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Lo spuntino fotografico10- Un bicchiere di vin brulé

Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve.

C’è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: guardare altrove.

Così, cogliamo l’occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, scoprendo quante illimitate possibilità di composizione possono offrire. Questo sembra avere fatto Aaron Ruell, che ha addirittura coinvolto nell’operazione l’unico anziano nel vicinato che non apparisse esaltato dal cambiamento climatico.

Aiutati nella creatività da un buon bicchiere di vin brulé, almeno ciò che ne risulterà non sarà l’ennesima foto del cancello innevato, che in fondo è sempre il solito arnese arrugginito, solo con il vestito della festa.

 

Chiara Piotto

UNHATE: un concetto moderno?

1991- Benetton lancia una campagna spinosa sotto l’audace talento di Oliviero Toscani. Un prete e una suora si baciano su cartelloni, riviste di moda e non, lasciando un segno calcato tra le critiche e gli stupori.

2011- Ben venti anni dopo è sempre Benetton a portare allo scoperto una campagna pubblicitaria provocatoria che stavolta mette però in gioco non soltanto i fanti , ma anche le principali pedine della scacchiera: torri, re, regine, bianchi e neri senza distinzioni.

UNHATE  fa sfilare, tutti debitamente photoshoppati, baci fra coppie improbabili come Merkel- Sarkozy, Barack Obama e Hu Jintao, Benedetto xvi e l’Imam Al Azhar; ma se gli abbinamenti Germania-Francia e Stati Uniti-Cina possono richiamare i più agguerriti mondiali di calcio, è sull’ultimo binomio che si gioca veramente la finale.

Chiedendo la prima impressione a riguardo ad un target tra i 15 e i 58 anni tuttavia i risultati sono stati sorprendenti:

il 33% ha trovato l’idea geniale;

un altro 33% invece poco originale, uno sbiadito richiamo al ventennio scorso;

il 17% non si è detto colpito in alcun modo particolare;

altro 17% quello che ha tiepidamente “apprezzato l’idea”;

ma ciò che colpisce sono i due 0% su “dissacrante” e “sconcertante”; nessuna critica negativa, nessuno shock..

Eppure, c’è qualcuno che sicuramente la pensa diversamente. Il 17 novembre 2011 il Vaticano chiede e ottiene il ritiro dell’immagine riguardante il Papa. Benetton ripiega immediatamente, abbassa le orecchie e si spegne con un sommesso riferimento al “solo intento del nostro marchio di combattere la cultura dell’odio in ogni sua forma“.

Non tutte le storie d’amore durano per sempre; neanche con le magie del computer.

Menomale però che almeno la Merkel e Sarkozy, nella loro dolce finzione, sembrano davvero felici.

 

Chiara Piotto

Università di fotografia: si, ni o no?

Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.

Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:

“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti  di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.

Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.

“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”

Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”,  per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.

 

Chiara Piotto

Riflessioni notturne

Dopo una giornata intensa, eccomi sdraiata sul letto. Mi sforzo di tirare le somme riguardo le attività svolte e di mettere un po’ d’ordine nella mia vita sentimentale, altamente incasinata.
Odo una vocina sussurrare al mio orecchio; cerco di sentire cosa dice e discrimino una frase: << Sono sotto mezzo centimetro di polvere.. Vuoi deciderti ad alzarti dal letto e a tirarmi da questa infinita pila di libri?? >>
Penso immediatamente che in effetti la mia libreria necessita di una spolverata, ma subito torno alla vocina: quale libro mi sta chiamando? Di fronte ai miei adorati, lo sento palpitare e mi trovo tra le mani un dolce e nostalgico Hermann Hesse. Poesie, poesie, e ancora poesie d’amore.

Ma perché proprio Hesse, mi chiedo.

-Oh mio amato poeta, non potevi rimanere quiescente per un altro po’ di tempo? E rileggerti in un altro momento, magari, dopo aver sbollito quest’ultima delusione d’amore?-

Ebbene, queste sono le prove alle quale viene sottoposto il mio cuore dopo aver ricevuto già una piccola fibrillazione ventricolare.
Ci sarà pur un motivo se il vecchio e caro amico mi ispira i suoi versi. Forse vuole consolarmi, darmi un insegnamento. Probabile! O possibile?
Permettetemi di proporre, dunque, questo medley poetico; ho deciso di fondere versi tratti dai suoi diversi componimenti.

