Dopo una giornata intensa, eccomi sdraiata sul letto. Mi sforzo di tirare le somme riguardo le attività svolte e di mettere un po’ d’ordine nella mia vita sentimentale, altamente incasinata.
Odo una vocina sussurrare al mio orecchio; cerco di sentire cosa dice e discrimino una frase: << Sono sotto mezzo centimetro di polvere.. Vuoi deciderti ad alzarti dal letto e a tirarmi da questa infinita pila di libri?? >>
Penso immediatamente che in effetti la mia libreria necessita di una spolverata, ma subito torno alla vocina: quale libro mi sta chiamando? Di fronte ai miei adorati, lo sento palpitare e mi trovo tra le mani un dolce e nostalgico Hermann Hesse. Poesie, poesie, e ancora poesie d’amore.
Ma perché proprio Hesse, mi chiedo.
-Oh mio amato poeta, non potevi rimanere quiescente per un altro po’ di tempo? E rileggerti in un altro momento, magari, dopo aver sbollito quest’ultima delusione d’amore?-
Ebbene, queste sono le prove alle quale viene sottoposto il mio cuore dopo aver ricevuto già una piccola fibrillazione ventricolare.
Ci sarà pur un motivo se il vecchio e caro amico mi ispira i suoi versi. Forse vuole consolarmi, darmi un insegnamento. Probabile! O possibile?
Permettetemi di proporre, dunque, questo medley poetico; ho deciso di fondere versi tratti dai suoi diversi componimenti.
Per dire cos’ hai fatto
di me, non ho parole.
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
Mi hai guardato a lungo
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
Volevamo costruire assieme
una casa per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti. Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura
Affido a tutti i venti
i miei canti arditi. Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno -
quando tornerai?
Ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.
Non esiste alcun dovere della vita,
vi è solo il dovere dell’essere FELICI.
Tratto da: -Canzone d’amore; -Io ti chiesi; -Il principe; – Stanco d’amore; -Essere felici.
Elena Verzì

Sovraesposta? Esageratamente luminosa? Che ne è stato delle belle pietre della piazza?
é giusto essere informati su ciò che succede “fuori”, ma bisogna sempre mantenere un pò di orgoglio nazionale: Gianni Berengo Gardin è una perla tutta italiana, è il “se cerchi il colpevole guarda prima nel tuo armadio”, la nostra cioccolata calda con la panna in Piazza San Marco.
La bambina, i piccioni, gli archi, si tuffano e precipitano volteggiando nella nebbia di questo primo dicembre, nella timida prima neve, nella panna fumante della nostra tazza.
Estremamente, magistralmente, sovraesposta.
Chiara Piotto
La prima cosa da fare prima di acquistare una nuova reflex è, a mio modesto parere, sfogliare tutte le nostre foto fatte fino ad ora e capire quali soggetti prevalgono di più (sport,natura,animali,paesaggi,moda,concerti); da qui capiremo già se abbiamo una propensione verso un determinato contesto.
Altro punto cruciale da valutare è, invece, la disponibilità economica. Detto ciò, sconsiglio vivamente l’acquisto di una reflex a rate o con finanziamenti, dato che personalmente il mercato dell’usato è ricco di offerte e prodotti di ottima qualità. Quindi non svenatevi, a 250€ si trovano reflex entry level ottime che lavorano alla grande.
Di qui poi bisognerebbe ragionare sul pc che abbiamo in dotazione a casa. Sembra strano ma se abbiamo una reflex da 24mpx e un pc che supporta e sopporta in tempi brevi carichi di immagini da 5megabite passeremo le ore davanti al pc ad aspettare di scaricare le foto, senza parlare poi del tempo che perderemo in attesa delle operazioni con Photoshop.
Detto ciò entrate nei negozi e non vergognatevi di chiedere di provarla, dato che essa sarà a breve la vostra compagna di viaggi. Personalmente penso che debba esserci un feeling, senza tanti tecnicismi sugli iso più alti in canon e sui tempi più efficienti in nikon, baggianate di marketing che non si vedono nelle nostre foto.
