Chiudete gli occhi, lasciate andare libera la vostra mente. Non avete mai provato a rivivere nei pensieri un solo, piccolo, intimo momento della vostra vita? Non vi è mai capitato di trovarvi in un luogo insospettabilmente familiare e tentare con tutte le energie di collocarlo nel tempo e nello spazio?
O, ancor meglio, rimanere immobili nel luogo del cuore stringendo le palpebre nell’audace impresa di ricostruire quel ricordo, sentire la stessa carezza d’aria, le stesse voci in lontananza, gli stessi odori infilarsi impertinenti nelle narici?
Se ci avete provato senza successo, se avreste voluto provarci ma vi ha frenato il timore che qualcuno vi stesse guardando, o se non c’avete nemmeno mai pensato “Dear Photograph” potrebbe fare al caso vostro. Tutti sappiamo che “le fotografie fermano il tempo”, nessuno si è mai preoccupato però di verificare se ciò sia vero. Qualcuno ha quindi deciso di avventurarsi, in chiave molto romantica, in questa indagine.
Dear Photograph (http://dearphotograph.com )è un invito per nostalgici e non a tornare sui luoghi della propria vita, quei luoghi custoditi negli scatoloni impolverati dal tempo in cui vecchie fotografie distrattamente fanno da guardia ai ricordi più belli. Prendere parte al progetto è semplice: scegliete una foto del vostro passato, ritornate li dove fu scattata e aspettate di scoprire quale effetto può fare guardare il tempo che passa dritto negli occhi. Su quello stesso prato, in quella stessa casa con un click, forse questa volta digitale, potrete emozionarvi sovrapponendo materialmente il passato al presente. Un solo click e l’unione è compiuta. Così, su una pagina web bianca, essenziale, minimalista si susseguono foto di foto intervallate dalle confidenze che gli autori fanno alla cara fotografia in questione. 
Alcune “letterine” passano inosservate altre, come quella di Laura, riescono a rubarti il cuore e catapultarti per un attimo nella vita degli altri.
Così scrive Laura rivolgendosi alla sua foto:
‘’Dear Photograph.
My grandpa doesn’t recognize me anymore, but he still smiles every time I show him this picture. I hope that deep inside he remembers how much I loved hanging out with him..
Love, Laura ‘’
E’ divertente scorrere la pagina e notare come alcune fotografie combacino perfettamente, come gli sfondi siano rimasti identici, immutati, immobili nel tempo. E’ anche divertente però guardare la mano d’adulto che regge la fotografia in cui è ritratta la stessa mano ma in formato bambino; qui il tempo è rimasto un po’ meno fermo. Potremmo lasciarci andare a riflessioni malinconiche, potremmo discutere della doppia natura del tempo, una natura che conserva e corrode insieme, che sancisce la staticità di alcune cose e impone il cambiamento ad altre, ma non lo faremo.
Approfitteremo invece della bontà di questo progetto fotografico per recuperare momenti della nostra vita di cui non avevamo più memoria.
Sarà lo spunto per sorridere di quella giornata di autunno in cui c’eravamo tanto divertiti, o di quell’inverno in cui nevicò come non succedeva da trent’anni.
Con la Gattopardiana consapevolezza che “tutto cambia per non cambiare nulla”, ci prenderemo il bello del tempo che decidemmo di fermare e ci sentiremo proiettati sulla linea di un Cronos sempre recuperabile, infinito.
Fonti: http://dearphotograph.com
Angela Alexandra D’Orso- www.opennews.it

C’è chi preferisce il duro impatto del bianco e nero che scolpisce le ombre e rende secche le curve dell’incarnato; c’è chi potrebbe obiettare che quest’immagine di Steve Mc Curry non sia blu, ma verde, ed in fondo ci si chiede anche come sia possibile capire se il mio blu sia lo stesso blu degli altri, che cosa sia di fatto il blu.
Certo è che un buon fotografo deve saper mescolare, sfruttare le sfumature cromatiche come e meglio di un buon pittore. Un problema puramente estetico, se vogliamo. Ma che ne sarebbe stato della Cappella Sistina se Michelangelo avesse abbinato fucsia e arancione, cosa della prima impressione se il giorno del primo colloquio aveste portato sopra a dei pantaloni verdi una giacca rossa, magari completata da una cravatta di un bel verde semaforico?