Per dire cos’ hai fatto

di me, non ho parole.

Io ti chiesi perché i tuoi occhi

si soffermano nei miei

 

Mi hai guardato a lungo

mi hai detto poi, con gentilezza:

ti voglio bene, perché sei tanto triste.

Volevamo costruire assieme

una casa per guardare oltre i fiumi e i prati

su boschi silenti. Ora ho costruito un castello

su un’estrema e silenziosa altura

Affido a tutti i venti

i miei canti arditi. Loro devono cercarti e trovarti

e svelarti il dolore

di cui soffre il mio cuore devono baciarti e tormentarti

e devono rubarti il sonno -

quando tornerai?

Ho sparso

nella vita il mio sangue;

non so però, se mi dispiace,

so solo, che sono stanco.

Non esiste alcun dovere della vita,

vi è solo il dovere dell’essere FELICI.

 

Tratto da: -Canzone d’amore; -Io ti chiesi; -Il principe; – Stanco d’amore; -Essere felici.

Elena Verzì

Il giornalismo ieri, oggi, domani- Incontro con Enrico Mentana

Non è finita l’era del buon giornalismo, nè mancano del tutto degli incontri culturali ben
strutturati e stimolanti. Proprio ieri pomeriggio, 18 novembre, nell’Aula Azzurra del palazzo della Scuola Normale Superiore di Pisa, Enrico Mentana ha parlato del giornalismo passato, moderno e futuro.  É riconosciuto dai più, ha cominciato, come in Italia particolarmente i fatti non siano mai trasmessi senza una pesante patina di opinione più o meno personale; un’opinione spesso così politicizzata da fare da discriminante per quanto riguarda non solo la scelta dell’emittente ma pure l’interesse stesso per la notizia. Per di più queste interpretazioni, rosse, verdi, gialle che siano sono arricchite di vocaboli ricercati, gonfi, colti, incomprensibili specialmente in materia politica; basti pensare al buffo fenomeno per cui “chiunque di noi “va a Pisa”, mentre se si tratta del Presidente della Repubblica questi “si reca a Pisa””(parole di Mentana). I risultati di tutto ciò sono evidenti: ciascun giornale, ritagliando solo le notizie adatte alla sua tintarella, trasmettono interpretazioni che gli ascoltatori o i lettori faticano a decifrare, ma appoggiano solo in base allo schieramento.

Facendola breve, negli ultimi anni si è trattato per lo più di pro o contro Berlusconi, il cavallo su cui ogni rivista e ogni telegiornale ha scommesso in maniera diversa, cavalcando l’opinione pubblica, trovandosi le pagine praticamente ogni giorno già compilate dal solito protagonista, commettendo il fatidico errore di ignorare tutto il resto. Dove eravamo noi quando nei mesi e negli anni si  sentivano già i tuoni del temporale finanziario(Irlanda, Grecia, Spagna..)? Dove ancora quando si trattava di nuove elezioni nella penisola Iberica? Dietro a Berlusconi, ovvio! Ed ora si apre un periodo che Mentana ha definito “al cloroformio”, in cui i giornali devono di nuovo sforzarsi di riempire le pagine, in cui si dovrà guardare oltre al nostro naso, in cui forse il talk show politico perderà un pò di ascolti, in cui magari si potrà cambiare il modo di fare giornalismo. Ciò che lui intende sotto a questo nome è un fornire informazione chiaramente, come il grande Indro Montanelli, trattare tutti i fatti e quanto più apoliticamente, parlando “come si mangia”, “sine ira et studio”(sue citazioni), come se si parlasse liberamente e non come se si stesse scrivendo un saggio.  Questo è il buon telegiornale, il buon giornale, perchè quello che fa il furbo verrà sempre scoperto; dicendola con un suo esempio, se un fornaio dice  che non è stato affatto sfornato il pane oggi ma quello vicino lo ha, è facile capire chi ha imbrogliato e sapere domani dove rivolgersi.

