Muammar vs Bashar: due pesi e due misure?
Sottotraccia, altalenante, inarrestabile come un fiume carsico della cronaca internazionale: la crisi siriana conquista le prime pagine dei giornali da più di un anno, con il suo carico avvelenato di sangue brutalmente versato e inchiostro cinicamente sprecato.
Riunioni al vertice, proposte, discussioni, richiami e smentite: mai come in questi casi, la politica e la diplomazia internazionali sembrano condannate all’irrilevanza e all’impotenza, costrette negli angusti steccati del “politicamente corretto”, dell’ “interesse strategico”, della “non opportunità”. Tali formule sembrano solamente meri slogan cristallizzati nell’abituale e cerimonioso lessico delle cancellerie o nell’ennesimo pensoso editoriale dei consueti “esperti”: pur evitando qualsiasi forma di retorica, sarebbe interessante rilevare qual è l’impressione al riguardo dell’”uomo della strada”, del cittadino comune che andando al lavoro ascolta alla radio l’ennesimo tragico bollettino sulla repressione. È proprio in questi casi che, a mio parere, viene “sfidata” spavaldamente la decisione (e la motivazione) di coloro che si occupano, per studio o per lavoro, di politica internazionale: cosa guida le relazioni internazionali? La forza oscillante degli ideali o il cinico tsunami del “realismo” opportunista? Il dibattito tra idealismo e realismo è lacerante e non è certo questa la sede per tentare di sbrogliare la matassa.
La portata della crisi siriana è però esplosiva, da tutti i punti di vista: la primavera araba fiorita nelle piazze tunisine, egiziane e yemenite più di un anno fa è destinata ad accartocciarsi in quella che molti osservatori hanno già denominato “autunno delle controrivoluzioni”? Il diritto di “ingerenza umanitaria” sancito dai bombardamenti su Belgrado del 1999 e dalla controversa defenestrazione di Gheddafi (favorita dall’alto della “no fly zone” dello sgambettante Sarkozy) si è già arenato nelle sabbie di Damasco? Gli Stati Uniti sono disposti all’ennesimo intervento in ambito mediorientale o il basso profilo tenuto durante la spedizione libica è un chiaro segnale che gli interessi strategici di Obama risiedono altrove? (è risaputo ormai: nel Pacifico?). L’endorsement (imbarazzante, secondo gli occidentali) assicurato da Mosca a Bashar al Assad va letto come anteposizione di economia e geopolitica alla tutela internazionale dei diritti umani o come patto di ferro tra “autocrazie” (sebbene questo sia un termine troppo radicale per la democrazia plebiscitaria del tandem Putin-Medvedev)?
Gli interrogativi sono numerosissimi e ognuno di essi richiederebbe centinaia di pagine per trovare una risposta soddisfacente. Quello che, a mio parere, salta davvero all’occhio è l’eterno, immarcescibile sospetto sintetizzato nella nota formula: “due pesi, due misure”: perché il qaid di Tripoli, l’autonominatosi colonnello e guida della Rivoluzione Muammar Gheddafi non è sopravissuto al suo (folle) tentativo di sterminare i “ratti” ribelli (come non ricordare il suo delirante discorso davanti alle rovine dell’edificio che venne distrutto dai bombardieri di Reagan?) mentre il medico Bashar al Assad, dittatore a tutti gli effetti della “grande Siria” ereditata dal padre Hafez, continua indisturbato a massacrare i dimostranti di Homs? Personalmente, mi riesce difficile cancellare dalla memoria il volto tumefatto e sanguinante del Colonnello, che finì solo pochi mesi fa su tutte le copertine e in apertura di tutti i notiziari. “Giustizia è stata fatta” proclamarono in tanti, dimenticando la lunga processione di “esperti” che già profetizzavano una riedizione dell’Afghanistan e un conflitto sanguinario diventato a tutti gli effetti “guerra civile”. Mi è capitato di rileggere, per motivi di studio, il brillante quaderno speciale che la rivista Limes pubblicò nella primavera del 2011 (“La guerra di Libia”) per fotografare gli eventi esplosi nel nostro “cortile mediterraneo”: la lettura è destabilizzante, perché densa di dubbi e scenari aperti che avrebbero già dovuto (oggi) trovare risposta.
