidianità, sull’attualità italiana, sul Senso, sulla bellezza,

sul domani.

- Nell’epoca del consumo e dell’ingerenza economica in ogni settore, le opere d’arte sono giudicate alla stregua di investimenti. Oggi chi compra i quadri?

C’è chi compra un’opera solo come investimento, anche se obiettivamente è un mercato che gravita

attorno ad artisti passati, la maggior parte deceduti nel Novecento, attorno ai quali si è costruito nel

tempo un solido mercato. Ma c’è anche chi compra un quadro perchè fondamentalmente attratto

dalla bellezza, che è il dialogo tra lo spettatore e l’opera attraverso una riflessione dello spettatore

nel proprio incoscio. Si crea un dialogo dal riaffiorare di ricordi e di emozioni, che emergono dal

quadro e che sembrano apparire sulla tela, come uno specchio, in cui il fruitore d’arte si riconosce,

in maniera conscia o meno. Si compra quindi un quadro per possedere per sè, privatamente, uno

specchio che ci rifletta e che quindi somigli a una parte della nostra anima. L’arte è quindi la

rappresentazione del mondo interiore ed esteriore dell’artista. Dipende dalla sensibilità e dal

background culturale dell’artista, dalla sua concezione di vita, dalle sue convinzioni, credenze, dalla

sua morale, tutti fattori che attraggono e riflettono in maniera diversa ciascun spettatore.

 

-Credi che la pittura sia ancora un linguaggio attuale rispetto ad esempio alla video-arte?

Certo. La pittura è un mezzo, così come lo è la video-arte o qualunque disciplina espressiva che l’artista utilizza.

-In un’epoca complessa come quella attuale esiste una moralità dell’arte? Cioè l’arte dovrebbe partecipare alla costruzione di una coscienza collettiva che sensibilizzi, educhi e prenda posizione su problematiche attuali, o deve spingersi nell’autoreferenzialità, assumendo quindi un carattere prettamente evasivo?

Credo che ogni artista abbia una coscienza interiore, una morale, e come ogni uomo un ruolo in

questa società, ne sia consapevole o meno. A volte è difficile per molte persone capire questo

concetto: ogni volta che si guarda una tela, un messaggio c’è, proprio perchè espressione di un

uomo. Certo, questo problema lo dovrebbero risolvere i critici, che fanno da ponte tra l’opera e lo

spettatore per far comprendere il quadro in sè.

- Come credi che venga sfruttato il potenziale artistico di Genova e quali misure pensi che debbano essere adottate per un’ulteriore evoluzione della città?

E’ un tema complesso e delicato. Mi sento di dire che ogni città rispecchia non solo la società a cui

appartiene, ma anche il particolare modo di vedere la vita del luogo con le sue

convinzioni, con i suoi parametri per stabilire cos’è bello o brutto, moderno o obsoleto, cosa

contribuisca allo sviluppo della società e cosa no. Bisogna però tener presente un punto: il

consumismo ha contaminato tutte le città, tutto il mondo. Si è imposta in maniera subdola la

dottrina del ” mordi e fuggi”, dell’ “usa e getta”. Allora, essenzialmente ti domandi se lo spazio che

questa città e la sua cultura riserva all’arte non sia inquinata. E a malincuore, lo ammetti.

-Nella tua vita cosa o chi ti ha trasmesso la passione per la pittura? Nella tua crescita di artista cosa ti ha suggestionato o influenzato?

Sicuramente mio padre, anch’egli pittore. Da piccolo mi portava al suo studio e alle mostre da

quando avevo 7 anni, incentivandomi a disegnare. Mia madre invece mi portava ai concerti di

musica classica, a teatro, e mi invogliava a leggere, mai come fosse un obbligo, ma porgendomi i

libri con discrezione e tanto amore. E’ proprio da lì che si fonda la mia passione.

-Le tue opere sembrano intrise di simboli: piume, oggetti e fili di ferro. Che significato hanno sulle tue tele?

Sono materiali di cui ho un ricordo e rappresentano per me una forma di linguaggio intimo, legato

alle mie esperienze e ai miei gusti personali, con cui guardo il mondo, la mia vita.

-Inoltre inserisci spartiti di Beethoven, corde di strumenti musicali e versi di poesie. Cos’è per te questa commistione di arti?

