
Spalanchiamo le persiane: neve. Accendiamo il notiziario mattutino: neve. Apriamo una qualsiasi pagina internet:neve.
C’è un solo modo per essere originali, quando tutto intorno a noi pare aver bloccato uno sguardo stupefatto e perso nel bianco fiabesco di una strada: guardare altrove.
Così, cogliamo l’occasione per focalizzare la nostra attenzione non fuori ma dentro casa, tra le nostre cose, scoprendo quante illimitate possibilità di composizione possono offrire. Questo sembra avere fatto Aaron Ruell, che ha addirittura coinvolto nell’operazione l’unico anziano nel vicinato che non apparisse esaltato dal cambiamento climatico.
Aiutati nella creatività da un buon bicchiere di vin brulé, almeno ciò che ne risulterà non sarà l’ennesima foto del cancello innevato, che in fondo è sempre il solito arnese arrugginito, solo con il vestito della festa.
Chiara Piotto
Considerati il trampolino di lancio per gli Oscar, i Golden Globe Awards si sono svolti durante questo primo mese dell’anno. Ad essere premiate le produzioni del mondo del cinema e della televisione che si sono distinte nel 2011.
E’ una delle poche cerimonie che, oltre a mettere sotto i riflettori i grandi di Hollywood, come George Clooney, Meryl Streep, Martin Scorsese (che si sono aggiudicati rispettivamente i premi per miglior attore e attrice protagonisti di un film drammatico e miglior regista), dà rilievo anche ai protagonisti del piccolo schermo, sicuramente più familiari a tutti noi.
Non tutti gli show candidati e premiati sono usciti o sono noti in Italia, ma molti sono quelli dal successo mondiale come Glee, serie televisiva di genere musical che quest’anno non si è aggiudicata nessun premio, o Modern Family, che ha vinto il premio come miglior serie televisiva comica.
Tra le serie, mini serie e film per la tv canditati, ampio spazio al genere giallo, horror o thriller (per esempioAmerican Horror Story, la storia di una demoniaca famiglia americana), ma anche a storie che ci portano indietro nel tempo e raccontano vicende passate, tanto vicine ad oggi, come Mildred Pierce, dove la premiata Kate Winslet interpreta una donna alle prese con le difficoltà della vita durante la grande depressione, o Boardwalk Empire, che porta sullo schermo la vita di Atlantic City nel proibizionismo.
Spionaggio, terrorismo e indagini sono alla base di quella che è stata giudicata la migliore serie drammatica, Homeland, per cui è stata premiata anche l’attrice protagonista Claire Danes.
30 rock, Luther, sono alcuni degli show ormai navigati ed affermati, ma spazio anche alle novità. Tra queste spicca “The killing”, serie tv prodotta da AMC. Il genere è quello thriller e poliziesco per questa serie che si sviluppa tutto attorno all’avvenimento fondamentale della puntata pilota : l’omicidio della diciassettenne Rosie Larsen. Le atmosfere cupe e uggiose di Seattle accompagnano le ricerche di due dectives particolari : lei, Sarah Linden , (Mireille Enos ) tipa tosta, mascolina, vive tra la passione per il lavoro e la difficoltà di crescere da sola un figlio adolescente; lui, Stephen Holder (Joel Kinnaman), poliziotto con metodi di indagine anticonvenzionali e con passato da tossicodipendente.
Una coppia che esce dal clichè della bellissima poliziotta, che più modella sembra, e dell’agente senza macchina né paura, proposto in molte produzioni italiane e non. Apparentemente potrebbe sembrare poco interessante una serie tutta incentrata su un solo caso da risolvere, ma non è così, e si assiste con il fiato in sospeso alle 13 puntate che riproducono i 13 giorni d’ indagine per arrivare all’arresto del colpevole. Un’ indagine che porta non sempre a risultati immediati e corretti, ma che svela i segreti e le ombre che stanno dietro a tutti i protagonisti : la famiglia Larsen, composta da madre padre e due bambini, Belko, il losco socio in affari del padre di Rosie, la zia Terry, il politico Darren Richmond e il suo staff, l’insegnate di Rosie, Bennet Ahmed e la sua giovane moglie incinta. E quando tutti nascondono il loro passato e celano particolari del presente diventa sempre più difficile scoprire chi sia colpevole di aver ucciso la piccola Rosie e chi di non averla protetta da una fine così brutale. In Italia la serie, trasmessa su FoxCrime, sta giungendo al termine: giovedì arriverà sui nostri schermi l’atteso finale di stagione, che finalmente risponderà all’affannosa domanda che ci ha accompagnato fin dalla prima puntata : chi ha ucciso Rosie Larsen? Dalla pagina ufficiale di Facebook arrivano però notizie interessati per tutti quelli che hanno seguito la serie o si sono pentiti di non averlo fatto. E’ prevista l’uscita di un DVD con tutte le puntate della prima stagione, ed è stata annunciata la produzione della seconda stagione. Confermata l’attrice protagonista e quindi la presenza nella seconda serie della detective Linden. Resta ora la curiosità riguardo a quello che dovrà affrontare nei nuovi episodi : nuovi casi da risolvere o nuovi inaspettati sviluppi per l’indagine della prima serie?