In quest’epoca di “informazione selettiva” (mi si passi la concettualizzazione sbrigativa) siamo davvero sicuri di possedere tutti gli strumenti per un’analisi chiara degli eventi? Sorvolando sul noto caso della “fossa comune” di Gheddafi
scoperta dalle telecamere (che si rivelò poi una clamorosa bufala), i mass media internazionali possiedono effettivamente un debordante “potere di veto” sulle priorità globali: oggi come allora, non conosciamo gli esponenti del nuovo governo libico, non sappiamo se le promesse di democrazia sbandierate dai ribelli di Bengasi si sono tradotte in realtà (con quanta sollecitudine in molti si affrettarono a incoronare come “democratici” uomini che avevano lavorato e represso per lo stesso tiranno che ora combattevano!), se la “nuova Libia” a trazione bengasina è migliore della Jamāhīriyya (Repubblica delle Masse) del colonnello. “Non sappiamo cosa succede davvero” è un’altra frase ricorrente, che io stesso mi sorprendo a pronunciare spesso. È una spia di concreta impotenza, un tentativo andato a vuoto di inquadrare fenomeni che si prestano a interpretazioni divergenti, un possibile argomento (si perdoni l’intenzione dissacratoria!) da Bar Sport: solo che in questo caso non si discute di un rigore, ma del sangue e della vita di migliaia di civili inermi. Letto in un’autorevole rivista di politica internazionale o affermato davanti ad una tazzina di caffè, la sostanza non cambia: il sospetto è sempre in agguato, irremovibile. La liturgia dei vertici e la girandola di dichiarazioni non scalfiscono l’impressione che esista una”graduatoria della malvagità”, un punto di non ritorno sorpassato il quale l’utile alleato si trasforma improvvisamente in nemico pubblico numero uno. La parabola gheddafiana è tragicamente indicativa (ai posteri l’ardua sentenza): golpista contro una monarchia ritenuta troppo prona all’Occidente in nome del verbo nasseriano (padre carismatico del sogno naufragato dell’unità panaraba), leader spregiudicato e odiatissimo, organizzatore spietato di violenti attacchi terroristici ad ogni latitudine del pianeta, condannato alla “quarantena internazionale” dopo essere sfuggito al bombardamento di Reagan (in cui perì una sua figlioletta adottiva) e poi improvvisamente riabilitato al cambio di millennio, ottenendo il plauso dei leader occidentali e siglando lucrosi contratti di fornitura energetica. Non è mia intenzione indugiare nella martirizzazione del Colonnello né scagliarmi con toni censori contro l’ambiguità dei rapporti internazionali: costituirebbe un inutile sospiro da anime belle ritenere che la sicurezza e la tenuta di uno Stato vadano assicurate stilando fedine penali o dossier sulla moralità dei capi di Stato stranieri. Ciò non significa assolvere dubbi “scivoloni” in politica estera (l’Italia ne sa qualcosa) né dare immediata applicazione all’abusatissimo motto machiavelliano “il fine giustifica i mezzi”: si tratta di sano e salutare realismo, accompagnato a quell’indispensabile dose di disincanto che costituisce il presupposto fondamentale di ogni analisi.
Il bizzarro (e violento, non trasformiamolo in un personaggio da operetta) Colonnello ha oltrepassato quella “sottile linea d’ombra” ed è caduto sotto le bombe “umanitarie” dell’Odissea all’alba (Odissey Dawn era il nome codice della missione, diventato Unified Protector una volta che la Nato ha assunto le redini dell’operazione). Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Le ombre sono tante, insopprimibili, destinate a proiettarsi sui libri di storia ed ad agitare ulteriormente il dibattito.
Primo quesito: l’intervento libico è stata un’autentica “crociata” in nome dei diritti umani o un’utile parata per dare libero sfogo alla voglia di protagonismo internazionale dell’indebolito presidente francese Nicolas Sarkozy? Molti commentatori notarono che la Francia, da sempre nostalgica della perduta grandeur, stava combattendo su tre fronti contemporaneamente: in Afghanistan (conflitto ereditato), in Libia (il cui Consiglio Nazionale di transizione era stato riconosciuto all’istante da Parigi, con un inusuale scatto da centometrista) e in Costa d’Avorio (conflitto riposto nel sottoscala dell’”infotainment” globale, ma vitale per gli interessi francesi nell’area).
Iperattivismo bellico per rovesciare allo stesso tempo un dittatore inutile (era l’Italia ad avere fortissimi interessi economici in gioco) e il risultato deludente dei sondaggi? Il tiepido atteggiamento di Parigi nei confronti della rivolta dei gelsomini tunisina contro la “cariatide” Ben Ali (costato la testa al Ministro degli Esteri Michele Alliott-Marie, troppo contigua al regime) è indicativo.
Secondo quesito: esiste una classifica del misfatto, una “top ten dei crimini contro l’umanità”? Senza scomodare l’esempio d’antan del mancato intervento in Ruanda (troppo forte e scottante era il ricordo dei ranger inviati improvvidamente nel caos somalo), basti pensare alla rivolta sedata chirurgicamente in Bahrein. Lo staterello, sede della Quinta Flotta americana, in cui i tank inviati al momento giusto da “mamma Riyad” (l’Arabia Saudita, governata dai principi sunniti) hanno narcotizzato violentemente i dimostranti (la maggioranza sciita) contro la monarchia (sunnita, ovviamente). Il Bahrein è un tassello spesso (e volutamente) dimenticato della “primavera araba”: troppo imbarazzante ammettere che l’Occidente ha tacitamente avvallato la cloroformizzazione di una mini-versione di quella stessa “primavera”?
Terzo e ultimo quesito: Gheddafi è stato sfortunato? Sembrerebbe di sì. Per rispondere a questa domanda, pochi rapidi flash: le elezioni americane in pauroso avvicinamento (sarebbe conveniente per Obama lanciare un intervento in Siria con il rischio di affondare nelle sabbie mobili di un nuovo Afghanistan modello 2.0? Secondo il mio modesto parere, no); il supporto (sembra incondizionato) di Mosca (gli eredi di quell’URSS di cui la Siria costituiva la testa di ponte in Medio Oriente dopo la defezione dell’egiziano Sadat non hanno alcuna intenzione di perdere il lucroso business della fornitura di armamenti né l’utile base navale di Tartus), la mancanza di concrete alternative ad Assad (nel caso della Libia, il Cnt di Bengasi riuscì immediatamente ad accreditarsi come referente affidabile, cavalcando una martellante e abilissima campagna mediatica).
È la dura realtà dei fatti. Il mix avvelenato che rende la politica internazionale così simile ad una crudele partita di poker, le cui carte possono essere sparigliate in qualsiasi momento dal vento imprevedibile degli eventi. Intanto Homs brucia e soffoca nel sangue. “We need actions, not more declarations!” grida un medico siriano in un video. Verrà ascoltato?
Simone Ros – www.opennews.it
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