La musica e la poesia sono entrambe un linguaggio pregnante nella mia vita., di cui non potrei fare

a meno, e possiamo dire, sono anche un linguaggio universale. Quando dipingo ascolto sempre

della musica e quando mi riposo nel mio studio leggo tanta poesia, che mi dà un’immensa gioia:

Pablo Neruda, Machado, Guillén, Tagore.

-Abbiamo parlato dell’assenza di valori nella nostra società, di un bisogno di educazione, di rispetto reciproco, di condivisione. Cosa reputi prezioso?

L’amore. Il profondo amore per ogni cosa che faccio. E’ l’unico motore del mondo, senza il quale

nulla può nascere e nulla può sopravvivere. Teilhard, un grande uomo del passato, ha scritto una

frase per me molto importante, che tengo sempre in mente: ” L’amore è la forza più grande al

mondo; e tuttora la più sconosciuta.”

 

Michela Giuntoli

Gli indiani e la profezia di un regista: Intervista di Fellini

Intervista di Fellini. Intervista a Fellini. Un’intervista di Fellini a se stesso, al cinema, all’amata Cinecittà un attimo prima che arrivino gli indiani. E’ il proprio mondo che ha documentato, quello circense di lustrini e finzioni, che il regista ha creato, plasmato e a cui ha posto termine col suo ultimo film La voce della luna. Il film è anche un itinerario nella quotidianità del regista, e un brindisi di fine carriera con produttori, aiuto-registi, truccatori, addetti, attori, Anita Ekberg e Mastroianni – sui volti dei quali compare qualche ruga, di tristezza, davanti alla proiezione de La dolce vita a casa Ekberg -.

E’ un’intervista che Fellini gira attraverso la troup di giornalisti giapponesi intrufolati nel making del suo nuovo film: Intervista, appunto, che racconta la prima volta di un giovane, giornalista di professione, preso a uno di quei provini dove si cercano ” facce strane, particolari“, alle prese con un’attrice capricciosa. Sembra un episodio autobiografico: Fellini stesso confessa e poi mette in scena il colpo di fulmine avuto per il cinema, quando mandarono lui, che da poco scriveva per un giornale, sul set di un film a far domande all’attrice che lo “turbava” da anni. Il regista stesso appare in alcune scene, poi scompare, ponendo sotto le luci da interrogatorio non più se stesso, ma il cinema, assaltato dagli indiani armati di antenne della televisione come lance, e che occupano il terreno attorno a Cinecittà con immense palazzine. E’ questo lo stato del cinema italiano alle soglie degli anni Novanta. Sarà un’occupazione progressiva, e Fellini lo sa già. Riassume la sua età dell’oro e ne racconta il decesso.

L’intervista di Fellini si specchia in altre interviste, tutti sono intervistatori e intervistati – Maurizio Mei, l’aiuto-regista, risponde in camera a qualche domanda al posto di Fellini, poi quando arriva il maestro:” Eccolo! Eccolo!” e prende le vesti da intervistatore. – Ancora una volta i piani della realtà e della finzione si intersecano, si riflettono. E ci sono le ” bugie” di Fellini, i ” sei un bugiardo!”, le toccatine d’indice al naso, i profili da Pinocchio e tutto l’armamentario  circense. Ed è pure un approccio da intervista la scena iniziale: l’avanzare della macchina da presa sul volto del regista assediato dagli attori, mentre una voce fuori campo chiama da dietro la cinepresa:” Fellini! Fellini!” Il maestro si volta, sorride, fa battute, gesticola guardando in camera, ma questa è l’ultima volta. Ha deciso di non farlo più. Non si volterà al produttore che gli chiede perchè i suoi film non finiscano ” con un raggio di sole”, e che gli intima di girare una pellicola che lasci ” un po’ di speranza”. Fellini promette, va beh, cerchiamo di metterci un po’ di speranza, ma non si volta. Si spengono le luci,  titoli di coda. Il film è finito. Ecco, un’altra delle sue bugie.

Michela Giuntoli

Riflettere LIBRamente

 

Sono passata in libreria ieri pomeriggio. Alla cassa distribuivano un fascicolo di appena trenta pagine, immagini in bianco e nero, impaginazione curata e capace di attrarre anche il lettore sovrappensiero.

