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Lo spuntino fotografico 12- un piatto di túrógombóc

Brassaï, Paris de nuit.

C’è qualcosa di profondamente intimo, nel guardare attentamente chi non sa di essere guardato. Ci si scostano i capelli dalla fronte, il cuore decelera, il respiro quasi si ferma per non profumare l’aria, per non spostare la quiete. C’è qualcosa di indissolubile, nell’osservare gli occhi che guardano lontano e nello scrutare in fondo a quelle gocce di rugiada notturna ancora fresca, non colta, liquida. C’è anche qualcosa di fortemente ancestrale, nello stare quatti dietro una colonna di attesa, pronti a catturare il minimo movimento del polso, dell’altrui essenza che si è fatta nostra.

 

Chiara Piotto

 

Un matrimonio a fuoco – Meeting Marianne Taylor

Abito bianco, sorriso imbarazzato, smoking.. Al di là dell’importanza personale che possono avere, le fotografie scattate ai matrimoni tendono ad essere come quelle di Venezia, o di Parigi: bei soggetti ma molto, troppo sfruttati. Certo, si può pagare la sposa per indossare una parrucca fucsia abbinata agli shorts hawaiani del futuro marito, o sperare che vogliano provare l’emozione unica di rovinare un vestito costoso come una macchina paracadutandosi su dei cespugli di rose, oppure mettersi d’impegno  ed essere originali con i mezzi a propria disposizione. Per darci qualche consiglio in materia abbiamo incontrato la bravissima Marianne Taylor, vincitrice britannica del “Best Wedding Photographer” oltre che regolare pubblicista su Cosmopolitan Bride, You & your wedding, Wedding Nouveau e altri.

-Your works have appeared on some of the most known international magazines.. Something to be proud of! How has your career as a freelance photographer started?

I was really quite fortunate in that my career took off pretty quickly. The fact that my photography already had a little bit of a following online before, probably helped as well. When I finally made the decision to start taking on paid wedding assignments, I created a new website and blog and put up some personal work, with the few paid shots I’d done here and there. Within a week I got my first wedding booking, and the interest grew from there faster than I could have ever anticipated. In hindsight, I now realise that I started my business just at the right time, when there was a huge gap in the market for wedding photography that differed from the traditional look in a (then) male dominated industry. Everyone who came to me at the beginning mentioned how they had been searching for ages for a photographer with a more romantic and feminine style, and how they were over the moon when they found me.

-Why did you decide to specialize in weddings photographies?

Photography has played a huge part in my life from as far back as I can remember, but it’s after a decade of working in the design industry and keeping photography as a past time passion, that I eventually accepted that it was what I was meant to do. In a way photography is a vehicle for me to explore my real passion, which is witnessing the relationships between people and trying to capture something authentic and meaningful.

- Then would you say you’re an incurable romantic?

I suppose I am quite sentimental and sensitive to the inner workings of people. I like to think that there’s a little bit of magic in every day life, however mundane it might seem, and I love being a mirror to my clients to see how beautiful and magical their life really is thanks to the people who care about them. We often watch movies and aspire to have those huge romantic movie moments, but in actual fact they happen for us more than we think, we just don’t always realise or fully appreciate them for what they are.
-Choosing which atmosphere does appeal the most to every couple you meet mustn’t be that easy every time..

It’s definitely a team effort, and what atmosphere there is, always comes from the couple. What I aim to do is to provide a space that allows for the couple to be at their most open towards each other, and connect in the most natural way to them. My job is then to capture what ever magic happens.

-I imagine during the shootings there have been plenty of memorable moments.. Is there a particularly funny or lovely one you would like to tell us?

One wedding I shot took place in the middle of Greenwich in London. When we wondered off for some couple portraits with the bride and the groom, we ended up in the middle of what turned out to be a movie set. After some bridal persuasion the security guard revealed that they were in fact filming the latest Pirates of the Caribbean with Johnny Depp,  which got us (well, me and the bride more than the groom!) really quite excited. The guard was nice enough to let us into the set for some portraits, which was really nice of him and of course super exciting for us. Even though we didn’t get to see Mr Depp that day, I think the portraits we took feel even more special to the couple than they usually would!
-Let’s get a bit technical.. What about your equipment? The right lens and so on..

Equipment is really just a means to an end, for me it’s the end result that matters. Professionally I shoot with Canon 5D MkII’s and my favourite lenses are a 35mm and a 50mm. For my personal work I often use old film or toy cameras.

Naturalezza, amore per l’amore, fortuna. Ma se tutto ciò non dovesse bastare e i vostri sposi volessero andare a fare il servizio del matrimonio giusto a Venezia o a Parigi, provate a comprare una parrucca fucsia per voi stessi: potrebbe stimolare il creativo che è in voi, o almeno rendervi irriconoscibili alla coppia insoddisfatta.