Personalmente trovo che con nikon si ottengano dei colori più vivi, quindi la consiglierei per chi deve scattare soggetti con molti colori (fiori, animali, paesaggi, natura), in canon invece ho trovato il color pelle e la gestione degli ISO ottime (moda, sport, ritratti, concerti).
Questo discorso è comunque relativo in quanto, come detto prima, la nostra reflex è una questione di gusti non di marketing. 2 o 3 megapixel in meno o una velocità di scatto che non ti permette di fotografare una formula 1, non sono “handicap” enorme per la carriera di un fotografo; a fare la differenza siamo ancora noi, il nostro occhio e la nostra passione.
Penso ai grandi della fotografia del passato e alle macchine fotografiche che usavano, giocattoli se paragonate alle nostre Reflex, eppure le loro fotografie sono tuttora bellissime, dei capolavori immortali.
Gianvito Matarrese

Avanza il generale inverno e con lui cresce la voglia di una merenda più consistente e corposa; rivolgiamo allora il nostro sguardo appena sopra le Alpi, all’Austria, dove Ernst Haas, ex Presidente Magnum, ci regala un dolce spunto: lo sfocato.
Sfocato, fuori fuoco, per le foto in movimento, per chi è stanco del nitido perfetto, dell’istante anche troppo facile da delineare con una reflex. Sfumato, d’effetto, caldo, avvolgente, proprio come un kaiserschmarrn.
La prossima settimana chissà, forse un Ciobar sulle Dolomiti.
Chiara Piotto
Una vacanza o un evento meritano ricordi di qualità. Per questo motivo oggi la cultura della reflex si sta diffondendo sempre di più. Di seguito troverete sei vantaggi e di conseguenza buoni motivi per acquistare come vostra prossima macchina fotografica una reflex e non più una compatta.
GLI OBIETTIVI
Sono intercambiabili, per tutti i gusti e tasche, con aperture che spaziano dall’ F1.4 in poi. Si può fare tutto, grazie alla marea di obiettivi che le case produttrici producono. Grandangoli, zoom, fisheye non sono più un mistero o oggetto dei desideri anche per i principianti.
GRANDEZZA FOTO
La qualità delle vostre foto con una reflex, sarà molto ma molto più alta, e con la gestione ISO/ASAavrete una qualità di foto eccezionale già dalla vostra reflex, risultato che vi aiuterà tantissimo nella postproduzione.
MOSSO O MICROMOSSO ADDIO!!!
Con la vostra reflex potete decidere voi quando fermare un oggetto o quando farlo muovere dati i tempi di scatto regolabili da voi“Fotografi”, e gestibili direttamente dal corpo macchina, tempi che vanno da 1/4000 di secondo (per intenderci fermerete senza problemi gli eurofighet typhoon) fino a infinito (con la modalità bulb che può arrivare a illuminare anche un paesaggio di notte)
TEMPI DI REAZIONE
Veloci, impeccabili e efficaci sia nelle operazioni di routine sia nello scatto a raffica (fino a 6 scatti al secondo, oltre nelle reflex ad altissimo livello)
IL FOTOGRAFO, SEI TU!!
Impostata per bene la tua reflex il vero fotografo sei tu!! Quante volte vi è capitato con una compatta di vedere delle foto scattate senza che il risultato sia quello da voi voluto? Ora con una reflex chi decide come deve uscire la foto siete voi, dato che con una reflex potete impostare, tempi,ISO, diaframmi, esposizioni, luce, praticamente tutto.