Distribuito fino ad esaurimento, ricorda i quarant’anni tondi tondi scoccati il 14 marzo dalla morte di chi quella libreria l’ha fondata: Giangiacomo Feltrinelli.  Ed ecco che qui tutte le orecchie si tendono, come è naturale quando si sente il nome di un personaggio noto, ma con un maggior senso di soddisfazione da parte di chi si considera affezionato cliente.

Casualmente proprio ieri sono passata anche in un’altra libreria, molto più piccola, “ascosta” in una viuzza tra una pizzicheria e una vineria, dall’insegna di legno e gli orari di apertura limitati in base agli umori. Ma soprattutto, dal proprietario pisano doc. Non farò nome, ma per diluire il tutto lo chiamerò Giosuè, come Carducci che a Pisa studiò. Ebbene, Giosuè doveva essersi svegliato, come si dice, con il piede sbagliato; a onor del vero, era già la seconda volta che mi capitava di notare questa sua predisposizione, ma sono tornata ugualmente a trovarlo proprio perchè la sua libreria ha l’insegna di legno e degli orari scomodi, il che mi donava la certezza di trovarvi quello che cercavo, ignorato invece dalla ben più navigata Feltrinelli.

Giosuè ha pensato bene prima di scortarmi alla porta, accigliata, di utilizzarmi come pubblico per una filippica sul mondo dell’editoria moderna; un discorso piuttosto sconfusionato, a dire la verità, poichè tra le qualità di carta e i prezzi ribassati ci sono finiti anche la Mondadori e Berlusconi, come in un minestrone improvvisato. Tra uno sbuffo e uno sguardo torvo, il signor Giosuè si chiedeva “Che ne sarà di noi piccole librerie, quando la Feltrinelli fa gli sconti, la Mondadori pure, l’Einaudi pure e Berlusconi guadagna xxx..?”; ed io avrei voluto dirgli “e lei faccia la tesserina per i soci, oppure punti sulla ricercatezza, magari faccia pure qualche sconto..” ed ero già lì pronta a mettermi a discutere con Giosuè un piano di marketing adeguato, quando lui mi ha scortata con il mio libro fuori.

Alla Feltrinelli, nessuno ti guarda quando entri agli orari più svariati, ci sono gli sconti, la tesserina dei punti, le panchine per leggere, i commessi computerizzati, persino i Lego. Però non c’è nessun Giosuè che sia pronto a consigliarti, magari con il piglio un pò amaro un pò aristocratico di chi lo fa da una vita, il libro più caro ma valido. Ci ho pensato.  Eppure, dopo il nostro incontro, sono tornata dal signor Feltrinelli. E guardandolo sorridere dalla prima pagina del fascicolo, i baffi e la montatura d’inchiostro, ho immaginato cosa gli avrebbe detto Giosuè se l’avesse potuto incontrare e mi sono chiesta se davvero un giorno l’insegna di legno verrà smontata per far spazio a una nuova rilucente libreria con pista da pattinaggio incorporata.

Non posso far nulla, se non aggiungere una tavoletta votiva, vicino a quella che si augura di non vedere scomparire i libri cartacei in nome degli e-book.  Auguri Giangiacomo, continuerò a venirti a trovare. E come c’è sempre l’occasione in cui H&M non basta più, tornerò sicuramente a trovare anche Giosuè.

 

Chiara Piotto

Così è la vita

Cosa c’è di più bello che tuffarsi nel pigiama più comodo, abbassare la luce, lasciarsi avvolgere da lenzuola che profumano di mamma ed abbandonarsi ad una rilassante lettura? Se poi questo rito si compie alla fine di una giornata particolarmente movimentata sarà ancora più semplice apprezzarne i benefici. Così mi accingo ad aprire l’ultimo libro regalatomi : “Così è la vita” di Concita De Gregorio. Dalla copertina, scritto in caratteri più piccoli, recita il sottotitolo: “imparare a dirsi addio”. Inizio a spaventarmi, si tratterà sicuramente di una storia d’amore finita male, magari una di quelle storie infinite in cui due amanti si trovano, poi si perdono, si ritrovano ma il destino costringe loro a dividersi per sempre. Si tratterà della fine di una lunga amicizia, si tratterà di una fine, questo è certo.

