Un comune lettore in prima battuta penserà che il sottoscritto si sia confuso e che in realtà con questo titolo così scolastico intenda alludere al celebre album come a un “capolavoro musicale”, non certo come a un “capolavoro letterario”. Nessuno potrebbe pensare d’altronde che i Led Zeppelin siano stati dei fenomeni letterari, proprio quei quattro ragazzacci inglesi che dalla fine degli anni ’60 attentavano al perbenismo borghese con i loro racconti di sesso, tanto sesso, di droga, tantissima droga, e di rock’n’roll in quantità industriale.
Eppure quell’album uscito nel novembre del 1971 e del quale quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario, oltre a segnare l’ingresso definitivo dei quattro Dei nell’Olimpo del rock’n’roll, è anche l’album della definitiva maturazione culturale del gruppo e in particolare di Robert Plant, autore dei testi e straordinario cantante. L’eccezionale valore culturale di questo disco trascende il contenuto musicale di elevatissima qualità e regala perle di misticismo e spiritualità.
L’atmosfera grigia offerta dal retrocopertina (lo scorcio di una città industriale) ci introduce nel nostro mondo dominato dalla anonima quotidianità. In questa visione, il vecchio ritratto in copertina appare come custode di un prezioso mistero e con il suo volto speranzoso, sebbene gravato dal peso del lavoro, sembra poter sconfiggere la realtà decadente nella quale non è che un prigioniero dimenticato (egli infatti è oggetto del quadro appeso alla parete di una casa abbandonata).
La chiave con cui si può aprire un varco tra le finzioni sociali che si incontrano ogni giorno e di cui la città industriale è rappresentazione non può essere che la spiritualità, elemento fondamentale dell’album. Di questa interpretazione appare segno inconfondibile il testo di Stairway to heaven.
La spiritualità viene qui identificata con la “scala per il paradiso” e il vecchio in copertina viene indicato come “il pifferaio che ci guiderà verso la verità” e dal cui richiamo “un nuovo giorno sorgerà per coloro che lo aspettano da tanto”. L’intero testo emette sentenze profetiche e elenca rituali magici e non c’è dubbio che un testo così allucinato abbia una valenza artistica indipendentemente dalle splendide note del brano.
Altrettanto notevole sotto il profilo letterario è The battle of evermore. I richiami tolkeniani de “Il signore degli anelli” riecheggiano nel brano e ne fanno una delle più belle rivisitazioni della saga. Anche in questo testo la speranza e la natura incontaminata escono vincitori, come affermano gli ultimi versi(“alla fine il sole risplende, le nubi di tristezza vengono allontanate”).
La spiritualità trionfa anche nel finale di Misty Mountain Hop, in cui Robert segna il suo distacco dalla tetra quotidianità e individua nelle Montagne Nebbiose la sua destinazione, quel luogo “dove adesso si incontrano gli spiriti, sulle colline dove volano gli spiriti”. Il rifugio in una nuova realtà viene citato anche in Four Sticks e nella dolce Going to California ed è il tema più strettamente connesso alla spiritualità.
Infine la mancanza di un titolo rende l’album l’omaggio più sincero all’ idea di arte. Essa segna la totale liberazione dell’opera d’arte dal fine commerciale.
Che lo spirito sia con voi!
Luca Ostengo – www.opennews.it
Ieri sera, lunedì 6 novembre, a Belfast si sono tenuti gli MTV Europe Music Awards (più noti con la sigla EMA), una manifestazione musicale, organizzata dall’omonimo canale, che premia gli artisti più amati.
Come per tutti gli eventi di MTV, una grande attesa ha anticipato la serata di ieri : gli awards infatti non sono solo uno spettacolo che premia e propone la musica migliore, ma anche un evento mondano, un palcoscenico per attori, modelli e star, talvolta dalle dubbie occupazioni; uno show, infatti, inizia dal famoso Red Carpet, luogo per sfoggiare e anticipare i ricercati look della serata.
Ha presentato la bellissima (ma forse un po’ troppo emancipata) Selena Gomez, classe 92, una delle stelline lanciate della Disney, attrice e cantante, e forse più nota, almeno in Italia, per essere la fidanzata di un altro giovane prodigio Justin Bieber.
A fare incetta di premi per questa edizione ancora una volta Lady Gaga, che si è aggiudicata le statuette più ambite : miglior artista femminile, miglior canzone e miglior videoclip per Born This Way. Un successo per l’artista confermato anche dalla sua esibizione, una della più attese e delle più riuscite della serata. Esibendosi con il suo ultimo singolo “Marry the night” (l’uscita del videoclip è in programma per martedì prossimo), è stata, come sempre, in grado di unire particolarità e classe : in scena sopra una luna gigante, con un particolare copricapo che l’ha accompagnata per tutta la serata, ha incollato tutti allo schermo, sempre imprevedibile e talentuosa.