Ai posteri l’ardua sentenza. E a chi dovesse obbiettare che riaprire il caso Larsen dopo 13 puntate/giornate di indagine sarebbe assurdo, rispondo che forse sarebbe drammaticamente molto realistico!
Malvina Podestà – www.opennews.it

1991- Benetton lancia una campagna spinosa sotto l’audace talento di Oliviero Toscani. Un prete e una suora si baciano su cartelloni, riviste di moda e non, lasciando un segno calcato tra le critiche e gli stupori.
2011- Ben venti anni dopo è sempre Benetton a portare allo scoperto una campagna pubblicitaria provocatoria che stavolta mette però in gioco non soltanto i fanti , ma anche le principali pedine della scacchiera: torri, re, regine, bianchi e neri senza distinzioni.
UNHATE fa sfilare, tutti debitamente photoshoppati, baci fra coppie improbabili come Merkel- Sarkozy, Barack Obama e Hu Jintao, Benedetto xvi e l’Imam Al Azhar; ma se gli abbinamenti Germania-Francia e Stati Uniti-Cina possono richiamare i più agguerriti mondiali di calcio, è sull’ultimo binomio che si gioca veramente la finale.
Chiedendo la prima impressione a riguardo ad un target tra i 15 e i 58 anni tuttavia i risultati sono stati sorprendenti:
il 33% ha trovato l’idea geniale;
un altro 33% invece poco originale, uno sbiadito richiamo al ventennio scorso;
il 17% non si è detto colpito in alcun modo particolare;
altro 17% quello che ha tiepidamente “apprezzato l’idea”;
ma ciò che colpisce sono i due 0% su “dissacrante” e “sconcertante”; nessuna critica negativa, nessuno shock..
Eppure, c’è qualcuno che sicuramente la pensa diversamente. Il 17 novembre 2011 il Vaticano chiede e ottiene il ritiro dell’immagine riguardante il Papa. Benetton ripiega immediatamente, abbassa le orecchie e si spegne con un sommesso riferimento al “solo intento del nostro marchio di combattere la cultura dell’odio in ogni sua forma“.
Non tutte le storie d’amore durano per sempre; neanche con le magie del computer.
Menomale però che almeno la Merkel e Sarkozy, nella loro dolce finzione, sembrano davvero felici.

Chiara Piotto

C’è chi preferisce il duro impatto del bianco e nero che scolpisce le ombre e rende secche le curve dell’incarnato; c’è chi potrebbe obiettare che quest’immagine di Steve Mc Curry non sia blu, ma verde, ed in fondo ci si chiede anche come sia possibile capire se il mio blu sia lo stesso blu degli altri, che cosa sia di fatto il blu.
Certo è che un buon fotografo deve saper mescolare, sfruttare le sfumature cromatiche come e meglio di un buon pittore. Un problema puramente estetico, se vogliamo. Ma che ne sarebbe stato della Cappella Sistina se Michelangelo avesse abbinato fucsia e arancione, cosa della prima impressione se il giorno del primo colloquio aveste portato sopra a dei pantaloni verdi una giacca rossa, magari completata da una cravatta di un bel verde semaforico?
“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”, disse Vasilij Kandinskij.
Perciò gustate i vostri morbidi marshmallows colorati, per la foto di classe mettete una maglietta della tinta giusta ed evitate il più possibile di cambiare i colori con Photoshop; da chi capiterà nei vostri stessi posti e non vi ritroverà quelle sfumature, vorrete forse difendervi parlando di relatività di percezione cromatica?