SODDISFAZIONE
Per ultimo ma per primo c’è la soddisfazione totale del fotografo nel possedere un gioiello tra le mani e la bellezza di vedere le proprie “foto d’autore”
Gianvito matarrese
Non è finita l’era del buon giornalismo, nè mancano del tutto degli incontri culturali ben
strutturati e stimolanti. Proprio ieri pomeriggio, 18 novembre, nell’Aula Azzurra del palazzo della Scuola Normale Superiore di Pisa, Enrico Mentana ha parlato del giornalismo passato, moderno e futuro. É riconosciuto dai più, ha cominciato, come in Italia particolarmente i fatti non siano mai trasmessi senza una pesante patina di opinione più o meno personale; un’opinione spesso così politicizzata da fare da discriminante per quanto riguarda non solo la scelta dell’emittente ma pure l’interesse stesso per la notizia. Per di più queste interpretazioni, rosse, verdi, gialle che siano sono arricchite di vocaboli ricercati, gonfi, colti, incomprensibili specialmente in materia politica; basti pensare al buffo fenomeno per cui “chiunque di noi “va a Pisa”, mentre se si tratta del Presidente della Repubblica questi “si reca a Pisa””(parole di Mentana). I risultati di tutto ciò sono evidenti: ciascun giornale, ritagliando solo le notizie adatte alla sua tintarella, trasmettono interpretazioni che gli ascoltatori o i lettori faticano a decifrare, ma appoggiano solo in base allo schieramento.
Facendola breve, negli ultimi anni si è trattato per lo più di pro o contro Berlusconi, il cavallo su cui ogni rivista e ogni telegiornale ha scommesso in maniera diversa, cavalcando l’opinione pubblica, trovandosi le pagine praticamente ogni giorno già compilate dal solito protagonista, commettendo il fatidico errore di ignorare tutto il resto. Dove eravamo noi quando nei mesi e negli anni si sentivano già i tuoni del temporale finanziario(Irlanda, Grecia, Spagna..)? Dove ancora quando si trattava di nuove elezioni nella penisola Iberica? Dietro a Berlusconi, ovvio! Ed ora si apre un periodo che Mentana ha definito “al cloroformio”, in cui i giornali devono di nuovo sforzarsi di riempire le pagine, in cui si dovrà guardare oltre al nostro naso, in cui forse il talk show politico perderà un pò di ascolti, in cui magari si potrà cambiare il modo di fare giornalismo. Ciò che lui intende sotto a questo nome è un fornire informazione chiaramente, come il grande Indro Montanelli, trattare tutti i fatti e quanto più apoliticamente, parlando “come si mangia”, “sine ira et studio”(sue citazioni), come se si parlasse liberamente e non come se si stesse scrivendo un saggio. Questo è il buon telegiornale, il buon giornale, perchè quello che fa il furbo verrà sempre scoperto; dicendola con un suo esempio, se un fornaio dice che non è stato affatto sfornato il pane oggi ma quello vicino lo ha, è facile capire chi ha imbrogliato e sapere domani dove rivolgersi.
Certo, non trascurabile il ruolo che Facebook, Twitter oltre ai miliardi di altri blog e siti informativi su internet (e qui ci sentiamo chiamati in causa) stanno giocando; più mediatori non rendono solo duro il pane a quelli che scrivono nei quotidiani aumentando la concorrenza ma anche più arduo il compito di distinguere le notizie affidabili.
Dopo questi e molti altri discorsi, Mentana ha concluso con un grigio parere sull’intraprendere questa carriera oggi: sconsigliato a chi ne voglia dipendere finanziarmente, a chi non sia mosso da grande passione, incoscienza, a chi non sia abbastanza intransigente nel venire a patti e a chi non possa vantare una gran fortuna.
Insomma, un grande giornalista ha concluso così, sulle note di “Uno su mille ce la fa”.
Chiara Piotto
Un comune lettore in prima battuta penserà che il sottoscritto si sia confuso e che in realtà con questo titolo così scolastico intenda alludere al celebre album come a un “capolavoro musicale”, non certo come a un “capolavoro letterario”. Nessuno potrebbe pensare d’altronde che i Led Zeppelin siano stati dei fenomeni letterari, proprio quei quattro ragazzacci inglesi che dalla fine degli anni ’60 attentavano al perbenismo borghese con i loro racconti di sesso, tanto sesso, di droga, tantissima droga, e di rock’n’roll in quantità industriale.