Molte altre sono state le esibizioni, ma poche degne di nota: noiosa e poco entusiasmante quella di Jassie J; da apprezzare quella della giovanissima star Justin Bieber; buona dal punto di vista canoro, ma piatta quella di Bruno Mars; troppo sfuggente quella del deejay Davide Guetta. Hanno saputo, invece, divertire e intrattenere alla grande LMFAO, il duo musicale elettro-pop di Los Angeles: grinta e autoironia che hanno saputo dimostrare anche nei loro videoclip, come per esempio in “Party Rock Anthem” e nello spinto “Sexy and I know it”.
Non sono mancati poi momenti di celebrazione di grandi della musica : un tributo ai Queen e un saluto alla recentemente scomparsa Amy Whinehouse, il cui talento, aldilà della sua vicenda personale condivisibile o meno, penso sia indiscutibile. Un piccolo spazio anche per l’Italia : tra gli artisti Made in Italy i più votati sono stati i Modà, ma non sono riusciti ad aggiudicarsi premi a livello europeo o internazionale.
Uno show nel complesso divertente e riuscito quello di ieri, ma un po’ di delusione rimane nel vedere e sentire come il mondo musicale risulti un po’ appiattito e privo di grandi sorprese canore. Tanti cercano di stupire e gettarsi i riflettori addosso, ma pochi sono gli artisti che possiedono un vero talento e che sono in grado di entrare nei cuori degli spettatori (che in una manifestazione del genere sono i veri giudici). Aspettiamo il prossimo anno…confidando per il meglio.
Malvina Podestà – www.opennews.it
Pro Evolution Soccer 2012, anche chiamato PES 2012, è uno dei videogiochi di simulazione calcistica più noti in circolazione. Prodotto dalla KONAMI, ha abbandonato il vecchio Testimonial (Messi) per lasciare spazio a Cristiano Ronaldo.
All’ accensione, presenta un menù ispirato a quello vecchio: logico, pratico e a doppio scorrimento (orizzontale prima e verticale dopo).
Il Gameplay di PES non e cambiato, ma la vera novità è il Teammate Control. Grazie a questo si possono comandare fino a 2 giocatori contemporaneamente, creando così più spazi per la giocata individuale o l’azione ben organizzata. Guardando alle modalità, PES non ha molto da offrire e ciò è dovuto alla scarsa quantità di campionati. 
Per quanto riguarda l’ufficialità delle squadre pecca nel campionato inglese e in quello portoghese, ma è anche l’unico gioco ad avere i diritti di: Uefa Champions League, Uefa Europa League e Copa Santader Libertadores. La KONAMI ha puntato molto anche su tutto quello che accade fuori dal campo di gioco, creando in questo modo la nuovissima modalità PATRON, mediante la quale si possono gestire le casse della propria squadra del cuore nei panni del Presidente. In campo, si nota una grande differenza rispetto agli anni scorsi. Infatti i giocatori, mettono molto in risalto le capacità tecnico-tattiche. Il gioco diviene più difficile, realistico, ma soprattutto più appassionante. Anche la fantastica rivoluzione della IA si fa sentire, perché in questo modo i movimenti senza pallone e le triangolazioni diventano più naturali. Di tutt’altra caratura, invece, la nuova IA dei portieri che è tutt’altro che fantastica.
In seguito a questo problema, la KONAMI, ha deciso di rimediare rendendo disponibile un aggiornamento per i portieri.
Anche quest’anno PES si è riconfermato un bel gioco di calcio in rapporto anche il suo prezzo (che purtroppo resta piuttosto alto).
Luciano Camusso – www.opennews.it
Quando un appassionato lettore si reca in libreria, è come se un bambino si trovasse all’improvviso in un magazzino di caramelle, è come una donna in un negozio di scarpe il giorno in cui tutte le grandi firme sono scontate del 70%. La domanda che il nostro lettore si pone è “quale scarpa provo per prima?”, “quale caramella ha il colore più attraente?”, insomma, “quale libro mi colpisce, si distingue, potrà riempire i miei pomeriggi e non come sostegno di un mobile con una gamba troppo corta?”
Spesso è un terno al lotto. Tuttavia, se questi è in balia della fortuna e non di altro, la buona scelta può esser anche direzionata, se non allenata, magari conoscendo un autore come Christian Frascella, che a chi gli ha chiesto perchè avrebbe dovuto comprare proprio il suo libro ha risposto “questo deve saperlo lei, sennò non lo compri!”