“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”, disse Vasilij Kandinskij.
Perciò gustate i vostri morbidi marshmallows colorati, per la foto di classe mettete una maglietta della tinta giusta ed evitate il più possibile di cambiare i colori con Photoshop; da chi capiterà nei vostri stessi posti e non vi ritroverà quelle sfumature, vorrete forse difendervi parlando di relatività di percezione cromatica?
Piotto Chiara

Silvia Pareschi lavora come traduttrice letteraria da più di dieci anni. Fra gli autori da lei tradotti figurano, oltre a Jonathan Franzen di cui ha tradotto quasi tutto, Cormac McCarthy, Don DeLillo, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Amy Hempel, Nathan Englander, Annie Proulx, David Means e T. C. Boyle.
Attualmente vive a metà fra l’Italia e San Francisco, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats, di cui ha tradotto in italiano una raccolta di racconti, “Il libro dell’ignoto”. Quando è negli Stati Uniti continua a tradurre, e in più insegna l’italiano agli americani. Si è resa disponibile per un’intervista con noi di OpenNews.
Come è arrivata alla traduzione? Il suo percorso formativo?
‘Mi sono laureata in Lingue e poi ho seguito il Master in Tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi.’
Lei ha frequentato la scuola Holden di Alessandro Baricco, quanto può essere insegnato sul mestiere di scrittore? E quanto su quello del traduttore, da una scuola specializzata?
È una questione piuttosto controversa. A mio parere, scuole come queste servono a raffinare le capacità di chi è già portato per il mestiere, a orientarlo nel percorso da seguire e a fargli conoscere persone dell’ambiente che potranno essergli utili.
Nel tradurre un testo, e questo vale in modo particolare per i romanzi, è meglio trasformare per poter meglio rendere una cosa in italiano o lasciare il testo il più vicino possibile all’originale? Lo stile sopra l’idea ed il messaggio, o viceversa?
La difficoltà del lavoro del traduttore consiste proprio nel riuscire a mantenere un equilibrio tra l’aderenza al testo, che deve sempre essere l’obiettivo principale, e la resa in un italiano non tanto “bello” quanto “autentico”. Cioè, come diceva Calvino, “in una prosa che si legga come fosse stata pensata e scritta direttamente in italiano”.
E quindi, cosa differenzia un’ottima traduzione da una mediocre?
La mancanza di quell’equilibrio, vale a dire un italiano ricalcato sulla lingua dell’originale, che rimane visibile in trasparenza sotto la versione tradotta, oppure un italiano troppo “libero”, che si è dimenticato del proprio dovere di adesione all’originale.
Per esempio, per i dialetti? Per le parole intraducibili e create ad hoc per il romanzo, si inventa un termine nuovo o si lascia quello originale?
In genere si cerca di inventare un termine nuovo che sia efficace quanto quello originale. Per farsi un’idea delle acrobazie linguistiche che il traduttore deve spesso compiere, si può dare un’occhiata alla bella rubrica “La parola al traduttore” che si trova sul sito dei dizionari Zanichelli online. A questo indirizzo si trova il mio contributo, con un aneddoto sulla traduzione di Libertà: http://dizionari.zanichelli.it/la-parola-al-traduttore/2011/11/17/silvia-pareschi/
Quanto c’è del traduttore nel libro che leggiamo? Nel tradurre ci si trasforma nell’autore o si mantiene un’autonomia stilistica?
Per quanto al traduttore si richieda di essere “trasparente”, è impossibile che riesca ad annullare completamente la propria presenza. Diciamo che in questo caso il gioco di equilibri consiste nella capacità, solo apparentemente contraddittoria, di trasformarsi nell’autore pur mantenendo una propria autonomia stilistica.
Quindi nessuna crisi d’identità?
Un po’ sì. Spesso, quando scrivo qualcosa di mio, mi ritrovo a scrivere come lo scrittore che sto traducendo. Dopo un po’, si spera, le influenze vengono assimilate e digerite, e la traduzione si trasforma anche in una formidabile scuola di scrittura.