Eppure quell’album uscito nel novembre del 1971 e del quale quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario, oltre a segnare l’ingresso definitivo dei quattro Dei nell’Olimpo del rock’n’roll, è anche l’album della definitiva maturazione culturale del gruppo e in particolare di Robert Plant, autore dei testi e straordinario cantante. L’eccezionale valore culturale di questo disco trascende il contenuto musicale di elevatissima qualità e regala perle di misticismo e spiritualità.
L’atmosfera grigia offerta dal retrocopertina (lo scorcio di una città industriale) ci introduce nel nostro mondo dominato dalla anonima quotidianità. In questa visione, il vecchio ritratto in copertina appare come custode di un prezioso mistero e con il suo volto speranzoso, sebbene gravato dal peso del lavoro, sembra poter sconfiggere la realtà decadente nella quale non è che un prigioniero dimenticato (egli infatti è oggetto del quadro appeso alla parete di una casa abbandonata).
La chiave con cui si può aprire un varco tra le finzioni sociali che si incontrano ogni giorno e di cui la città industriale è rappresentazione non può essere che la spiritualità, elemento fondamentale dell’album. Di questa interpretazione appare segno inconfondibile il testo di Stairway to heaven.
La spiritualità viene qui identificata con la “scala per il paradiso” e il vecchio in copertina viene indicato come “il pifferaio che ci guiderà verso la verità” e dal cui richiamo “un nuovo giorno sorgerà per coloro che lo aspettano da tanto”. L’intero testo emette sentenze profetiche e elenca rituali magici e non c’è dubbio che un testo così allucinato abbia una valenza artistica indipendentemente dalle splendide note del brano.
Altrettanto notevole sotto il profilo letterario è The battle of evermore. I richiami tolkeniani de “Il signore degli anelli” riecheggiano nel brano e ne fanno una delle più belle rivisitazioni della saga. Anche in questo testo la speranza e la natura incontaminata escono vincitori, come affermano gli ultimi versi(“alla fine il sole risplende, le nubi di tristezza vengono allontanate”).
La spiritualità trionfa anche nel finale di Misty Mountain Hop, in cui Robert segna il suo distacco dalla tetra quotidianità e individua nelle Montagne Nebbiose la sua destinazione, quel luogo “dove adesso si incontrano gli spiriti, sulle colline dove volano gli spiriti”. Il rifugio in una nuova realtà viene citato anche in Four Sticks e nella dolce Going to California ed è il tema più strettamente connesso alla spiritualità.
Infine la mancanza di un titolo rende l’album l’omaggio più sincero all’ idea di arte. Essa segna la totale liberazione dell’opera d’arte dal fine commerciale.
Che lo spirito sia con voi!
Luca Ostengo – www.opennews.it
Troppo spesso abbiamo l’impressione che la delicatezza della cultura debba essere inseguita ricercata, pedinata nei luoghi da noi più lontani. Ancora più spesso pensiamo che la cultura, in particolare quella di tipo letterario, sia di nicchia, una fortuna per pochi. Non è questo il caso però della ridente cittadina umbra Amelia. Proprio qui infatti, nel cuore verde d’Italia, tra le sue graziose colline e il profumo del vino sanguigno, è possibile gustare, almeno un sabato al mese, speciali tête-à-tête con la letteratura Italiana.
Il comune di Amelia, in collaborazione con il Forum delle Donne, organizza da due anni la manifestazione “Incontri di Amelia” il cui calendario prevede quest’anno otto appuntamenti d’autore, tra ottobre e maggio; qui lo scrittore ospite offre all’intimo pubblico amerino e non, la sua storia e interagisce attivamente con esso attraverso dibattiti. La manifestazione, anche nella passata edizione, ha ospitato importanti personaggi, tra i quali spiccano i nomi di Erri De Luca, Michela Murgia, Alfredo Reichlin, Lidia Ravera e tanti altri. Largo spazio è quindi concesso ad ogni tipo di scrittura, che sia essa affermata o emergente, per grandi o piccini, che si interessi di politica o racconti una storia d’amore.
