How can 25$ Change an Economy?

Cosa c’è di così grande nell’erogazione di piccolissimi prestiti alla povera gente? Il viso si illumina in un sorriso quasi timido, discreto, umile. E’ Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006, e, sorprendentemente, non è in grado di rispondere. E’ questa la domanda che sta alla base della Grameen Bank, un istituto di credito rivoluzionario, da lui fondato nel 1976.

Circa due terzi della popolazione mondiale non esiste per le istituzioni finanziarie. Il sistema vigente, infatti, prevede l’esistenza di garanzie ben precise per poter accedere al prestito e, chiaramente, coloro che non dispongono delle risorse monetarie sufficienti neppure alla propria sopravvivenza, non sono considerabili debitori affidabili in grado di ripagare i prestiti a loro concessi. Tutto ciò porterebbe a credere che neppure l’idea di Yunus sia in grado di funzionare. Errore. Il 98% del denaro concesso in prestito è stato restituito, le azioni dell’istituto di credito sono possedute per il 94% da clienti debitori e per il 6% dallo Stato e in questi anni la Grameen ha concesso circa 7 milioni di prestiti per un ammontare di 5,22 milioni di dollari senza garanzia alcuna. Sono dati sorprendenti se si considera che queste persone vivevano, prima dell’intervento della Grameen Bank con meno di due dollari al giorno!

Tutto è cominciato, per il giovane professore di Economia Muhammad con il probema creato dai moneylenders, che riducevano “in schiavitù” donne e uomini per somme modestissime dalle quali però dipendeva tutto il loro lavoro e conseguentemente la loro sopravvivenza.

Il c.d. “caso Zero” gli venne offerto da una donna (come racconta lo stesso Yunus) che costruiva cestini di bamboo di fronte alla sua capanna. Oggetti molto raffinati, dai colori sgargianti che questa piccola imprenditrice, e come lei molte altre, era costretta a rivendere a condizioni prestabilite: acquisto della materia prima dal prestatore, creazione dell’oggetto, obbligo di restituzione del prestito e vendita del prodotto al money lender al prezzo fissato da lui stesso. Scioccato da una tale condizione di sudditanza, Yunus colse l’occasione per condurre una piccola ricerca, in termini statistici, di quanti abitanti del villaggio di Jobra erano sottoposti ad una tale situazione. Sulla sua lista comparvero 42 nomi per un totale di 27 dollari.

Il primo prestito fu proprio corrispondente a questa cifra. Il professore cominciò a prestare piccolissime somme di denaro a donne riunite in gruppi di cinque e, nel caso in cui una non fosse stata in grado di restituire il credito, anche tutte le altre sarebbero state automaticamente escluse dall’erogazione di futuri prestiti. I soggetti considerati riuscirono così a liberarsi dall’oppressione dei money lenders e, alla vista della loro contentezza, Yunus capì quanto fosse importante fare qualcosa.

“Viviamo in un mondo nel quale hai bisogno di un dollaro in mano per ottenere un altro dollaro. Il problema dei poveri è che non hanno quel primo dollaro e in più non hanno nessuno che possa prestarglielo”. Questa l’idea base del microcredito: un prestito di piccole somme a persone poverissime che non hanno la possibilità di accedere ad altre forme di credito erogato da banche tradizionali, per aiutarle ad avviare un’attività economica e a risollevarsi dalla loro condizione di povertà. E’ un piccolo passo che punta ad innescare una corsa, una maratona. E’ uno dei pochi modi veramente efficienti di soluzione della povertà estrema. L’unico aspetto negativo è il sacrificio, in misura più o meno marcata, dell’autosufficienza finanziaria.

La maggioranza dei beneficiari di questi servizi innovativi sono donne. Tutto ciò farebbe pensare a degli squilibri dal punto sociale, ma non è così. Prima di tutto la componente femminile è l’unica che, in molti Paesi, non partecipa attivamente alla vita dei capi e al lavoro fisico e quindi ha più possibilità di concepire e sviluppare attività commerciali con diverse potenzialità. In secondo luogo é stato rilevato che le donne risultano più sensibili al controllo sociale. Risultano, insomma, molto più affidabili nella restituzione dei prestiti perché hanno la responsabilità e la cura dei figli e, in più hanno meno possibilità di scappare per evitare la restituzione.

I metodi di erogazione del credito, inizialmente, erano differenti e si fondavano su una maggiore attenzione alle dinamiche di gruppo. Si cercava, ovvero, di instaurare una meccanismo di selezione che garantisse ai beneficiari stessi la possibilità di controllare e decidere i componenti del proprio nucleo. Sostanzialmente, il prestito veniva concesso a gruppi di quattro o cinque persone e in caso di mancata restituzione o inadempimenti di qualsiasi genere, venivano automaticamente esclusi dai successivi prestiti tutti i membri del nucleo. Questo dimostra, e ha dimostrato in passato, che il meccanismo di auto selezione favorisce un maggiore controllo sociale e la creazione di gruppi omogenei.

Attualmente il “gioco delle garanzie” è differente: è più utilizzata la minaccia di un non rinnovo o l’abbassamento dei tassi di interesse per coloro che restituiscono in tempo. Ciò che è evidente, però, è che il microcredito, quale fenomeno economico, ha come principale obbiettivo lo sradicamento della povertà, ma si fa carico, anche, di istanze diverse quali la parità tra i sessi e il raggiungimento, per alcune categorie di individui, di un più alto livello di empowerment.

Storie reali, di vita vissuta, dimostrano comunque come questo approccio funzioni e come abbia dato la possibilità a moltissime famiglie di permettersi l’istruzione e l’educazione dei figli.

Le persone povere o disagiate risparmiano continuamente, su tutto. E’ questo il segreto della restituzione dei prestiti, ma tutto ciò non rende adatto questo strumento per qualsiasi situazione: le popolazioni che vivono, ad esempio, in condizioni geografiche difficili e sono dunque costrette a spostasi di frequente costituiscono una componente di debitori a rischio di insolvenza troppo alto. In aggiunta a questo è necessario valutare cosa davvero si intenda per soggetto privo di disponibilità economiche tali da assicurare una vita dignitosa a sé e alla sua famiglia. Sono stati, a questo proposito, introdotti dalla Grameen Bank i “10 indicators” che stabiliscono in che misura il beneficiario possa essere considerato come uscito dal tunnel della povertà. I criteri sono diversi e spaziano dalla dimensione dell’abitazione, alla salubrità dell’acqua e delle latrine passando per il livello di istruzione dei figli. La definizione di parametri garantisce in questo caso l’impossibilità di sfruttare la situazione in modo fraudolento e dopotutto “If you can’t define, you can’t improve it”.

Fondamentale, in tutto questo processo, è sicuramente la tecnologia: internet ha garantito, infatti, non solo una migliore diffusione e una totale trasparenza delle operazioni, ma anche il coinvolgimento diretto della popolazione media di tutto il mondo. KIVA, UnitusMicrofinance, SKS, ecc.. garantiscono ogni giorno l’erogazione, da parte di privati, di piccole somme a progetti economicamente validi. E’ un modo semplice e poco costoso mediante il quale chiunque, uomo, donna o bambino può aiutare realmente una famiglia o un singolo a rendersi economicamente autosufficiente.

E’ la dimostrazione che anche 25 dollari possono cambiare un’economia.

Francesca Larosa (FruFFri)

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