Il rapporto con l’autore? Esempio Jonathan Franzen - ricordo, l’ha citata in diretta da Fazio a Che tempo Che Fa complimentandosi per il suo lavoro - è necessario conoscere l’autore personalmente per avere una buona traduzione?
No, non è affatto necessario, ma aiuta. Magari non per forza conoscerlo di persona, ma avere la possibilità di contattarlo per sottoporgli i nostri dubbi è senz’altro un grosso vantaggio.
Da lettore ho sempre paura a conoscere gli scrittori che amo per paura che rovinino le mie aspettative e l’immagine che ho di loro però non posso fare a meno di chiederle, come ci si sente ad avere un rapporto personale con uno degli autori più celebrati del nostro secolo?
Be’, diciamo che incute una certa soggezione!
Come si arriva a tradurre un determinato autore e non un altro? Si rifiuterebbe mai di non lavorare su uno scrittore che non le piace?
Di solito è la casa editrice che propone al traduttore di lavorare su un determinato libro. In genere non mi capita di rifiutare traduzioni, tranne una volta, quando non accettai di tradurre un libro lontanissimo dalla mia sensibilità, con il quale non intendevo avere alcun rapporto, e che quindi non sarei stata in grado di rendere al meglio.
Cosa è cambiato nella traduzione in italiano nel corso del ’900?
Il vero cambiamento è arrivato con l’avvento di internet, che ha semplificato notevolmente le ricerche e ha reso possibile tradurre in modo più veloce e accurato.
Lo chiedo perché recentemente la Montagna Incantata di Thomas Mann (Mondadori) è stata ritradotta in italiano, cambiando addirittura il titolo. È giusto tradurre nuovamente un testo, per esempio ottocentesco per renderlo più attuale, e forse leggibile, o è meglio una traduzione che rispecchi lo stile dell’epoca?
Si tratta di una delle questioni più dibattute, quando si parla di traduzione. L’originale rimane sempre lo stesso, ma la traduzione cambia, si aggiorna. In realtà, quando una traduzione è buona, invecchia molto meno. Mi è capitato a volte di confrontare la traduzione più recente di un classico con una più datata, e preferire quest’ultima.
Sicuramente lei leggerà i libri in lingua originale, almeno quelli in inglese. Tutte le volte che legge un libro in inglese non le viene da tradurlo? Trova cioè difficile differenziare la lettura di piacere e quella da lavoro?
Per fortuna non mi succede! E se un libro è ben tradotto in italiano non mi succede neppure il contrario, cioè non comincio a domandarmi come poteva essere in inglese.
Tornando a Jonathan Franzen qualche anno fa è stato uno dei pochissimi scrittori nella storia della rivista a finire sulla copertina di Time magazine. Guardando alla situazione italiana, chi potrebbe essere il ‘grande romanziere’ a finire sulla copertina, per esempio, dell’Espresso? Esiste?
Per una volta sarebbe bello se l’Italia si dimostrasse più avanti degli Stati Uniti in materia di parità dei diritti, e, alla luce della polemica sorta in seguito alla scelta di uno scrittore maschio da parte di Time, sulla copertina dell’Espresso ci finisse una donna.
Giulio Silvano
10:04 | Incluso in
Arte,
Tutti |
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Inutile negarlo, lo so che alla vista di questa fotografia siete rimasti lì imbambolati, come pioppi.
C’è poco da fare, è qualcosa di più dell’immagine di un viale alberato e non solo perchè l’ha scattata H.C.Bresson, o forse si, perchè di solito questo genere di foto riesce con la magneticità di una calamita souvenir comprata in un negozio tutto a 99 cent.
Eppure i busti sfilano come ballerine il giorno dello spettacolo di danza, con gli chignons lucenti e immobili; e proprio come una ballerina entrando in scena apre le braccia in un gesto di pura eleganza, anche questi alberi abbracciano lo sguardo, in punta di piedi.
Teniamoci leggeri, in vista della danza.
Bon appétit!
Piotto Chiara

Avanza il generale inverno e con lui cresce la voglia di una merenda più consistente e corposa; rivolgiamo allora il nostro sguardo appena sopra le Alpi, all’Austria, dove Ernst Haas, ex Presidente Magnum, ci regala un dolce spunto: lo sfocato.