Certo, non trascurabile il ruolo che Facebook, Twitter oltre ai miliardi di altri blog e siti informativi su internet (e qui ci sentiamo chiamati in causa) stanno giocando; più mediatori non rendono solo duro il pane a quelli che scrivono nei quotidiani aumentando la concorrenza ma anche più arduo il compito di distinguere le notizie affidabili.

Dopo questi e molti altri discorsi, Mentana ha concluso con un grigio parere sull’intraprendere questa carriera oggi: sconsigliato a chi ne voglia dipendere finanziarmente, a chi non sia mosso da grande passione, incoscienza, a chi non sia abbastanza intransigente nel venire a patti e a chi non possa vantare una gran fortuna.

Insomma, un grande giornalista ha concluso così, sulle note di “Uno su mille ce la fa”.

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico4- un amaro italiano

Stavolta, forse la merenda vi sarebbe rimasta un tantino indigesta, per questo la casa ha optato per qualcosa di più forte.

Forte come la foto di oggi, come quasi tutti gli scatti di Oliviero Toscani (classe 1942): provocante.

Provocare le abitudini mentali dello spettatore, stupire, colpire, non limitarsi a lanciare ma scalfire messaggi.

Da lui questo possiamo imparare, a osare e a intendere.

Giù tutto in un colpo,

al prossimo mercoledì,

 

Chiara Piotto

La pagina dell’autore- Christian Frascella

 Quando un appassionato lettore si reca in libreria, è come se un bambino si trovasse all’improvviso in un magazzino di caramelle, è come una donna in un negozio di scarpe il giorno in cui tutte le grandi firme sono scontate del 70%. La domanda che il nostro lettore si pone è “quale scarpa provo per prima?”, “quale caramella ha il colore più attraente?”, insomma, “quale libro mi colpisce, si distingue, potrà riempire i miei pomeriggi e non come sostegno di un mobile con una gamba troppo corta?”

Spesso è un terno al lotto. Tuttavia, se questi è in balia della fortuna e non di altro, la buona scelta può esser anche direzionata, se non allenata, magari conoscendo un autore come Christian Frascella, che a chi gli ha chiesto perchè avrebbe dovuto comprare proprio il suo libro ha risposto “questo deve saperlo lei, sennò non lo compri!”

-Ex militare, ex operaio, centralinista. Lavori distanti.. Per  lei allora essere scrittore che significa? 

  Essere qualcuno con qualcosa da raccontare

-Scrittori si nasce o si diventa? E soprattutto di scrittura “si campa”?

Si nasce. Sono pochi gli autori che vivono solo dei proventi dei  loro libri

-Il suo ultimo libro, “La sfuriata di Bet”, tratta il tema  dell’adolescenza oggi. Come mai questa scelta, cosa crede che possiamo apprendere sull’adolescenza leggendo il suo libro, che non si sappia già o che anzi spesso viene sottovalutato?

Penso che molti adolescenti, come Bet, siano terribilmente arrabbiati con lo stato di cose italiano, tra scuola che non va, precariato nel lavoro, e cattive rappresentazioni di loro nella tv generalista

-La sua Bet è una ragazza giovane, come i protagonisti di Adolescenti Fluorescenti, di cui lei sarà ospite il 10 novembre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia.. C’è qualcosa che accomuna, secondo lei, tutti i giovani d’oggi?

L’ho detto. Dovrebbe essere la rabbia. Quella costruttiva.

-Certo non è semplice adottare con efficacia un punto di vista altrui. Come ha messo assieme il materiale per questo suo lavoro?

Sono uno che sente le voci. Quella di Bet strillava, allora mi ha obbligato a seguirla. Io scrivo giorno per giorno, frase per frase: non so mai cosa succederà nel paragrafo seguente. Il materiale me l’ha dato la cronaca, specie quella dei dieci giorni del dicembre 2010 in cui è ambientata la storia di Bet.

-Tra la recensioni di notevoli riviste (Vogue definisce il suo romanzo il più atteso in Italia in tutto l’anno) ci colpisce uno: “Christian Frascella è un tipo strano” (Vanity Fair). I ”riti” di scrittura di alcuni autori sono quasi proverbiali, lei ha dei metodi precisi per cercare ispirazione?