-Ex militare, ex operaio, centralinista. Lavori distanti.. Per lei allora essere scrittore che significa?
Essere qualcuno con qualcosa da raccontare
-Scrittori si nasce o si diventa? E soprattutto di scrittura “si campa”?
Si nasce. Sono pochi gli autori che vivono solo dei proventi dei loro libri
-Il suo ultimo libro, “La sfuriata di Bet”, tratta il tema dell’adolescenza oggi. Come mai questa scelta, cosa crede che possiamo apprendere sull’adolescenza leggendo il suo libro, che non si sappia già o che anzi spesso viene sottovalutato?
Penso che molti adolescenti, come Bet, siano terribilmente arrabbiati con lo stato di cose italiano, tra scuola che non va, precariato nel lavoro, e cattive rappresentazioni di loro nella tv generalista
-La sua Bet è una ragazza giovane, come i protagonisti di Adolescenti Fluorescenti, di cui lei sarà ospite il 10 novembre alla Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia.. C’è qualcosa che accomuna, secondo lei, tutti i giovani d’oggi?
L’ho detto. Dovrebbe essere la rabbia. Quella costruttiva.
-Certo non è semplice adottare con efficacia un punto di vista altrui. Come ha messo assieme il materiale per questo suo lavoro?
Sono uno che sente le voci. Quella di Bet strillava, allora mi ha obbligato a seguirla. Io scrivo giorno per giorno, frase per frase: non so mai cosa succederà nel paragrafo seguente. Il materiale me l’ha dato la cronaca, specie quella dei dieci giorni del dicembre 2010 in cui è ambientata la storia di Bet.
-Tra la recensioni di notevoli riviste (Vogue definisce il suo romanzo il più atteso in Italia in tutto l’anno) ci colpisce uno: “Christian Frascella è un tipo strano” (Vanity Fair). I ”riti” di scrittura di alcuni autori sono quasi proverbiali, lei ha dei metodi precisi per cercare ispirazione?
Leggo molto e ascolto altrettanto. Parlo poco. Rifletto. Se c’è qualcosa che mi tocca profondamente, cerco di metterlo nel libro che sto scrivendo. Sono un tipo strano perché non sono un intellettuale, e in Italia pare una bestemmia che se uno non conosce Dante, Freud o Adorno possa fare lo scrittore
-Guardando ai titoli degli altri suoi due romanzi, ricordo ”Mia sorella è una foca monaca”, si direbbe che lei abbia un certo gusto in questo campo. Con l’enorme scelta disponibile in libreria, quanto crede che conti il titolo per la vendita di un libro? Quanto addirittura la copertina?
E’ un aspetto fondamentale, perché viviamo nell’epoca dell’immagine: se sbagli copertina, non interessa quanto sia grandioso quello che hai scritto nel libro, l’acquirente passa a qualcosa di visivamente più intrigante. Un buon titolo è sempre un buon titolo fino a quando il libro con quel buon titolo non vende: allora il titolo diventa sbagliato, la copertina anche, il contenuto con loro, e l’autore non vale un cavolo.
La sua di copertina, è rossa, una testa si impone dal basso, gli occhi chiusi. Per questa volta, il tacco è quello giusto, la caramella è dì nostro gusto.
Chiara Piotto
Avrete sentito, in edicola sta uscendo una serie di numeri dedicati ai grandi fotografi della storia, o sarebbe meglio dire “agli storici” della fotografia, le cosiddette pietre miliari.
Ma se ciò che spesso viene riconosciuto è, come scrisse Nietzsche, che “a furia di cercare gli inizi si diventa gamberi”, per non fossilizzarci è sempre bene tenere un occhio attento alle novità che la fotografia propone ogni giorno, nella sua evoluzione, su scala nazionale e non. Tolta quindi la benda da mosca cieca, è questo lo spirito con cui abbiamo incontrato il freelance Alan Maglio, di Milano, professionista nel campo da anni, non che giudice del concorso fotografico FOTO, di cui si è parlato nel precedente articolo.

- Cinema-Alan Maglio
-Ci incontriamo qui principalmente perchè sarai uno dei primi ospiti del progetto “Adolescenti Fluorescenti”; puoi darci qualche indizio su ciò di cui parlerai all’evento?
<Ogni volta che partecipo ad un progetto insieme a nuove persone mi piace cercare di proporre sempre qualche passaggio inedito rispetto alle precedenti occasioni; sto studiando in questi giorni i materiali a mio avviso più adatti da proporre, visto che vengo in Liguria mi è venuto in mente di cominciare raccontandovi la storia di un’immagine, il ritratto di una signora che fa la panettiera a Santa Margherita Ligure e che ho casualmente incontrato in treno. Un incontro imprevedibile che si è trasformato nella promessa di uno scatto fotografico.