Leggo le prime pagine e mi accorgo di avere ragione, questo è un libro sulla fine. Non una fine qualunque però, la fine. Questo è un libro sulla morte. Si parla di malati terminali, di funerali; questo libro racconta storie di papà scomparsi troppo presto e figli non ancora pronti a salutarli, questo libro parla di bambini che non vogliono sentirsi dire che “la mamma è in viaggio”, se poi dovranno aspettarla per un tempo infinito. Questo libro è un libro educativo, piccole pillole di saggezza per imparare a dirsi addio. L’impressione è che Concita De Gregorio abbia riunito gli appunti di una vita, le pagine di diario più intense, le postille trovate sui libri del comodino, quelle che devono essere fermate su carta, spinte da una forza misteriosa e superiore.

Il risultato è un libro delicato, intenso, intimo. Senza troppi preamboli e prefazioni, senza avvisi o note preparatorie, vengo catapultata nella vita di una donna, tra i suoi dispiaceri e i suoi sorrisi. Il gusto che accompagna ogni parola, ogni racconto è il disincanto rispetto al mistero della morte e quindi della vita.
La morte viene esorcizzata, niente più timore di pronunciarne il nome, perché, si sa, la lingua è il primo posto in cui si nascondono le paure che nemmeno pensiamo di avere.

La morte, questa sconosciuta, si disegna attraverso le parole dell’autrice e attraverso le parole di quelli che l’autrice fa parlare per lei. Prima di tutto i bambini, su cui la Signora di nero vestita esercita un fascino misterioso, fascino che devono però nascondere ai grandi perché non potrebbero capire, perche della morte,quando si diventa grandi, non si parla. Questo esorcismo, avviato da tempo in Europa e un po’ più lentamente in Italia, si sviluppa attraverso una letteratura di “fine vita” ideata per “accompagnare” grandi e piccoli nell’elaborazione del lutto, suggerire come dire addio. Numerosi sono anche i libri in cui la Morte abbandona la veste nera e tetra per indossare quelli di amica, quelli di saggia che sa scegliere il momento giusto. Ci sono poi quei libri in cui ci si prende gioco della morte, come nel caso di Andy Riley autore di “The Book of Bunny Suicides”, i cui protagonisti sono coniglietti che scelgono modi bizzarri per morire come, ad esempio, infilarsi volontariamente nel tostapane perché “Just Don’t Want to Live Any More “.

La morte non è l’unico tabù sviscerato qui, si parla di vecchiaia, di come non riusciamo più ad accettarla, di come non ne vediamo più la bellezza e il vanto e ci sentiamo costretti a trovare un rimedio. Così accade che un libro di morte diventi un libro di vita, un inno alla bellezza che la fine deve necessariamente cesellare.
Non semplici istruzioni per l’uso del discorso sulla morte ma uno specchio in cui la vita si riflette, un’occasione per ridere e sorridere del nostro più grande “difetto di fabbrica”.

Potremmo scoprire che, se proviamo un incomprensibile piacere nell’avvicinarci alle rotaie quando il treno è lontano, non stiamo sviluppando i primi sintomi di una pazzia galoppante ma stiamo solo incontrando quell’ancestrale desiderio di conoscere l’essenza, l’origine, il luogo in cui tutto si congiunge.
Siamo vivi perché potremmo essere morti, questa consapevolezza si muove nella nostra testa così come fa il sangue nelle nostre vene, irrefrenabilmente incondizionatamente.

Non mi rimane che augurarvi una buonissima lettura, magari come premio per una giornata troppo piena.

Angela Alexandra D’Orso- www.opennews.it

Lo spuntino fotografico 12- un piatto di túrógombóc

Brassaï, Paris de nuit.

C’è qualcosa di profondamente intimo, nel guardare attentamente chi non sa di essere guardato. Ci si scostano i capelli dalla fronte, il cuore decelera, il respiro quasi si ferma per non profumare l’aria, per non spostare la quiete. C’è qualcosa di indissolubile, nell’osservare gli occhi che guardano lontano e nello scrutare in fondo a quelle gocce di rugiada notturna ancora fresca, non colta, liquida. C’è anche qualcosa di fortemente ancestrale, nello stare quatti dietro una colonna di attesa, pronti a catturare il minimo movimento del polso, dell’altrui essenza che si è fatta nostra.