Per dare un occhio ai suoi scatti: http://mariannetaylorphotography.co.uk

http://www.facebook.com/MarianneTaylorPhotography

 

Piotto Chiara

 

Dear Photograph: dialoghi con il proprio tempo

Chiudete gli occhi, lasciate andare libera la vostra mente. Non avete mai provato a rivivere nei  pensieri un solo, piccolo, intimo momento della vostra vita? Non vi è mai capitato di trovarvi in un luogo insospettabilmente familiare e tentare con tutte  le energie di collocarlo nel tempo e nello spazio?
O, ancor meglio, rimanere immobili nel luogo del cuore stringendo le palpebre nell’audace impresa di ricostruire quel ricordo, sentire la stessa carezza d’aria, le stesse voci in lontananza, gli stessi odori infilarsi impertinenti nelle narici?

Se ci avete provato senza successo, se avreste voluto provarci ma vi ha frenato il timore che qualcuno vi stesse guardando, o se non c’avete nemmeno mai pensato “Dear Photograph” potrebbe fare al caso vostro. Tutti sappiamo che “le fotografie fermano il tempo”, nessuno si è mai preoccupato però di verificare se ciò sia vero. Qualcuno  ha quindi deciso di avventurarsi, in chiave molto romantica, in questa indagine.

Dear Photograph (http://dearphotograph.com )è un invito per nostalgici e non a tornare sui luoghi della propria vita, quei  luoghi custoditi negli scatoloni impolverati dal tempo in cui vecchie fotografie distrattamente fanno da guardia ai ricordi più belli.                                              Prendere parte al progetto è semplice: scegliete una foto del vostro passato, ritornate li dove fu scattata e  aspettate di scoprire quale effetto può fare guardare il tempo che passa dritto negli occhi. Su quello stesso prato, in quella stessa casa con un click, forse questa volta digitale, potrete emozionarvi sovrapponendo materialmente il passato al presente. Un solo click e l’unione è compiuta. Così, su una pagina web bianca, essenziale, minimalista si susseguono foto di foto intervallate dalle confidenze che gli autori fanno alla cara fotografia in questione.  
Alcune “letterine” passano inosservate altre, come quella di Laura, riescono a rubarti il cuore e catapultarti per un attimo nella vita degli altri.
Così scrive Laura rivolgendosi alla sua foto:
‘’Dear Photograph.
My grandpa doesn’t recognize me anymore, but he still smiles every time I show him this picture. I hope that deep inside he remembers how much I loved hanging out with him..
Love, Laura ‘’

E’ divertente scorrere la pagina e notare come alcune fotografie combacino perfettamente, come gli sfondi siano rimasti identici, immutati, immobili nel tempo. E’ anche divertente però guardare la mano d’adulto che regge la fotografia in cui è ritratta la stessa mano ma in formato bambino; qui il tempo è rimasto un po’ meno fermo. Potremmo lasciarci andare a riflessioni malinconiche, potremmo discutere della doppia natura del tempo, una natura che conserva e corrode insieme, che sancisce la staticità di alcune cose e impone il cambiamento ad altre, ma non lo faremo.

Approfitteremo invece della bontà di questo progetto fotografico per recuperare momenti della nostra vita di cui non avevamo più memoria. Sarà lo spunto per sorridere di quella giornata di autunno in cui c’eravamo tanto divertiti, o di quell’inverno in cui nevicò come non succedeva da trent’anni.

Con la Gattopardiana consapevolezza che “tutto cambia per non cambiare nulla”, ci prenderemo il bello del tempo che decidemmo di fermare e ci sentiremo proiettati sulla linea di un Cronos sempre recuperabile, infinito.

 

Fonti: http://dearphotograph.com

 

Angela Alexandra D’Orso- www.opennews.it

 

 

Lo spuntino fotografico 11- Una fetta di krovrizka

Le opinioni che vengono a formarsi nella nostra mente derivano in maniera inequivocabile dal modo in cui guardiamo al mondo. Possiamo scegliere di farlo senza filtri, rischiando di rimanere abbagliati dal sole riflesso negli specchi d’acqua che ci circondano; oppure da un oblò, come cantò Gianni Togni; o magari attraverso il vetro deformante di una bottiglia di vino, come ha scelto di fare Alexey Brodovitch.

Il bronzo è lo specchio del volto, il vino quello della mente“, disse Eschilo. é andare fuori dagli schemi che permette di non vedere tutto ciò che gli altri vedono.

La krovrizka si sposa perfettamente con il buon vino, dicono. In Russia poi si preferisce abbandonarsi agli zuccheri lontano dai pasti, nel pomeriggio. Приятного аппетита !

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico10- Un bicchiere di vin brulé

Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve.

C’è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: guardare altrove.

Così, cogliamo l’occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, scoprendo quante illimitate possibilità di composizione possono offrire. Questo sembra avere fatto Aaron Ruell, che ha addirittura coinvolto nell’operazione l’unico anziano nel vicinato che non apparisse esaltato dal cambiamento climatico.

Aiutati nella creatività da un buon bicchiere di vin brulé, almeno ciò che ne risulterà non sarà l’ennesima foto del cancello innevato, che in fondo è sempre il solito arnese arrugginito, solo con il vestito della festa.