Questo per incentivare i ragazzi a cogliere le occasioni che il vivere quotidiano mette costantemente loro di fronte. Ogni giorno ci passano davanti mille spunti per possibili storie da raccontare>.
-Hai deciso di accettare la proposta di essere il giudice del concorso fotografico FOTO; cosa pensi di questa iniziativa? Cosa poi dei suoi protagonisti, credi nella “gioventù bruciata” o nella “gioventù dalle uova d’oro”?
<Penso che il concorso fotografico rappresenti una splendida opportunità per i partecipanti di presentare al mondo i propri scatti e di conseguenza la propria sensibilità.
Sicuramente l’importanza di questa manifestazione spingerà i ragazzi ad impegnarsi per fare del proprio meglio, e questo è sempre positivo. Io non credo che oggi la gioventù sia “bruciata”, forse i veri “bruciati” sono certi diseducatori che riempiono i mass media di esempi negativi, allontanando i giovani da un pieno percorso di crescita che li farà diventare grandi>.
-Sappiamo che la mostra che hai da poco inaugurato a Milano, Fear of the Dark, insieme al fotografo olandese Guus Helms, vuole analizzare le retrovie nascoste di due grandi metropoli europee, Milano e Amsterdam, nelle loro similitudini. Cosa credi che le accomuni?
<Anche il mio precedente lavoro, scattato in Giappone ed in gran parte a Tokyo, si intitolava “Stories of Darkness and Light”. Negli ultimi anni questo tema mi ha interessato molto, l’alternarsi del buio e della luce, la percezione degli spazi urbani e delle storie umane in un’alternanza di brillantezza e coni d’ombra. In “Fear of the Dark“(in mostra fino al 10 ottobre 2011 presso Laundry
in via Vigevano 20 a Milano) tutti i miei scatti sono notturni ma allo stesso tempo caldi, pieni di colori vividi anche se sfocati. Le metropoli sono il luogo per eccellenza della stratificazione, mi interessano molto e mi ci trovo in abbastanza a mio agio. In città mi sembra sempre di setacciare le antiche rovine di una archeologia di storie personali e collettive che si perdono all’indietro per generazioni, in lotta tra loro. Milano ed Amsterdam sono delle piccole metropoli europee, incomparabili per scala alle gradi metropoli mondiali; ogni giorno mi sforzo per capire se questo sia una fortuna o meno…>
-C’è che dice che con la moderna tecnologia e una buona macchina fotografica, un qualsiasi informatico che sappia utilizzare Photoshop possa essere ben più bravo di un buon fotografo. Quale è il tuo parere a riguardo, che cos’è “un buon fotografo”, cosa lo rende tale?
<Anzitutto un buon fotografo è tale per la sua affinata capacità di guardare il mondo. Per far questo non si serve di alcuna strumentazione, saper guardare la realtà (per poi tramutarla in immagine
fotografica) è qualcosa che si sviluppa nell’occhio e nella mente. Senza intuizione, fantasia e coraggio nessuna camera analogica o digitale potrà mai fare il lavoro al nostro posto. Photoshop serve a dare alla materia il trattamento adatto; ma senza la sostanza di un’idea forte seguita da un approccio adeguato, il nostro piatto resta vuoto, Photoshop serve solo ad apparecchiare la tavola nel caso in cui abbiamo cucinato qualcosa di buono. Una volta ho letto una frase eccezionale in una intervista e l’ho fatta mia: “Cosa serve più di tutto ad un bravo fotografo?” la risposta era “Un buon paio di scarpe!”. Azzeccatissimo, preparatevi a camminare>.

-
Vorrei chiederti anche di un altro tuo progetto, Vernacular Digi, a dir poco sorprendente. Che spunto ti ha dato l’idea di compiere questa “restaurazione” di foto trovate nelle memory card dei banchetti dell’usato?
<L’idea centrale di “Vernacular Digi” è che la fotografia abbia una grandissima dignità anche e sopratutto nelle sue espressioni più amatoriali e popolari, vernacolari appunto. Io sono un grande appassionato di quel cosiddetto filone che è la “fotografia di famiglia”, lo considero un inestimabile documento. E poi se ci pensiamo bene, nella storia della fotografia la quantità di immagini scattate “per puro ricordo” surclassa senza dubbio il numero di immagini che contengono un “intento artistico”. Per questo è nato “Vernacular Digi”, per sottolineare l’importanza di un materiale popolare spesso considerato “basso”. E’ stato emozionante recuperare un grosso quantitativo di files per poi intervenirvi liberamente in fase di assemblaggio, diventando in parte co-autore degli scatti>.