 

Chiara Piotto

 

La crisi italiana: scelte discutibili,proposte e constatazioni

Si direbbe che la neve a bassa quota sia la perfetta cornice di un panorama nazionale già paralizzato dalle rigidità dei suoi sistemi e dalle proprie mancanze. Seguendo questa prospettiva, l’andamento strutturale del nostro paese ,sotto i profili dell’economia e dello sviluppo,appare tremendamente coerente con il clima di recessione che scandisce il presente con rintocchi sempre più forti. Qualche dato. Le stime effettuate dall’OCSE sull’Italia per il 2012,prevedono un PIL in calo dello 0,5% e un  progressivo aumento del deficit nazionale. Unitamente a ciò si legano le previsioni che rilevano un sensibile aumento del tasso di disoccupazione,il quale sale a 8,3% nel 2012 per poi crescere ulteriormente nel 2013,giungendo a quota 8,7%. Se è vero che l’onda d’urto della crisi economica del 2007 grava ancor oggi sulla globalità delle reti finanziarie e dei mercati,è altrettanto vero che il nostro paese non è riuscito a mettere in pratica,con soluzioni proprie,quelle che da molti sono considerate le tecniche e le strategie opportune,necessarie per arginare e combattere gli effetti generati dalla crisi. Si tratta per lo più di metodi che coinvolgono l’analisi delle problematiche interne al paese,ovvero i fenomeni di particolare rilievo che gravano sull’economia e sulle finanze interne di ciascuna nazione e che ostacolano il regolare funzionamento del sistema Stato.

Di seguito riporto alcuni tra i più noti esempi,i quali si presentano oggi come gravi questioni che incidono sulla vita economica e sui bilanci del paese.

 

LA CORRUZIONE E L’EVASIONE FISCALE

Luigi Giampaolino,presidente della Corte dei Conti.

La ricorrente problematica dell’evasione del fisco,l’interminabile braccio di ferro tra istituzioni e corruzione,risultano due tra i più pesanti pilastri che ostacolano le ordinarie situazioni e le regolarità previste nei vari ambiti della quotidianità nazionale. Particolarmente in Italia. Nel ricordare l’inizio dell’anno giudiziario,il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino,ha voluto segnalare il fatto che nel nostro paese vi è una sostanziale inadeguatezza dei sistemi anticorruzione: “la corruzione costa alla nazione 60 miliardi l’anno e nel 2011 sono state applicate condanne solo per 75 milioni.” Il risultato non  è accettabile. Anche in relazione all’evasione dell’iva,viene segnalato che l’Italia si trova ai livelli più alti in Europa,seguita soltanto dalla Spagna. Riguardo quest’ultima questione c’è da dire che,nonostante gli importanti accertamenti effettuati dall’agenzia delle entrate per mezzo della guardia di finanza (si ricordino le ultime due azioni-blitz di Cortina e di Napoli), la pressione contro questa tipologia di illeciti ai danni della società tutta,dovrebbe essere assai più forte ed esercitata con maggior frequenza. In particolare spetterebbe alla politica e ai governi un’azione più rigorosa e ponderata,capace di raggiungere lo scopo con maggiore puntualità e precisione. Magari sollecitando meglio il processo di sensibilizzazione a tale tematica da parte dei cittadini e dei complessi sociali,magari tentando di riproporre il ruolo del principio “do-ut-des”,in tal caso,nella sua forma più efficiente: fornire strutture competenti e servizi di pubblica utilità non mediocri,garantendo alle amministrazioni locali la possibilità di esigere tasse proporzionate ad un lavoro ben svolto. Per  quanto riguarda il problema corruzione,la riflessione sul da farsi sembra condurre l’attenzione su due direzioni parallele,anzi complementari. In primis,è necessario prendere coscienza del fatto che il sistema-corruzione è qualcosa di fortemente dinamico,versatile  e in continua evoluzione,qualcosa che rinnova le sue forme in relazione agli sviluppi che avvengono nelle modalità di rapporto,nei settori lavorativi emergenti,nei sempre più vari contesti di vita quotidiana. Resta facile comprendere quanto sia fondamentale tener testa alle novità in questo senso,mediante il periodico aggiornamento delle misure di opposizione e prevenzione sviluppate contro il suddetto sistema. Detto questo,sarebbe opportuno (una buona volta!),prendere in considerazione la normativa di aggiornamento riguardante le misure anticorruzione,contenuta nella relativa Convenzione di Strasburgo del lontano 1999. Le disposizioni di quest’ultima,volute dalla commissione internazionale,furono ratificate e sottoscritte dall’Italia,ma tutt’oggi non godono di una sistemazione organica che le traduce in legge di stato. Anche in questo caso è compito della politica prendere atto delle situazioni e porsi come obbiettivo il soddisfacimento dei parametri richiesti,al fine di poter utilizzare strumenti ad hoc,utili per affrontare tale problematica.