Sfocato, fuori fuoco, per le foto in movimento, per chi è stanco del nitido perfetto, dell’istante anche troppo facile da delineare con una reflex. Sfumato, d’effetto, caldo, avvolgente, proprio come un kaiserschmarrn.
La prossima settimana chissà, forse un Ciobar sulle Dolomiti.
Chiara Piotto
“Vitalità. Korea Young Design” è la mostra presentata dal Triennale Design Museum di Milano nel quale vengono proposti i lavori dei più interessanti designer coreani.
Secondo incontro, dopo China New Design, del ciclo New Far East Design che ha l’obiettivo di sondare il territorio del design internazionale in particolare orientale, indagando su una realtà meno conosciuta quale la Corea del Sud per valorizzarne cultura e creatività. La Corea è un paese ancora sconosciuto sotto molti aspetti a causa delle sue scarse opportunità facendosi conoscere, tuttavia, in un campo come quello del design potrebbe acquistare una dimensione di spicco a livello globale, e forse anche segnare il passaggio di una “nuova era”.
Kyung Ran Choi, curatore della mostra e direttore dell’Oriental Culture & Design Center, ci parla di una nuova visione segnata in particolar modo da una vitalità che infrange le barriere tra Oriente e Occidente poiché capace di rispettare l’umanità’ in quanto tale, e dunque di comunicare con persone di tutto il mondo. Grazie a un rapporto di scambio con l’Occidente, il design coreano potrà arrivare ad assumere un ruolo di guida nei confronti dei futuri designer di tutto il mondo. Il mercato mondiale del design, infatti, richiede oggetti che siano ancorati al loro luogo di origine ma comunque fonte di continua innovazione.
Affiora uno scenario che partendo dalle forniture design, fashion design e design del gioiello, comprende anche
le nuove forme di comunicazione multimediali e l’impiego di tecnologie 3D, esponendo così oggetti non solo industriali, ma anche artistici. La mostra, infatti, si apre col documentario Twelve scenes diretto dall’artista coreano Joon Soo Ha, che vuole rappresentare la sua personale visione del contesto sociale e culturale coreano tramite una serie di immagini simboliche che ritraggono scenari sia urbani sia naturali. Altro esempio è Urban noise, opera interattiva che riproduce suoni e rumori provenienti da un ambiente urbano come quello di Seoul, capitale della Corea, che con i suoi dieci milioni di abitanti è selvaggiamente influenzata dal processo di modernizzazione. L’opera vuole comunicare la vitalità insita nella società coreana tramite un’esperienza tutta interattiva, che mostri come veniamo toccati dal progresso tecnologico.
La mostra si propone inoltre di scoprire un design pregno di valori cha valgano a livello globale, come l’utilizzo di materiali ecologici per la produzione dei singoli oggetti e l’uso responsabile di energia. Un design che sia legato all’uomo, fulcro di tutte le opere e che lo proietti al futuro, tenendo conto del fattore riguardante benessere ed estetica che gli necessitano per vivere la vita giorno dopo giorno.
Phenomena – Room divider and Flat siting di Sang Hun Kim, propone una serie di componenti d’arredo in frassino, progettati appunto, a misura d’uomo. Il design coreano, grazie alle sue particolarità, diventa un simbolo di scambio tra Oriente e Occidente, tracciando così un percorso di sviluppo di questo paese che, grazie alla tensione costruttiva fra tradizione e innovazione, sarà in grado di affermarsi a livello internazionale, creando un dialogo globalmente condiviso.
Lilia Mokrani

Stavolta, forse la merenda vi sarebbe rimasta un tantino indigesta, per questo la casa ha optato per qualcosa di più forte.
Forte come la foto di oggi, come quasi tutti gli scatti di Oliviero Toscani (classe 1942): provocante.
Provocare le abitudini mentali dello spettatore, stupire, colpire, non limitarsi a lanciare ma scalfire messaggi.
Da lui questo possiamo imparare, a osare e a intendere.