Piotto Chiara

Silvia Pareschi lavora come traduttrice letteraria da più di dieci anni. Fra gli autori da lei tradotti figurano, oltre a Jonathan Franzen di cui ha tradotto quasi tutto, Cormac McCarthy, Don DeLillo, Junot Díaz, E. L. Doctorow, Denis Johnson, Amy Hempel, Nathan Englander, Annie Proulx, David Means e T. C. Boyle.
Attualmente vive a metà fra l’Italia e San Francisco, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats, di cui ha tradotto in italiano una raccolta di racconti, “Il libro dell’ignoto”. Quando è negli Stati Uniti continua a tradurre, e in più insegna l’italiano agli americani. Si è resa disponibile per un’intervista con noi di OpenNews.
Come è arrivata alla traduzione? Il suo percorso formativo?
‘Mi sono laureata in Lingue e poi ho seguito il Master in Tecniche della narrazione alla scuola Holden di Torino. Durante il master, mentre seguivo un seminario sulla traduzione, venni notata dalla docente, Anna Nadotti, che mi segnalò alla casa editrice Einaudi.’
Lei ha frequentato la scuola Holden di Alessandro Baricco, quanto può essere insegnato sul mestiere di scrittore? E quanto su quello del traduttore, da una scuola specializzata?
È una questione piuttosto controversa. A mio parere, scuole come queste servono a raffinare le capacità di chi è già portato per il mestiere, a orientarlo nel percorso da seguire e a fargli conoscere persone dell’ambiente che potranno essergli utili.
Nel tradurre un testo, e questo vale in modo particolare per i romanzi, è meglio trasformare per poter meglio rendere una cosa in italiano o lasciare il testo il più vicino possibile all’originale? Lo stile sopra l’idea ed il messaggio, o viceversa?
La difficoltà del lavoro del traduttore consiste proprio nel riuscire a mantenere un equilibrio tra l’aderenza al testo, che deve sempre essere l’obiettivo principale, e la resa in un italiano non tanto “bello” quanto “autentico”. Cioè, come diceva Calvino, “in una prosa che si legga come fosse stata pensata e scritta direttamente in italiano”.
E quindi, cosa differenzia un’ottima traduzione da una mediocre?
La mancanza di quell’equilibrio, vale a dire un italiano ricalcato sulla lingua dell’originale, che rimane visibile in trasparenza sotto la versione tradotta, oppure un italiano troppo “libero”, che si è dimenticato del proprio dovere di adesione all’originale.
Per esempio, per i dialetti? Per le parole intraducibili e create ad hoc per il romanzo, si inventa un termine nuovo o si lascia quello originale?
In genere si cerca di inventare un termine nuovo che sia efficace quanto quello originale. Per farsi un’idea delle acrobazie linguistiche che il traduttore deve spesso compiere, si può dare un’occhiata alla bella rubrica “La parola al traduttore” che si trova sul sito dei dizionari Zanichelli online. A questo indirizzo si trova il mio contributo, con un aneddoto sulla traduzione di Libertà: http://dizionari.zanichelli.it/la-parola-al-traduttore/2011/11/17/silvia-pareschi/
Quanto c’è del traduttore nel libro che leggiamo? Nel tradurre ci si trasforma nell’autore o si mantiene un’autonomia stilistica?
Per quanto al traduttore si richieda di essere “trasparente”, è impossibile che riesca ad annullare completamente la propria presenza. Diciamo che in questo caso il gioco di equilibri consiste nella capacità, solo apparentemente contraddittoria, di trasformarsi nell’autore pur mantenendo una propria autonomia stilistica.
Quindi nessuna crisi d’identità?
Un po’ sì. Spesso, quando scrivo qualcosa di mio, mi ritrovo a scrivere come lo scrittore che sto traducendo. Dopo un po’, si spera, le influenze vengono assimilate e digerite, e la traduzione si trasforma anche in una formidabile scuola di scrittura.
Il rapporto con l’autore? Esempio Jonathan Franzen - ricordo, l’ha citata in diretta da Fazio a Che tempo Che Fa complimentandosi per il suo lavoro - è necessario conoscere l’autore personalmente per avere una buona traduzione?
No, non è affatto necessario, ma aiuta. Magari non per forza conoscerlo di persona, ma avere la possibilità di contattarlo per sottoporgli i nostri dubbi è senz’altro un grosso vantaggio.