 

POLITICA DEI SACRIFICI IN TERMINI ECONOMICI A DANNO DI MOLTI E IN PRIVILEGIO DEI SOLITI NOTI

Mario Monti,attuale presidente del Consiglio dei ministri.

Ogni giorno sentiamo parlare di misure necessarie per la ripresa del paese,di manovre finanziarie che cadono come ghigliottine,di sacrifici monetari da sostenere per far fronte alla situazione nazionale. Se la crisi è globale e coinvolge in misura proporzionale tutte le fasce sociali e le categorie di reddito del paese,le soluzioni attuate fino ad oggi dai governi non sembrano essere né proporzionate,né esaurienti. Cominciamo col dire che oggi due italiani su tre non godono di un lavoro stabile e sicuro ma sono proiettati a lungo termine nella drammatica realtà del precariato. Un italiano su tre non riesce a trovare un’occupazione o ancor peggio ha smesso di cercarla: il mercato del lavoro in  Italia si trova ai minimi livelli su scala internazionale ed è praticamente inesistente. Chi invece dispone di un lavoro mediamente stabile oppure gode di uno status e di una condizione economica di particolare agiatezza,è giusto che sia chiamato a contribuire in propria parte al sacrificio in termini economici che lo Stato individua come misura necessaria. In linea di principio sarebbe auspicabile la realizzazione del celebre motto “tutti-per-uno e uno-per-tutti”,giacché se tanti concorrono al soddisfacimento dei bisogni e al benestare di tutti,quantomeno del maggior numero di persone,allora ciascun individuo,di per sé,risulterà propenso a mettersi in gioco, rinunciando ad una parte di ricchezza per il bene comune. Teoria e pratica come sempre accade,non corrispondono. Ma c’è di più: in Italia i principi e le soluzioni accettate dalla teoria differiscono radicalmente dalla loro applicazione pratica. Se la politica dei sacrifici è necessaria per uscire dalla situazione di disagio,il peso di questa è mal distribuito e ricade prevalentemente su una parte della società,ovvero quella con fascia di reddito medio-bassa. Se un operaio di fabbrica o un dipendente statale faticano,oggi ancor più di prima,per arrivare alla fine del mese e garantirsi un tenore di vita spesso ai limiti della sussistenza,è necessario far qualcosa. Aumentare la soglia dell’età pensionabile,peraltro già alta,e prevedere l’abolizione della pensione per anzianità a partire dal 2018,sono sembrate idee geniali a quei tecnici da premio nobel del governo Monti. Se hai lavorato onestamente per quarant’anni non puoi ritirarti proprio adesso. Troppo comodo. Invece se ti sei fatto due anni da parlamentare (no comment sull’onestà) hai una generosa pensione garantita. Ci mancherebbe. Se sei un privato cittadino chiamato/obbligato a fare delle rinunce,è giusto che tu le faccia per il bene del paese. Se invece ti chiami Ignazio e magari sei anche Ministro della difesa,puoi permetterti di sperperare il capitale di stato per comprare ai dirigenti del tuo ministero 19 Maserati blindate,assolutamente indispensabili.

Dove sta la tanto acclamata equità? Qua continua il bengodi delle caste e delle nicchie dei privilegiati a suon di “tutti-per-pochi e pochi-per-pochi”,altro che motto da moschettieri.