-Come hai deciso di intraprendere questa carriera? Sei stato un talento precoce o hai trovato questa passione su una strada già avviata?
<Ho iniziato studiando Grafica e dopo un corso di due anni al C.F.P. Bauer di Milano ho deciso di continuare all’interno dello stesso istituto studiando anche Fotografia, per altri due anni. Oggi lavoro come freelance da circa 8 anni su progetti commerciali ed parallelamente ho portato avanti la mia ricerca personale con mostre e collaborazioni editoriali. Sono molto felice di lavorare quotidianamente con la mia materia preferita, ma al contempo sono ansioso di fare sempre meglio e di più, i margini di crescita sono potenzialmente infiniti ma bisogna lavorare tanto, crederci sempre ed avere un po’ di fortuna… io mi rimbocco le maniche e vado avanti>.

-
Infine, un dettaglio più tecnico.. Di cosa si compone la tua “attrezzatura” favorita?
<La mia attrezzatura varia molto a seconda del lavoro che devo svolgere. Se lavoro su commissione scatto sempre in digitale con una svariata gamma di ottiche applicata a corpi macchina Canon,
in particolare la Canon 5D. Le ottiche che più utilizzo sono il 50 mm e gli zoom 70-200 mm e 16-35mm, il primo di questi resta il mio preferito in assoluto. Quando scatto per progetti personali
utilizzo da un paio d’anni esclusivamente camere analogiche, in particolare ho recuperato la mia prima camera, una Nikon FG del 1982, è diventata la mia solidissima compagna di avventure, assieme a (quasi) una sola ottica, un 50 mm 1.4. Amo le ottiche molto luminose, che mi permettono di scattare in condizione di scarsa luminosità senza utilizzare
alcun tipo di flash. A mio avviso il 50 mm è un’ottica “didattica” ideale se si sceglie di lavorare con una focale fissa>.
Non c’è che dire, il nostro ospite sembra avere le idee ben chiare.. Attendendo di incontrarlo al progetto Adolescenti Fluorescenti, noi prendiamo nota,
sperando di non finire in una frittura di gamberi.
Chiara Piotto
Quante volte mamme, nonni e papà parlando con i loro amici e con i parenti hanno descritto un nipotino o un figlio in maniera così snaturata, così distante che se avessero descritto l’ultimo modello di Barbie studentessa o Heidi-va-in-città, si sarebbero probabilmente attenuti di più all’originale?
Quante volte poi parlando con qualche amico come noi illuminato dal tocco creativo ci siamo lamentati analizzando il barattolo delle opportunità vuoto come una conferenza sull’elegia latina il 21 di luglio?
Finalmente, qualcuno non si è limitato a domandarselo ma ha pure cercato di darvi una qualche risposta. Lei si chiama Kamila Bialobrzeska e con il patrocinio della Cassa di Risparmio ha portato belle notizie a tutti i giovani culturali “frustrati” dalla piattezza urbana. Il suo progetto, di cui avevamo già parlato, ha cambiato il suo nome da Progetto Giovani a “Adolescenti Fluorescenti“, un nome un pò radioattivo scelto dai diretti interessati così come il neobattezzato concorso fotografico FOTO (Fotografa Ogni Tuo Obiettivo). Questo si è arricchito anche di un termine preciso, il 2 ottobre, oltre ad aver allargato il proprio range d’età (fino ai 21 anni); il giudice del concorso ha inoltre finalmente un nome e un volto, il fotografo professionista Alan Maglio che incontreremo prossimamente proprio sulle pagine di Open News. Altri incontri con dei big del giornalismo, della fotografia, dell’arte, si passeranno il testimone a partire dal primo incontro il 13 ottobre che vedrà presenti… vedrete!

Il logo disegnato da Alessandro Mistretta
Se avete voglia di mettervi alla prova e di stimolare le vostre menti, indolenzite dai saggi e inscatolate dai video games, ecco a voi gli utilissimi contatti:
Il gruppo FB http://www.facebook.com/messages/?action=read&tid=r2qGQn7CcCPT%2FqzzWR33Pg#!/groups/147084342052999/
La pagina dedicata al concorso http://www.facebook.com/event.php?eid=123495371083538&ref=ts
L’immancabile video adolescenti fluorescenti
ps:la scimmia del video non farà parte dello staff.
Chiara Piotto
Opera prima di M.Webb, è un film uscito nel 2009, che mi è capitato recentemente di vedere (è in programmazione su Skycinema ma si trova anche in videoteca), la cui visione consiglio a tutti.