Da lettore ho sempre paura a conoscere gli scrittori che amo per paura che rovinino le mie aspettative e l’immagine che ho di loro però non posso fare a meno di chiederle, come ci si sente ad avere un rapporto personale con uno degli autori più celebrati del nostro secolo?
Be’, diciamo che incute una certa soggezione!
Come si arriva a tradurre un determinato autore e non un altro? Si rifiuterebbe mai di non lavorare su uno scrittore che non le piace?
Di solito è la casa editrice che propone al traduttore di lavorare su un determinato libro. In genere non mi capita di rifiutare traduzioni, tranne una volta, quando non accettai di tradurre un libro lontanissimo dalla mia sensibilità, con il quale non intendevo avere alcun rapporto, e che quindi non sarei stata in grado di rendere al meglio.
Cosa è cambiato nella traduzione in italiano nel corso del ’900?
Il vero cambiamento è arrivato con l’avvento di internet, che ha semplificato notevolmente le ricerche e ha reso possibile tradurre in modo più veloce e accurato.
Lo chiedo perché recentemente la Montagna Incantata di Thomas Mann (Mondadori) è stata ritradotta in italiano, cambiando addirittura il titolo. È giusto tradurre nuovamente un testo, per esempio ottocentesco per renderlo più attuale, e forse leggibile, o è meglio una traduzione che rispecchi lo stile dell’epoca?
Si tratta di una delle questioni più dibattute, quando si parla di traduzione. L’originale rimane sempre lo stesso, ma la traduzione cambia, si aggiorna. In realtà, quando una traduzione è buona, invecchia molto meno. Mi è capitato a volte di confrontare la traduzione più recente di un classico con una più datata, e preferire quest’ultima.
Sicuramente lei leggerà i libri in lingua originale, almeno quelli in inglese. Tutte le volte che legge un libro in inglese non le viene da tradurlo? Trova cioè difficile differenziare la lettura di piacere e quella da lavoro?
Per fortuna non mi succede! E se un libro è ben tradotto in italiano non mi succede neppure il contrario, cioè non comincio a domandarmi come poteva essere in inglese.
Tornando a Jonathan Franzen qualche anno fa è stato uno dei pochissimi scrittori nella storia della rivista a finire sulla copertina di Time magazine. Guardando alla situazione italiana, chi potrebbe essere il ‘grande romanziere’ a finire sulla copertina, per esempio, dell’Espresso? Esiste?
Per una volta sarebbe bello se l’Italia si dimostrasse più avanti degli Stati Uniti in materia di parità dei diritti, e, alla luce della polemica sorta in seguito alla scelta di uno scrittore maschio da parte di Time, sulla copertina dell’Espresso ci finisse una donna.
Giulio Silvano
10:04 | Incluso in
Arte,
Tutti |
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Inutile negarlo, lo so che alla vista di questa fotografia siete rimasti lì imbambolati, come pioppi.
C’è poco da fare, è qualcosa di più dell’immagine di un viale alberato e non solo perchè l’ha scattata H.C.Bresson, o forse si, perchè di solito questo genere di foto riesce con la magneticità di una calamita souvenir comprata in un negozio tutto a 99 cent.
Eppure i busti sfilano come ballerine il giorno dello spettacolo di danza, con gli chignons lucenti e immobili; e proprio come una ballerina entrando in scena apre le braccia in un gesto di pura eleganza, anche questi alberi abbracciano lo sguardo, in punta di piedi.
Teniamoci leggeri, in vista della danza.
Bon appétit!
Piotto Chiara
Se è vero che tutto si può migliorare, ci sono cose che si possono imparare, nello specifico studiare, mentre altre “si hanno in dotazione” fin dalla nascita. Prendendo spunto da Cicerone che, qualche secoluccio fa, difendeva a spada tratta l’oratore non solo talentuoso ma sorretto da solide basi culturali, ci chiediamo ora se anche il mestiere del fotografo sia così ed abbia perciò bisogno di rinforzare le sue doti naturali con delle conoscienze nel campo ben più approfondite.