Qualche settimana fa ho avuto il piacere di partecipare ad uno di questi stimolanti appuntamenti. Ospite di questa giornata, lo scrittore e giornalista Marco Lodoli. Probabilmente non molti salteranno dalla sedia alla lettura di questo nome. Marco Lodoli infatti è uno di quelli che lavora in silenzio. Il silenzio è quello ossimorico delle scuole di periferia, in cui il troppo rumore non diventa quasi mai musica e quindi si annulla. Dietro la calma e il portamento da professore si nasconde però il giornalista da editoriali di Repubblica, il vincitore del premio Mondello, il poeta, l’uomo capace di guardare e guardarsi.
Nel silenzio attento della piccola sala, l’intervista live è curata da Sandra Petrignani, che apre “l’inquisizione” con domande di poesia. “La poesia è l’attitudine di fondo, lo sguardo che si ha sulle cose”; “Essere poeti non è uno statuto sociale, la poesia è un atteggiamento dello sguardo e del cuore, esiste una partecipazione poetica della vita” .
Immediatamente emerge il Marco Lodoli poeta ed osservatore, quello che ha sposato la poesia, ha motivato tale scelta e può quindi consigliarla a tutti, non tanto come stile letterario ma come stile di vita. L’obiettivo ultimo infatti è vivere un’esistenza poetica, raggiungere le cose nel loro intimo, saper costruire l’armonia dell’universo e sentirsi parte di essa. Paradossalmente, quando si raggiunge questa consapevolezza, il compito della poesia è terminato. “Tutte le cose del mondo si richiamano tra di loro; c’è un rapporto di cuginanza tra le cose, l’uso di metafore ha senso solo in questa direzione” Anche il benzinaio con le mani invecchiate dal nero può essere poetico, bisogna “solo” avere gli occhi educati alla ricerca.
Non si distanzia da quest’ambito il Marco Lodoli che ha scelto l’insegnamento come professione, “L’adolescenza è un periodo poetico” dice al suo pubblico. Da sempre l’interesse per le giovani generazioni italiane è di principale importanza per lo scrittore.
“Il rosso e il Blu, cuori ed errori nella scuola italiana”, pubblicato nel 2009 inaugura la riflessione sulla gioventù nostrana, che è anche argomento della rubrica da lui curata per il quotidiano La Repubblica.
Giunti a questo argomento il dibattito si scalda; Dalle poltrone riservate al pubblico le mamme si guardano complici, in disaccordo scalpitano non appena affermazioni eccessivamente generalistiche prendono piede :“ giovani senza memoria ma devoti al presente”, “giovani incapaci di tollerare la fatica”, “giovani in preda di un consumismo sfrenato e convinto”,“non sono ne’ d destra ne’ di sinistra, quando sono politicamente determinati diventano violenti”.
La riflessione continua su un interessante uso intercalare dell’avverbio “praticamente”. Secondo Lodoli l’utilizzo eccessivo di questa parola da parte dei giovani indicherebbe un desiderio concreto di qualunque cosa, una voglia incessante di arrivare al punto, di avere “tutto e subito”, una pesante eredità lasciataci dalla gioventù degli anni settanta, di “io desiderante” si tratterebbe. Tra questo frastuono di desideri, tra la musica che dalle cuffie dell’i-pod arriva dritta agli angoli più nascosti del cervello, non ci sarebbe più lo spazio necessario alla poesia, alla riflessione. L’universo segreto e proibito racchiuso da sempre nella “mia cameretta” viene violentato dalla televisione, dai giornali che si infilano in qualsiasi luogo; l’intimità è disturbata, l’età della vita poetica geneticamente modificata. Certo lo spazio per le eccezioni va riservato ma la “praticamente generation” si muove un po’ tutta in questa direzione.
Se è vero che “man is what he eats”, la nostra vita sarà fast come il pasto che consumiamo? Abbiamo davvero la vista annebbiata dal neon delle vetrine, dagli sconti d’apertura di un negozio di elettronica? Sapremo ancora trasmettere ai nostri figli la saggezza dei detti popolari? Siamo in grado di coltivare la vita poetica, innamorandoci delle cose, covando l’armonia?