Leggo molto e ascolto altrettanto. Parlo poco. Rifletto. Se c’è  qualcosa che mi tocca profondamente, cerco di metterlo nel libro che sto scrivendo. Sono un tipo strano perché non sono un intellettuale,  e  in Italia pare una bestemmia che se uno non conosce Dante, Freud o Adorno possa fare lo scrittore

-Guardando ai titoli degli altri suoi due romanzi, ricordo ”Mia sorella è una foca monaca”, si direbbe che lei abbia un certo gusto in questo campo. Con l’enorme scelta disponibile in libreria, quanto crede che conti il titolo per la vendita di un libro? Quanto addirittura la copertina?

E’ un aspetto fondamentale, perché viviamo nell’epoca dell’immagine:  se sbagli copertina, non interessa quanto sia grandioso quello che hai scritto nel libro, l’acquirente passa a qualcosa di visivamente    più intrigante. Un buon titolo è sempre un buon titolo fino a quando il libro con quel buon titolo non vende: allora il titolo diventa    sbagliato, la copertina anche, il contenuto con loro, e l’autore non  vale un cavolo.

La sua di copertina, è rossa, una testa si impone dal basso, gli occhi chiusi. Per questa volta, il tacco è quello giusto, la caramella è dì nostro gusto.

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico3- una fetta di Saint Honorè?

Quando si dice “i cani assomigliano sempre ai loro padroni”…

La fetta di torta che ci sta offrendo Eliott Erwitt (classe 1928) fornisce “semplicemente” la possibilità di cambiare punto di vista, di girare a 180° la nostra visione della vita, di non stare sempre al proprio posto.

Se invece degli uomini “che fanno una vita da cani”, fossero i cani a fare la vita dei loro padroni, forse si avrebbero risvolti positivamente sorprendenti in società.!

Alla prossima merenda,

 

Chiara Piotto

Intervista a una Iena: Pablo Trincia

Occhi neri, brizzolato tra beije e nero, agile. Così appare Pablo Trincia, ma soltanto nelle serate di diretta del programma che “lo ospita” attualmente e ormai da qualche anno: “Le Iene“. Per il resto del tempo, l’aspetto appare molto meno “ferino”.
Invidiabile, che a soli trentaquattro anni abbia già accumulato tanta fortuna. Ma non di quella di cui si tenta di appropriarsi con agguati notturni alle spalle, bensì qualcosa di molto meno materiale, oltre che più “difendibile”.
Comprare esperienza del mondo e lavorativa al supermercato non è possibile ancora, l’unica chance che rimane è prendere un cuscino, sedersi (magari nella giusta atmosfera come giovedì 13 ottobre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia) e tendere le orecchie a chi, di fatto, ne sa di più.
Giornalista freelance per le riviste più apprezzate internazionali, ora alle Iene, conoscitore di quelle 6 o 7 lingue che non fanno mai male (tra l’altro semplici come il giapponese o il wolof), viaggiatore del mondo, sentiamo cosa ha da dirci.

 -Per lavoro hai avuto la fortuna di girare più di mezzo mondo. Quale paese fra quelli che hai visitato ti ha più stupito, colpito?

Più di tutti lo Yemen. E’ un posto incredibile, sembra di tornare indietro nel tempo.
Purtroppo è un Paese che gode di una pessima fama a livello internazionale, ma secondo me è immeritata.
Ci ho trascorso quasi un mese e ho incontrato solo persone molto gentili e ospitali.

-Sinceramente, immaginati che un cittadino di media cultura si trovi di fronte a un televisore.
Quale genere di reportage pensi possa catturare più facilmente la sua attenzione?
Qualsiasi storia raccontata bene e con il giusto ritmo può catturare l’attenzione. L’importante è saper raccontare le cose.

 -Tuttavia un dato di fatto va riconosciuto.. Quando si tratta di una conferenza di storia, di un festival scientifico o di una mostra d’arte le teste non bianche nel pubblico si contano sulle dita di una mano.. Come lo spieghi?
Semplice! I giovani trovano di meglio da fare!