Giù tutto in un colpo,
al prossimo mercoledì,
Chiara Piotto
Guanciotte paffutelle, vestitini vezzosi e mani morbide, i soggetti di molte foto di Giselda Biagini son così belli che paion confetti.. Ma anche mamme ritratte nel pieno splendore di una pancia sporgente per l’attesa, quadretti di famiglia al completo, l’amore negli occhi di due innamorati. Una patina di zucchero filato, i petali di ciliegio avvolgono le sue fotografie, segno di una bravura e delicatezza tutte personali.
-nel tuo portfolio si trovano ritratti di varia natura, ma possiamo dire che il meglio di te viene fuori quando si tratta di maternità e infanzia.. come mai questa scelta, frutto della tua sensibilità particolare?
adoro fotografare
quello che scatena in me più sentimento, ogni donna dopo aver provato la gravidanza sulla sua pelle sa che non c’è cosa al mondo che ti scatena più emozioni di quel periodo tutto speciale per ogni donna.
Adoro fotografare queste fasi perchè ravvivano in me i sentimenti che vivo e ho vissuto.
Trovo che non ci sia cosa migliore di fotografare qualcosa che ti emoziona, in questo modo si da alla foto senz’altro qualcosa di più.
-C’è anche da dire che i tuoi bambini sono particolarmente fotogenici! Non devono esser facili da mettere nella giusta posa.. Che strategia utilizzi?
I miei bambini ringraziano, no bhè anche loro vengono male in certe foto, occhi chiusi, fuga dall’obbiettivo ecc ecc
I bimbi almeno sotto i 3 anni vanno distratti, con giochi, canzoni, come fotografare una bimba di due anni che balla il waka waka, o fotografare un bimbo di 18 mesi che abbraccia l’orsetto, bisogna stare pronti ad immortalare quel bacio sul nasino del peluche che prima o poi arriva.
Certo ci vuole pazienza ma il risultato è garantito, anche perchè i bimbi sono sempre più fotogenici degli adulti grazie alla loro naturalezza.
-I bambini sono un soggetto sempre più controverso per la fotografia.. ci si pone sempre la domanda se sia giusto o meno ritrarli, pubblicarne le immagini..
Credo che le pubblicazioni vadano fatte con criterio, noi vediamo i bimbi con occhi di mamme, futuri genitori…ma si sà al mondo non tutti hanno innocenza nel vedere certe foto, quindi ovviamente le foto da pubblicare vanno scelte salvaguardando i bimbi;consiglio di non pubblicare MAI foto dove i bimbi hanno scoperte parti intime, come la classica foto sul lettone che i nostri genitori ci hanno fatto, io stessa nelle foto ai neonati cerco sempre già in fase di posa di coprire certe zone, per la foto stessa e per loro.
-C’è chi opta per il ritratto da studio, chi per quello ambientato.. Quali sono a tuo parere i pro e i contro?
Io sono per la luce naturale sempre comunque, che sia in studio o all’aperto.
Seguo da anni una corrente fotografica americana di fotografi che usano solo luce naturale, scegliendo strutture per la sala posa con finestre molto ampie che diano modo di eseguire photoset finchè il sole ne da possibilità.
Questa dona alla foto un aspetto più pulito e apparentemente semplice.
-Un consiglio da chi se ne intende.. quali ottiche sono preferibili quando si tratta di ritratti, tu quali utilizzi?
Io sono riuscita a permettermi delle ottiche “serie” solo ultimamente sicuramente certi obbiettivi fanno la differenza come risoluzione, luminosità.
Io uso per di più il Canon 24-70L e il 100L per i dettagli macro, ma spessissimo uso il canon 50 f1,8 luminosissimo, ottimo sfuocato e super economico!
-Infine, il mezzo Photoshop si fa strada sempre di più.. quanto e come è consentito a tuo parere?
photoshop mon amour!!!
Ai miei inizi l’ho utilizzato moltissimo e penso che questo mi abbia permesso successivamente di conoscerlo e di alleggerirmi, anche se mi rendo conto che non si impara mai abbastanza su photoshop.
Al momento lo utilizzo per regolare luci e temperature colore, ogni tanto mi capita anche di apportare migliorie a pelle…la regola però è “migliorare senza stravolgere“: in una foto devi essere al meglio ma te stesso, se cambi troppo non è più fotografia ma “magia”!