La voce narrante ci precisa subito che non si tratterà di un film d’amore...in realtà di film d’ amore si tratta, ma non dei soliti banali o strappalacrime film romantici. Qui si raccontano i 500 giorni che trascorrono da quando Tom (Joseph Gordon-Levitt), giovane impiegato di un agenzia che produce biglietti d’auguri, incontra Sole Finn ( Zooey Deschanel), nuova assistente del capo. Per Tom è subito un colpo di fulmine e tra attrazione e incertezze incomincia a conoscere la nuova collega, supportato dai suoi amici e colleghi. Sole si dimostra subito una ragazza particolare: bella, brillante e dolce ma con una dichiarata avversione verso legami amorosi seri e impegnativi. Attraverso lo scorrere non lineare dei giorni ci viene mostrato come si sviluppa il legame tra i due giovani, con iniziali momenti di grande dolcezza, spensieratezza e felicità che fanno quasi sembrare Sole ricreduta riguardo il suo concetto cinico d’ amore. Come annunciato nell’incipit, (500) giorni insieme non è però una storia d’amore, tanto meno a lieto fine, o meglio non solo una storia d’amore, infatti mostra anche cosa succede dopo che l’amore (o come altro si voglia chiamare quello che succede tra due persone che si frequentano con interesse) finisce e una delle due persone coinvolte si trova a sopravvivere nella vita di tutti i giorni tra ricordi e rimpianti. Per Tom è dura andare avanti ma le sofferenze amorose si tramuteranno in un nuovo inizio ricco di possibilità, grazie a quello che possiamo chiamare fato o semplicemente coincidenza.
Ho trovato questo film molto piacevole e ben riuscito perchè riesce ad alternare momenti romantici e che fanno riflettere a scene molto divertenti con dialoghi incalzanti, e un merito va anche alla colonna sonora che ci propone canzoni come Swee Disposition di The Temper Trap o Please Please Please, Let me get What I want di The Smith.
Opera da apprezzare soprattutto in questa fase del cinema in cui è difficile trovare commedie romantiche di classe che non scadano in clichè già trito e ritrito e in cui quasi solo i film drammatici sono in grado di raggiungere un certo livello.
Penso che questa storia piacerà soprattutto ai giovani, ma in fin dei conti a chiunque, poiché tutti almeno una volta nella vita avranno preso una cotta e si saranno trovati a pianificare su come fare colpo, alcuni, per fortuna, avranno anche provato cosa vuol dire amare davvero e altri, purtroppo, cosa vuol dire essere scaricati senza possibilità di recuperare. (500) giorni insieme fa pensare all’amore, all’illusione amorosa che ci fa correre tra realtà e aspettative, che possono essere spiacevolmente deluse come per il protagonista Tom. Un film che alla fine è capace di unire un messaggio importante ( l’amore è sempre un’ esperienza che vale la pena vivere, che fa crescere e che può aprire nuove vie inaspettate) a un messaggio utile (l’amore è un sentimento di cui non è immune nessuno e chi usa maschere e frasi fatte per non impegnarsi vuol dire che non ha trovato in noi la persona giusta e che la troverà in qualcun altro/altra.)
Per chi ha amato, per chi è stato brutalmente lasciato, per chi ha lasciato, per chi crede nell’amore e per chi non ci crede (ancora) consiglio (500) giorni insieme, insegnerà qualcosa o ci divertirà e commuoverà mostrandoci quello che già abbiamo imparato sulla nostra pelle.
Malvina Podestà – www.opennews.it

Julia Fullerton-Batten's photo
Ebbene si, anche se l’estate può dirsi quasi terminata ciò non significa che non ci sia più tempo per partecipare a uno di quei pochi eventi interessanti organizzati in provincia di La Spezia! Ci si riferisce nello specifico a un “nuovo nato” della Cassa di Risparmio, il così chiamato “Progetto Giovani“, che porterà fresche novità agli amanti della fotografia e della scrittura.
Come prima cosa sarà bandito proprio un concorso fotografico a tema “Il mondo dei giovani” che si chiuderà con un’esposizione delle migliori foto concorrenti; è nelle intenzioni del progetto infatti portare l’attuale gioventù a sprigionare la propria creatività cercando di raccontare nella maniera più obiettiva e allo stesso tempo originale ciò che la circonda, sfatando i falsi miti di chi crede di saperlo nonostante sia già fuori età (!). In programma per il prossimo futuro anche un concorso che premierà la frase più bella, per le anime più sensibili.
Al’incontro introduttivo che si terrà venerdì 9 settembre alle 16,30 alla Fondazione della Cassa di Risparmio sarà inoltre possibile chiedere di far parte dello staff organizzativo come addetto catering, comunicazione, video.. Ulteriori particolari saranno rintracciabili sulla pagina Facebook della Fondazione Cassa di Risparmio che sarà aperta a brevissimo proprio da uno dei giovani collaboratori, ma nel frattempo potete già segnare la vostra presenza su http://www.facebook.com/event.php?eid=171719206236111&ref=notif¬if_t=event_invite.