 -Nella tua pagina sul sito delle Iene scrivi di esserti fatto strada in alcuni campi, come il basket, “con discreto insuccesso”.. ma anche che parli correntemente inglese, tedesco,farsi.wolof,hindi e giapponese. é una cosa alla portata di tutti i mortali o quelli che giocano bene a basket ne sono esclusi? A parte gli scherzi, quanto credi sia importante conoscere più lingue straniere per i futuri lavoratori?
Conoscere le lingue è fondamentale, sempre e comunque. Ti apre porte che altrimenti resterebbero chiuse, ti permette di capire davvero un’altra cultura. Le persone, quando parli la loro lingua, ti parlano in modo diverso, sono più dirette, più “sincere”. Per me è una grande passione, passerei la vita solo a imparare lingue nuove. E consiglio a tutti i giovani di impararne bene almeno una.

-Dopo una fiorente attività da freelance( si ricordino anche solo Panorama,Vanity Fair, The Indipendent) sei approdato alle Iene.
 A posteriori, avresti preferito aprire un banchetto in Sierra Leone, magari a Bo?

Eheheh, buona questa. Chissà, magari mi sarebbe piaciuto anche quello! L’importante è stare bene con se stessi.

-C’è chi, come Kapuscinski, sostiene che quella del reporter e del giornalista sia “una missione”, chi invece vi vede al negativo un impiego come altri, nemmeno fra i più consigliabili. Cosa ne pensi tu?

Ci sono volte in cui il tuo mestiere è una missione, soprattutto quando tratti temi delicati e importanti.
A me è capitato tutte le volte che mi sono occupato di immigrazione.
Il mio obiettivo era quello di lasciare un messaggio positivo che riguardasse gli immigrati che arrivano da noi. E in più di un’occasione ci sono riuscito.
Ricordo che una volta, dopo aver mandato in onda un lungo reportage che raccontava il dramma dei migranti nel deserto del Sahara, un ragazzino di 13 anni di Bolzano mi si è avvicinato e mi ha detto: “Volevo ringraziarla. Prima avevo dei pregiudizi sugli immigrati, ma questo suo servizio mi ha fatto cambiare idea”. E’ stato il momento più bello della mia carriera di giornalista.

 -Insomma tutto liscio non potrà andare.. mai avuti incidenti durante le riprese di un servizio?


Capitano sempre, non dimenticarti che usiamo attrezzature elettroniche, come le telecamere nascoste.
A volte l’immagine salta, o salta l’audio, lo la persona che sto cercando sparisce, oppure semplicemente sbaglio io.
Una volta ho inseguito un signore pensando che fosse il sindaco di un paese, lui si è girato, mi ha preso a ceffoni e se n’è andato. Non era il sindaco.

Altro da aggiungere? Un atlante, qualche vocabolario impolverato trovato in un mercatino dell’usato (più è impolverato, più la lingua è inusuale, ergo voi originali) e tanta pazienza
vi siano d’aiuto, o voi che entrate in questo ambiente !

 

Chiara Piotto

 

ecco il link del suo ultimo servizio alle Iene, Il nuovo Iraq: ttp://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/228294/trincia-il-nuovo-iraq.html

Lo spuntino fotografico- 1 cupcake

Gradireste del thè, del caffè? Con o senza biscotti?

Nessun problema di linea quando “lo spuntino è genuino”, veloce e piacevole. Questo è lo spirito della nuova rubrica che inauguriamo su Open News, fornire spunt(in)i creativi a chi crede di poter imparare molto ispirandosi ai grandi capi dela fotografia, senza per questo diventare matto.

Vi offriamo quindi per l’occasione su un piatto d’argento una prima chicca. L’autore si chiama Richard Misrach e la foto è stata scattata nel 1987, nel Nevada.

Emblematicamente il titolo della foto è “Desert Croquet“.

Un gioco di prospettive niente male, decisamente. Si può facilmente tracciare il percorso che porterà la palla gialla contro l’aereo, a sua volta contro l’auto.

Tre elementi, il nulla, un’idea vincente, ci aprono la possibilità di costruire infinite illusioni ottiche.

Tutto qui: gustando il nostro cupcake, possiamo adesso pensare a come, dove e in che ambito mettere in pratica questa idea geniale, senza premeditare alcun incidente aereo.

Arrivederci alla prossima merenda, OGNI MERCOLEDì, su Open News.

Altro caffè?

 

Chiara Piotto

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