Ce lo chiediamo nello specifico facendo riferimento alle sempre più numerose lauree in fotografia che si affacciano sul nostro panorama accademico. Firenze, Milano, Urbino, Carrara (…) offrono lauree brevi, master, specialistiche in tecnica e cultura fotografica.. ma sarà necessario? Che è stato della pura esperienza sul campo, dell’apprendistato alle calcagna di qualcuno già instradato? Abbiamo chiesto il loro parere a proposito a professionisti che si sono formati in aula, ad altri che hanno seguito una via più tradizionale e ad appassionati neofiti:
“Studiare fotografia penso sia importante se affrontato nel modo giusto..”, risponde Giselda Biagini (protagonista di una scorsa intervista), fotografa professionista laureatasi all’Accademia delle belle arti di Carrara con indirizzo “Arti multimediali”, “Io credo che una passione nasca e si sviluppi anche senza studi; sicuramente conoscere a fondo ciò che si tratta è una marcia in più, ad esempio la storia della fotografia o dell’arte fanno si che un fotografo si apra a diverse influenze e subisca contaminazioni, anche involontarie. La passione però è passione, il talento idem, quello non lo insegna nessuno e forse non serve spendere tanti soldi in scuole private bastano i giusti maestri e un buon terreno pronto a raccogliere semi!”, continua.
Diversi sia il punto di vista sia il parere di Mezzani Marco, fotografo professionista a Milano: “Pur non avendo frequentato un’universita’ (ho avuto modo solo di far tanti corsi medio brevi) penso che la fotografia intesa come arte necessiti di basi molto solide che si ottengono solo con anni di studio. Tuttavia, essendo un mestiere creativo, la base giusta, il vero talento devono esser già presenti, lo studio può perfezionare ciò che già c’è, non fare miracoli; trovo allo stesso tempo fondamentale affiancare allo studio un’esperienza pratica presso uno studio fotografico o un’agenzia”.
“Le Università della fotografia?La mia Università è stata il mio studio nomade e la mia macchina fotografica al collo!” Risponde Carlo Mari, grande professionista del settore, “..oltre a varie scuole, quelle poche che si potavano frequentare alla fine degli anni ’70. Ora direi invece che le università della fotografia sono assolutamente indispensabili, danno un valore aggiunto enorme alla creatività innata. Oggi la concorrenza nella professione è minata da moltissimi improvvisati che pensano che basti avere la CANNON… e partecipare ad un WorkShop per potersi vendere… NO!
Alla base della nostra professione c’è la cultura fotografica e generale. L’università dovrebbe aprire la mente in questo senso oltre al discorso tecnico e organizzativo. Se rinascessi non me la perderei! Oggi il lavoro dietro il mirino della macchina è limitato al 20% del tempo. Tutto il resto, l’80%, fa la professione!
Le difficoltà che incontro oggi nel mondo del lavoro sono dovute in parte ad una mancanza di preparazione mirata non allo scatto ma a tutto il discorso di marketing complice indiscusso del nostro lavoro”.
Infine, ultima ma preziosa, la risposta di una che della fotografia ha fatto non una professione ma una passione, Giulia Riccobaldi: “Dipende dai casi..Certo le università danno la possibilità di approfondire tecnica, storia della fotografia, si imparano a conoscere date, innovazioni e nomi dei grandi maestri, ma secondo me per essere un fotografo è necessaria una dote che non insegna nessuna università, è vedere nell’obiettivo con gli occhi del cuore, con la giusta sensibilità e passione. Tutto il resto si può imparare nei libri da sè, senza il supporto di una struttura accademica.”
Tirando le fila, la reale necessità di un titolo superiore per questa carriera è messa in discussione anche solo dai fatti, aggiungerei, visti i capolavori regalati dai rullini di fine ’800, quando i termini “università” e “fotografia” non si incontravano neppure nei cafè. Tuttavia va riconosciuto come internet e photoshop abbiano trasformato in sabbia il mondo che allora circondava il mestiere del fotografo, ora sempre in movimento in una gabbia fin troppo affollata. Su una cosa però paiono non esserci discordie: ci vuole un pò di predisposizione naturale, se non vogliamo scomodare la parola “talento”, per non finire a cercare di piantare un fiore su una superficie di cemento.
Chiara Piotto

Mettendo al negativo lo scorso spuntino con il pannoso effetto bianco di Gardin, eccoci avvolti dall’effetto nero di Jeanloup Sieff, al suo giocare con il vedo-non vedo.
Insomma, bisogna sempre ricordare che la macchina fotografica, in quanto oggettino totalmente nelle nostre mani, ci da la possibilità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare all’ombra, concedendo alle mani esperte il dono di un’arte raffinata.