Chissà che a breve le foto di Giselda non compaiano sulla copertina di qualche diario, quaderno o agenda?
Da tutti gli amanti dello zucchero filato, i nostri migliori complimenti!
ecco il link del suo sito, per una sbirciatina in più:http://www.giseldabiagini.com/Giselda_Biagini_/home.html
Chiara Piotto
“Leica X1 Talent è un progetto che mira a scoprire i nuovi talenti della fotografia italiana. Chi pensa di avere talento fotografico può accettare la sfida e mettersi in gioco, per mostrare le proprie immagini e farsi votare dal pubblico. Si vota solo attraverso Facebook, ma si potrà usare anche Twitter per promuoversi e raggiungere il maggior numero possibile di utenti della rete. Per questo ogni partecipante accetterà “l’amicizia” e il “following” di Leica. Chi vota potrà esprimere il suo “like” senza alcuna formalità o registrazione (…)”
E’ firmato Leica il nuovo concorso interattivo che sta facendo impazzire la rete nell’ultimo mese. Come il regolamento impone, le proprie preferenze potranno essere espresse solo ed esclusivamente attraverso Facebook e Twitter.
Questa concorso non si distingue per il canale telematico, numerose sono infatti le competizioni che viaggiano sul web e di cui il web decide le sorti. La novità che invece caratterizza” Leica 24×36” sta tutta nel magico connubio con Facebook e Twitter.
La facilità con cui è possibile mettere in gara i propri lavori e farli votare da amici, parenti e non solo, ha garantito il successo di questa iniziativa. Sulla mia pagina Facebook vedo continuamente apparire link che rimandano ad emergenti artisti italiani iscritti alla competizione. Amatori, professionisti, grandi e piccoli, tutti hanno voglia di far vedere di cosa sono capaci, cosa i propri occhi sono in grado di cogliere.
L’arte e dintorni si avvicina sempre più all’uomo qualunque, all’impiegato che mai avrebbe immaginato di essere in grado di emozionare qualcuno con una fotografia, alla maestra di scuola che l’arte l’ha solo venerata nei musei, alle fresche generazioni che sono invece più abituate a disegnare l’immagine di se stessi.
Il concorso è aperto a qualsiasi tipo di fotografia, photoshoppata, a colori in b&n, scattata con una digitale o con analogica, tutto fa brodo quando si tratta di emozioni.
Al di là di tale iniziativa, che a mio parere palesa la crescente accessibilità del mondo semi professionale della fotografia, sarebbe bello fermarsi per un attimo a riflettere sui cambiamenti che la tecnologia provoca alla nostra percezione del mondo e della realtà.
La possibilità di possedere una macchina che realizza foto di buona qualità diminuisce l’inibizione dello scatto che è colloquio intimo con la propria creatività e sensibilità.
Molte più persone si sentono legittimate a imprimere via pixel ciò che la mente vuole comunicare. Il risultato può essere mediocre o sorprendente, l’importante è che il messaggio arrivi chiaro, e se il messaggio può essere visto dal mondo di Facebook o dagli amici cinguettanti di Twitter è ancora meglio!
Così una mamma divisa tra famiglia e lavoro può rendersi conto di avere molte cose da dire scattando una foto alle trecce d’oro della sua bambina; un giovane laureato in cerca di un’occupazione può meravigliarsi della bellezza irriducibile di un paesaggio autunnale, malgrado il suo impiego stenti ad arrivare.
Certo, potrebbero farlo semplicemente con gli occhi, gioirne per quel breve momento, ma pensare alla propria fotografia in un angolo del web visibile da tutti è un’altra storia; lasciare che questa parli per te senza il bisogno di “metterci la faccia” è sicuramente un incentivo all’immaginazione.
Potrebbe forse accadere che la diabolica macchina di internet con i suoi luoghi di incontro fasulli e virtuali, diventi invece la spinta verso la conoscenza di se,un motivo per lasciar giocare il fanciullo Pascoliano che ognuno di noi tiene nascosto?