Insomma, signori, che volete di più dalla vita? … Ma su, evitiamo battute scontate!
Chiara Piotto
“Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare: tre concetti che riassumono l’arte della fotografia.”
Helmut Newton
…Un’arte che non di rado non è fine a sé stessa ma si accompagna a motivazioni e intenzioni molto profonde. Un esempio ne è certamente il primo libro della fotografa Uta Theile: “L’arte della pesca: un viaggio nella pesca delle Cinque Terre”.

"..non farsi mai scoraggiare e non aspettare nessuno che ti aiuti ... devi fare la tua strada e avere molta determinazione e pazienza"
L’autrice, che dalla presentazione della sua opera fino al 5 giugno sarà al Palazzo Comunale di Monterosso, ci rivela infatti in un’intervista che “sotto” c’è molto di più di un’intenzione artistica: L’arte della Pesca si presenta come un vero e proprio documento, una ripresa quanto mai realistica della vita ai molti sconosciuta dei pescatori e delle loro tradizioni antiche come la civiltà, ormai destinate a perdersi nel mare frenetico della modernità.
Parlando con l’autrice e leggendo sul suo sito che è tedesca, ci chiediamo (anche se non lo troviamo certo strano) come mai abbia scelto proprio Monterosso; la risposta è romantica: l’incontro casuale col marito durante un viaggio, pescatore monterossino, il cambiamento nella vita. Un luogo quindi di passione per lei e totalmente nuovo “vivere in Italia, sul Mediterraneo, alle Cinque Terre, sul mare era davvero qualcosa di affascinante…”. Una passione quella della fotografia presente fin dall’adolescenza, affiancata poi al lavoro di mamma a tempo pieno e poi ripresa e riscoperta, fino all’uscita dell’”Arte della Pesca”. Ci domandiamo allora con che sentimento abbia fatto proprio questa scelta e la risposta non si fa attendere, certa e profonda:
“Volevo valorizzare una delle tradizioni liguri tra le più vecchie di cui forse un giorno rimarrà solo il ricordo nei racconti dei vecchi! Ho avuto la fortuna di poter vivere una notte di pesca in mezzo al mare ed è stata per me un’avventura indimenticabile: mi affascina questo mestiere ed il rapporto che questi uomini hanno con il mare, spesso un rapporto “amore-odio”: amano la sensazione di libertà , di profondità, dell’infinito che li circonda, la sfida, la caccia, che solo il mare gli può regalare insieme alla paura, l’ansia, la malinconia e, naturalmente, l’invidia per gli altri concorrenti. Quello del pescatore è un mestiere duro e pieno di sacrifici: una vita dedicata alla pesca, lavorando giorno e notte e una vita privata che non esiste o quasi.
Monterosso una volta era il “paese dei pescatori” , ora tutto è cambiato: il nuovo benessere portato dal turismo sta sostituendo le vecchie tradizioni, questa è la ragione per la quale ho deciso di documentare questo antico mestiere, fotografando i “vecchi’”pescatori.
Voglio raccontare con le mie foto non solo la durezza di questo mestiere ma anche il suo fascino: i volti dei pescatori che raccontano di tempi vissuti in mezzo al mare, la bellezza e la calma dell’ alba calando la rete o salpando, la gioia di aver pescato che ricompensa la fatica… la passione e l’arte della pesca.”

Copyright Uta Theile
Ecco il punto: siamo soddisfatti di aver trovato qualcuno che sappia dare un fine così positivo alla fotografia, che la sappia rendere vero mezzo di cultura e che sappia rendersi mezzo di trasmissione dei pilastri di una società. Un lavoro costruito con l’esperienza diretta degli occhi di chi è diventato parte di quella realtà e ha saputo coglierne le spinte più abissali.
Un tempo antico che in certi aspetti non è stato ancora scalfito dallo scalpello del tempo e che lei ha voluto incidere nei contrasti secchi del bianco e del nero. Lasciatoci questo spunto di riflessione, rivela di avere “in cantiere” un altro progetto, questa volta a colori, dal tema mistico-religioso… Ma preferisce non anticiparci di più.. Si sa s’altronde che la capacità di attendere è la dote del buon pescatore.. Fotografi, buona pesca!
Piotto Chiara
ps:per maggiori info visitare il sito http://www.uta-theile.com/
Pensavo di dover aspettare fino a questa mattina per vedere il nuovo video di Lady Gaga, Judas, ma inaspettatamente già gira su internet da qualche ora. E’ il secondo singolo estratto dal nuovo album di Lady Gaga, Born this way, che uscirà il 13 maggio.