Certo, se quella cioccolata calda era lattea nella sua leggerezza, l’effetto nero delle madeleines si fa misterioso, diverso come lo yin dallo yang, come l’Italia dalla Francia.
Chiara Piotto
Oritsema Ejuoneatse sings in memory of George Harrison
On November 29th Liverpool remembered George Harrison 10 years after the former Beatle lost his battle with cancer. The centrepiece of the day was a free concert at St George’s Hall, celebrating George’s life through music. Oritsema Ejuoneatse, a bright young opera singer, was invited to perform.
The free concert was oversubscribed, with fans travelling from all over the world to attend. The Lord Mayor was sitting in the front row. Tsema (this is the label used by many of her friends as well as the one chosen for introducing her to the audience) started the concert with a haunting cappella rendition of “While my guitar gently weeps”.
She appeared on the stage and silence fell. She started singing. Closing your eyes you could truly imagine a beautiful angel singing that perfect song. In re-opening them it was amazing to note that what you were thinking to imagine was actually real. She was followed by the Rebels and Singh Strings. Tsema returned with a moving Bulgarian folk song: “Altun mara”. After that the Liverpool Ukelele Orchestra took to the stage.The Mersey Beatles opened the second part of the show. The Radha Krishna Temple followed. Then Tsema took the stage again and sang “Hear me Lord” accompanied by Jeff Slate. The final performance of the afternoon was by Andre Barreau of the Bootleg Beatles.
Denise Theophilus, first and foremost a George Harrison fan from Liverpool as she likes to define herself, but also the organiser of the concert, backstage said: “This girl has a beautiful voice. I’m sure she will be simply great one day. I first saw her singing in a church and she seemed an angel to me. I though I had to convince her to sing for George and I’m very glad that she accepted. She performed those songs in a unique way. I’m sure George would have loved the way she sang them”.
At the end of the concert I had the chance to ask Oritsema some comments on her performance.
As far as I know, you are an opera singer and you love classical music. What you sang today is quite far from wont. How did you feel while singing these songs here this evening?
I found “While my guitar gently weeps” hard because it was unaccompanied. I feel it could have been better with a quiet piano, something like that. The Bulgarian one was ok, I like it, except I got the words very wrong so I hope no one in Bulgaria hears it! (she gently smiles) I particularly liked “Hear me Lord”, I liked singing with Jeff and Tim. I thought it was fine.
I got the feeling that people particularly appreciated the Bulgarian folk song. They were maybe a bit surprised to hear something like that in this context, probably not all of them knew about the passion that George had for Bulgarian music. Anyway, they seemed all very involved. What do you think about it?
I don’t know! I wasn’t sure if people appreciated it. I found it hard to really judge the audience today. Why did you think people particularly appreciated it?
You are too modest. Well, while you were singing I got the impression that you arrived to feel the emotions that the song was supposed to give quite precisely and thanks to that you succeeded in involving people very much.
Yes, it’s true. Actually, I think some people did like it a lot! Maybe it was one of those types of music that some people really feel and some other people don’t understand.
That was quite a big event. I would say really unique. Do you think that something changed after this performance for you and the place that music has in your life?
I don’t think it has changed so much for me. Or maybe a little. I think it made me more open-minded. Before I used to really not like to sing pop songs and grumble about it when someone asked it for their wedding.
How did you start singing?
When I was very young I first got some lessons of guitar, but I changed very soon for piano. Then I started to sing in church. I basically trained myself at the beginning. Then I moved to Oxford for my studies and I continued to sing in the choir at the college. Oftentimes I got some lessons from very good teachers. From some months I started to take it even more seriously. Maybe also because after university I understood that opera and singing in general is something for me very important and that I definitely want to keep and pursue in my life.
You are now 22. Last year you graduated in History at Oxford University. You have worked at Coven Garden and at IMG Artist in London. You are currently Marketing Assistant at the Royal Liverpool Philharmonic. That looks like an impressive start for a shining career. How do you cope all those things with your passion for singing? Also, what about your family? Do your parents support you in your dream to become a famous singer?
Well, Mummy has been telling me to record songs and make business cards and sell CDs, that was something I thought of doing before, but that was just before I ended up moving to London for a few months and since then I’ve been quite busy. I have a million things to do and I never seem to get round to doing any. As well, each time I have actually booked the recording studio, I always feel like my voice is a bit sick or not quite the best and recording I want it to be perfect but it’s probably something psychological as well.