 

Damiano Conti

 

 

 

 

 

 

 

 

Il caso Suarez: calcio e razzismo

Ormai la serie A non fa più notizia. Il maltempo ha portato allo slittamento di numerose gare, riducendo lo spettacolo della domenica pomeridiana a sole tre misere partite: un vero e proprio massacro per gli appassionati di calcio. Gli sportivi però si sono potuti consolare con la Premier League, scesa in campo regolarmente Sabato 11 Febbraio, nel pieno del suo vigore. Ma se il calcio in Italia è rimasto congelato dal freddo, quello britannico è rimasto pietrificato, macchiandosi di un segno indelebile: quello del razzismo. 

Tutto è cominciato quando, lo scorso 15 Ottobre, il giocatore del Liverpool Luis Suarez ha pronunciato ripetutamente insulti razzisti all’orecchio dell’avversario Patrice Evra, esterno del Manchester United. In seguito a ciò l’uruguaiano dei Reds è stato punito con otto turni di stop sommati ad un’ammenda di 40mila sterline. Ebbene Suarez, appena rientrante in campionato dopo la squalifica, nella partita che lo vedeva incrociarsi proprio con il francese Evra, prima del fischio di inizio si è fortuitamente rifiutato di stringere la mano al giocatore di colore, il quale, ha cercato di afferrare il braccio dell’avversario, con scarsi risultati. Suarez infatti ha saltato palesemente la mano del francese nei consueti saluti iniziali, ignorando così il gesto di pace di Evra.

La partita accesa dall’inizio alla fine (si parla di uno scontro anche nel tunnel che porta agli spogliatoi) vede lo United vincere meritatamente e confermarsi ai vertici della Premier grazie ad un Rooney straordinario che sigla una doppietta. Poco importa se Suarez al termine della gara comparirà sul tabellino dei marcatori, mettendo così in rete la palla del definitivo 2 a 1, egli la sua partita l’ha persa in partenza. Suarez infatti risulta sconfitto non solo nel rettangolo di gioco, ma – ed è sensibilmente più grave – anche sul campo morale, dimostrandosi più che uno scadente giocatore, un uomo di poco valore.

E’ impensabile poter accostare al gioco più bello al mondo un fenomeno così miserabile come il razzismo, ma purtroppo è così: nella realtà del calcio moderno c’è anche questo, e dall’Inghilterra ne è arrivata la conferma. Non è la prima volta che il calcio si mescola al razzismo, infatti svariati episodi, anche in Italia, si erano già verificati in precedenza. Ma stavolta è diverso, non c’entrano gruppi ristretti di spregiudicati tifosi che, accecati dalla fede per la propria squadra – se di fede si può parlare – inveiscono contro malcapitati avversari di colore. Qui stiamo parlando di un professionista di livello mondiale, neo vincitore della Coppa America, che, catapultato di fronte a milioni di spettatori si comporta da vile, dimenticandosi che il calcio è un grande strumento di esempio per i giovani.

Nel calcio possiamo parlare di bandiere, di ideali, di colori e di sangue, e fin qui è tutto bellissimo, ma queste passioni mai dovrebbero sfociare in sentimenti xenofobi, perché qualsiasi fedeltà, affetto, ardore, perde il suo fascino se mescolato all’estremismo.

E forse sarebbe bello se da qui in avanti invece che parlare di calcio e razzismo si discutesse sul fatto di dare un “calcio” al razzismo.

Alessandro Pistolesi – www.opennews.it

Dear Photograph: dialoghi con il proprio tempo

Chiudete gli occhi, lasciate andare libera la vostra mente. Non avete mai provato a rivivere nei  pensieri un solo, piccolo, intimo momento della vostra vita? Non vi è mai capitato di trovarvi in un luogo insospettabilmente familiare e tentare con tutte  le energie di collocarlo nel tempo e nello spazio?
O, ancor meglio, rimanere immobili nel luogo del cuore stringendo le palpebre nell’audace impresa di ricostruire quel ricordo, sentire la stessa carezza d’aria, le stesse voci in lontananza, gli stessi odori infilarsi impertinenti nelle narici?