Ha suscitato sin da subito polemiche per il suo testo : un’invocazione al traditore, presentato come amante crudele da cui si è attratti inesorabilmente, un emblema di come molto spesso siano il male e l’oscurità ad attrarci e trascinarci verso il baratro. Il video è ricco di immagini religiose ed è incentrato sulla vicenda di Giuda, Gesù e Maria Maddalena alias Lady Gaga, ovviamente il tutto rappresentato in modo inaspettato, eccessivo e ricco, in pieno stile Germanotta. Gesù viene interpretato da un giovane attore dai tratti esotici, che tradisce l’ immagine classica e la prima scena si apre con una rappresentazione sui generis del Messia e dei suoi seguaci : una banda di motociclisti con tanto di giubetto di pelle personalizzato capitanati da Gesù con una corona di spine dorata e dalla nostra Gaga\Maria Maddalena. Il video poi prosegue con una nuova versione dell’ultima cena che si trasforma in un party dai toni scuri e trasgressivi, tra individui vestiti di pelle, balletti e risse. Gesù sembra una star smarrita che si spinge tra la folla di adulatori seguito dalla sua tacita compagna e su cui aleggia sempre l’ombra di Giuda, che sprigiona una forza malefica e attrattiva. Non mancano ancora molti riferimenti religiosi come il bacio di Giuda e la lavanda dei piedi . Lady Gaga è protagonista indiscussa: sfoggia look inimitabili e straordinari che ricordano odalische, regine e tra cui ho visto riferimenti a donne carismatiche della storia come Cleopatra o Maria Antonietta.
Un video di forte impatto sia per la sua teatralità, per i colori e i costumi usati, ma anche ovviamente per il tema molto delicato; non è mai facile parlare di fatti religiosi e ancora meno lo è quando si fa una rivisitazione così particolare. Un video che non mancherà di far discutere e di far contrapporre i fans di Lady Gaga ai suoi avversari. La cantante, infatti è un personaggio che divide. Ha venduto milioni di dischi nel mondo e ha avuto un successo planetario nel giro di pochi anni eppure sono molte le persone poco entusiaste di questa cantante e molti vedono in lei il classico fenomeno passeggero, una futura meteora o una ragazza che le prova tutte per di fare notizia e risultare stravagante. Personalmente ho sempre apprezzato Lady Gaga, fin dai primi singoli, ho visto in lei un unione di musiche orecchiabili e divertenti, testi significativi e tanta teatralità e glamour! E’ vero Lady Gaga non è solo musica ma penso che ciò non debba essere visto come un aspetto negativo ma come un evoluzione della figura del cantante adatta ai nostri tempi. Oggi non basta più avere una bella voce e sempre di più si fatica a vendere cd… è così che nasce l’esigenza di un’artista che sia completo, che sappia cantare, ballare, stupida e che sappia dialogare con il pubblico. Questo è uno degli aspetti che più mi ha colpito di Lady Gaga, specie dopo averla vista dal vivo lo scorso 9 novembre nel suo concerto a Torino : Gaga vive e lavora per i suoi seguaci, e dialoga con loro continuamente, racconta di sé, delle sue debolezze e insicurezze che l’hanno caratterizzata sin da ragazzina, racconta di come si addormenti con addosso i vestiti da scena e di come segua regole rigide (come la presunta astinenza sessuale) per non guastare la sua ispirazione e la sua concentrazione.
Lady Gaga vuole essere la più strana, vuole stupire, ma desidera anche essere un modello per i suoi fans e vuole insegnare loro valori importanti come la tolleranza, la libertà e il rifiuto di ogni tipo di pregiudizio ( messaggio ad esempio del suo precedente singolo Born This Way ). (Vendendo le schiere di fans che la seguono e che imitano il suo look, i suoi modi di fare penso che ci sia riuscita.)
Penso Judas riesca a rappresentare bene Lady Gaga, il suo personaggio e i suoi ideali. Il ricorrere ad un tema e a riferimenti così “difficili” non deve essere considerato come una semplice voglia di apparire e catturare l’attenzione ma è un modo per comunicare un messaggio importante ovvero il fatto che ogni uomo e donna sia preda di lotte interiori e di debolezza… Una debolezza che può prendere forme diverse : la debolezza di fronte alla seduzione del male, la debolezza di chi non sa scegliere da che parte stare, la debolezza di chi tradisce e inganna e la debolezza di chi nella sua forza non sa e non vuole difendersi dal nemico peggiore,che non penso sia il diavolo o una strana forza superiore ma il nostro compagno, il nostro simile, l’uomo.
Malvina Podestà – www.opennews.it