Her voice is simply fantastic, powerful and the way she sings is extremely involving. I would not be surprise to see her coming to the fore very soon. With her positive energy and astonishing beauty, each time she sings she doesn’t only let people enjoy good music and have fun, rather she gives to people something deeper and more precious to keep for their life. Just as George did.
EM – www.opennews.it
Dicembre : tempo di bilanci per l’anno che sta terminando ma anche tempo di pronostici e previsioni per l’anno che verrà. Nella vita ma anche nel cinema.
Proprio ora infatti iniziano a circolare i titoli e i trailer dei film che verranno proposti nell’arco del 2012. Scorrendo la lista, proposta dal sito mymovies.it, dei 613 film in uscita nel 2012, noto che sono sempre di più i film fantasy o fantastici. Ormai il vampiresco sembra essere un genere a sé : in uscita, per fare solo alcuni esempi, l’epilogo della famosissima saga di Twiligh, “Dracula in 3D” con cui Dario Argento porterà sullo schermo il padre per eccellenza dei vampiri , e addirittura Ambraham Lincoln dovrà vedersela con i vampiri nel film di Timur Bekmambetov (noto regista di Matrix).
Ma nel genere fantasy stupiscono i numerosi film che propongono favole e fiabe tra le più universalmente note. Ecco alcuni dei titoli :
“Hansel e Gretel witch hunters” una versione 3D per riportare sullo schermo i due fratelli ormai cresciuti, diventati vendicativi cacciatori di streghe; “Mermaid: A Twist On the Classic Tale” pellicola in produzione che racconterà la storia di una Sirenetta determinata a salvare il proprio regno.Saranno poi due le pellicole che nel 2012 faranno rivivere la storia di Biancaneve : “Biancaneve e il cacciatore” incentrato sulla lotta per la supremazia di potere e bellezza tra la regina del male, una bellissima e spietata Charlize Theron, e Biancaneve, esperta e feroce guerriera, interpretata da Kristen Stewart, ormai veterana del genere fantasy.
La pellicola rivale sarà “Mirror Mirror”, che dal trailer emerge con toni comici e colorati e vede un’altra big di Hollywood, Julia Roberts, nei panni della regina cattiva. E qui Biancaneve (Lily Collins) potrà di nuovo contare sull’aiuto dei suoi 7 fidati amici per riconquistare il bel principe (Armie Hummer, viso noto per The social Network), il tutto in un’ atmosfera “narniana” e “alla Burton”. E dopo la Sirenetta e Biancaneve non tarderà a tornare sugli schermi “La bella e la bestia”. Anche se non si hanno ancora conferme ufficiali, il film diretto da Guillermo del Toro vedrà un’altra reginetta del fantasy, Emma Watson, nei panni di Bella.
In realtà anche nel passato ispirazioni fiabesche si sono fatte sentire nel mondo della cinema e non solo. Ricordiamo “Cappuccetto rosso sangue”, uscito lo scorso aprile, una versione dark e cruda con Amanda Seyfried nei panni di una Cappuccetto Rosso adulta. Sicuramente più conosciuta e apprezzata la rivisitazione di Tim Burton di un altro notissima favola : “Alice in wonderland”, uscito nel 2010 (Alice che ispirò anche i videoclip di Gwen Stefani o di Jessie J).
Mentre sembra che la tendenza dei film\cartoni animati per bambini sia quella di riproporre in tutte le salse opere di successo, attraverso prequel, sequel o spin off (vedi Shrek, Madagascar o l’Era Glaciale), le vere e proprie favole, che accompagnavano l’infanzia, soprattutto nella versione Disney, oggi vengano riproposte solo con toni dark, violenti, sensuali e adatti quindi a un pubblico esclusivamente adulto.
In questo quadro di rovesciamento delle trame e dei destinatari una favola moderna forse ci potrà salvare : l’uscita di “The Hobbit”, il prequel della saga de “Il signore degli anelli” (scritto da Tolkien, non un prequel improvvisato), che si spera potrà eguagliare la grandiosità della la trilogia dello stesso regista Peter Jackson. Ma come per tutte le cose migliori, o le aspiranti tali, l’attesa è lunga : ne parleremo il prossimo dicembre.