Se ci avete provato senza successo, se avreste voluto provarci ma vi ha frenato il timore che qualcuno vi stesse guardando, o se non c’avete nemmeno mai pensato “Dear Photograph” potrebbe fare al caso vostro. Tutti sappiamo che “le fotografie fermano il tempo”, nessuno si è mai preoccupato però di verificare se ciò sia vero. Qualcuno  ha quindi deciso di avventurarsi, in chiave molto romantica, in questa indagine.

Dear Photograph (http://dearphotograph.com )è un invito per nostalgici e non a tornare sui luoghi della propria vita, quei  luoghi custoditi negli scatoloni impolverati dal tempo in cui vecchie fotografie distrattamente fanno da guardia ai ricordi più belli.                                              Prendere parte al progetto è semplice: scegliete una foto del vostro passato, ritornate li dove fu scattata e  aspettate di scoprire quale effetto può fare guardare il tempo che passa dritto negli occhi. Su quello stesso prato, in quella stessa casa con un click, forse questa volta digitale, potrete emozionarvi sovrapponendo materialmente il passato al presente. Un solo click e l’unione è compiuta. Così, su una pagina web bianca, essenziale, minimalista si susseguono foto di foto intervallate dalle confidenze che gli autori fanno alla cara fotografia in questione.  
Alcune “letterine” passano inosservate altre, come quella di Laura, riescono a rubarti il cuore e catapultarti per un attimo nella vita degli altri.
Così scrive Laura rivolgendosi alla sua foto:
‘’Dear Photograph.
My grandpa doesn’t recognize me anymore, but he still smiles every time I show him this picture. I hope that deep inside he remembers how much I loved hanging out with him..
Love, Laura ‘’

E’ divertente scorrere la pagina e notare come alcune fotografie combacino perfettamente, come gli sfondi siano rimasti identici, immutati, immobili nel tempo. E’ anche divertente però guardare la mano d’adulto che regge la fotografia in cui è ritratta la stessa mano ma in formato bambino; qui il tempo è rimasto un po’ meno fermo. Potremmo lasciarci andare a riflessioni malinconiche, potremmo discutere della doppia natura del tempo, una natura che conserva e corrode insieme, che sancisce la staticità di alcune cose e impone il cambiamento ad altre, ma non lo faremo.

Approfitteremo invece della bontà di questo progetto fotografico per recuperare momenti della nostra vita di cui non avevamo più memoria. Sarà lo spunto per sorridere di quella giornata di autunno in cui c’eravamo tanto divertiti, o di quell’inverno in cui nevicò come non succedeva da trent’anni.

Con la Gattopardiana consapevolezza che “tutto cambia per non cambiare nulla”, ci prenderemo il bello del tempo che decidemmo di fermare e ci sentiremo proiettati sulla linea di un Cronos sempre recuperabile, infinito.

 

Fonti: http://dearphotograph.com

 

Angela Alexandra D’Orso- www.opennews.it

 

 

Lo spuntino fotografico 11- Una fetta di krovrizka

Le opinioni che vengono a formarsi nella nostra mente derivano in maniera inequivocabile dal modo in cui guardiamo al mondo. Possiamo scegliere di farlo senza filtri, rischiando di rimanere abbagliati dal sole riflesso negli specchi d’acqua che ci circondano; oppure da un oblò, come cantò Gianni Togni; o magari attraverso il vetro deformante di una bottiglia di vino, come ha scelto di fare Alexey Brodovitch.

Il bronzo è lo specchio del volto, il vino quello della mente“, disse Eschilo. é andare fuori dagli schemi che permette di non vedere tutto ciò che gli altri vedono.

La krovrizka si sposa perfettamente con il buon vino, dicono. In Russia poi si preferisce abbandonarsi agli zuccheri lontano dai pasti, nel pomeriggio. Приятного аппетита !

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico10- Un bicchiere di vin brulé

Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve.

C’è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: guardare altrove.

Così, cogliamo l’occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, scoprendo quante illimitate possibilità di composizione possono offrire. Questo sembra avere fatto Aaron Ruell, che ha addirittura coinvolto nell’operazione l’unico anziano nel vicinato che non apparisse esaltato dal cambiamento climatico.

Aiutati nella creatività da un buon bicchiere di vin brulé, almeno ciò che ne risulterà non sarà l’ennesima foto del cancello innevato, che in fondo è sempre il solito arnese arrugginito, solo con il vestito della festa.

 

Chiara Piotto

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