 

Chiara Piotto

UNHATE: un concetto moderno?

1991- Benetton lancia una campagna spinosa sotto l’audace talento di Oliviero Toscani. Un prete e una suora si baciano su cartelloni, riviste di moda e non, lasciando un segno calcato tra le critiche e gli stupori.

2011- Ben venti anni dopo è sempre Benetton a portare allo scoperto una campagna pubblicitaria provocatoria che stavolta mette però in gioco non soltanto i fanti , ma anche le principali pedine della scacchiera: torri, re, regine, bianchi e neri senza distinzioni.

UNHATE  fa sfilare, tutti debitamente photoshoppati, baci fra coppie improbabili come Merkel- Sarkozy, Barack Obama e Hu Jintao, Benedetto xvi e l’Imam Al Azhar; ma se gli abbinamenti Germania-Francia e Stati Uniti-Cina possono richiamare i più agguerriti mondiali di calcio, è sull’ultimo binomio che si gioca veramente la finale.

Chiedendo la prima impressione a riguardo ad un target tra i 15 e i 58 anni tuttavia i risultati sono stati sorprendenti:

il 33% ha trovato l’idea geniale;

un altro 33% invece poco originale, uno sbiadito richiamo al ventennio scorso;

il 17% non si è detto colpito in alcun modo particolare;

altro 17% quello che ha tiepidamente “apprezzato l’idea”;

ma ciò che colpisce sono i due 0% su “dissacrante” e “sconcertante”; nessuna critica negativa, nessuno shock..

Eppure, c’è qualcuno che sicuramente la pensa diversamente. Il 17 novembre 2011 il Vaticano chiede e ottiene il ritiro dell’immagine riguardante il Papa. Benetton ripiega immediatamente, abbassa le orecchie e si spegne con un sommesso riferimento al “solo intento del nostro marchio di combattere la cultura dell’odio in ogni sua forma“.

Non tutte le storie d’amore durano per sempre; neanche con le magie del computer.

Menomale però che almeno la Merkel e Sarkozy, nella loro dolce finzione, sembrano davvero felici.

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico9- marshmallows colorati

C’è chi preferisce il duro impatto del bianco e nero che scolpisce le ombre e rende secche le curve dell’incarnato; c’è chi potrebbe obiettare che quest’immagine di Steve Mc Curry non sia blu, ma verde, ed in fondo ci si chiede anche come sia possibile capire se il mio blu sia lo stesso blu degli altri, che cosa sia di fatto il blu.

Certo è che un buon fotografo deve saper mescolare, sfruttare le sfumature cromatiche come e meglio di un buon pittore. Un problema puramente estetico, se vogliamo. Ma che ne sarebbe stato della Cappella Sistina se Michelangelo avesse abbinato fucsia e arancione, cosa della prima impressione se il giorno del primo colloquio aveste portato sopra a dei pantaloni verdi una giacca rossa, magari completata da una cravatta di un bel verde semaforico?

“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”, disse Vasilij Kandinskij.

Perciò gustate i vostri morbidi marshmallows colorati, per la foto di classe mettete una maglietta della tinta giusta ed evitate il più possibile di cambiare i colori con Photoshop;  da chi capiterà nei vostri stessi posti e non vi ritroverà quelle sfumature, vorrete forse difendervi parlando di relatività di percezione cromatica?

 

Piotto Chiara

Lo spuntino fotografico8- un pain au chocolat

Inutile negarlo, lo so che alla vista di questa fotografia siete rimasti lì imbambolati, come pioppi.

C’è poco da fare, è qualcosa di più dell’immagine di un viale alberato e non solo perchè l’ha scattata H.C.Bresson, o forse si, perchè di solito questo genere di foto riesce con la magneticità di una calamita souvenir comprata in un negozio tutto a 99 cent.

Eppure i busti sfilano come ballerine il giorno dello spettacolo di danza, con gli chignons lucenti e immobili; e proprio come una ballerina entrando in scena apre le braccia in un gesto di pura eleganza, anche questi alberi abbracciano lo sguardo, in punta di piedi.

Teniamoci leggeri, in vista della danza.

Bon appétit!

Piotto Chiara

Università di fotografia: si, ni o no?

Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.

Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:

“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti  di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.

Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.

“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”

Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”,  per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.

 

Chiara Piotto

Lo spuntino fotografico 7- madeleines ai mirtilli

Mettendo al negativo lo scorso spuntino con il pannoso effetto bianco di Gardin, eccoci avvolti dall’effetto nero di Jeanloup Sieff, al suo giocare con il vedo-non vedo.

Insomma, bisogna sempre ricordare che la macchina fotografica, in quanto oggettino totalmente nelle nostre mani, ci da la possibilità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare all’ombra, concedendo alle mani esperte il dono di un’arte raffinata.

Certo, se quella cioccolata calda era lattea nella sua leggerezza, l’effetto nero delle madeleines si fa misterioso, diverso come lo yin dallo yang, come l’Italia dalla Francia.

 

Chiara Piotto

 

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