Ma, domanda più importante, abbiamo la possibilità di agire in modo diverso, di procedere lenti per la strada ed arrivare ugualmente con successo? Le scarpe che ci sono state consegnate sono adatte al cammino che dobbiamo percorrere?
Ognuno ha la sua risposta, che cercherà nel silenzio della sua camera,lontano dai rumori della strada e dalle luci della tv, o forse no.
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
“Vitalità. Korea Young Design” è la mostra presentata dal Triennale Design Museum di Milano nel quale vengono proposti i lavori dei più interessanti designer coreani.
Secondo incontro, dopo China New Design, del ciclo New Far East Design che ha l’obiettivo di sondare il territorio del design internazionale in particolare orientale, indagando su una realtà meno conosciuta quale la Corea del Sud per valorizzarne cultura e creatività. La Corea è un paese ancora sconosciuto sotto molti aspetti a causa delle sue scarse opportunità facendosi conoscere, tuttavia, in un campo come quello del design potrebbe acquistare una dimensione di spicco a livello globale, e forse anche segnare il passaggio di una “nuova era”.
Kyung Ran Choi, curatore della mostra e direttore dell’Oriental Culture & Design Center, ci parla di una nuova visione segnata in particolar modo da una vitalità che infrange le barriere tra Oriente e Occidente poiché capace di rispettare l’umanità’ in quanto tale, e dunque di comunicare con persone di tutto il mondo. Grazie a un rapporto di scambio con l’Occidente, il design coreano potrà arrivare ad assumere un ruolo di guida nei confronti dei futuri designer di tutto il mondo. Il mercato mondiale del design, infatti, richiede oggetti che siano ancorati al loro luogo di origine ma comunque fonte di continua innovazione.
Affiora uno scenario che partendo dalle forniture design, fashion design e design del gioiello, comprende anche
le nuove forme di comunicazione multimediali e l’impiego di tecnologie 3D, esponendo così oggetti non solo industriali, ma anche artistici. La mostra, infatti, si apre col documentario Twelve scenes diretto dall’artista coreano Joon Soo Ha, che vuole rappresentare la sua personale visione del contesto sociale e culturale coreano tramite una serie di immagini simboliche che ritraggono scenari sia urbani sia naturali. Altro esempio è Urban noise, opera interattiva che riproduce suoni e rumori provenienti da un ambiente urbano come quello di Seoul, capitale della Corea, che con i suoi dieci milioni di abitanti è selvaggiamente influenzata dal processo di modernizzazione. L’opera vuole comunicare la vitalità insita nella società coreana tramite un’esperienza tutta interattiva, che mostri come veniamo toccati dal progresso tecnologico.
La mostra si propone inoltre di scoprire un design pregno di valori cha valgano a livello globale, come l’utilizzo di materiali ecologici per la produzione dei singoli oggetti e l’uso responsabile di energia. Un design che sia legato all’uomo, fulcro di tutte le opere e che lo proietti al futuro, tenendo conto del fattore riguardante benessere ed estetica che gli necessitano per vivere la vita giorno dopo giorno.
Phenomena – Room divider and Flat siting di Sang Hun Kim, propone una serie di componenti d’arredo in frassino, progettati appunto, a misura d’uomo. Il design coreano, grazie alle sue particolarità, diventa un simbolo di scambio tra Oriente e Occidente, tracciando così un percorso di sviluppo di questo paese che, grazie alla tensione costruttiva fra tradizione e innovazione, sarà in grado di affermarsi a livello internazionale, creando un dialogo globalmente condiviso.
Lilia Mokrani

Si sa che non è mai tardi per una crêpe, nè per la nutella.
Questo stasera offre la casa francese, capitanata dal fotografo di moda Frank Horvat, che non ci mostra soltanto le gambe, ma ci lancia anche un invito: non sottovalutate lo sfondo.
Già, perchè il dietro è importante come il davanti (e la prova si può avere ammirando un qualsiasi autoscatto da bagno, efficace giusto come trovata pubblicitaria per sanitari)
Bon appétit à tout le monde, e attenti che il retro della vostra crêpe non sia bruciato!
ps:gusti o preferenze per la prossima settimana?
Chiara Piotto