Fonti: http://www.lab.leica-camera.it/jspleica/progetto.jsp
Angela Alexandra D’Orso – www.opennews.it
Avrete sentito, in edicola sta uscendo una serie di numeri dedicati ai grandi fotografi della storia, o sarebbe meglio dire “agli storici” della fotografia, le cosiddette pietre miliari.
Ma se ciò che spesso viene riconosciuto è, come scrisse Nietzsche, che “a furia di cercare gli inizi si diventa gamberi”, per non fossilizzarci è sempre bene tenere un occhio attento alle novità che la fotografia propone ogni giorno, nella sua evoluzione, su scala nazionale e non. Tolta quindi la benda da mosca cieca, è questo lo spirito con cui abbiamo incontrato il freelance Alan Maglio, di Milano, professionista nel campo da anni, non che giudice del concorso fotografico FOTO, di cui si è parlato nel precedente articolo.

- Cinema-Alan Maglio
-Ci incontriamo qui principalmente perchè sarai uno dei primi ospiti del progetto “Adolescenti Fluorescenti”; puoi darci qualche indizio su ciò di cui parlerai all’evento?
<Ogni volta che partecipo ad un progetto insieme a nuove persone mi piace cercare di proporre sempre qualche passaggio inedito rispetto alle precedenti occasioni; sto studiando in questi giorni i materiali a mio avviso più adatti da proporre, visto che vengo in Liguria mi è venuto in mente di cominciare raccontandovi la storia di un’immagine, il ritratto di una signora che fa la panettiera a Santa Margherita Ligure e che ho casualmente incontrato in treno. Un incontro imprevedibile che si è trasformato nella promessa di uno scatto fotografico.
Questo per incentivare i ragazzi a cogliere le occasioni che il vivere quotidiano mette costantemente loro di fronte. Ogni giorno ci passano davanti mille spunti per possibili storie da raccontare>.
-Hai deciso di accettare la proposta di essere il giudice del concorso fotografico FOTO; cosa pensi di questa iniziativa? Cosa poi dei suoi protagonisti, credi nella “gioventù bruciata” o nella “gioventù dalle uova d’oro”?
<Penso che il concorso fotografico rappresenti una splendida opportunità per i partecipanti di presentare al mondo i propri scatti e di conseguenza la propria sensibilità.
Sicuramente l’importanza di questa manifestazione spingerà i ragazzi ad impegnarsi per fare del proprio meglio, e questo è sempre positivo. Io non credo che oggi la gioventù sia “bruciata”, forse i veri “bruciati” sono certi diseducatori che riempiono i mass media di esempi negativi, allontanando i giovani da un pieno percorso di crescita che li farà diventare grandi>.
-Sappiamo che la mostra che hai da poco inaugurato a Milano, Fear of the Dark, insieme al fotografo olandese Guus Helms, vuole analizzare le retrovie nascoste di due grandi metropoli europee, Milano e Amsterdam, nelle loro similitudini. Cosa credi che le accomuni?
<Anche il mio precedente lavoro, scattato in Giappone ed in gran parte a Tokyo, si intitolava “Stories of Darkness and Light”. Negli ultimi anni questo tema mi ha interessato molto, l’alternarsi del buio e della luce, la percezione degli spazi urbani e delle storie umane in un’alternanza di brillantezza e coni d’ombra. In “Fear of the Dark“(in mostra fino al 10 ottobre 2011 presso Laundry
in via Vigevano 20 a Milano) tutti i miei scatti sono notturni ma allo stesso tempo caldi, pieni di colori vividi anche se sfocati. Le metropoli sono il luogo per eccellenza della stratificazione, mi interessano molto e mi ci trovo in abbastanza a mio agio. In città mi sembra sempre di setacciare le antiche rovine di una archeologia di storie personali e collettive che si perdono all’indietro per generazioni, in lotta tra loro. Milano ed Amsterdam sono delle piccole metropoli europee, incomparabili per scala alle gradi metropoli mondiali; ogni giorno mi sforzo per capire se questo sia una fortuna o meno…>
-C’è che dice che con la moderna tecnologia e una buona macchina fotografica, un qualsiasi informatico che sappia utilizzare Photoshop possa essere ben più bravo di un buon fotografo. Quale è il tuo parere a riguardo, che cos’è “un buon fotografo”, cosa lo rende tale?
<Anzitutto un buon fotografo è tale per la sua affinata capacità di guardare il mondo. Per far questo non si serve di alcuna strumentazione, saper guardare la realtà (per poi tramutarla in immagine
fotografica) è qualcosa che si sviluppa nell’occhio e nella mente. Senza intuizione, fantasia e coraggio nessuna camera analogica o digitale potrà mai fare il lavoro al nostro posto. Photoshop serve a dare alla materia il trattamento adatto; ma senza la sostanza di un’idea forte seguita da un approccio adeguato, il nostro piatto resta vuoto, Photoshop serve solo ad apparecchiare la tavola nel caso in cui abbiamo cucinato qualcosa di buono. Una volta ho letto una frase eccezionale in una intervista e l’ho fatta mia: “Cosa serve più di tutto ad un bravo fotografo?” la risposta era “Un buon paio di scarpe!”. Azzeccatissimo, preparatevi a camminare>.

-
Vorrei chiederti anche di un altro tuo progetto, Vernacular Digi, a dir poco sorprendente. Che spunto ti ha dato l’idea di compiere questa “restaurazione” di foto trovate nelle memory card dei banchetti dell’usato?
<L’idea centrale di “Vernacular Digi” è che la fotografia abbia una grandissima dignità anche e sopratutto nelle sue espressioni più amatoriali e popolari, vernacolari appunto. Io sono un grande appassionato di quel cosiddetto filone che è la “fotografia di famiglia”, lo considero un inestimabile documento. E poi se ci pensiamo bene, nella storia della fotografia la quantità di immagini scattate “per puro ricordo” surclassa senza dubbio il numero di immagini che contengono un “intento artistico”. Per questo è nato “Vernacular Digi”, per sottolineare l’importanza di un materiale popolare spesso considerato “basso”. E’ stato emozionante recuperare un grosso quantitativo di files per poi intervenirvi liberamente in fase di assemblaggio, diventando in parte co-autore degli scatti>.
-Come hai deciso di intraprendere questa carriera? Sei stato un talento precoce o hai trovato questa passione su una strada già avviata?
<Ho iniziato studiando Grafica e dopo un corso di due anni al C.F.P. Bauer di Milano ho deciso di continuare all’interno dello stesso istituto studiando anche Fotografia, per altri due anni. Oggi lavoro come freelance da circa 8 anni su progetti commerciali ed parallelamente ho portato avanti la mia ricerca personale con mostre e collaborazioni editoriali. Sono molto felice di lavorare quotidianamente con la mia materia preferita, ma al contempo sono ansioso di fare sempre meglio e di più, i margini di crescita sono potenzialmente infiniti ma bisogna lavorare tanto, crederci sempre ed avere un po’ di fortuna… io mi rimbocco le maniche e vado avanti>.

-
Infine, un dettaglio più tecnico.. Di cosa si compone la tua “attrezzatura” favorita?
<La mia attrezzatura varia molto a seconda del lavoro che devo svolgere. Se lavoro su commissione scatto sempre in digitale con una svariata gamma di ottiche applicata a corpi macchina Canon,
in particolare la Canon 5D. Le ottiche che più utilizzo sono il 50 mm e gli zoom 70-200 mm e 16-35mm, il primo di questi resta il mio preferito in assoluto. Quando scatto per progetti personali
utilizzo da un paio d’anni esclusivamente camere analogiche, in particolare ho recuperato la mia prima camera, una Nikon FG del 1982, è diventata la mia solidissima compagna di avventure, assieme a (quasi) una sola ottica, un 50 mm 1.4. Amo le ottiche molto luminose, che mi permettono di scattare in condizione di scarsa luminosità senza utilizzare
alcun tipo di flash. A mio avviso il 50 mm è un’ottica “didattica” ideale se si sceglie di lavorare con una focale fissa>.
Non c’è che dire, il nostro ospite sembra avere le idee ben chiare.. Attendendo di incontrarlo al progetto Adolescenti Fluorescenti, noi prendiamo nota,
sperando di non finire in una frittura di gamberi.
Chiara Piotto